Voce del verbo ritornare: “L’Arminuta” di Giuseppe Bonito

Venerdì sera, Bologna. Quando sono al cinema lascio tutti i miei problemi, le angosce, la vita noiosa fuori. In sala esistono solo Carlotta – che sarei io – , le poltrone verdi del cinema Rialto e le storie proiettate sul grande schermo. 

Questa sera sono principalmente curiosa. Curiosa di sapere se la storia che ho letto e immaginato è la stessa che si è immaginato Giuseppe Bonito, il regista de L’Arminuta, tratto dall’omonimo romanzo di Donatella di Pietrantonio e unico film italiano in selezione ufficiale all’ultima Festa del cinema di Roma. 

Ovviamente no, impossibile. Quando vai a vedere un film tratto da un libro le aspettative sono sempre deludenti perché la chiave di lettura è sempre diversa. Questo lo so già. Perciò non sono euforica, ma nemmeno scettica. Semplicemente curiosa. Io, che non leggo mai i libri appena vengono pubblicati, ho aspettato a leggerlo, finché non mi ha chiamato. Sapevo che si trattava di un racconto di formazione e quando mi è capitato sottomano ho capito sin dalle prime righe che fosse un libro dalla portata eccezionale (peraltro, meritatamente vincitore del Premio Campiello nel 2017). Ma non c’è da preoccuparsi: la pellicola gode di un’ottima autonomia, pur restando fedele al libro.

Prima della proiezione c’è l’incontro con il regista. Per chi non lo conoscesse, Bonito è anche l’autore di Pulce non c’è e Figli, e l’Arminuta rappresenta una nuova tappa nel suo percorso di indagine sulle dinamiche familiari. E infatti riferisce: «La famiglia è un ambito tematico molto interessante perché racconta la società, così come l’età dell’infanzia e dell’adolescenza».

Protagoniste della storia, per l’appunto, sono una bambina piccola – Adriana –  e una più adulta –  l’Arminuta – , che si è appena affacciata al mondo dell’adolescenza, la fase  in cui più di tutte emerge il conflitto con i genitori. Se poi scopri che i genitori non sono quelli che ti hanno tirato su fino ai 13 anni, il conflitto è al quadrato.

«Cercavo da tempo storie sulle donne perché le trovo molto più interessanti rispetto a quelle sugli uomini», ha confessato Bonito.  Non solo le dinamiche familiari, ma anche la tematica della riappropriazione delle proprie radici e quella del conoscere se stessi attraverso i luoghi da cui proveniamo (anche se non l’abbiamo mai saputo) sono il  punto di arrivo per il regista, che ha rivelato di aver trovato nel libro paesaggi e atmosfere affini al suo luogo d’origine, il Cilento, sebbene il racconto sia ambientato in Abruzzo. 

È l’estate del 1975. Sono gli anni post boom economico e l’Italia è divisa in due mondi contrapposti: da una parte la media e piccola borghesia ha trovato un suo assestamento economico, dovuto anche all’urbanizzazione, dall’altra, in ambito rurale, persiste per lo più una pesante arretratezza. La protagonista passa da un’agiata esistenza piccolo borghese a una vita nelle campagne abruzzesi in cui regnano la povertà e la mancanza di cultura, dove si parla solo il dialetto.

L’ “Arminuta” significa, in dialetto abruzzese, la “ritornata”: è la prima cosa che le dice il padre biologico, appena mette piede in casa. Glielo dicono i fratelli minori. La chiamano così pure a scuola. Ritornata da dove? Da un altro mondo, quello di una famiglia a cui era stata data in adozione, che l’ha fatta crescere come figlia unica in città, a Pescara, vicino al mare. Una famiglia  che non le ha mai fatto mancare nulla, e che misteriosamente l’ha rispedita da dove era venuta. E nonostante il luogo in cui l’Arminuta è cresciuta non sia poi così distante dal luogo in cui è stata portata – anzi, riportata – essendo facilmente raggiungibile con il pullman, tuttavia sembra essere molto lontano, fisicamente ed emotivamente. Un paio di volte lei stessa lo raggiunge, di nascosto, per vedere il mare. Quel mare che tanto spaventa Adriana che non lo conosce. Il mare in cui avviene per la prima volta un avvicinamento particolare con il fratello Vincenzo, il mare come rito di purificazione nel finale, il mare come luogo in cui poter ritornare

«Ma io cosa vi ho fatto? Perché non mi volete?», chiede disperata la tredicenne a quello che credeva essere suo padre, e che invece è soltanto lo zio. Ma non si può dire, non c’è risposta a questa domanda. I grandi tacciono. 

Una storia che fa arrabbiare. Esasperata, l’Arminuta grida alla madre: «Io cerco un giudice e vi denuncio tutti quanti e glielo dico che mi scambiate come un pacco!».

All’apparenza il film rimane in superficie. Non dà troppe spiegazioni e lo spettatore si sente disorientato e arrabbiato perché si immedesima nei pensieri della protagonista. Tutto il dettato emotivo dei personaggi – narrato da Di Pietrantonio in maniera sublime, emotiva, quasi kafkiana –  qui non è esplicitato. E non è un caso che si parli il dialetto abruzzese, quasi a porre una distanza comunicativa tra i due mondi. L’incapacità di comprendersi per davvero. 

Il film di Giuseppe Bonito colpisce per il mutismo verbale. Per buona parte del tempo a far da padroni sono i silenzi opprimenti a tavola. I silenzi che celano qualcosa di proibito, un po’ come il silenzio dell’Arminuta, quando una notte accade un fatto particolare con il fratello maggiore, Vincenzo. Restano gli sguardi, i gesti, i non detti, le frasi sussurrate e quelle trattenute, che spettatrici e spettatori ricevono come un pugno allo stomaco. Un po’ di teatro psicologico, per dirla alla Čechov. L’unica che parla chiaro, che non ha paura di dire le cose come stanno, e che conquista la fiducia e l’amore dell’Arminuta è Adriana. 

Per tutta la durata della pellicola ci si aspetta che succeda qualcosa. Ma forse non serve, la sostanza sta in questa incomunicabilità, che talvolta prorompe in attacchi violenti. Proprio come il padre, che pur standosene sempre zitto, anche a tavola, una volta arriva a picchiare il figlio grande per essere ritornato tardi.

Fanno eccezione le poche, centellinatissime battute verso la fine, quando la ragazzina vince il concorso d’italiano: «I soldi sono suoi, se li è guadagnati», dice il padre alla madre, guardando la neo-figlia.

Le attrici giovani non sfigurano accanto agli attori adulti, già avviati, come Fabrizio Ferracane (nel ruolo del padre) e Vanessa Scalera (in quello della madre). Bravissima Adriana, interpretata da una più che promettente Carlotta De Leonardis.

La fotografia rende perfettamente gli ambienti freddi e grigi del paesaggio rurale che sono anche metafora del grigiore dell’animo dei personaggi. La musica non eccede, scandisce i momenti di riflessione.

Il film di Bonito riesce a cogliere nel profondo le sfaccettature dell’animo umano e l’ambiguità dei sentimenti: ci si sente estranei alle proprie radici e fuori luogo nella propria famiglia, con la consapevolezza, però, che un giro di giostra può cambiare la prospettiva, mostrandoci che la bellezza e la spensieratezza si possono trovare anche lontano da quella che noi chiamiamo casa.

“La legge del terremoto”: il film documentario di Alessandro Preziosi

Cosa resta di un luogo quando non c’è più? È a questa domanda e a molte altre che il documentario opera prima di Alessandro Preziosi sui terremoti d’Italia tenta di dare risposta. La legge del terremoto, scritto dal regista insieme a Carmelo Pinnisi e a Tommaso Mattei, che ne è anche produttore, è stato finalmente presentato dagli autori lo scorso martedì al Farnese, storico cinema romano che lo proporrà in programmazione dal 22 al 24 novembre.

Edifici che si sbriciolano come castelli di sabbia, campanili che sprofondano impotenti, scuole che diventano cimiteri, luoghi amati che si trasformano in assassini impietosi, enormi distese di “nidi di vespe sfondati”, per dirlo con Alberto Moravia. Sono queste le immagini che invadono lo schermo per ottanta minuti e che, crollo dopo crollo, dilatano il tempo fino a renderlo eterno. Sono immagini che ogni italiano conosce a memoria eppure continua a fissare con occhi increduli e disarmati perché il terremoto porta con sé la contraddizione intrinseca di essere sempre in fondo atteso, in agguato, e allo stesso tempo completamente inaspettato, pensato ma non detto, forse così, illusoriamente, esorcizzato.

Sappiamo bene che esiste e che si manifesta a intervalli di tempo incredibilmente ravvicinati: Belice 1968, Friuli 1976, Irpinia 1980, Assisi 1997, Aquila 2009, Emilia 2012, Amatrice 2016. Un italiano di appena cinquant’anni potrebbe averli vissuti tutti. Altri invece sono rimasti bambini per sempre, vittime di quelle scosse divoratrici e ora radici sprofondate nella terra che ogni giorno continuiamo a calpestare, con passo spesso troppo leggero. Attraverso una narrazione profondamente intima e allo stesso tempo incredibilmente universale, Preziosi ci restituisce la memoria collettiva di mezzo secolo con la spontaneità del bambino di sette anni che era quando il terremoto dell’Irpinia ha sconvolto la sua infanzia.

Era una domenica come tutte le altre, fatta di infinite pallonate contro i muri nell’attesa del cosiddetto “Derby d’Italia” tra Juventus e Inter, purtroppo destinato a lasciare il posto a un altro, drammatico, evento collettivo: dalle 19.34 di quella domenica 23 novembre 1980 in quei luoghi niente è più stato lo stesso. Quasi tremila morti, quasi diecimila feriti, quasi trecentomila sfollati. Il terremoto distrugge una comunità una prima volta perché la priva dei luoghi nei quali si è sempre identificata e che da secoli scandiscono le sue abitudini, impedendole di abitarli ancora e quindi di essere. E la sgretola poi una seconda volta perché spesso la obbliga ad andarsene, ad emigrare, a soffrire il doppio nel lasciare una terra, la propria, devastata.

Quella di Preziosi non è un’inchiesta né un’indagine ma piuttosto l’attraversamento in punta di piedi, commosso, di uno spazio-tempo perduto alla ricerca di un significato che a un primo sguardo sembra inevitabilmente sfuggire, perché nel cuore di chi sopravvive la domanda “per cosa” può diventare assordante. 

È solo attraverso la lenta ricerca, la visita ai luoghi distrutti (toccante quella al cretto di Gibellina, di Alberto Burri), le domande poste a testimoni d’eccezione (da Erri De Luca a Francesco Merlo, da Giulio Sapelli a Vittorio Sgarbi, da Angelo Borrelli a Grazia Francescato) e soprattutto attraverso l’incontro con una compagna di viaggio che lo condurrà per mano verso la ricostruzione e la rinascita, che l’autore scoprirà la luce oscura della terra che trema. Perché un cambiamento è pur sempre un’opportunità: quella dell’aiuto e della solidarietà, che in fondo è tutto ciò che più di ogni altra cosa ci rende una comunità di esseri umani. Con l’autore giapponese Haruki Murakami, figlio di un altro luogo dove la terra spesso trema, non possiamo che sostenere che il cuore è l’unica cosa che non può andare in frantumi e che questa cosa informe che ci portiamo dentro e che ci rende umani possiamo trasmetterla gli uni agli altri, senza limiti, ancora e ancora.

I semi del Furore. Popolizio legge Steinbeck

Avrei voluto iniziare questo articolo con una citazione, ma Furore è uno di quei romanzi rispetto ai quali è difficile scegliere, perché ogni capitolo trasuda storie, intuizioni, idee.

Nonostante la lunghezza, si potrebbe definire l’opera di Steinbeck un manifesto politico: ambientato negli Stati Uniti degli anni Trenta, a metà tra la crisi del ’29 e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, The Grapes of Wrath – questo lo splendido titolo originale – racconta le condizioni di povertà dei mezzadri soprattutto dell’Oklahoma e dell’Arkansas, sfrattati dai grandi proprietari terrieri e dalle banche («il mostro» che deve fare utili continuamente e che non può smettere di fare profitti), costretti a migrare a causa della crisi ambientale verso il mitico Ovest, attratti da promesse di lavoro, campi lussureggianti e condizioni di vita migliori.

Il romanzo nasce da un’inchiesta a puntate sulle storie e sulle condizioni dei migranti provenienti dal Midwest pubblicata da Steinbeck sul San Francisco News. L’origine giornalistica del capolavoro letterario è palpabile in ogni pagina del libro: lo stile è asciutto, quasi secco, e allo stesso tempo estremamente potente e incisivo.

I mezzadri, che il viaggio rende anche migranti, capiscono ben presto che la loro situazione non è destinata a migliorare e che, negli Stati che attraversano e in California (loro meta finale), oltre all’oppressione dettata dalla povertà, devono fare i conti anche con le discriminazioni legate alla condizione di stranieri.

Alla violenza della povertà e della fame va, infatti, ad aggiungersi quella delle frontiere e del razzismo, e alle discriminazioni i mezzadri/migranti/braccianti rispondono ora facendosi la guerra, ora con l’organizzazione e la creazione di comunità e di reti di solidarietà. Lo snodarsi della narrazione sembra non tralasciare alcuna forma di ingiustizia, riuscendo a cucire le diverse storie e prospettive di oppressione in maniera sempre lucida e schietta.

L’attualità delle tematiche affrontate è disarmante e il ritmo del racconto risulta scandito da episodi dai quali dirompono senza freni le condizioni di sfruttamento, diseguaglianza e repressione alle quali sono costretti i poveri e migranti.

Nello sfogliare le pagine del romanzo, sembra quasi di udire questo ritmo incalzante che avvolge e non lascia tregua, sapientemente tradotto in musica da Giovanni Lo Cascio in Furore, adattamento teatrale di Emanuele Trevi: andato in scena al Teatro Bellini di Napoli dal 9 al 14 novembre, lo spettacolo proseguirà ora la sua tournée fino al 26 novembre, sostando a Lugano, Sondrio, La Spezia e Siena.

Le percussioni, unitamente alle fotografie d’epoca e agli artwork proiettati sullo sfondo del palcoscenico (creazione video di Igor Renzetti e Lorenzo Bruno), sono co-protagoniste della scena insieme al testo letto da Massimo Popolizio, voce pulsante e travolgente oltre che ideatore dello spettacolo.

I brani scelti si susseguono secondo capitoli-temi (la polvere, i trattori, il latte…) che scandiscono la lettura e forniscono al pubblico una bussola con la quale orientarsi durante il reading.

Quasi mai vengono citati i personaggi del libro, come a rendere ulteriormente universale una storia che già si presenta senza tempo: le tematiche affrontate in Furore abbattono i confini spazio-temporali del romanzo e si propongono quindi come ideali coordinate di interpretazione anche per il nostro presente.

La lettura teatrale, come il testo dal quale scaturisce, è epica, drammatica e ironica allo stesso tempo, urla le condizioni di sofferenza dei migranti sfrattati dalla loro terra («Ecco cosa la rende nostra: esserci nati, lavorarci, morirci. È questo a darcene il possesso, non un pezzo di carta con sopra dei numeri») e poi sfruttati nei campi della California.

Nell’ascoltare i brani selezionati, sembra di assistere a scene per noi quotidiane, dagli sfratti alla crisi climatica, dalle migrazioni all’organizzazione di comunità e forme di resistenza.

Lo spettacolo, strutturato in maniera diversa dal romanzo, come questo si conclude, con l’immagine dell’allattamento, con il latte di Rose of Sharon che, nonostante il sapore di morte che lo macchia, si rende fonte di solidarietà e di vita.

Furore è un libro che andrebbe sempre letto ad alta voce e collettivamente, come collettivamente devono essere coltivati i semi del furore.

L’immagine di copertina è di Federico Massimiliano Mozzano.

“Amazônia” di Sebastião Salgado

Dopo quasi due anni di pandemia e di isolamento forzato, oggi più che mai, ci rendiamo conto di quanto sia necessario condividere un’esperienza insieme agli altri. Insieme ad altri esseri umani come noi.

Per questo motivo, visitando la mostra “Amazônia” di Sebastião Salgado, ho constatato con gioia quanto il pubblico fosse eterogeneo. È stato entusiasmante vedere una collettività così ampia attratta da una forma d’arte come la fotografia. E poi la fotografia di Salgado è “spettacolare”, dunque, tende a suscitare nel visitatore una meraviglia, secondo la definizione che ne ha dato Aristotele: lo stupore che prova un essere umano di fronte al mondo.

La mostra, allestita in anteprima in Italia, è curata da Lélia Wanick Salgado, compagna di vita del fotografo. È visitabile al museo MAXXI – Museo Nazionale delle arti del XXI secolo dal 1 Ottobre 2021 al 13 Febbraio 2022.

L’aspetto che colpisce immediatamente è la musica immersiva, diffusa in tutto l’ambiente. Si tratta dei suoni della foresta amazzonica registrati e messi insieme da Jean-Michel Jarre, musicista e compositore francese. Dal rumore delle cascate, ai versi degli animali, dai suoni delle piogge battenti, agli strumenti tribali delle comunità indios. Questa colonna sonora composta ad hoc, permette allo spettatore di immergersi completamente nella foresta. È come se, varcando la soglia della mostra, si entrasse realmente in Amazzonia. A rendere il tutto ancora più suggestivo sono le luci soffuse ed i colori rosso acceso delle pareti, che sono in completo contrasto rispetto al bianco e nero delle fotografie di Salgado e al nero asettico ed elegante delle cornici.

La mostra è divisa in sei diverse sezioni, composte nell’insieme da ben 200 fotografie che l’autore ha scattato nel corso di sei anni di viaggi all’interno della foresta amazzonica, dove ha immortalato,  con rispetto e ammirazione, non soltanto i letti dei fiumi, le nubi, gli alberi e le distese di acqua, ma anche diverse tribù indigene. È questa la parte più interessante della mostra, perché ha in sé un’attenta analisi antropologica delle popolazioni definite “intatte” del nostro pianeta. Quelle, cioè, che non hanno permesso alla cultura occidentale di sporcare la propria  incolumità e integrità. I volti fotografati da Salgado mostrano una fierezza che non ha eguali. Oltre a raccontare  alcune scene di vita quotidiana, il fotografo era solito  portare con sé un grande telo che srotolava all’occasione per creare dei veri e propri posati su sfondo neutro. Probabilmente il suo intento era quello di studiare fino in fondo e cogliere l’essenza di questi esseri umani che sono come noi, ma che sembrano tanto differenti.

Molto scenografici gli studi e lo sguardo sulla natura della zona amazzonica, come se l’obiettivo fotografico dell’artista si posasse sull’universale (l’area geografica) per poi scendere nel particolare (l’essere umano che abita quei luoghi).

Nella prima sezione della mostra, L’Amazzonia vista dall’alto, ho avvertito nella tecnica utilizzata dal fotografo la capacità di cogliere una materialità tangibile. Il bianco e nero esalta, infatti, la materialità delle rocce riprese da Salgado. Sembra che queste vogliano uscire dalla foto per essere toccate. Attraverso l’obiettivo se ne vedono le impurità e tutte le lesioni del tempo, del vento, dell’acqua. L’acqua è un elemento che ritorna e nella sezione dedicata ai “fiumi volanti”, aiutati dalla musica, ci si sente immersi in queste grandi, grandissime nubi di vapore acqueo.

La mostra è molto ben organizzata e all’ingresso si è dotati di un opuscolo che spiega tutte le foto delle diverse sezioni. Da grande appassionata di fotografia, però, avrei desiderato ricevere maggiori informazioni circa la tecnica fotografica utilizzata, la tecnica di stampa e la disposizione delle luci nei posati.

Credo che, però, la scelta della curatrice della mostra e dell’artista stesso sia quella di far luce sull’aspetto importante e urgente dei cambiamenti climatici che stanno avvenendo in diverse zone del nostro pianeta. I disboscamenti, le deforestazioni, l’inquinamento. Tematiche affrontate, proprio in queste ultime settimane, dal G20 tenutosi a Roma e dalla conferenza sul clima COP26 di Glasgow.

La reazione che le fotografie hanno suscitato in me è stata una specie d’invidia nei confronti degli indigeni rappresentati nelle foto e del loro rapporto con la natura, della loro forza e fierezza, del loro senso di comunità e di rispetto verso il pianeta.

Rispetto che hanno nei confronti del loro ecosistema, che preservano e che proteggono con tutte le loro forze, come un figlio con un genitore o come un genitore con un figlio. Un legame, questo con il nostro pianeta, che chi come molti di noi è cresciuto in città, non riesce a sentire come così fondamentale. Perché per noi il verde è quello che ritroviamo al parco la domenica o al mare nel mese di agosto. La natura è qualcosa di lontano e per questo ci permettiamo di non pensare a quanto essa soffra a causa nostra. Basti pensare a quanto l’inquinamento si sia ridotto nel periodo del primo lock-down e a quanti animali fossero tornati a popolare zone che invece di solito sono invase dall’uomo e dai suoi traffici mercantili.

La visita di Amazônia ha la capacità di risvegliare un certo senso civico nei confronti del pianeta terra e della natura in sé, della quale fa parte anche l’uomo come specie. L’immersione totale nelle immagini e nei suoni della foresta ci restituisce la sensazione che “tutte le cose sono in ogni cosa” e che tutto è collegato, che “tutto è in tutto” e che noi facciamo parte di quel tutto.

L’ Archivio di Alfredo de Santis: la pittura come narrazione

Il giorno in cui ho deciso di iscrivermi alla scuola di design ancora non sapevo cosa avrebbe significato entrare a far parte di quel mondo. Tuttora la parola design è usata e molto spesso abusata. Raccontato, presentato, discusso, il design è ormai incluso oltre che in molti altri ambiti, soprattutto in quello artistico. Ma design e arte, pur muovendosi in binari paralleli, si presentano con intenzioni, domande e soluzioni ben diverse. Da sempre convinta che le attitudini artistiche nel modo in cui “mostrano il problema” possano essere di grande aiuto alle soluzioni che il design propone, continuo a cercare traiettorie in cui le due strade possano diventare, anche per un solo momento, tangenti.

Durante la mia ricerca ho scoperto l’opera di Alfredo de Santis, grafico-pittore della scena romana degli anni Sessanta.

A causa della sua prematura scomparsa e di una scelta di vita che non lo ha portato a essere sulle prime pagine dei giornali, come spesso accade a molti, anche senza che ne abbiano alcun titolo, la sua opera rimane ancora oggi poco conosciuta. A questo proposito, fondamentale è la recente creazione di un Archivio dei suoi lavori ad opera della collega e moglie Carla Conversi.

Tavolo di lavoro. Studio di Tor di Quinto

La semplicità e l’immediatezza con cui il nostro secolo ci permette di avere accesso a tutto ciò che desideriamo sapere non sempre è indice di conoscenza.

Lo sguardo critico di chi ricerca con cura risposte più ampie che diano il giusto contesto alle domande poste, si sta lentamente perdendo. L’importanza degli archivi, soprattutto nel settore artistico, entra in gioco anche in merito a questo scenario.

La possibilità di avere una visione dettagliata e allo stesso tempo completa circa l’attività artistica di Alfredo de Santis mi ha permesso di conoscere la sua figura ancora più a fondo. Curato da Carla Conversi, l’Archivio presenta il lavoro di de Santis, mantenendo intatto il carattere polivalente con cui l’artista ha firmato tutte le sue opere. Se da un lato infatti è organizzato con prassi e rigore, dall’ altro restituisce con interezza la ricerca artistica e visiva che lo ha portato a essere l’artista che conosciamo. La necessità di un Archivio offre inoltre un contesto politico, culturale e sociale attorno al quale e nel quale determinate opere vengono alla luce. Avere l’opportunità di avere una così complessa e completa visione di insieme di tutto il suo lavoro è un dono prezioso per cui io e tanti altri con me e dopo di me siamo grati a Carla Conversi.

Piccoli frammenti di antiche civiltà 1971. Tempera su tela cm 100 x 100

Se dalla biografia di Alfredo de Santis si conoscono le sue radici romane e la sua breve ma fondamentale tappa a Milano con Folco Lucarini, è “vivendo” (per ora solo digitalmente) l’Archivio, osservando e analizzandone i suoi contenuti, spaziando tra disegni e sculture, che veniamo a scoprire la sua appartenenza al gruppo di artisti di Piazza del Popolo nella Roma degli anni 70. In quegli anni c’era un luogo che li raccoglieva e li ospitava, la libreria Ferro di Cavallo di Agnese De Donato frequentata da Schifano, Novelli, Burri, Perilli, Sinisgalli, Pagliarani Giuliani e tanti altri, ed era lì che le passioni e gli interessi di pittori, scrittori, poeti si incontravano. La scena artistica di quel periodo si è arricchita grazie agli stimoli che tanti, come il gruppo di cui Alfredo de Santis faceva parte hanno contribuito a  creare. Ma per menti curiose e occhi vivaci viaggiare era necessario per poter valorizzare ancora di più l’immaginario visivo che noi, ancor oggi, incontriamo negli artisti di quegli anni.

La Poltrona di Mary 1974. Acrilico su tela cm. 120 x 200

Poltrona con cuscino – paesaggio 1978. Acrilico su tela fotografica cm 30 x 30

È stato proprio un viaggio, quello a Milano sollecitato da Folco Lucarini, a caratterizzare parte dell’opera di Alfredo. Negli anni futuri all’ esperienza Milanese verrà ricordato come Grafico-Pittore, dualità che nel caso della sua opera non sottrae nulla né alla grafica né alla pittura. È infatti durante la sua esperienza a Milano che Alfredo ha potuto scoprire il segno come racconto. Gli anni milanesi furono, come lui stesso li descrive, una lezione “di metodo e di libertà inventiva” anni in cui ha cominciato a prendere forma la doppia natura che ha caratterizzato e sempre caratterizzerà la sua opera di “narratore a cavallo tra grafica e pittura, che si ostina a non cancellare l’antico margine tra il segno e il colore”.

Cuscini, 1974. Acrilico su tela. Cm 105 x 155

Quando nel 1964 fa ritorno a Roma e apre il suo primo studio professionale, i suoi lavori spaziano tra l’editoria, la politica e il cinema. La comunicazione è il filo che unisce e allo stesso tempo scuote e tiene viva la sua dualità di grafico-pittore. La comunicazione è al centro delle sue opere nel suo significato di strumento di semplificazione.

Che cosa è allora che Alfredo comunica e come lo semplifica?

Ripensando ai grafici milanesi di quegli anni, Giancarlo Iliprandi fra gli altri, e riguardando alle loro opere, è forse possibile notare la mancanza di un segno che fosse loro, de Santis invece ha trasposto la sua intera persona e visione delle cose in una enorme quantità di taccuini che Carla Conversi custodisce e dai quali traspare la profonda ricerca portata avanti per anni del segno come racconto.

N. Y 1974 – Collage e smalto su tela cm 12 x 24

«Alfredo de Santis è un progettista che conosce il limite delle due discipline, per cui ne utilizza la potenzialità, senza mai sfondare completamente i confini dell’una e dall’altra: questa qualità si chiama professionalità, che significa anche rinunciare alla facilità di una mano e di una tradizione artistica, per evidenziare invece, la necessità etico politica di una chiarezza e semplicità linguistica». Queste le parole di Aldo Colonnetti, filosofo, storico e teorico dell’arte. La commistione con il cinema, la pittura, il disegno creano nell’opera di Alfredo una grafica con una forte valenza pittorica. La fionda, seppure sia una scultura è una dimostrazione di quanto detto. Come ancora ci racconta Colonnetti: «La fionda è un pretesto, è una forma, non è un simbolo; ma la sua struttura geometrica consente le più svariate utilizzazioni. Alfredo de Santis ricerca quale grafico e pittore, le potenzialità semantiche di questo strumento, senza perdersi in un gusto esclusivamente decorativo o strettamente funzionale al committente. È come se la cultura progettuale di de Santis, una volta messa in moto intorno a un’idea, a un intuizione, insegua ostinatamente una meta che è sempre oltre: La grafica come ricerca di nuove potenzialità comunicative.

La fionda di famiglia 1987

Questa è la dimostrazione che un racconto si può sempre costruire, anche intorno a un’idea o a una ipotesi ancora imprecisa e poco definita nei suoi confronti semantici: fondamentale è l’organizzazione dei segni, il loro rapporto con il testo, il controllo delle parti».

Le parole di coetanei e colleghi di de Santis suggeriscono che la trasformazione più che la creazione sia il motore trainante della sua attività artistica.

Il diario dei segni consiste nel visualizzare concetti, luoghi, legami, pezzi di storia, il parlare con la gente, visualizzarli attraverso il proprio mestiere.

Paesaggio con quadro 1982. Olio su tela cm 30×40

Per usare una frase di Alfredo in un’intervista di Francesco de Bartolomeis: «Il grafico è un esperto di comunicazione multimediale e ha il problema di contribuire a migliorare il più largamente possibile la comunicazione. Non si tratta di estetizzare la comunicazione ma di darla forme e strutture che le consentano di raggiungere i suoi scopi, eliminando gli elementi di disturbo». Tutto quello che lo riguarda è parte di una visione più grande. Ogni aspetto della sua vita definisce la trasformazione che ha applicato e praticato  alle sue opere. Crearsi la committenza infatti rientra nelle sue abilità di osservatore, che gli hanno permesso sempre di guardarsi attorno per ampliare quel diario dei segni che cresce e si modifica insieme al lavoro.

Tornando a casa 1988. Acrilico su tela cm 75×40

Ed è la sua grande capacità di osservatore a rendere l’opera di de Santis non solo una matrice grafica semplificata, ma di attribuire ai suoi lavori un lato poetico sempre aperto all’invenzione.

La sua figura artistica e personale coincidono. La comunicazione è il racconto di una storia, che nel caso dell’opera di Alfredo, corrisponde alla storia di un segno. Il processo è anche inverso, il segno diventa racconto. È solo guardando alle sue sculture, ai suoi disegni e alle sue pitture che è possibile rintracciare il filo conduttore e il motivo artistico del suo lavoro.

Grazie all’ Archivio recentemente creato, questo percorso di rintracciamento vi porterà a scoprire la differenza, sempre se ve ne sia una, tra rintracciare e tracciare.

Segnaletica 1977. Tavola dil legno con piombo e stoffa cm 52 x 45

Archivio Alfredo de Santis: https://www.archivioalfredodesantis.it/

Immagine di copertina: Alfredo De Santis nel suo studio di Tor di Quinto, Roma. Foto di Marcello Gianvenuti

Pino Daniele Alive: Napoli omaggia il suo santo contemporaneo

«Se mi guardi con gli occhi dell’amore non ci lasceremo più». Così comincia Amore senza fine, una delle canzoni più famose e più belle di Pino Daniele. Camminando tra i corridoi dell’ex chiostro piccolo della Chiesa di Santa Caterina a Formiello a Napoli, dove è stata allestita la mostra Pino Daniele Alive, questi versi assumono un significato nuovo. Gli occhi innamorati sono quelli del pubblico del cantante partenopeo, che con un misto di malinconia e riconoscenza ammira le foto appese sui muri del chiostro.

La mostra, visitabile fino al 31 dicembre, presenta per la prima volta stampe in grande formato di meravigliose fotografie che ritraggono il mascalzone latino durante tutta la sua carriera: dagli anni ’70 ai primi 2000. Gli autori degli scatti sono diversi fotografi-amici che hanno testimoniato con professionalità e sensibilità non solo le performance che Pino ha donato ai suoi fan, ma soprattutto il Pino del backstage, dei periodi di lavoro silenziosi, passati magari in qualche isola del Mediterraneo con la mente sempre rivolta alla sua Napoli. Parliamo di artisti del calibro di Guido Harari ‒ curatore della mostra insieme ad Alessandro Daniele, figlio di Pino ‒ Giovanni Canitano, Adolfo Franzò, Mimmo Jodice, Cesare Monti, Roberto Panucci, Letizia Pepori, Lino Vairetti e Luciano Viti.

Proprio Guido Harari, che nella sua vita ha raccontato tramite i suoi scatti anche musicisti internazionali come Lou Reed e Frank Zappa, ha voluto fortemente che quest’esposizione si svolgesse nello spazio dell’ex chiostro dove oggi ha sede la fondazione Made in Cloister, nata nel 2012 per restaurare lo spazio cinquecentesco che all’epoca versava in uno stato di abbandono, nell’ottica di un rilancio del patrimonio culturale della città di Napoli rinnovandone lo spirito attraverso progetti di artisti e designer internazionali.

Queste mura, che dal ‘500 all’800 hanno custodito le vite di monaci celestini e domenicani, per poi assistere attonite alla produzione di lana e divise militari che qui cominciò nel XIX secolo per volere di Ferdinando di Borbone ‒ quando il chiostro si trasformò in un vero e proprio lanificio ‒, sono la cornice perfetta per raccontare la vita, le opere, gli oggetti dell’artista che più degli altri ha saputo trasportare la musica napoletana oltre i confini partenopei. Le stesse sonorità jazz e blues che, creando uno sposalizio perfetto con le sonorità mediterranee, fanno da sottofondo al pubblico che si rechi a visitare la mostra.

Per i corridoi del lanificio non troviamo infatti soltanto le fotografie, ma anche spartiti, strumenti musicali, vestiti e la vera e propria ricostruzione del camerino del Masaniello della canzone italiana. Reliquie di un santo contemporaneo, che si fatica a lasciar andare al tempo, poiché si conserva vivo e vitale ogni volta che viene diffusa o suonata una sua canzone: al centro del chiostro è stata predisposta un’area chill out, provvista di palco, dove vengono organizzate performance di artisti vari o dove si può restare seduti a meditare, magari sulle note di Quanno Chiove. Tanto l’aria s’adda cagna’.

Fondazione Made in Cloister, Campania Teatro Festival, Napoli, fino al 31 dicembre 2021

Scorpione

Caro Scorpione,
da oggi il sole ti illumina e per un mese cerca di penetrare la tua corazza per arrivare a scaldarti il cuore. Lo so, è difficile lasciar scoprire cosa si cela dietro la tua armatura, ma ricorda che Marte ti protegge se ti lasci cullare dalle acque di Plutone.

Ti pruderà il pungiglione molte volte in questo periodo e già ti vedo là, guardingo e sospettoso mentre pensi a come farla pagare al tuo compagno di banco che ti ruppe il compasso in seconda media.

RILASSATI. Pensa che anche uno scorpioncino di tutto rispetto come Robert Louis Stevenson (13 novembre 1850) aveva i suoi buoni motivi per essere nervoso: cagionevolissimo di salute, era costretto a passare gran parte del suo tempo in ambienti più salubri della sua fredda Scozia. Non è certo un caso che abbia scritto Dr. Jekyll e Mr.Hyde!


Ma io ti invito a focalizzarti su un’altra grande opera dello stesso autore: L’isola del tesoro. Un luogo sperduto di cui l’autore non fornisce neppure le coordinate per lasciare che il lettore, come il giovane protagonista Jim Hawkins, si perda nell’ignoto mosso soltanto dalla curiosità e dal fascino per l’avventura. Uno spazio protetto dagli oceani, raggiunto soltanto dai più impavidi: per lo più pirati spregiudicati come Long John Silver. Una bella similitudine per te, caro il mio animaletto permalosetto. Anche tu sai essere enigmatico ed insidioso come un’isola perché ciò che nascondi è misterioso, profondissimo e di grande valore, come un tesoro. Lascia che venga alla luce.

L’illustrazione è di Ginevra Vacalebre.

Spazio e poesia. Le città di Giorgio Caproni.

È difficile immaginare la poesia di Giorgio Caproni senza pensare a Genova. Livornese d’origine, vi si trasferisce da bambino e fa della Superba e del suo entroterra il luogo privilegiato dell’ispirazione poetica. Questo però non si traduce in una riproduzione oleografica, non si ferma quindi a una descrizione stereotipata della città, come ricorda Giorgio Devoto nell’introduzione alla raccolta Genova di tutta la vita, ma va oltre: il suo occhio è attratto dalla struttura della città, dai suoi vicoli e dalle salite, dai carruggi…

«La mia città dagli amori in salita,

Genova mia di mare tutta scale

e, su dal porto, risucchi di vita

viva fino a raggiungere il crinale».

In questi versi di Sirena non c’è nulla di spirituale. La verticalità di cui parla è concreta, architettonica e in un’intervista radiofonica aggiunge: 

«È curioso come questo mio verso, “la mia città dagli amori in salita”, dai più è stato inteso in senso spirituale, ma viceversa è che ai miei tempi, purtroppo, fare l’amore… fare all’amore era una vergogna, scandalo, e quindi dovevamo nasconderci, se eravamo in paese, dietro il muro del cimitero, no?, di notte, e in città s’andava a cercare queste creuze… poi a Genova sono in salita e quindi non era tanto facile, con la ragazza appoggiata al muro…per abbracciarla…».

Di quel periodo, i primi anni Cinquanta, è anche Litania. Un inno, un ritratto di Genova: 91 distici straordinari nei cui versi dispari viene ripetuta la parola Genova seguita da brillanti associazioni verbali. Il poeta ligure Giuseppe Conte l’ha definita: «una poesia in cui si va come in altalena, si sale, si cade, ci si dondola, ci si feriscono le ginocchia, ci si lascia prendere allo stomaco. […] un testo enigmatico, tutto endiadi, apposizioni, contrasti folgoranti […] e vortici di rime inattese». A riguardo vanno menzionati la lettura che ne ha fatto Toni Servillo in occasione del Festival della mente di Sarzana nel 2008, e il libro Genova ch’è tutto dire di Patrizia Traverso e Luigi Surdich, i quali hanno ripercorso i distici contestualizzandoli nell’opera e nella vita di Caproni, associandoli a delle fotografie della città. Anche qui ritorna il motivo della verticalità.

«Genova città pulita.

Brezza e luce in salita.

Genova verticale,

vertigine, aria, scale».

Foto di Patrizia Traverso

Il poeta in un’intervista pubblicata sul numero 42° della rivista «Weekend», nell’ottobre del 1977, scrive della città:

«Ma ragioni sentimentali a parte, forse fu in primo luogo la sua verticalità ad esaltarmi fin dal primo impatto. Con le sue salite, rampe, le sue scalinate, i suoi ascensori pubblici, le funicolari e le sue strade disposte una sull’altra, Genova è infatti una città tutta verticale. Verticale e quindi, almeno per me, lirica, se non addirittura onirica». 

Sempre nella stessa raccolta, Il passaggio di Enea, ritroviamo la Genova di ascensori e funicolari di cui parla Caproni: quella Genova affacciata sul mare con i monti che le coprono le spalle.

Ne Le stanze della funicolare c’è un gioco di luci, moti, suoni. Qui il viaggio nella nebbia della funicolare, che conduce da largo Zecca a quello che è oggi piazzale Caproni, diventa esistenziale. È allegoria della vita umana, un inarrestabile viaggio verso la morte, dal buio del primo tratto che può alludere al ventre materno allo sbocco all’aperto, come nascita, fino alla meta – morte –, l’ultima stazione avvolta nella nebbia, trainata dal cavo che è il tempo.

«Una funicolare dove porta, 

amici, nella notte? Le pareti

preme una lampada elettrica, morta

nei vapori dei fiati – premon cheti

rombi velati di polvere e d’olio

lo scorrevole cavo. E come vibra ai vetri 

anneriti dal tunnel, quella pigra

corda inflessibile che via trascina 

de profundis gli utenti e li ha in balia

nei sobbalzi di feltro! È una banchina

bianca, o la tomba, che su in galleria

ora tenue traluce mentre odora

già l’aria d’alba? È l’aperto, ed è là

che procede la corda – non è l’ora

questa, nel buio, di chiedere l’alt».

Anche ne l’Ascensore (1948), che si riferisce a quello che dal centro storico porta a belvedere Castelletto, si entra in una dimensione onirica, quasi surreale. In questo componimento appare per la prima volta la figura della madre, Anna Picchi, ritratta da giovane.

«[…]

Quando mi sarà deciso 

d’andarci, in paradiso

ci andrò con l’ascensore

di Castelletto, nelle ore

notturne, rubando un poco

di tempo al mio riposo. 

[…]

Ma là sentirò alitare 

la luce nera del mare

fra le mie ciglia, e … forse

(forse) sul belvedere

dove si sta in vestaglia,

chissà che fra la ragazzaglia

aizzata (fra le leggiadre

giovani in libera uscita

con cipria e odor di vita

viva) non riconosca 

sotto un fanale mia madre.

Con lei mi metterò a guardare 

Le candide luci sul mare.

Staremo sulla ringhiera

di ferro – saremo soli

fidanzati, come 

mai in tanti anni siamo stati.

E quando le si farà a puntini

al brivido della ringhiera,

la pelle lungo le braccia, 

allora con la sua diaccia

spalla se n’andrà lontana:

la voce le si farà di cera

nel buio che la assottiglia

dicendo: «Giorgio, oh mio Giorgio

caro: tu hai una famiglia».

Malinconia, dolore. Caproni scrive questa poesia in via Bernardo Strozzi, dove vivevano i genitori – «Genova di singhiozzi/mia madre, via Bernardo strozzi» –, di ritorno da Roma, dopo aver sentito la condanna irrevocabile del medico sullo stato di salute della madre. 

Foto di Mario Dondero

Anna Picchi morirà dopo due anni, nel 1950, e Caproni le dedicherà la raccolta Il seme del Piangere, ritraendola come una giovane di cui dice senza malizia di essere freudianamente innamorato. Anna era una bella ragazza e un’ottima ciclista, il che all’epoca faceva scalpore: «Per una bicicletta azzurra/Livorno come sussurra![…]Annina sbucata all’angolo/ha alimentato lo scandalo./Ma quando s’era mai vista, in giro una ciclista!». Era anche un’ottima sarta, apprezzata e conosciuta in città.

«L’ora di mattina 

presto, ancora albina.

Ma come s’illuminava

la strada dove lei passava!

Tutto Cors’Amedeo, 

sentendola, si destava».

Ed è proprio ricordando la madre che Caproni rievoca la città della sua infanzia, Livorno, dov’è nato – «Genova di Livorno, partenza senza ritorno». 

Nei versi livornesi de Il seme del piangere Caproni, in un’intervista, dichiara di aver fatto alla maniera di Guido Cavalcanti: provando nostalgia per la città e non potendoci tornare, invita l’anima sua a cercare Annina.

«Anima mia, leggera

Va’ a Livorno, ti prego.

E con la tua candela

timida, di nottetempo

fa’ un giro; e, se n’hai tempo, 

perlustra e scruta, e scrivi

se per caso Anna Picchi

è ancor viva tra i vivi».

Livorno gli “è rimasta sempre nel sangue”. Da quando l’ha abbandonata nel 1922 alla volta di Genova, per lui è incominciato un lunghissimo esilio.

Ma un altro stacco, un altro abbandono, avviene nel 1939 e poi definitivamente a metà degli anni Quaranta. Il poeta, infatti, si trasferisce a Roma, lasciando Genova e la Val Trebbia, Rovegno nello specifico, dove aveva ottenuto un incarico come maestro elementare, luogo quest’ultimo che comparirà nella fase più matura della sua produzione poetica.

Già ne L’ascensore la sua scrittura supera il Caproni della gioventù, ancorato al bisogno della parola che fotografa e alla concretezza che caratterizza le prime raccolte, ad esempio Come un’allegoria («Anche le vampe fiorite/Ai balconi di questo paese,/ labile memoria ormai/ dimentica la sera/ Come un’allegoria,/una fanciulla appare/sulla porta dell’osteria»).

L’ascensore può essere considerato come un tentativo da parte del poeta di cercare soccorso, un riparo, di risalire a quell’ “odor di vita viva”, e ricreare la figura della madre come un corpo pieno di vita, per arginare il dolore.

Ma subito ritorna la realtà, Roma, dove ha famiglia e dove deve discendere, come fosse agli inferi:

«E io dovrò ridiscendere, 

forse tornare a Roma.

Dovrò tornare a attendere 

(forse) che una paloma

blanca da una canzone

per radio, sulla mia stanca

spalla si posi. E alfine

(alfine) dovrò riporre 

la penna, chiuder la càntera:

«È festa,» dire a Rina

e al maschio, e alla mia bambina».

Sulla scena appare Rina, la moglie, cui è dedicata la seconda parte del componimento.

«E mentre, stando a terreno,

mite tu dirai: «Ciao, scrivi,»

ancora scuotendo il freno

un poco i vetri, tra i vivi

viva col tuo fazzoletto

timida a sospirare

io ti vedrò restare

sola sopra la terra:

proprio come il giorno stesso

 in cui ti lasciai per la guerra».

La poesia si conclude quindi con un’altra nota di dolore, quella per la guerra cui partecipa. 

Sono anni cupi, in un’intervista definisce la decade tra il ’44 e il ’54 come “anni di bianca e forsennata disperazione”.

L’Italia postguerra è una nazione che soffre. E nell’anno in cui scrive l’Ascensore, il 1948, avviene l’incontro con quello che per lui è il simbolo dell’esistenza umana di quegli anni: la statua di Enea.

Un monumento che si trova in piazza Bandiera, la piazza più bombardata di Genova, in cui il Baratta ha ritratto Enea con in spalla il padre Anchise e per mano il figlio Ascanio.

Sempre nell’intervista uscita su «Weekend» egli afferma: «In quel povero Enea vidi il chiaro simbolo dell’uomo della mia generazione, solo in piena guerra a cercar di sostenere sulle spalle un passato (una tradizione) crollante da tutte le parti, e a cercare di portare a salvamento un futuro ancora così incerto da non reggersi ritto…».

Caproni in quegli anni vive ormai a Roma. È sposato con Rina e ha due figli, scrive per riviste, stringe amicizia con letterati come Pasolini, Gatto e Bertolucci, e inizia la sua carriera di traduttore di scrittori di rilievo, tra cui Proust, Machado e Frénaud. A riguardo merita la raccolta Il quaderno di traduzioni curato da Enrico Testa. Questo può essere definito come il secondo strappo. Se ne va dalla sua città d’adozione, di cui continua a scrivere. Come afferma Stefano Verdino nella prefazione a Caproni, tutte le poesie:

«Genova, esaltata nei suoi specifici aspetti e nei suoi termini toponomastici, non a caso, dal Caproni “romano”, quando cioè Genova è “perduta” ed è un alimento che dalla memoria fluisce nell’invenzione e nella scena del testo. Dal Muro sarà preferita l’alta valle Trebbia, i cui termini concreti costituiscono peculiari ingredienti […] per l’ultima spettrale stagione».

Il rapporto tra il poeta e queste due città è ritratto in questa poesia – Il Gibbone, 1964 –:

«No, non è questo il mio

Paese. Qua

–fra tanta gente che viene,

tanta gente che va –

io sono lontano e solo

(straniero) come

l’angelo in chiesa dove

non c’è Dio. Come, 

allo zoo, il gibbone.

Nell’ossa ho un’altra città 

che mi strugge. È là.

L’ho perduta. Città 

grigia di giorno e, a notte, 

tutta una scintillazione 

di lumi – un lume

per ogni vivo, come,

qui al cimitero, un lume

per ogni morto. Città 

cui nulla, nemmeno la morte

– mai, – mi ricondurrà». 

La poesia appare la prima volta in una sua lettera a un amico, Carlo Betocchi, in cui Caproni racconta il suo disagio di stare a Roma e che spesso torna a Genova e in Val Trebbia d’estate. Le due città non sono espressamente citate dal poeta, che di solito ama il nome proprio, la toponomastica. Qui vi è un rapporto allegorico con le città. Dalla situazione biografica del poeta possiamo arguire che il Paese della prima strofa sia Roma. Emerge un senso di estraneità, quello della voce narrante che prova nostalgia per un luogo di identità ormai lontano: Genova appare come un miraggio, la città perduta, che lo strugge – «Genova che mi struggi/intestini, carruggi» – . Ma estraneità anche a livello esistenziale. 

Prevale la consapevolezza che oramai tutto è irrimediabilmente perduto. 

Ritroviamo il contrapporsi di due città, Roma e Genova nello specifico, motivo noto in letteratura fin da Sant’Agostino. Nello stesso anno Mario Soldati pubblica un romanzo, Le due città.

Questa contrapposizione Roma-Genova, come fa notare Luigi Surdich nell’intervento Genova per Caproni, si radicalizza nella poesia, mentre  il “disamore” caproniano per Roma andrebbe smussato ricercandolo nella prima impressione, nel primo incontro del poeta con la Capitale, negli anni Trenta, il quale ne parla in questi termini: «una Roma amatissima. Roma mi abbagliò, (letteralmente mi abbagliò) negli ultimi anni Trenta, quando vi calai la prima volta».

E anche se resta una città che sente di non aver mai capito, che per lui ha un che di mediorientale, in un’intervista a Ferdinando Camon afferma: 

«Non lascerei Roma, forse nemmeno per Genova. […] In nessun’altra città d’Italia, e forse del mondo, credo si possa godere la libertà che si gode a Roma». Ma Roma rimane città di domicilio, non città natale, né dell’anima, come definiva la Superba. E in questo Livorno e Genova si fondono in qualche modo nel loro essere città abbandonate e mai dimenticate. 

«E invece lascerò Genova,

l’estate dei rimorchiatori […] 

lascerò Genova 

e entrerò nella tenebra».

Foto di Patrizia Traverso

Quella Genova «di tutta la vita» che amava a tal punto da non vederne i lati negativi, città che lo aveva “stregato”, di cui era “fatto” e che si portava dentro. Un legame che come afferma Surdich vede una connessione tra emozione e turbamento, possesso e privazione. E questo legame che sussiste, per Giovanni Raboni, è unico proprio perché esiste una doppia condizione: «Caproni sceglie Genova come “oggetto d’amore”, condizione che può avvenire solo se non ci si è nati, se non ci si è già dentro, e poi la abbandona, quindi avviene il distacco». Ma non va letta solo come un tema quello di Genova, “la primaria immagine della città si allarga in una dimensione universale”, città reale e metafisica, storica e allegorica, grigia, di luci e scale.

«Ne approfitterò per godermi ancora una volta […] l’impareggiabile spettacolo della Genova notturna. […] Lunghe file di luci. Quando ero bambino, quei lumi, l’ho già detto, li vedevo nascere uno per uno. Oggi mentre la lanterna ha cominciato a carezzare il cielo, si accendono tutti insieme, di botto.Anche in questo senso capisco la domanda che per tutti noi si pose il poeta marsigliese Joseph Autran:

Fut-il jamais une ville mieux faite pour inspirer la poésie?».

È mai esistita una città migliore per ispirare la poesia?

La foto di copertina è di Dino Ignani

“Ariaferma”: sovvertire l’ordine del controllo

Il criminale appare come un essere giuridicamente paradossale: egli ha rotto il patto, dunque è nemico dell’intera società, e tuttavia partecipa alla punizione che subisce.

Michel Foucault, Sorvegliare e punire

Michel Foucault ha dedicato la maggior parte della sua opera e del suo tempo allo studio delle grandi organizzazioni sociali: ospedali, scuole, prigioni e, in particolare, al modo in cui il potere viene esercitato in queste strutture, ovvero attraverso meccanismi anonimi che operano e agiscono in ogni spazio della società.

Nel 1975 vede la luce Sorvegliare e punire, testo in cui il filosofo mette in luce l’evoluzione storica del sistema carcerario: se nel Medioevo le prigioni esistevano solo come luogo provvisorio dove attendere l’esito della sentenza, a partire dal ‘700, in seguito alle grandi insurrezioni avvenute in Francia e in Germania, nasce una nuova idea di detenzione, che trova la sua realizzazione nel controllo e nella sorveglianza.

In particolare Foucault individua nel Panopticon, carcere ideato nel 1791 dal giurista Jeremy Bentham, il modello che riflette la logica del potere invisibile. Bentham infatti concepisce una struttura semicircolare, con al centro una torre di controllo, da cui un guardiano può controllare tutti i detenuti, senza che questi possano vederlo. Secondo Bentham questa struttura aveva la funzione di rieducare i carcerati, che sapendo di essere sempre sotto osservazione, sarebbero stati portati ad assumere un comportamento corretto.

Sempre seguendo il modello architettonico del Panopticon, fu completato a Sassari nel 1871 il carcere di San Sebastiano, oggi dismesso, dove è ambientato Ariaferma, il nuovo film del regista Leonardo Di Costanzo, presentato quest’anno Fuori Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. La pellicola mostra con intensità e forza i meccanismi di potere che si irradiano attorno alla figura del detenuto, che è vittima di decisioni su cui lui non ha nessun tipo di controllo. La storia si apre quando il carcere sta per essere chiuso e gli agenti di polizia, riuniti attorno a un fuoco, festeggiano, sollevati all’idea di poter finalmente abbandonare quel luogo fuori dal mondo. Ma improvvisamente arriva un contrordine: 12 detenuti dovranno restare lì ancora per un po’, dato che la struttura che dovrebbe ospitarli non è ancora disponibile.

Inizia così un tempo di attesa indefinito, che innesca negli agenti e nei detenuti un senso di angoscia e di paura. Inaspettatamente si trovano ad abitare lo stesso limbo: come anime infernali sulle rive dell’Acheronte attendono tutti di essere trasferiti.

Ma perché, se tanto ad attenderli vi è un altro inferno?

L’eccezionalità della situazione presente li ha privati dei loro diritti: non possono più ricevere visite dai parenti né lavorare né fare alcun tipo di attività, dato che gli agenti rimasti sono troppo pochi per controllarli tutti. In più sono costretti ogni giorno a ingoiare pasti precotti, dato che la cucina ormai è chiusa. Sarà l’inizio di uno sciopero della fame collettivo, che metterà profondamente in crisi gli agenti, fino a quando uno dei detenuti, Carmine Lagioia (Silvio Orlando), definito da una delle guardie il peggiore dei criminali, proporrà come soluzione di riaprire la cucina e di preparare pasti per tutti. Solo uno degli uomini gli darà fiducia: l’ispettore Gaetano Gargiulo, interpretato da Toni Servillo. Sarà lui ad assumersi la responsabilità di sorvegliarlo ogni giorno in cucina. Lagioia si muove a suo agio in quella dimensione che sembra appartenergli da sempre. Scopriamo infatti che suo padre, a Napoli, aveva una trattoria, che adesso lui ricorda con rammarico, come un paradiso perduto. Quelle ricette adesso hanno il sapore della madeleine proustiana: rievocano un’infanzia felice che non potrà mai più tornare.

Foto di Gianni Fiorito

Vediamo Toni Servillo e Silvio Orlando per la prima volta insieme al cinema, legati anche in questa storia dalla città di Napoli, dove entrambi negli anni ’70 intrapresero la loro carriera di attori. L’idea iniziale era quella di assegnare a Servillo il ruolo del detenuto e a Orlando quello dell’ispettore, forse per la sua aria bonaria, che difficilmente lo fa assomigliare ad un criminale. Eppure, in questa parte risulta assolutamente credibile. Anche nei momenti in cui è più rilassato tra i fornelli, è difficile dimenticare il suo passato: si resta così ancorati per tutto il film alla paura di un suo improvviso colpo di testa. Carmine Lagioia, oltre alla fiducia dell’ispettore Gaetano Gargiulo, deve quindi conquistare anche quella dello spettattore, che fin dall’inizio è pronto a scommettere su di lui.

Il loro rapporto è il nucleo centrale di tutto il film, la bussola con cui, mano a mano, impariamo a orientarci all’interno di questo spaventoso edificio. Ma è anche ciò che ci disorienta, fino a non farci più distinguere la guardia dal detenuto. Questa sensazione la ritroviamo nelle parole di Lagioia che, rivolgendosi a Gargiulo gli dice: «È tosta stà in galera eh!» e l’altro gli risponde: «Tu stai in galera. Io no».

L’occhio documentaristico di Di Costanzo si muove all’interno dei lunghi corridoi e delle celle dimesse del carcere per poi spostarsi al suo esterno, mostrandoci la struttura nella sua interezza, come se, lentamente, dai suoi organi interni risalissimo fino alla superficie del corpo che li ospita.

Il regista, senza giudizi né sentenze, ci mette di fronte a un gruppo di uomini, di cui conosciamo a malapena il reato. Ce ne mostra la sofferenza e lo smarrimento, restituendoci una possibilità: quella di ripensare la loro condizione attraverso uno sguardo nuovo, che nulla ha a che vedere con la pietà ma che invece riguarda la comprensione, l’empatia e un senso di umanità, che sembra smarrito e che invece qui è ancora potente.

Foto di Gianni Fiorito

Il film Ariaferma, prodotto da Rai Cinema e Tempesta, uscirà nelle sale il 14 ottobre.

L’immagine di copertina è di Gianni Fiorito.

Rebecca, libreria al femminile nel cuore di Siena

Quando in redazione mi hanno proposto di scrivere di questa nuova libreria indipendente di Siena ‒ Rebecca ‒ frutto dell’impegno e della passione di due giovani donne ‒ Martina ed Assunta, rispettivamente classe ’91 e ‘87 ‒ ho subito pensato all’omonima pellicola del 1940 di Alfred Hitchcock. Rebecca – La prima moglie aveva per protagonista assente il fantasma di una donna forte e libera che tornava a tormentare il suo ricco ex marito e la sua nuova coniuge. È stato solo dopo aver intervistato Martina, nata a Siena ma vissuta in provincia, e Assunta, campana doc trapiantata qui per motivi universitari, che ho trovato un vero e proprio riscontro concettuale. Rebecca è una libreria forte e libera come chi l’ha sognata e poi realizzata. Fortunatamente per queste due giovani imprenditrici, del lato thriller hitchcockiano questo progetto ha ben poco: tutt’al più possiamo trovarlo tra gli scaffali della sezione cinema. Ma ora conosciamole direttamente.

Da dove e quando nasce Rebecca? Perché avete scelto in particolare questo nome?

Martina. Allora diciamo che se ti sei immaginata argomentazioni stratosferiche rimarrai un pochino delusa. La spiegazione è molto semplice. Intanto il progetto è nato da due donne e quindi volevamo che avesse il nome di una donna, inoltre anche libreria è un sostantivo femminile. Rebecca è un nome che ha convinto entrambe, poi andando ad indagare abbiamo scoperto che deriva dall’ebraico e che significa “tirare dentro” quindi ci è sembrato di buon auspicio per la nostra attività.

E da dove arriva l’idea di aprire una libreria indipendente?

M. Sicuramente in un primo tempo da Assunta ‒ dopo la laurea ha avuto il piacere di lavorare in una libreria italiana a Barcellona che si chiama Le Nuvole ‒ ma la passione per i libri che ci accomuna e che ci ha fatte incontrare all’università ha fatto il resto. Poi durante il lockdown io, reduce da un master in editoria, sono rimasta bloccata perché la casa editrice per cui lavoravo mi aveva messo in stand by mentre lei è stata costretta a tornare in Campania dalla sua famiglia. Eravamo piuttosto frustrate. È stato a quel punto che abbiamo cominciato a dare corpo a quest’idea della libreria: ci siamo dette che la pandemia sarebbe finita e che di conseguenza dovevamo sfruttare il momento di stasi per progettare una cosa che fosse solo nostra e che avesse un senso.

E alla fine avete aperto a maggio 2021…

Sì, il 29.

Siete state coraggiose! Cosa vi ha convinto ad aprire un’attività in questo momento storico di grande incertezza anche economica? Qual è stata la molla che vi ha fatto dire: «Non ce ne importa nulla, noi apriamo lo stesso»?

M. Guarda, noi siamo due tipe molto caparbie che credono veramente in questa cosa. Bisogna crederci perché altrimenti non si supera mai quello scoglio. A prescindere dalla pandemia, il mercato del libro ha già i suoi problemi: io e Assunta ci sentivamo in grado di affrontarli. Anche perché se si continua a rimandare un sogno magari poi ci si sveglia a 50 anni chiedendosi come sarebbe stato attivarsi per realizzarlo.

Però ho notato che fino ad adesso avete avuto un buon riscontro, siete molto attive, organizzate anche presentazioni di libri in luoghi molto belli di Siena come il giardino della Fondazione Conservatori Riuniti…

M. Sì, si tratta di un giardino interno di un ex convitto e in estate ci hanno dato la possibilità di utilizzarlo gratis anche se adesso è diventato a pagamento. La verità è questa: le attività culturali non vengono sostenute a sufficienza. Ci si lamenta sempre di volere eventi culturali ma per organizzarli facciamo una fatica bestiale. Ora abbiamo cominciato a farli qui in libreria in maniera contingentata, con green pass obbligatorio, però speriamo per la primavera di trovare nuovi spazi all’aperto.

I/le clienti quindi non mancano!

M. Sì, stiamo acquisendo la clientela anche se abbiamo vissuto una sola stagione, quella estiva, che è la stagione turistica. Quindi dobbiamo ancora conoscere bene il pubblico della Siena invernale… Ad esempio gli studenti non c’erano quando abbiamo aperto. Turisticamente è stata una bella estate: Siena si è riempita nonostante sia stato il secondo anno senza Palio.

La didascalia di un vostro post su Instagram recita: «Rebecca sarà la libreria di due giovani donne. Una di loro ama il cinema, l’altra la musica, ma entrambe amano leggere». Immagino quindi che all’interno della libreria ci siano delle sezioni espressamente dedicate…

M. Abbiamo inserito due sezioni abbastanza nutrite, in continua crescita, di libri che riguardano il cinema e la musica, sia per quanto riguarda la teoria che la pratica: abbiamo una parte dedicata ai dischi, una alle trasposizioni cinematografiche, una alle biografie degli artisti e delle artiste del genere. Nel comparto musica stiamo cominciando ad inserire oltre ai vinili usati anche i compact disc, i cd, perché ce li stanno chiedendo. Nel comparto cinema i dvd.

Ed ora due domande un po’ frivole, per confondere le carte. All’appassionata di musica, Martina, chiedo il film preferito. Poi vorrei sapere la canzone preferita di Assunta, appassionata di cinema.

M. Ma questa è una domanda a trabocchetto!

Assunta. Premettendo che non sono una grande esperta di musica, la mia canzone preferita è Costruire di Niccolò Fabi, che mi sembra anche molto significativa per quello che ho costruito insieme a Marti.

M. Io rispondo con una scoperta, ahimé, recente, perché si tratta di un vero e proprio cult: la trilogia di Before Sunrise di Richard Linklater.

Bellissime scelte. Vi è mai capitato di sentirvi osteggiate nella vostra professione soltanto perché donne?

M. Non in maniera così evidente. Forse più per l’età che per il genere, perché a volte quando si è giovane chi ti sta intorno diffida delle tue capacità di realizzazione.

A. Beh rimanendo sempre nell’ambito del sessismo, questo è un tipo di lavoro che forse viene attribuito più alle donne. Ma fortunatamente non abbiamo mai subito discriminazione diretta di genere. Più che altro a volte ci è stata rivolta una curiosità un po’ sarcastica del tipo “vediamo se ce la fanno”. Questo sicuramente. Ma lo vedranno con i loro occhi: noi saremo qui ancora per molto tempo. Poi, sai, la maggior parte della nostra clientela è costituita da giovani che ci sostengono perciò del resto non ci interessa molto!

Allora, proprio perché mi avete parlato di questo pubblico giovane, vi chiedo: che libro vi sentireste di consigliare a una o a un giovane adolescente che entra nella vostra libreria per la prima volta? Perché?

A. Siccome sta crescendo il nostro reparto LGBTQ+ e ci teniamo molto, sicuramente un romanzo come Non ci sono solo le arance di Jeanette Winterson o La lingua perduta delle gru di David Leavitt. Un ragazzo o una ragazza potrebbero apprezzarli ed arricchirsi. Si parla di temi attuali legati alla scoperta di sé, all’accettazione. In particolare il primo è un grande classico legato alla letteratura di genere.

Mi viene voglia di correre a Siena e comprarlo! Mi fa pensare ad un libro che ho letto recentemente, Ragazza, donna, altro di Bernardine Evaristo, che ho adorato…

A. Quello è molto bello. Ha riportato in auge in maniera originale delle tematiche attuali che a volte sembrano quasi scomparire… Siamo sempre in Inghilterra come ambientazione, tra l’altro!

Oltre alle sezioni di musica e di cinema cos’è possibile trovare tra gli scaffali della vostra Rebecca?

A. Si trova la narrativa divisa per Paese, saggistica, gialli, poesia e libri per ragazzi.

E da cosa siete orientate nella scelta dei volumi da proporre?

A. Di base dal nostro percorso di studi letterario e quindi siamo ispirate da quello che ci piace. Ma viviamo anche dei consigli che ci danno lettrici e lettori. Aggiorniamo costantemente una vera e propria wishlist grazie a cui proponiamo costantemente nuove opere. Poi sicuramente, prediligiamo le case editrici indipendenti.

Molto bene, adesso una domanda che per una rivista come la nostra è doveroso fare: quanto c’è dello spirito dei vostri luoghi d’origine dentro Rebecca? Quanto di Siena?

A. Noi abbiamo studiato qui, quindi sicuramente Siena ci ha accolte e adottate, inoltre Martina vive qui e suo marito è senese, anche troppo (ridiamo n.d.r.)! Ma nella nostra libreria c’è una non-senesità, nel senso che quando si entra nella nostra libreria si avverte subito un’influenza campana pecché io mi sento estremamente legata alla mia regione d’origine. Ci sono molti autori campani…

Per esempio?

A. Ermanno Rea, Pino Daniele, adesso arriverà THE PASSENGER su Napoli, c’è Toni Servillo, la Ferrante… Quindi si respira aria campana.

E per il resto?

A. Il resto è tutta la nostra storia precedente. Parlo anche a nome di Martina e del suo percorso di studi: c’è un’intera sezione slava perché lei è un’amante dei mattoni russi (ridono n.d.r) e quindi si può dire che Rebecca abbia una personalità slavo-campana, nel cuore di Siena.