«Il mondo è l’India». Un viaggio di Pier Paolo Pasolini

È il 1961 quando Pier Paolo Pasolini si reca per la prima volta in India; è in compagnia di Alberto Moravia ed Elsa Morante. La Porta dell’India è una visione degna de Le mille e una notte per il viaggiatore inesperto: un penoso stato di eccitazione e una enorme folla vestita di asciugamani accolgono Pasolini all’arrivo a Bombay. Il soggiorno indiano diviene una esibizione di intrepidezza: il desiderio di avventurarsi nella notte indiana è una speranza – un inno alla curiosità: la possibilità di perdersi nelle dolcezze altrui, nella notte altrui. È da questa irrequietezza che nasce L’odore dell’India: un groviglio di appunti – frammenti di emozioni, frammenti di sensazioni che non possono essere taciute. 

L’odore dell’India ha inizio al Taj Mahal: «È quasi mezzanotte, al Taj Mahal c’è l’aria di un mercato che chiude […] Sono le prime ore della mia presenza in India, e io non so domare la bestia assetata chiusa dentro di me, come in una gabbia. Persuado Moravia a fare almeno due passi fuori dall’albergo, e respirare un po’ d’aria della prima notte indiana». Il mare, le automobili, i mendicanti sono l’anima della notte indiana – sono loro le luci e le ombre della notte a Bombay: «Sono tutti dei mendicanti, o di quelle persone che vivono ai margini di un grande albergo, esperti della sua vita meccanica e segreta: hanno uno straccio bianco che gli avvolge i fianchi, un altro straccio sulle spalle, e, qualcuno, uno straccio intorno al capo: sono quasi tutti neri di pelle, come negri, alcuni nerissimi. C’è un gruppo sotto i portichetti del Taj Mahal, verso il mare, giovanotti e ragazzini: uno di essi è mutilato, con le membra come corrose, e sta disteso avvolto nei suoi stracci, come, anziché davanti a un albergo, fosse davanti a una chiesa. Gli altri attendono silenziosi, pronti. Non capisco ancora qual è la loro mansione, la loro speranza. Li sbircio appena, chiacchierando con Moravia, che è già stato qui ventiquattro anni fa».

Lo sguardo di Pasolini è rapito dai mendicanti che abitano le vie notturne dell’India, dolcemente addormentati ai margini delle vie: «Esseri favolosi, senza radici, senza senso, colmi di significati dubbi e inquietanti, dotati di un fascino potente». «Ci sogguardano, me e Moravia, lasciandoci perdere: il loro occhio inespressivo non deve vedere in noi niente di promettente. Anzi, quasi si chiudono in se stessi camminando stancamente».

La notte indiana è animata da canti e riti, cerimoniali silenziosi – lieti momenti di estasi tra i monumenti secolari: «Ma, dentro, nella penombra dell’arco, si sente un canto: sono due, tre voci che cantano insieme, forti, continue, infervorate. Il tono, il significato, la semplicità sono quelli di un qualsiasi canto di giovani che si può ascoltare in Italia o in Europa: ma questi sono indiani, la melodia è indiana. Sembra la prima volta che qualcuno canti al mondo. Per me: che sento la vita di un altro continente come un’altra vita, senza relazioni con quella che io conosco, quasi autonoma, con sue leggi interne, vergini. Mi pare che ascoltare quel canto di ragazzi di Bombay, sotto la Porta dell’India, rivesta un significato inafferrabile e complice: una rivelazione, una conversazione della vita».

La scrittura di Pasolini ha il ritmo di una preghiera, è una scrittura mai artificiosa: Pasolini è, con le mani giunte, complice della vita dell’altro – una vera sentinella in ascolto: «E le vacche per le strade: che andavano mescolate alla folla, che si accovacciavano tra gli accovacciati, che deambulavano coi deambulanti, che sostavano tra i sostanti: povere vacche dal mantello diventato di fango, magre in modo osceno, alcune piccole come cani, divorate dai digiuni, con l’occhio eternamente attratto da oggetti destinati a un’eterna delusione. Era quasi notte, ed esse si accovacciavano ai bivi, sotto qualche semaforo, davanti ai portoni di qualche disordinato edificio pubblico, mucchi neri e grigi di fame e smarrimento».

La vita indiana è descritta con parole nude e crude, rendendo nitido e cocente ciò che viene descritto: ci troviamo di fronte alla verità immediata dell’occhio. La povertà della vita in India è rappresentata con la semplicità che sempre accompagna la stessa povertà: «Questa enorme folla vestita praticamente di asciugamani spirava un senso di miseria, di indigenza indicibile, pareva che tutti fossero appena scampati a un terremoto e, felici per esserne sopravvissuti, si accontentassero dei pochi stracci con cui erano fuggiti dai miserandi letti distrutti, dalle infime catapecchie. Ora eccoli là, due di questi scampati, che cantano insieme sotto la Porta dell’India, aspettando l’ora del sonno, nella calda notte estiva».

Le sensazioni di Pasolini si mescolano con l’autenticità delle immagini, restituendo al lettore suoni e colori, profumi di una terra lontana e, al contempo, così vicina: «Quasi tutte le case, cadenti, hanno davanti un piccolo portico: e qui… mi trovo davanti a uno dei fatti più impressionanti dell’India. Tutti i portici, tutti i marciapiedi rigurgitano di dormienti. Sono distesi per terra, contro le colonne, contro i muri, contro gli stipiti delle porte. I loro stracci li avvolgono completamente, incerati di sporcizia. Il loro sonno è così fondo che sembrano dei morti avvolti in sudari strappati e fetidi. Sono giovani, ragazzi, vecchi e donne coi loro bambini. Dormono raggomitolati o supini, a centinaia. Qualcuno è ancora sveglio, specialmente dei ragazzi: sostano ad aggirarsi o parlare piano seduti alla porta di qualche negozio chiuso, sugli scalini di qualche casa. Qualcuno si sta sdraiando in quel momento, e si avvolge nel suo lenzuolo, coprendosi la testa. Tutta la strada è piena del loro silenzio: e il loro silenzio è simile alla morte, ma a una morte, a sua volta, dolce come il sonno».

Le descrizioni pasoliniane sono ritmate dalla vita indiana: sono, esse stesse, i suoni, i colori, gli odori dell’India – compongono e scompongono tutto ciò che l’occhio cattura. La vita indiana è descritta nell’immediato, rapito e veloce, tempo dell’istante: l’India descrive se stessa servendosi della penna pasoliniana, e la sua veridicità è autenticamente nota dalle immagini pasoliniane, intense e viscerali – convulse. Pasolini attraversa l’India immergendosi completamente in essa, lasciandosi catturare e incantare: la passeggiata ad Ajanta, il Clark’s Hotel di Banaras, la compagnia di Sardar e Sundar, l’incontro con Revi; ogni momento è vissuto con l’intensità di una rivelazione: ogni accadimento, sia pur il più banale, è rivestito dell’importanza di una scoperta: «Mi piaceva camminare, solo, muto, imparando a conoscere passo per passo quel nuovo mondo, così come avevo conosciuto passo passo, camminando solo, la periferia romana: c’era qualcosa di analogo: soltanto che ora tutto appariva dilatato e sfumante in un fondo incerto», e ancora: «Le cose mi colpivano ancora con violenza inaudita: cariche di interrogativi, e, come dire, di potenza espressiva. I colori dei pepli delle donne, che lì erano perdutamente accesi, senza nessuna delicatezza, verdi che erano azzurri, azzurri che erano viola; l’oro delle conchette per l’acqua, piccole e preziose come scrigni; i mucchi di folla vestita di stracci svolazzanti; i sorrisi nelle facce nere sotto i turbanti bianchi: tutto mi si riverberava nella cornea, imprimendosi con tale violenza da scalfirla».

La conoscenza delle cose avviene attraverso una totale e totalizzante immersione nelle cose stesse: Pasolini attraversa i colori e i suoni, i canti e gli odori come se tutto ciò che vede fosse, per la prima volta, venuto al mondo, come se egli stesso avesse aperto gli occhi per la prima volta. Sono inevitabili alcune analogie, ma esse stesse non hanno come scopo quello di evidenziare delle similitudini piuttosto servono ad evidenziano delle differenze: «Eppure gli indiani si alzano, col sole, rassegnati e, rassegnati, cominciano a darsi da fare: è un girare a vuoto per tutto il giorno, un po’ come si vede a Napoli, ma, qui, con risultati incomparabilmente più miserandi».

L’avventura pasoliniana si situa in un contesto di perenne scoperta, una curiosità che non si esaurisce, un desiderio costante, costantemente rivolto verso il reale, verso tutto ciò che vien visto: tutte le domande restano aperte, tutte le digressioni irrisolte: a comunicare è l’essenza stessa di un colore – i colori dei pepli delle donne, che lì erano perdutamente accesi, senza nessuna delicatezza, verdi che erano azzurri, azzurri che erano viola; l’oro delle conchette per l’acqua, piccole e preziose come scrigni; di un gesto: «Basta guardare come dicono di sì. Anziché annuire come noi alzando e abbassando la testa, la scuotono circa come quando noi diciamo di no: ma la differenza del gesto è tuttavia enorme. Il loro no che significa sì consiste in un far ondeggiare il capo […] teneramente: in un gesto insieme dolce: «Povero me, io dico di sì, ma non so se si può fare», e insieme sbarazzino: «Perché no?», impaurito: «È così difficile», e insieme vezzoso: «Sono tutto per te» […] viste a distanza le masse indiane si fissano nella memoria, con quel gesto di assentimento, e il sorriso infantile e radioso negli occhi che l’accompagna. La loro religione è in quel gesto». 

L’odore dell’India termina con gli appunti manoscritti su carta intestata del Clark’s Hotel di Banaras; sono le otto del mattino del 15 gennaio 1961. Sulla carta del Clark’s Hotel Pasolini scrive: «Di Banares non so altro che il fumo mattutino che si raccoglie tra gli alberi come in conche freschissime di [?], e il grido in bengali di uno che passa per la strada. Si ripete così la vecchia storia: il mondo stupendo, e orrendo e io che lo contemplo, ricco, fin troppo ricco, degli strumenti necessari a registrarlo». Il fumo mattutino che si raccoglie tra gli alberi in conche freschissime di… è quanto resta di Banares, una visione che è una certezza: tra il fumo mattutino, gli alberi e le conche c’è tutta la magia e tutto l’incanto di Banares, dell’India: un odore che rammenta un’esperienza: «La strada scorre infinita. Attimo per attimo c’è un odore, un colore, un senso che è l’India: ogni fatto più insignificante ha un peso d’intollerabile novità».

“La città senza cielo”: un romanzo distopico di Jean Malaquais

Se nello schema rinascimentale le perfette geometrie della ‘città ideale’ avrebbero dovuto rispecchiare, a livello spaziale, la natura libera e razionale dell’essere umano, nel romanzo di Malaquais, al contrario, è proprio il paesaggio urbano, disseminato di imponenti edifici dallo stile severo, a inghiottire i suoi abitanti e a privarli progressivamente di un reale orizzonte di senso. Per quanto finora non abbia goduto di troppa fortuna, La città senza cielo è sicuramente uno dei lavori più importanti di Jean Malaquais (1908-1988), scrittore e intellettuale francese di origini polacche. Pubblicata nel 1953, l’opera è stata recentemente riedita, per le edizioni Cliquot, con una nuova traduzione curata da Elisabetta Garieri. 

Proseguendo nel solco della tradizione distopica, quella che ci descrive Malaquais è a tutti gli effetti una città-caserma: corridoi labirintici che si moltiplicano a perdita d’occhio, porte e portoni aggrovigliati in un’infinità di piani, palazzoni che si ergono tetri e minacciosi ai bordi delle strade. La Città, scrive l’autore, «continua a schizzare in alto come una freccia e a bardarsi di parafulmini» e «il cielo ha preso un’altezza tale che, per scorgerne un angolo, bisogna stendersi schiena a terra sul marciapiede e aspettare l’ispirazione». È questa la scena che fa da cornice alle vicende, o sarebbe meglio dire alle vicissitudini, di Pierre Javelin, il protagonista del libro. Una mattina, tornando al suo appartamento, Pierre – che di mestiere fa il piazzista per conto di un fantomatico ‘Istituto nazionale per la Bellezza e l’Estetica’ – scopre non solo che la chiave di casa non gira più nella toppa, ma che sua moglie, insieme a tutta la mobilia, si sono misteriosamente volatilizzati. 

La misura e lo sviluppo grottesco della trama non possono non ricordare le paradossali peripezie di Josef K. Infatti, come l’antieroe kafkiano de Il processo, anche Pierre Javelin è ostaggio inconsapevole di un infernale apparato burocratico. Tutto ha inizio quando Pierre, a cui era stato offerto un aumento di stipendio, sbaglia la firma nell’atto di siglare il nuovo contratto. Da quel momento la situazione precipita: l’adorata moglie Catherine – si è detto – scompare, il loro appartamento viene occupato da una coppia di strani coniugi (il signor Bomba e la signora Kouka), ma, cosa ben peggiore, è la sua stessa identità, misconosciuta, ad andare in frantumi. La svista di Pierre, all’apparenza un errore veniale, è percepita invece come una grave minaccia. Perché l’errore, al livello della Città, non è contemplabile: è sterilizzato sul nascere. E questo, spiega il protagonista, giacché non succede nulla qui «senza che l’intera macchina ne risenta subito gli effetti più diversi e contraddittori. Una catena invisibile lega ognuno a ognuno […] L’unica cosa che manca in questo universo perfettamente racchiuso è una porta di uscita». 

Per Malaquais, in definitiva, la burocrazia sembra essere il frutto di un capriccio diabolico, un’attività dello spirito il cui potere di oppressione – esercitato da un’oscura “armata” di funzionari – agisce e si innerva dappertutto (non a caso, il motto di uno dei tanti Istituti cittadini è: Age quod agis – “Sta attento a ciò che fai”). Il paragone con 1984, capolavoro assoluto di George Orwell, risulta fin troppo scontato. Difatti, l’incubo vissuto da Pierre assume proprio le fattezze di «un occhio enorme» da cui, alla stregua del più celebre “Big Brother”, egli si sente osservato «fin nelle pieghe del cervello». Una società così claustrofobica è destinata, naturalmente, a produrre un conformismo e un’omologazione generali. Ogni angolo, ogni via, ogni piazza della Città è popolato da un’infinità di comparse. Da qualunque parte il cittadino si giri, esso sarà sempre al centro di una folla anonima e, sebbene alcuni continuino con foga a ripiegarsi su stessi, «può esistere un solo destino gregario: quello della Città». L’individuo, considerato in sé stesso, ha ceduto quindi il passo al cittadino: la felicità, chiosa l’autore, «non sta alle persone, sta alla Città». 

Una città tentacolare, fagocitante, tratteggiata da Malaquais per rapidi schizzi. Essa, utilizzando una metafora cinematografica, non viene mai inquadrata in primo piano: resta più sullo sfondo, ma sempre vigile, lasciandoci ascoltare la sua “voce” stentorea. Al fondo di questa condizione universale di paura, regna poi incontrastata l’incomunicabilità, un altro dei temi centrali del libro. Alla Città, del resto, «non interessa tanto ciò che si dice, quanto che non si dica niente. Ciò che le importa è il silenzio». Quando ogni parola è di troppo, o potrebbe venir giudicata tale, anche il linguaggio diventa un luogo di costrizione. Non vi è più possibilità autentica di scambio, di relazione, di condivisione con l’altro.

In sintesi, come ha osservato il sociologo Manuel Castells, è quando «la burocrazia ignora gli abitanti», e ha la meglio sulla cultura, che «può annientare la funzione dei sistemi comunicativi pluridimensionali propria della città». 

Di fronte a questo drammatico scenario, Pierre inizia pian piano ad afferrare la logica che regola l’assurda realtà in cui vive, mettendo in atto una forma più o meno cosciente di disobbedienza civile. Rispetto alla rigida censura praticata dalla Città, egli continua a scrivere e distribuire poesie, attività ovviamente vietate per legge. E se un cittadino è recalcitrante a spogliarsi dei suoi “panni sporchi”, noi, dice al protagonista il gelido funzionario Babitch, «glieli strappiamo di dosso insieme alla pelle». Tuttavia, posto di fronte alla domanda se “rifiutasse” o meno la Città, Pierre gli risponde pacato: «Lei me l’ha detto: ovunque ci si rigiri, la Città sta sempre di fronte; allora io ho capito, e lo devo a lei, signor Babitch, che la fuga è un inganno, una forma sottile di “appartenenza”. E io ormai mi rifiuto di appartenere. Mi oppongo, certo, ma finalmente con lucidità: non negare la Città, ma negarmi alla Città». Ecco, condensato in queste poche righe. il tragico percorso di Pierre e della sua, nonostante tutto, tenace resistenza all’ordine costituito. 

Leggendo il romanzo ci si rende immediatamente conto di quanto la Città di cui parla Malaquais assomigli, per molti aspetti, a ciò che sono diventate le città di oggi: un arcipelago di megalopoli il cui sviluppo tecnologico, sommato alla crescita abnorme dell’agglomerato urbano, hanno condotto in larga parte all’isolamento dei singoli. Ma Malaquais non ci offre solo degli spunti utili per comprendere meglio il presente. Egli – e in questo sta la profonda attualità del suo romanzo – sembra esortarci a restare in guardia rispetto alle nuove, possibili derive autoritarie connesse alla rivoluzione tecnologica. Perché se è vero che le città del futuro, le cosiddette smart cities, fanno riferimento a una città resa efficiente dall’utilizzo di soluzioni tecniche integrate tra loro, ciò comporta anche numerosi pericoli. Grazie alla rete, infatti, le smart cities saranno in grado di produrre e analizzare, sulla base di sofisticati algoritmi, un quantitativo sterminato di dati. E questa grande concentrazione di informazioni potrebbe mettere seriamente a rischio la tutela sia della nostra privacy che delle nostre libertà fondamentali (si pensi al Social Credit System cinese). La connettività diffusa registrerà ogni nostro movimento, arrivando persino a prevederli, e l’occhio di un Grande Fratello 2.0, benché invisibile, sarà in agguato ad ogni angolo della città.

Ancora non sappiamo se il cielo sulle città del futuro avrà la forma di uno spicchio spento e vuoto che ci fissa dall’alto; ma quello che dobbiamo ad ogni costo evitare, ammoniva il filosofo Paul Virilio, è che la «Cosmopolis» di ieri possa trasformarsi, definitivamente, in una grigia e totalitaria «Claustropolis» simile in tutto alla Città di Malaquais.  

Jean Malaquais, La città senza cielo, 288 pagine,‎ 20€

Barcellona e le rose sfiorite di Sant Jordi

Il giorno di Sant Jordi è una festa che si celebra il 23 aprile in tutti i Paesi Catalani da Alcoy a Perpignan, da Aragona ad Alghero. È conosciuta come la giornata  del libro e della rosa, simboli di amore e cultura. Per noi catalani è il nostro San Valentino ed è per questo che, dal XIV secolo, è consuetudine regalare in questo giorno una rosa che, secondo la tradizione, sbocciò dal sangue del drago e che il cavaliere San Giorgio, patrono della Catalogna, offrì alla principessa salvata.

Il giorno della rosa è intrecciato con quello del libro, poiché, nel XIX secolo, con il nascere di movimenti culturali-nazionali come la “Renaixença” (Risorgimento catalano), che avevano lo scopo di  recuperare la cultura catalana, sono stati organizzati i Giochi Floreali. Els Jocs Florals era un evento letterario che commemorava i Jochs Florals, che furono celebrati per la prima volta nel XIV secolo alla corte provenzale di Tolosa, al fine di premiare il genere poetico in lingua occitano-provenzale. L’idea era ispirata ai festeggiamenti che si tenevano nell’antica Roma in onore della dea Flora, in cui veniva offerta una  “violeta de fin aur” come premio per la migliore composizione. Ecco spiegato il legame tra il fiore e il libro. Il 23 aprile è una data significativa ed è stata scelta poiché è il giorno in cui Cervantes fu sepolto e Shakespeare morì secondo il calendario giuliano, diventando così una celebrazione della cultura catalana che non si fermò neppure durante la guerra civile. E così il giorno della rosa, i giochi floreali e il giorno del libro hanno coinciso fino ad oggi. All’inizio questa festa era pensata solo per scrittori catalani e successivamente ha incluso anche quelli spagnoli per permettere loro di scambiare le proprie idee con i lettori mentre firmano le copie dei loro libri nel giorno di Sant Jordi. Ma oggi questo giorno è diventato una festa internazionale a cui hanno partecipato autori come James Ellroy, Ken Follett, Philip Kerr, Jo Nesbo, David Foenkinos, Paul Preston, Petros Márkaris e John Banville.

Quest’anno, a causa del Covid-19, la festa non si è potuta tenere e, per non rinunciare a un’iniziativa così significativa per il nostro paese, è stata spostata al 23 luglio. Quello che segue è il racconto di tre diverse giornate, la prima descrive come sarebbe stato un normale giorno di Sant Jordi, la seconda come è stato quest’anno durante la quarantena e la terza la strana atmosfera di una festa spostata di tre mesi.  

Un 23 aprile sognato

“Pip, pip, pip, pip” suona la sveglia molto presto, molto molto presto, come ha detto Guardiola nel discorso di La Creu de Sant Jordi. La mano tasta il tavolo come un cieco una mappa del mondo per scoprire dove si trovano i continenti.  Sussultiamo, ci strofiniamo gli occhi per prepararli alla luce del giorno. Ci alziamo, chi per andare a scuola, chi all’università, chi a cercare un lavoro decente. 

Oggi la gente cammina al ritmo di un allegro jazz, non seguendo più il solito requiem. Oggi le persone non pensano alle cose che devono fare, ma guardano i balconi degli altri che, ricordandosi che è il giorno di Sant Jordi, hanno appeso una bandiera. Si fermano alle piccole bancarelle cosparse del rosso delle rose e iniziano a scegliere. Ne prendono una  due o tre da regalare a qualcuno al lavoro, a qualcuno che gli piace, alla loro moglie o amante. La festa di Sant Jordi è sempre un giorno in cui il sole sorge e le rose sbocciano nelle mani di persone che si muovono da un posto all’altro

È ora di andare al lavoro. Molti degli studenti universitari hanno allestito le loro bancarelle perché oggi è un giorno di vacanza. Nelle scuole viene realizzato uno spettacolo teatrale per spiegare il mito di Sant Jordi: quello secondo cui il drago ha mangiato tutte le pecore di Montblanc e allora il re, per salvare la città, ha fatto un patto per consegnare una persona affinché il drago non mangiasse l’intera popolazione. Ma  si scopre poi che quella scelta nel sorteggio era la principessa, che alla fine è stata rapita dal drago fino a quando è intervenuto per salvarla il grande cavaliere Jordi che, dal sangue del drago ucciso, ha fatto sbocciare una rosa che ha consegnato alla principessa. 

Al giorno d’oggi le ragazze vogliono sempre meno essere principesse salvate da un cavaliere e allora sono nate nuove versioni, come quelle di Santa Jordina, che racconta la stessa storia ma al posto della principessa troviamo un principe e al posto del cavaliere una donna. Nonostante le nuove esigenze femministe e l’emancipazione delle donne, dobbiamo continuare a offrire il dono di una rosa e di un libro. 

Verso mezzogiorno, mentre stiamo lavorando, qualcuno ha la radio accesa. È il messaggio del presidente della Generalitat: «Prima di tutto, congratulazioni a Jordis e Georgines in un giorno speciale come oggi. Il giorno di Sant Jordi è molto importante per la cultura catalana, un giorno che ha continuato a essere celebrato anche nei giorni più bui del nostro paese …. ecc». 

Le strade in questi giorni sono solo pedonali poiché piene di banchetti dove gli scrittori aspettano, pronti ad autografare i loro libri. È difficile che qualcuno non si fermi a comprarne uno o che non si metta almeno a sfogliarlo. Mentre sei sul Passeig de Gràcia a guardare i volumi, le persone  vanno su e giù con le rose sollevando la testa e ammirando la fiorita Casa Batlló piena di rose. 

23 aprile 2020

“Pip, Pip, Pip, Pip, Pip” suona la sveglia, non è così presto, prendi il tuo cellulare e guardi l’ora. Sono le 10:30 del mattino, è il 23 aprile. Solo in pochi hanno inviato rose per messaggio e tutto ciò non è stato altro che un sogno. Non hai molto lavoro da fare e  anche se fosse non avresti bisogno di vestirti in modo decente per uscire di casa. Fai colazione tranquillamente, accendi la TV e senti che non dobbiamo inviare rose per non aumentare il contagio. Il servizio dice anche che le librerie risentiranno restando chiuse il giorno in cui di solito vendono il maggior numero di libri. E così viene deciso che, affinché non perdano quest’occasione, la festa verrà spostata al prossimo 23 luglio. Le rose non possono più essere regalate oggi. Nemmeno saremo in grado di acquistare libri e saremo così costretti a fare ciò che abbiamo sempre voluto fare, ovvero prendere un libro dallo scaffale che un giorno, forse per Sant Jordi, abbiamo comprato e non abbiamo mai finito di leggere. La giornata si concluderà tristemente per non aver potuto celebrare uno dei giorni più belli dell’anno. 

23 luglio 2020

Ti svegli sudato, guardi l’ora e la sveglia non ha ancora suonato. Ti infili come uno zombi sotto la doccia perché non hai dormito bene. È da un bel pò che tenti di uccidere le zanzare che ti hanno massacrato durante la notte. Per curiosità guardi la temperatura: 32 gradi a Barcellona. Viene annunciato un nuovo aumento dei contagi nell’area metropolitana. Prima di uscire controllo di avere il cellulare, il portafoglio, il tabacco… ah! E la mascherina. Metto piede in strada, colpito da un soffio caldo. Indosso gli occhiali da sole ma con la maschera li annebbio e non vedo più nulla. Non riesco a respirare e comincio subito a sudare. La gente cammina al ritmo del requiem, c’è qualcosa di strano. Vedo una sfilata di rose, non so bene cosa si celebri. Passo davanti a una libreria dove c’è un banchetto di libri. Guardo il mio cellulare ed è il 23 luglio. Oggi è il giorno di Sant Jordi ma allo stesso tempo non è il giorno di Sant Jordi. Nessuno si ferma, fa troppo caldo, nessuno compra rose e molti di coloro che erano innamorati adesso potrebbero non amarsi più così tanto.

Cuaderno de bitácora: in viaggio con Julio Cortázar

Estate 1914, poco dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, le truppe tedesche invadono il Belgio. Il 26 agosto dello stesso anno nasce Julio Cortázar a Bruxelles, dove si trova la famiglia, di origini argentine, per motivi di lavoro del padre. In un’intervista del 1973 a RTVE Cortázar farà dell’ironia su come dalla sua nascita bellica sia venuto fuori uno degli uomini più pacifisti di questo pianeta.

All’età di quattro anni Cortázar parte con la famiglia alla volta dell’Argentina e si stabilisce a Banfield, un sobborgo a circa mezz’ora di treno da Buenos Aires, uno di quei quartieri che spesso si ritrovano nei testi dei tanghi. In una lettera l’autore ne parlerà come un un “meta-suburbio”, un luogo dove spesso aleggiava un’atmosfera inquietante, con scarsa illuminazione e strade non asfaltate. Banfield tuttavia affascina il giovane Julio, che lo definisce un «paradiso, in quanto la casa aveva un giardino molto grande che si affacciava su altri giardini». Questo “reino”, che si prestava ad avventure alimentate anche dalla lettura di Poe e Shelley, rimarrà vivo nei suoi ricordi e verrà immortalato nei racconti. In Disincontri Cortázar ce lo presenta così: «un villaggio, Banfield, con le sue vie di terra battuta e la stazione della Ferrovia Dus, i suoi terreni incolti che d’estate brulicavano di cavallette multicolori nelle ore più calde, e che di notte si acquattava quasi timoroso intorno ai rari lampioni posti agli angoli delle strade, con ora qua ora là il fischio dei vigili a cavallo».

Ma in questo paradiso, che segnerà la sua infanzia e la sua adolescenza, Julio, dopo essere stato abbandonato dal padre, ci vivrà fino ai diciassette anni. Questo luogo però ha anche un suo lato infernale, fatto di tristezza e solitudine. Cresciuto in una sorta di gineceo, è qui che Cortázar matura la passione per la musica e la letteratura, suoi rifugi per l’anima.

Questo sentimento di solitudine lo accompagnerà nel corso della sua giovinezza.

Dopo aver frequentato la Escuela normal de profesores e aver ottenuto il titolo di professore nel ’35, e dopo una breve parentesi universitaria alla facoltà di Lettere di Buenos Aires, abbandonata per motivi economici, viene mandato a insegnare a Bolivar, una cittadina sperduta nella pampa polverosa. Qui trascorre due anni in isolamento e, come afferma Miguel Herráez in Dos ciudades en Julio Cortázar, cerca di combattere quel contesto smorto e privo di stimoli grazie all’orchestra di Zerrillo, al mate, alle passeggiate ma anche alla lettura; lo stesso Cortázar confessa: «avevo letto Rimbaud e Keats per non morire troppo di quella tristezza provinciale».

Questo sentimento si perpetua anche a Chivilcoy, altra cittadina della provincia di Buenos Aires. Un’immagine interessante che ricrea bene l’atmosfera della Pampa Cortázar ce la restituisce nel racconto Il Viaggio. A proposito di quest’esperienza Cortázar dichiarò: «A Chivilcoy, ero un giovane insegnante nella scuola normale; vi ho vegetato dal ’39 a ’44. In quella città della pampa appiattita […] quasi mai è successo qualcosa, quasi mai si poteva sentire che la vita era qualcosa di più che insegnare educazione civica agli adolescenti o scrivere all’infinito in una stanza della Pensione Varzilio».

Dopo questa parentesi come professore, al giovane Julio viene affidato un incarico all’Università di Cuyo, a Mendoza, per tenere un corso di letteratura francese. Le scelte di Cortázar in quegli anni sono influenzate dal clima politico. Si assiste all’ascesa di Perón che lo porterà a dimettersi dall’incarico universitario. La sua è una rinuncia, una mossa anticipata, un atto volontario. Cortázar aveva partecipato a una manifestazione antiperonista, ma non era ancora in quegli anni un attivista politico – lo diventerà poi interessandosi alla rivoluzione cubana, subendo quella che Vargas Llosa ha definito una vera e propria “mutazione”.

La concezione del mondo di Cortázar era incompatibile con il peronismo.

Come afferma Herráez, il sentimento che sperimentò Cortázar era qualcosa di diffuso tra molti argentini, in particolare piccolo borghesi, ovvero: «il degrado delle forme culturali e il prevedibile impoverimento delle aspirazioni intellettuali. Il peronismo fu un fenomeno complesso che apportò cambiamenti ma che ha teso sempre più verso l’affermazione di un potere personalista, “violentando” le strutture di un sistema democratico».

In questi anni Cortázar ritorna a Buenos Aires.

Anche la vita portegna è segnata dall’isolamento e l’autore si rifugia nel suo spazio intimo. Herráez scrive: «Dal 1946 al 1951, la vita di Buenos Aires, solitaria e indipendente; convinto di essere uno scapolo irriducibile, amico di pochissime persone, melomane, lettore a tempo pieno, innamorato del cinema, borghese cieco di fronte a tutto ciò che accadeva al di fuori della sfera dell’estetica».

Il ritorno nella capitale non è sufficiente a dare respiro all’autore, il cui il clima sempre più pesante lo porterà a evadere. Il concetto di soffocamento – e di conseguente evasione – viene descritto allegoricamente nel racconto Casa occupata, che scrisse probabilmente di ritorno a Buenos Aires. Ambientato in calle Rodríguez Peña, nel quartiere di San Nicolás, il racconto ci presenta due fratelli ai quali viene occupata la casa. I due si vedono privati sempre più dei loro spazi e oggetti cari, in un crescendo che culmina con l’abbandono definitivo dell’appartamento. Cortázar, che aveva descritto il racconto come frutto di un sogno, tuttavia in qualche modo riconobbe che potesse essere stato il frutto inconscio dell’invasione del suo spazio intimo da parte della forza astratta e metaforizzante del peronismo, che nel racconto diventa l’invasore della casa abitata dai due fratelli, come riporta Herráez.

Cortázar, decide di evadere da questo generale clima di asfissia, sceglie di autoesiliarsi. Finisce così “dall’altra parte”, fa ritorno in Europa, a Parigi, “la ville mitique”, dove nel 1951 ottiene un incarico come traduttore.

Così ricorda i suoi primi anni parigini, dove viene a contatto con un diverso sistema di valori, nuovi modi di pensare: «Le tue lettere mi riportano ai primi anni a Parigi. […] Anch’io ho scritto lettere di sofferenza, per mancanza di soldi, ho anche aspettato l’arrivo di quelle piccole casse in cui la famiglia ci mandava mate e caffè e barattoli di carne e latte condensato, ho anche spedito le mie lettere in barca perché la posta aerea costava troppo».

In questo ricordo riecheggiano le parole di Horacio Oliveira, protagonista di Rayuela (Il gioco del mondo, 1963): «Oliveira preparò dell’altro mate. Bisognava tener da conto quell’erba, a Parigi costava cinquecento franchi il chilo […]. Per fortuna l’avvocato di Rosario – che fra l’altro era anche suo fratello – gliene aveva imbarcati cinque chili Croce di Malta, ma ne rimaneva ormai pochissima. «Se il mate finisce, sono fritto, – pensò Oliveira. – Il mio unico autentico dialogo è quello con il bricco verde». Studiava il comportamento straordinario del mate, la respirazione dell’erba fragrantemente sollevata dall’acqua che poi succhiandola scende fino a posarsi su se stessa, dopo aver perduto ogni lucentezza e ogni profumo a meno che uno zampillo d’acqua la stimoli di nuovo, polmone argentino di ricambio per solitari e tristi». (Rayuela, 19)

Qui emerge il senso di solitudine e incertezza che prova il protagonista, uno studente borghese e portegno che lascia l’Argentina, con tutte le inquietudini e i desideri per approdare oltreoceano in cerca di una risposta, del “Centro”. Horacio scappa, cerca risposte altrove: «Se qualcosa aveva scelto fin da giovane era il non difendersi mediante la rapida e affannosa accumulazione di una «cultura», trucco per eccellenza della classe media argentina per sottrarre il corpo alla realtà nazionale e a qualsiasi altra ancora, e credersi al riparo dal vuoto che la circondava». (Rayuela, 3)

Horacio si perde in una Parigi brulicante, effervescente dal punto di vista culturale, vorticosa, dove l’autore “in pieno appagamento precario”, si immerge: «tesi la mano e toccai il gomitolo Parigi, la sua materia infinita avviluppante su se stessa, il magma dell’aria e di quanto si disegnava nella finestra, nuvole e abbaini». (Rayuela, 2)

Nella capitale un pomeriggio avviene l’incontro con la magaa – Lucia, una donna di umili origini emigrata da Montevideo – che diventa una sua ossessione: «Quel pomeriggio tutto andò male, perché le mie abitudini argentine mi vietavano di passare continuamente da un marciapiede all’altro per guardare le cose più insignificanti nelle vetrine debolmente illuminate di non ricordo più quali strade». (Rayuela, 1)

Proprio con l’interrogarsi del protagonista sulla possibilità di incontrare la Maga si apre Rayuela, apertura che si presta per offrire un ritratto della Parigi della Rive Gauche, del Pont des Arts, del Quai de Conti, di quell’intricato reticolato geografico in cui si perde il protagonista nel tentativo di incontrare la maga “per caso”. Una Parigi di cui ci vengono offerte impressioni, pennellate, itinerari.

Le peregrinazioni di Horacio, con un atteggiamento un po’ da flaneur tra i quartieri di Parigi – la rive Gauche, Belleville, Marais, le soste nei bar e davanti ai bouquinistes, la sua relazione sentimentale con la Maga, le gelosie, i raduni del Club del Serpente, le disquisizioni sull’arte, la metafisica, la musica (l’eccitazione per il Jazz), il surrealismo, la pittura, sono la materia della prima parte di Rayuela.

Questo spaccato di vita parigina ci rimanda un po’ ai Passages parigini amati dai flaneurs della Parigi moderna, ma anche alla Parigi anni ’60 descritta da Perec in Le cose, dove Sylvie e Jérôme, due ragazzi che inseguono il loro sogno materiale, passeggiano attratti dalle vetrine, camminando lentamente: «Di fermata in fermata, antiquari, librai, negozi di dischi, le liste esposte dei ristoranti […]: lì riponevano le loro ambizioni e le loro speranze». Va inoltre ricordato che Rayuela esce nel 1963, un’epoca tesa a livello geopolitico (l’indipendenza dell’Algeria, crisi dei missili di Cuba, etc).

La Parigi ha anche una doppia anima per Cortázar: quella in superficie e quella sotterranea.

Quest’ultima affascina l’autore proprio perché vi percepisce una temporalità altra, come sospesa: cambia il sentimento del tempo. Anche Calvino ne subirà il fascino e vi proietterà il suo “sogno d’essere invisibile”: “questa folla in cui posso osservare tutti a uno a uno e nello stesso tempo essere invisibile” (Un eremita a Parigi).

Proprio di questa sensazione ne parla il sassofonista Jhonny Parker, protagonista del racconto Il persecutore: «La questione è che io avevo preso il metro alla stazione di Saint-Michel e subito mi sono messo a pensare a Lan e ai ragazzi e vedevo il quartiere. Appena mi sono seduto mi sono messo a pensare a loro. Ma nello stesso tempo […] ho visto che dopo un minuto, suppergiù, arrivavamo all’Odéon […]. Allora com’è potuto succedere che io abbia pensato un quarto d’ora?».

Ma in questa Parigi vibrante, una “gigantesca opera di consultazione” come la definì Calvino, Horacio, che si muove “come una foglia secca”, non riesce a soddisfare la sua ricerca e la scomparsa della Maga lo porterà a tornare “da questa parte”, a Buenos Aires, facendo un balzo su un’altra casella del suo gioco del mondo.

Qui ad aspettarlo ci sarà il suo amico Traveler, con la moglie Talita (sorta di doppio della coppia Horacio-Maga). Ma tra il mate, le sigarette e il circo, Horacio è cupo, non riesce a fare a meno di criticare Buenos Aires, “una puttana agghindata”, che lui sente ormai inconciliabile ma per la quale nutre al contempo un’immensa “carica d’amore”. Qui giungerà alla consapevolezza che «il ritorno era in realtà l’andata e in più d’un senso e che era lontano dal suo paese più di quanto non lo fosse in Europa» (Rayuela, 40).

E questo è anche un po’ il sentimento di Cortázar quando farà ritorno a Buenos Aires, nel suo ultimo viaggio del 1983, per visitare la madre dopo la caduta della dittatura – era stato infatti dichiarato come “persona non grata” nel 1976 dalla Junta Militar –  e l’ascesa al governo di Raúl Alfonsín.

Anche le due città si confondono quasi e in fin dei conti «a Parigi, tutto era per lui Buenos Aires, e viceversa; all’apice dell’amore pativa e accettava la perdita e l’oblio». (Rayuela, 3).

E la sua ricerca non lo porterà al Centro, tantomeno alla Maga – che proietterà sulla figura di Talita – lo continuerà ad accompagnare invece quella nostalgia, quel sentimento tipico anche del tango portegno, di cui mai si libererà: «Ma ogni tanto erano tristi perché capivano, anche se vagamente, che ancora una volta ridere era un espediente estremo contro la malinconia portegna e una vita senza troppi». (Rayuela, 37)

Horacio proverà anche il suicidio, giungendo alla conclusione che nemmeno quel gesto estremo lo porterebbe alla risoluzione. Come afferma Cortázar stesso, Oliveira è un uomo la cui meta “non è definita, né definitiva” e il Centro per lui è «quella dimensione nella quale l’essere umano, individuale o collettivo, può reinventare la realtà. Di conseguenza Oliveira “distrugge tutto al suo passaggio. Butta via tutto: donne, cose, tempo, città» nella speranza di poterla reinventare. Il salto, il ritorno, nulla è risolutivo.

Per tornare alla vita di Cortázar, Oliveira compie il percorso inverso del suo autore, il quale cerca – e poi trova – a Parigi quel respiro, quella spinta, motivazione che non trovava in una Buenos Aires asfittica.

In un’intervista al giornalista peruviano Alfredo Barnechea, Cortázar dichiara: «Buenos Aires mi aveva tolto l’aria ed è stata Parigi a permettermi di guardare con occhi totalmente nuovi il mio paese e l’America latina. Parigi, o meglio l’Europa, mi aprì un orizzonte totale, planetario, che non avevo a Buenos Aires».

Infine il viaggio di Cortázar si conclude nel 1984, prima di un ritorno progettato per Buenos Aires e dopo una delle sue ultime tappe, quella che ha definito “una interminable fiesta de la vida”: il viaggio sull’autostrada Parigi-Marsiglia dell’82 con la compagna Carol Dunlop, di cui rimane una sorta di diario ne Gli autonauti della Cosmostrada.

Tintinnio

Ero arrivata alla chiesa di Santa Chiara con Mirella, mia sorella, e zia Bianca, la sorella non sposata di mio padre, che viveva insieme a noi. Ricordo che guardavo verso l’alto, a quelle pareti e a quelle colonne, che ai miei occhi di bambina di sette anni sembravano innalzarsi fino al cielo. Il cielo, dall’interno della chiesa, si vedeva, poiché a causa dei bombardamenti il tetto era crollato.

«Betty non restare lì impalata, è pericoloso. Vieni, usciamo» mi richiamò zia Bianca. Uscimmo dalla chiesa e ci affacciamo su piazza del Gesù Nuovo. La sensazione che avevo era quella di ritrovare Napoli, la mia città, come un ferito grave che vorrebbe essere dimesso dall’ospedale, ma non ne ha ancora le forze. Il martirio era durato tantissimo. E durante quel tempo io e la mia famiglia avevamo vissuto da sfollati. Lontani dalla città e dalle bombe.

Su piazza del Gesù non c’erano altro che macerie e un gran sole, quel sole che avvolge sempre Napoli. Alcuni uomini raccoglievano pezzi di cemento e di ferro e, passandoseli di mano in mano, li caricavano su piccoli carretti sgangherati. Non ho mai più visto una solidarietà così spontanea e profonda. Avevamo quasi oltrepassato la piazza, quando mi chinai su un ammasso di macerie e raccolsi una pietra. La porsi a un signore che reggeva un carretto. «Grazie assai» disse, mentre zia Bianca cominciò a gridarmi di smetterla di stare con la testa tra le nuvole. Tornai da lei, che mi tirò forte a sé.

Quel giorno passeggiammo in lungo e in largo per il centro storico. Qualche piccolo negozio cominciava a riaprire e tutti erano felici. La libertà aveva un sapore commovente.

«Arriviamo fino a Port’Alba» disse zia Bianca. Port’Alba era il posto dove la mamma comprava i libri. Un’intera strada che su ambo i lati aveva negozi di libri nuovi e usati. Arrivammo fino alla fine della via, sotto l’arco che affacciava su piazza Bellini. Lì c’era una vecchietta con un carretto che friggeva panzarotti. Con l’eleganza che la contraddistingueva, zia Bianca prese dalla tasca uno dei suoi fazzoletti ricamati, si tolse gli occhialoni da vista e si asciugò le lacrime. Poi tossì e con tono materno ci disse: «Bambine, vi vanno due panzarotti, prima di tornare a casa?». Così li mangiammo e mi sembrarono la cosa più buona del mondo, rispetto alla fecola di patate o a quelle altre cose orrende a cui c’eravamo abituati durante la guerra.

Poi ci incamminammo verso casa. La strada era lunga fino a via Martucci. La città era dolente e distrutta. I napoletani, invece, per indole, erano sorridenti e già intrallazzavano per strade e viuzze.

Verso la fine di via Toledo, trovammo una grande folla. C’erano tantissimi soldati. Su piazza del Plebiscito era stato montato un palco. La gente applaudiva e incitava gli oratori. Zia Bianca cercava di farsi spazio tra la folla e di tenerci strette a lei. A un certo punto si fermò ad ascoltare. Io non vedevo nulla, se non le gambe grassocce della signora ferma davanti a noi. Improvvisamente un uomo si chinò di fianco a me. Aveva un’espressione che parlava di sofferenza, speranza, forza. Indossava una divisa militare. Ormai ero abituata a vedere in giro per la città soldati, che fossero italiani oppure tedeschi, ma una divisa come quella non l’avevo ancora mai vista. Era verdina e abbastanza semplice. Le sue mani erano sporche, tutte nere, come il suo viso. Aveva un taglio sul sopracciglio e un sorriso così tranquillo, che mi sembrava di conoscerlo. Mi sfiorò il braccio e mi porse un sacchetto di iuta tintinnante. Zia Bianca subito si accorse dell’uomo e mi trasse a sé, ma io feci in tempo a nascondere il sacchetto nella piccola cartellina che avevo con me.

«Come si permette? Cosa stava facendo a mia nipote?» disse la zia. «Scusa. No capisco» disse il soldato. «Vabbè, vabbè. Quando volete voi, lo sapete parlare, quando invece non vi conviene allora dite di no. Jamm’ bell’ bambine, andiamo». L’uomo mi sorrise. Mi sembrava un eroe, un gigante. Mi guardò andare via e mi salutò con la mano. «Tu sembrare mia piccla figlia in Oklahoma. Ciao» disse.

Lungo il tragitto fino a casa zia Bianca era infuriata e continuava a lamentarsi con me e Mirella per il fatto che quell’uomo ci avesse importunate. La gioia per il panzarotto e per la liberazione della città le era già passata. Zia Bianca era così. Umorale fino al punto più profondo del suo cuore. Io, invece, non riuscivo più a parlare. Avevo una paura tremenda per il mio segreto. Perché avevo portato con me il regalo di uno sconosciuto.

Finalmente dopo tanto peregrinare, salimmo le strette scale del nostro palazzo e arrivammo a casa. Mio padre, di ritorno dal paese dove eravamo stati sfollati, non era ancora riuscito a trovare una casa solo per la nostra famiglia. Così vivevamo insieme a tutte le sorelle di mia madre. Ricordo che c’erano due grandi stanze piene di letti. Con noi abitavano anche mia nonna materna, zia Adriana, zia Antonietta, zia Maria, zia Rita, zio Carlo e il figlio di zia Maria, mio cugino Paolo. In pratica non si stava mai soli. C’era sempre qualcuno che cucinava, qualcun altro che chiacchierava o giocava a carte e il bagno era sempre occupato. E poi c’era mia nonna paterna. Una donna elegante, austera. Non aveva mai un capello fuori posto. Era molto severa con me e Mirella e per niente affettuosa.

Di ritorno dalla passeggiata con zia Bianca, Mirella ed io corremmo al letto che condividevamo. Io appesi la cartellina alla testata del letto. Un tintinnio, proveniente dalla cartellina, riempì il silenzio. Nella stanza c’era soltanto mia nonna paterna, che guardava fuori dal balconcino e che improvvisamente si girò verso di noi. «Cos’era quel rumore?» disse. «Niente, nonna. Non vi preoccupate» rispose Mirella. Io istintivamente afferrai la cartellina e cercai di nasconderla sotto il letto, ma la nonna mi vide. Venne verso di me, la prese e la aprì. Trovò immediatamente il sacchetto che mi aveva dato il soldato. Dentro c’era una manciata di monete. 

Ancora oggi ho chiara nella testa l’espressione che fece mia nonna. Spinse gli occhi all’indietro, allargò le narici ed emise un lungo sospiro. Mi mise una mano sulla testa. «E questi dove li hai presi? Li avete rubati?» mi chiese. «Nonna non li abbiamo rubati. Me li ha dati un signore stamattina. Un soldato che non parlava l’italiano. Zia Bianca non lo sa. Per favore nonna non glielo dite» risposi. «Non glielo dirò, ma queste monete le devi subito andare a buttare. E poi se è stato un soldato americano, sono simbolo di cose non buone. Vogliono comprare anche i sorrisi dei nostri bambini adesso» disse con tono severo. Feci un cenno di accondiscendenza con la testa e presi il sacchetto dalle sue mani. Intanto Mirella era rimasta a bocca aperta tutto il tempo. La presi per mano. «Accompagnami» le dissi.

Scendemmo giù lungo quelle scale strette con il sacchetto che ancora tintinnava. Io e mia sorella ci scambiammo un lungo sguardo d’intesa, ma anche di rammarico. Avevamo un piccolo tesoro tra le mani, ma non potevamo usarlo. Avremmo potuto comprare della cioccolata oppure finalmente una nuova bambola, poiché eravamo in due e ne possedevamo soltanto una molto vecchia, per la quale litigavamo in continuazione. «Non buttarlo» disse Mirella. «Non lo so. Ho paura che la nonna si arrabbi con me» risposi. «Nascondiamolo» disse. Ci scambiammo uno sguardo di sfida e complicità. «No, dai. Dove lo nascondiamo? E se poi la nonna ci scopre?» dissi io. «Sarà il nostro segreto. Promettiamolo» rispose lei.

Ci pensai un attimo. Già mi vedevo la nonna metterci in punizione o ancora peggio fare la spia con nostro padre.  Era un carabiniere, ligio al dovere e molto severo. Un uomo d’altri tempi. Una persona tutta d’un pezzo. «E se lo scopre papà? Lo sai che lui odia i soldati che non parlano l’italiano» dissi io. «Nessuno lo saprà» rispose Mirella.

Nel cortile, proprio sotto le scale, c’erano alcune mattonelle divelte. Ne ero sicura, perché quando giocavamo a nascondino nel cortile, quel posto sotto le scale era quello in cui amavo di più nascondermi. 

«Possiamo metterle dietro quelle mattonelle un po’ rotte che ci sono sotto le scale» dissi a mia sorella. «Va bene» rispose lei. Così ci chinammo sotto le scale. Spostammo una grande mattonella insieme e riponemmo il sacchetto lì dentro. Poi richiudemmo la fessura.

Ci sedemmo su uno degli ultimi scalini, che davano sul cortile, e rimanemmo lì in silenzio a fissare il vuoto per un po’. Come se fossimo entrambe rimaste a fare la guardia al nostro piccolo tesoro. Poi arrivò il buio e decidemmo di tornare a casa. Risalimmo su e andammo dalla nonna a dirle che avevamo buttato il sacchetto. Per noi era stato un gesto doloroso, invece la nonna se n’era già dimenticata e giocava a carte con le zie. Io e Mirella non parlammo più di quella storia, né tra di noi, né con la nonna. Dopo pochi mesi nostro padre trovò una casa tutta per noi a via San Pasquale e vi ci trasferimmo, insieme a zia Bianca e alla nostra glaciale nonna paterna. Il sacchetto con le monete rimase lì nel palazzo di via Martucci.

Qualche tempo fa, passeggiavo con mia nipote su quella strada e il portone del palazzo dove abitavo era semiaperto. Il portiere stava spazzando il cortile dalle foglie. Le scale erano nello stesso punto, ma erano nuove, ben tenute. Mi sono fermata a osservare. «Cos’hai nonna?» mi ha chiesto mia nipote. «Nulla. Abitavo qui subito dopo la guerra. In questo palazzo» risposi continuando a camminare. 

Non ho avuto il coraggio di entrare e di andare a cercare il nostro sacchetto tintinnante.

“Decoro Urbano”: camminare verso la danza nella città di Palermo

Sono le otto meno dieci del primo luglio. Scendo dalla casa di mia madre vicino al Monte di Pietà e mi incammino verso la piazza del Tribunale. Il caldo è leggermente diminuito e ad ogni passo spero che il vento inizi a soffiare un po’ più forte. Nonostante la vicinanza con il mare, amico e nemico, unica speranza da attraversare per chi arriva dall’altra parte del Mediterraneo, in questa città si respira poco. 

L’estate qui è giungla notturna, ma di giorno le persiane delle case sono chiuse. Chi deve ancora lavorare lo fa con fatica. La pressione sanguigna si abbassa e sale il nervosismo, soprattutto nei quartieri popolari.  

Chi vive al centro storico lo sa: non è vero che i panni sporchi si lavano in famiglia, le liti dei vicini sono un affare che riguarda tutti, ma nessuno può intervenire. A volte le battaglie tra un balcone e l’altro sono musicali: neomelodica napoletana. Chi avrà lo stereo più potente? Sicuramente non io, che cerco di con-tra-stare il caos con la chitarra e la voce dolce di Nick Drake o addirittura con della musica classica. In questo clima scendere le scale e pensare di andare a danzare è un sollievo. 

Foto di Simona Bua

L’appuntamento di Decoro Urbano oggi è a Piazza del Tribunale, il cui vero nome, scopro soltanto adesso, è Piazza Vittorio Emanuele Orlando. In questa città sono tante le strade e le piazze che chiamiamo con nomi diversi. Sto risalendo la via del mercato del Capo, le botteghe sono in chiusura, i banchi del pesce, della carne e della frutta hanno lasciato la loro spazzatura ai bordi della strada e i gatti ne approfittano. Loro non scivolano sulle “balate”, al contrario di noi umani, che abbiamo sandali e infradito.

Più tardi, verso mezzanotte, un camion della nettezza urbana verrà a ritirare tutto e il mercato sarà pronto per un nuovo inizio, per nuove e antichissime “abbanniate”. 

Un ragazzo viene verso di me e mi chiede di spostarmi. Stanno girando una scena di un documentario, non apparirò fra le comparse. Devio per non intralciare le riprese, mi infilo in una stradina poco più larga di due persone messe fianco a fianco. Tra l’asfalto rovinato e alcuni stenditoi per panni poggiati sul marciapiede delle case, si nasconde un ristorante elegante  con grandi tavoli e candelabri. Non lo avevo mai visto: ancora una volta Palermo mi ricorda il suo carattere contrastante.  

Sono arrivata. Gruppi di bambini e ragazzi di ogni etnia giocano sulla pista da skateboard, altri si passano un pallone sulla Piazza. Resto vigile per riconoscere i miei e le mie simili. Dopo pochi minuti arrivano le prime persone, alcune le conosco, altre no, ma ci avviciniamo comunque. Quando qualcuno ha voglia di danzare, si vede da come cammina. L’insieme dei nostri corpi adesso è riunito, il capitolo terzo di Decoro Urbano ha inizio.

Foto di Simona Bua

Danziamo e i bambini si avvicinano a noi, smettono i loro giochi incuriositi dalla novità. Noi li integriamo al nostro movimento, impariamo da loro che imparano da noi. Uniamo l’architettura dello spazio alla nostra danza, come quelle colonne alte e grosse del Tribunale. Ci scambiamo di posto, giochiamo sui livelli e sulla relazione tra le persone e lo spazio della città. Integriamo la politica: siamo corpi di diversa provenienza, cultura, religione, genere, storia, età,  impegnati in una coesistenza che crea resistenza, preparati al dono e all’incertezza.

Per rubare le parole a Donna Haraway, Decoro Urbano è un po’ come “generare parentele nell’imprevedibilità della parentela”. Non sappiamo mai quanti saremo ai nostri incontri (che anche dire “nostri” è in più, il Decoro Urbano è di chi lo fa) chi proporrà cosa, se avremo a che fare con e con quali fattori esterni (lo smog, la spazzatura, i gabbiani, i piccioni, la pioggia, i commenti e i dispositivi dei passanti che a volte ci immortalano a nostra insaputa, l’acqua delle fontane, le piante…) ma la certezza è che il desiderio di inclusione e accettazione dello stato presente, dell’imprevisto, sia alla base dell’ascolto delle nostre danze. 

Foto di Simona Bua

Conviviamo quotidianamente con un problema: la nostra città non ha uno spazio pubblico per le arti coreutiche e questo, scopro adesso, è il desiderio di molti, nonché il mio. Se questo spazio non c’è, intanto danziamo la città, nel desiderio di crearlo al più presto. Non c’è gerarchia e non ci sono capi: prendere e dare è l’unica regola. Dimostriamo a noi stessi prima di tutto quanto l’interscambio sia l’essenza di ogni società che si voglia dire libera. 

Dopo il periodo di chiusura, la paura del contagio, la moltitudine di morti, questo è un modo per rincontrarsi e ricominciare, se pur nel rispetto delle regole. Un modo per superare un trauma collettivo che più che dimenticare, abbiamo bisogno di elaborare insieme. Decoro Urbano però non nasce alla fine del lockdown, ma  ad aprile del 2019. Emilia Guarino, danzatrice, insegnante e co-fondatrice dell’associazione culturale D.I.A.R.I.A a Palermo, mi chiama al telefono all’indomani della vittoria della Lega alle elezioni Europee. Era da poco venuta fuori la notizia del rafforzamento del “decreto sicurezza”, un’idea del ministro dell’Interno in nome anche del “decoro urbano”, che prevedeva l’esclusione dallo spazio pubblico di gruppi sociali indesiderati a causa del loro comportamento sgradevole. Una crociata decisa a smantellare poveri, abusivi, clandestini, militanti, attivisti, occupazioni abitative e sociali, a favore di una “dignità delle città italiane”, ma in realtà con un unico grande scopo: la turistificazione e la privatizzazione degli spazi per il consumo. La città che si fa prodotto per ricchi e possibilmente bianchi. Rispondo. Mi ricordo che stavo giusto attraversando la piazza del Tribunale. Faceva caldo e anch’io ero arrabbiata per le elezioni. Emilia mi dice chiaramente che dobbiamo fare qualcosa, utilizzare la nostra arte per contrastare queste assurdità. Purtroppo di lì a poco sarei partita per Roma, ma il Decoro, quello vero, ha avuto inizio. I primi membri sono stati Emilia Guarino, Marta Romaszkan, Laura Strack, Emran Mohamed e Lamin Jarju. Dopo alcuni incontri al Foro Italico, il Decoro Urbano appare pubblicamente in occasione del “Ballarò Buskers” nell’Ottobre del 2019, un festival di arte di strada che si ripete a cadenza annuale all’interno del Mercato storico di Ballarò. 

Foto di Simona Bua

Adesso sono tante le persone che partecipano. Ho la sensazione che ad ogni incontro diventino sempre di più. Dopo un primo appuntamento sul grande prato del Foro Italico in riva al mare, Decoro Urbano ha sentito l’esigenza di essere mobile sia in termini spaziali che temporali. Una mattina alle 7.30 a Piazza S.Anna, poi di fronte al Tribunale e ancora a Piazza Garraffaello, nel cuore del vecchio Mercato della Vucciria, alle 20.00.   

Foto di Simona Bua

Quando la sera finiamo di improvvisare o di comporre istantaneamente, la luce è andata via. Vediamo il sole sparire lentamente e i lampioni si accendono, l’atmosfera si trasforma, il caldo afoso un po’ diminuisce e il vento soffia sul nostro sudore.

Le bimbe e i bimbi più vispi continuano a ballare e ci chiedono di non smettere così presto. In realtà è passata più di un’ora e mezza. Dalla parte alta della Piazza del Tribunale, che è divisa su due grandi piani separati da una scalinata stretta, si affacciano alcune persone incuriosite. Mentre mi arrampico sullo scivolo per lo skateboard e rotolo giù come se fossi una pietra che scende a valle da una montagna, sento le voci di alcuni  signori perplessi che commentano le nostre azioni. Un po’ ci prendono in giro, ma restano comunque incollati all’atto di osservare, sono con noi. Il loro giudicare entra a far parte dei miei movimenti. Ridono. Anche i nostri corpi ridono. Finisco la mia danza insieme a una bimba indiana che mi imita nelle mie arrampicate e poi io imparo la sua danza delle onde, me la spiega senza parlare e senza parlare ci fermiamo, troviamo la stasi dopo tanto movimento, dopo aver interagito con quante più cose possibili. Nessuno dice “fine” , la fine è organica e l’applauso successivo è spontaneo. 

Foto di Simona Bua

Prima di andare via scegliamo l’orario, il giorno e il luogo dell’incontro successivo. Alcuni di noi poi, a casa, scriveranno qualcosa per testimoniare ciò che è successo. L’idea è di creare un piccolo archivio di danze urbane grazie alla scrittura, ai video e alle fotografie. Saluto e ringrazio chi c’era e mi incammino verso casa. Laura e Lamin percorrono una parte di strada insieme a me. Lamin, che è del Gambia, mi racconta come si cucina il Maafe, un alimento base dell’Africa Occidentale, ho voglia di imparare a cucinarlo. Poi ci salutiamo.

Penso a quanto sia ricca di culture Palermo e a quanto io abbia ancora da imparare. I locali sono aperti, inizia la confusione della sera, il rumore di birre e bicchieri, di voci sole e corali; inizia quella che qui a Palermo siamo soliti chiamare “vucciria” (confusione). Negli ultimi cinque anni sembra che questa città non abbia fatto altro che aprire nuovi pub e ubriacarsi, se si cammina la sera per le vie del centro, sembra che non ci siano altri scopi. Hanno chiuso botteghe, ferramenta, calzolai, negozietti di piccoli artigiani che caratterizzavano il cuore della nostra città e hanno aperto bar su bar e ristoranti su ristoranti. A volte, per questo motivo, nemmeno io, che sono cresciuta qui, mi sento più a casa ma poi mi ricordo che Palermo è tanto altro, come stasera me lo ha ricordato Decoro Urbano. 

Sono arrivata. Apro il portone e salgo le scale. I vicini hanno smesso di litigare e nell’aria c’è odore di basilico e vacanza.

Foto di Simona Bua

Foto di copertina: Simona Bua

“Absolutely nothing” di Giorgio Vasta e Ramak Fazel: se il linguaggio sfida il deserto

This is the dead land

This is cactus land

Here the stone images

Are raised, here they receive

The supplication of a dead man’s hand

Under the twinkle of a fading star.

T. S. Eliot

«ABSOLUTELY NOTHING – NEXT 22 MILES» è la dicitura meticolosa e spaesante di un cartello giallo piantato da qualche parte in California, a segnalare che di lì in avanti – per 22 precisissime miglia – non ci sarà niente. Solo un deserto amorfo, senza contorni riconoscibili con cui rinfrancarsi. Immaginando di dover dare un volto geofisico alla Waste Land di T. S. Eliot, potremmo rivolgerci all’elenco di ghost town e luoghi abbandonati che Giorgio Vasta e Ramak Fazel hanno raccontato, muniti l’uno di penna e l’altro di macchina fotografica analogica, in Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani. Il titolo, inglobando il paradosso, raccoglie la sfida che uno spazio ineffabile – quello desertico – pone alla lingua. Dalla California alla Louisiana, passando per il Nevada, l’Arizona, il New Mexico e il Texas, lo scrittore palermitano e il fotografo americano di origini iraniane, in compagnia della fotografa e responsabile del progetto editoriale Giovanna Silva (i suoi scatti, in bianco e nero, si trovano all’interno del testo, mentre quelli di Fazel sono raccolti alla fine), hanno attraversato le sconfinate estensioni americane con l’obiettivo di inseguire gli spazi perduti, spopolati o disabitati, per scoprire cosa accade a un luogo quando la presenza umana si attenua divenendo minoritaria o esaurendosi del tutto.

Può capitare, come esercizio infantile o come inciampo della percezione, di chiedersi se ciò che vediamo continui a esistere ostinatamente anche quando distogliamo lo sguardo. La domanda sembra retorica: in fondo non siamo noi a dare consistenza alle cose. È però il punto di vista umano che riconosce, identifica e definisce, laddove, nella più totale assenza di coscienza cosmica, ogni luogo potrebbe essere indiscriminatamente uguale all’altro.

Prima ancora che con l’avvento della pandemia fossimo tutti costretti a fare i conti con strade e città vuote, Giorgio Vasta si è posto il problema della definizione linguistica degli spazi segnati dall’abbandono, che nel caso dei “deserti urbani” americani diviene una forza progressiva e inarrestabile. In questo reportage, sconfinato in corso d’opera in romanzo dai tratti finzionali, a fianco dell’io narrante ci sono due comprimari molto diversi tra loro: lo scapigliato Ramak – camicia hawaiana, bermuda e mocassini – incarna la giusta quota di improvvisazione all’interno dell’itinerario, mentre Silva rappresenta un polo centripeto di razionalità, sempre pronta a dispensare virgilianamente dati e notizie sul luogo visitato e a riportare la bussola del viaggio verso la meta prestabilita. Tappa dopo tappa, tuttavia, diviene evidente che la linearità – geografica e narrativa – è poco più che un miraggio; al suo posto, imperioso e irriducibile, un senso dominante di scomposizione e disordine primigenio.

I deserti di Absolutely Nothing sono tali perché lasciati a se stessi, crepati dall’assenza dell’uomo e restituiti quasi interamente allo strapotere degli agenti atmosferici. Le presenze umane residuali sono ombre lunghe di un già stato che orbita pericolosamente intorno al buco nero dell’annientamento. Come baluardi diroccati di fronte all’inesorabilità del tempo, impegnato a disfare ciò che l’uomo ogni volta si accanisce a ricostruire, questi luoghi assumono i connotati di gironi danteschi; si tratta però di un limbo dove l’orrore è lento e la corrosione si consuma in tempi lunghissimi, dove nessuna eroica fiamma arde tragicamente, mentre s’incontrano case già arse, annerite da incendi di cui si è persa la memoria.

La conformazione dello spazio obbliga la narrazione a disallinearsi, confondendo le date del viaggio e infrangendo il tradizionale sviluppo rettilineo del diario di bordo: la possibilità di un incedere diacronico che rimetta in ordine i nomi dei luoghi e delle persone non è data, resta solo un vorticoso e fluttuante in medias res. Space absorbs everything, sentenzierà Ramak. Il libro si apre (quasi programmaticamente) nel segno della sparizione, con un furto onirico: il narratore sogna di venire derubato, ma non può sporgere denuncia perché non ricorda che cosa gli sia stato sottratto. «Lo sfacelo», preciserà Silva, «è un modo: non il modo»; eppure lo sguardo di Vasta è disciplinato da una modalità di conoscenza delle cose che procede non dalla loro immanenza, bensì dalla loro mancanza. «A posteriori», scrive l’autore, «mi sembra che non trovare quello che si cerca perché non si sa di doverlo cercare proprio lì, non vedere quello che c’è, scoprire solo dopo come stanno le cose – tutto ciò, malinconicamente, mi riguarda». Il vuoto dello spazio esterno si trova così a riflettere una condizione della mente, un absolutely nobody che si configura come un buco nell’architettura del pensiero, una lacuna che è contemporaneamente oggetto di indagine e di rifiuto.

Come nelle aride distese del Mojave salta il nesso logico tra punto di partenza e punto di arrivo, così nella gran parte delle città americane manca uno dei concetti più familiari e confortanti per gli abitanti del vecchio continente, quello di centro: nell’assenza di un nucleo da cui tutto si origina concentricamente, «il disorientamento è prima di tutto culturale». Le “colonie umane”, da Los Angeles a Bombay Beach, reagiscono assumendo esse stesse l’immagine del deserto; l’azione umana non si illude di dominarlo, ma se ne fa propaggine secondo una logica di «continua reversibilità». Qui ogni conquista è provvisoria; il deserto, «irredimibile», tornerà a reclamarla. Si evidenziano in tal modo le falle dell’attitudine proprietaria esercitata dall’uomo sullo spazio (la nostra città, le nostre cose): un inganno sentimentale che ci porta a tentare di chiudere in una sintassi possessiva l’eterno transitorio. Ancora una volta la differenza di sensibilità si gioca sul piano del linguaggio: in Europa le rovine sono le orme dense di significato di un passato che si vuole mantenere acceso, attraverso un processo di storicizzazione e musealizzazione; le rovine americane si comportano invece come macerie, alle quali gli abitanti riservano un trattamento quotidiano, quasi banale: «negli Stati Uniti lo spazio distrutto è […] comune, laico, normale».

Le biografie urbane raccontate da Giorgio Vasta seguono uno schema ricorrente che inizia con un’ascesa, esplode in un momento apicale, si frattura con la produzione di un trauma e infine sfuma nella decadenza. Ma se è possibile fantasticare mitopoieticamente sull’origine di un luogo (basta pensare ai miti di fondazione), individuarne la fine è impossibile, poiché si tratta di un processo «potenzialmente infinito». Llano del Rio, Shafter, Daggett, Calico, Lake Dolores e Trotter Park sono solo alcune delle località su cui il tempo ha agito crudelmente, umiliando e vanificando l’umano bisogno di nominazione, così radicale da caratterizzare già le prime fasi dell’infanzia. I tre protagonisti si aggirano in queste increspature spazio-temporali, veri e propri quadri di «persistenza della memoria» che costituiscono un’anomalia rispetto al ticchettio regolare dell’orologio umano.

Crediti: (WT-de) Mistoffeles

Un esempio eclatante è il Salton Sea, lago originato dall’inondazione di una pianura da parte del fiume Colorado, che ai tempi di massimo fulgore rappresentava un’attrazione turistica in grado di rivaleggiare con Palm Springs. Poi è arrivato l’inquinamento, lo spopolamento degli stabilimenti, la contrazione delle acque e la dispersione di acido solfidrico nell’aria. Tra l’odore di putrefazione e la progressiva fossilizzazione delle carcasse dei pesci, i passi impressi sulla sabbia screpolata segnano l’ingresso in una dimensione non più umana, dilatata e inaccessibile, quella della consunzione incontrastabile, dei tempi iperbolici della geologia.

Crediti: Circe Denyer

Lo smisurato spazio nordamericano non è però solo quello delle aporie spaziali, ma anche dell’infinita rete di riferimenti culturali che ne plasmano ogni angolo: fonti letterarie, cinematografiche e musicali rendono anche gli ambienti più anonimi massimamente «memorabili», dal momento che «ovunque è successo qualcosa, in ogni luogo minimo e negletto qualcuno è nato oppure è morto o ci è passato o c’è stato girato un film o un video, tutto lo spazio è connotato e significativo». Dalla Venice Beach di Jim Morrison e Ray Manzarek alla lynchiana Mulholland Drive, l’America è puntellata di interruttori narrativi pronti per essere attivati. Perfino un chiosco sperduto nel deserto, il Desert Market, può vantare di essere saldamente collegato a qualcosa, che nel caso specifico è il video di My Favourite Game dei Cardigans, girato nel tratto della vecchia Route 66 che passa da quelle parti. Nel narrare se stessa e i suoi miti (la conquista del west, il denaro, il progresso), in uno spazio grigio che attenua i confini tra le malferme categorie di verità e finzione, l’America riguadagna consistenza, opponendo all’informe dilagante un secco segno di individuazione. Così pure gli aedi del deserto incontrati da Vasta, Ramak e Silva – proprietari di bar, guide in musei insoliti (come l’Ufo Museum di Roswell o il Neon Museum, cimitero di scritte e insegne provenienti da tutto il Nevada) – si delineano come sagome (s)radicate, ansiose di comprovare verbalmente la loro stessa esistenza, attraverso il racconto di sé e del loro spazio. Lontani cugini dell’Edward Bloom di Big Fish, questi cantastorie non sono bugiardi, specifica Ramak, ma «larger-than-life»: le loro storie sono forse inverosimili, ma non per questo false.

Crediti: J Dykstra

A venire contaminato da questo duplice impulso – da un lato l’adesione capillare alle cose, dall’altro lo sconfinamento nell’immaginazione – è lo stesso narratore: dall’incubo dell’incontro fatale con la famiglia antropofaga, fomentato da una nutrita cinematografia dell’orrore, al dialogo scambiato con un personaggio animato d’eccezione: Spike, il fratello maggiore di Snoopy, che ha scelto di vivere nel deserto della California («Non voglio che più nessuno soffra a causa mia») riempiendone il vuoto verbale con i suoi balloon. Se Absolutely nothing implica una «tregua» della lingua di fronte al deserto, c’è chi, come Vasta, decide di «andare a vedere cosa succede negli spazi da cui le parole sono andate via». Sposato ai cactus e alle dune sabbiose, Spike ha imparato ad amare e rispettare quello spazio interminabile, «slegato» da ogni cosa: lì i desideri più profondi e inconsapevoli possono essere esauditi, e ogni parola depositata sulla rena va ponderata con estrema cura. Diventa plausibile pensare che sulla via di nessuno, forse, qualcuno abbia saputo trovarsi.

Libri, cicatrici, strade: Veronica Galletta racconta “Le isole di Norman”

Veronica Galletta, siracusana trapiantata a Livorno, ha vinto il Campiello Opera prima con un romanzo ambientato a Ortigia, Le isole di Norman, pubblicato da Italo Svevo edizioni.

La protagonista è Elena, giovane donna in procinto di iscriversi all’università, ma schiacciata dalla paura di perdere sua madre Clara, afflitta da una forte depressione. Nel tentativo di salvarla da sé stessa, Elena cerca di leggere come una mappa la disposizione dei libri di cui sua madre si circonda: un titolo spostato, una pila più o meno alta potrebbero significare ogni volta uno stato emotivo diverso. Quando Clara scompare, Elena prova a cercarla, senza badare al padre che la crede morta suicida e ormai perduta. Il percorso per ritrovarla diventa un viaggio nella memoria, il tentativo di svelare i segreti e i non detti della famiglia, soprattutto quelli che riguardano un incidente che ha coinvolto Elena da bambina, lasciandola per sempre ferita.

Al centro del romanzo si coglie un forte senso dello spazio. La protagonista ne vive due, uno spirituale e uno temporale, senza mai separarli del tutto. Anche il lettore è trasportato in questo luogo misto. «Galletta elegge lo spazio marino di Ortigia a santuario della memoria e declina in modo limpido e convincente il tema dell’archivio e della mappatura» recita la motivazione del premio. Ortigia è una città nella città, i luoghi e le persone che la abitano diventano mappe, percorsi segreti da esplorare, in cui la dimensione interiore prende corpo: libri, cicatrici, strade.

Foto di Carolina Germini

Ortigia non è solo scenario narrativo, ma rappresentazione fisica della dimensione emotiva di Elena; dipinta tutt’altro che come un luogo da cartolina, la sua bellezza è velata di malinconia e le sue brutture non sono nascoste. Il mare è una presenza costante. In che modo le due città marine della tua vita, Siracusa e Livorno, hanno influito sui temi e le atmosfere del romanzo? 

Sono arrivata a Livorno dopo aver fatto un lungo giro per l’Italia. A oggi è la città in cui ho passato più tempo nella mia vita, seppur io ci abiti da soli dodici anni, e per ora non penso di andar via. Livorno ha diverse caratteristiche che la rendono simile a Siracusa, nel bene e nel male, e per questo in certi giorni mi sento vittima di nemesi, anche se per la maggior parte del tempo considero questo travaso, per il mio immaginario, molto fertile. Le isole di Norman l’ho scritto a Livorno, e quindi inevitabilmente dentro la città marina che ricostruisco, la mia personale Ortigia, c’è non solo l’isola che conosco e ripasso con il ricordo, ma anche la Livorno che frequento, che osservo mi verrebbe da dire. Questo vale per alcuni colori dei paesaggi marini, alcuni azzurri che sfumano nel grigio che ho imparato in questa città, e anche una certa commistione fra bellezza e brutture, per riallacciarmi alla domanda, che in entrambe le città è molto forte. Desideravo molto un effetto tridimensionale, fuori dall’effetto cartolina (che è appunto un oggetto bidimensionale), ed è un effetto che si ottiene decidendo di raccontare le sfaccettature, le stratificazioni, la complessità. Ti ringrazio per quello che mi dici, allora, perché forse questa cosa sono riuscita a renderla.

Elena è una ragazza solitaria, ma la sua tendenza a isolarsi viene continuamente messa alla prova dall’affetto quasi insistente di alcuni personaggi, come se gli abitanti dell’isola non volessero lasciarla andare. È un carattere realistico dell’isola di Ortigia? È qualcosa che hai sperimentato?

Gli abitanti dell’isola, che poi è la gente che Elena incontra nel suo viaggio, sono personaggi, credo, in qualche modo rispettosi. Elena li incontra, ci parla, si confronta solo perché è veramente pronta a incontrarli, a farsi rivelare delle cose da loro, e a rivelarne a sua volta a loro e quindi anche a sé stessa. Anche nella realtà credo sia così. Negli anni in cui ho ambientato il romanzo c’era un forte senso identitario, questo sì, che divideva gli abitanti fra quelli dello Scoglio (come viene chiamata in siciliano l’isola) e quelli di fuori. Una volta riconosciuto come uno dello Scoglio allora interveniva un rapporto diverso, una sorta di dialogo a distanza, un manifestarsi nella necessità.

Foto di Carolina Germini

L’esigenza di mappare, un’esigenza che Elena esprime in molti sensi – osservando la disposizione dei libri in camera di sua madre, concependo le cicatrici sul proprio corpo come cartine, decidendo di esplorare Ortigia come fosse un’isola del tesoro – sembra però alla fine non portare a nulla. È la dimostrazione che è impossibile dare forma all’informe?

È impossibile credere che ci sia un’unica forma possibile per l’informe, che, per definizione, porta dentro di sé molteplici possibilità. Elena ne sceglie una, quella che le è più congeniale, quella che le è forse più utile o dentro la quale si sente più comoda o riesce ad affrontare meglio le cose che le accadono, e che la spaventano molto. Ed è forse vero che sembrano non portare a nulla, nulla di definito, certo, niente che sia cristallizzabile come una verità, ma allo stesso tempo le mappe, la classificazione dei libri, il suo rapporto con i segni che ha sul corpo, la sua ricerca attraverso l’isola, tutto la porta ad arrivare un po’ più in là nella sua comprensione di sé e del mondo. In questo senso io credo che davvero nessun viaggio sia inutile, neanche quello che si fa in tondo a volte, attorno a sé.

Anche la memoria sfugge al controllo di chi cerca di ingabbiarla in un ricordo definito?

La memoria sfugge a tutti, a chi cerca di ingabbiarla in un ricordo definito e anche a chi non lo fa. Noi viviamo in un mondo che è una funzione continua, nella quale ci viviamo guardandoci attorno e immagazzinandola attraverso degli scatti, come scatti di una macchina fotografica, che sono per definizione discreti, finiti. Quando poi ripeschiamo dalla memoria ripeschiamo fotogrammi, con i quali con il racconto riorganizziamo una narrazione di nuovo continua, che è per forza di cose deformata. Se poi aggiungiamo i falsi ricordi, le cose che crediamo di ricordare ma abbiamo ricostruito su racconto di altri, quelle che dimentichiamo per un dolore o che riaffiorano in seguito a un altro dolore, ecco: la memoria sfugge, sì, a tutti. Basta saperlo. Mi viene in mente un bellissimo documentario che ho visto, di Alina Marrazzi, Un’ora sola ti vorrei, in cui ricostruisce (forse non a caso, mi vien da dire) la vera storia di sua madre. Se mi chiedessero cosa è per te la memoria, la risposta ecco sarebbe: Un’ora sola ti vorrei. 

Oltre alla dimensione interiore e a quella geografica, che rimangono sempre in primo piano, Le isole di Norman non trascura quella storica e politica (Michele era un militante del Partito comunista, sullo sfondo si scorgono alcune importanti vicende della storia italiana dell’inizio degli anni Novanta); viene anche raccontata con sensibilità la storia di una famiglia problematica. Si può dire che il romanzo aspiri, come Elena, a mappare la realtà nel modo più completo possibile?

Sì è vero, mi rendo conto che difficilmente scrivo senza parlare anche della storia, quella definita con la esse maiuscola, mescolandola con la quotidianità che vivono i protagonisti delle mie storie. Più che un desiderio di mappare la realtà credo sia un bisogno di agganciarsi alla realtà, anche una realtà completamente immaginata, con eventi quindi che parlano di una storia mai esistita ma comunque collettiva. A volte ci gioco anche, creando rimandi fra dentro e fuori, o cercando di amplificarne i simboli. Mi vien da pensare, pensando a Le isole di Norman, al parallelismo fra la notizia della tempesta perfetta (l’uragano Grace che nel 1991 affondò il peschereccio Andrea Gail in Massachussetts) e lo straniamento di Ortigia deserta nel giorno dei morti, e di Elena che proprio quel giorno si sente dentro a un suo personale occhio del ciclone.

I molti libri che citi nel romanzo – L’isola del tesoro, La montagna incantata, Dottor Zivago, Don Chisciotte e altri – hanno un significato simbolico oltre che affettivo?

Sui simboli che possono avere i libri all’interno di Le isole di Norman non so se ho una risposta che riesca a essere veramente coerente. Per me solo L’isola del Tesoro di Stevenson e Il mio letto è una nave (da cui è tratta la poesia che Elena recita quando è in difficoltà), entrambi di Stevenson, hanno un riferimento chiaro e anche simbolico nella storia. L’isola del Tesoro ha per protagonista Jim, un bambino che affronta una storia di avventura e tradimento con grande coraggio, nella poesia Il compagno invisibile c’è la traccia di Stevenson bambino, e della bambina che Elena insegue nei suoi ricordi. Per il resto, i libri compaiono così come compaiono nella mia vita, forse, e quindi permeano quello che scrivo anche senza che io me ne accorga. Provo a spiegarmi con un esempio. Nel capitolo L’isola dei Cani, Elena lascia un libro di poesie (il preferito dalla madre, dice). È un componimento di Eliot, Il canto dell’amore di J. Alfred Prufrock. Allora se lo prendo, e comincio a leggerne una parte:

Andiamo, per certe strade semideserte,

Mormoranti ricoveri

Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo

E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche;

Strade che si succedono come un tedioso argomento

Con l’insidioso proposito

Di condurti a domande che opprimono…

Oh, non chiedere «Cosa?»

Andiamo a fare la nostra visita

Leggo, e mi dico che ecco. Forse in questo c’entra Il canto dell’amore con quello che accade nel capitolo: di condurti a domande che opprimono. 

Ci sono autori e autrici che senti vicini quando scrivi? Quali sono le affinità letterarie volute o scoperte di Le isole di Norman?

Ne sento vicini tantissimi, in maniera sconclusionata e confusa come spesso sono le mie letture, e non è una domanda alla quale so rispondere con esattezza. Non capisco fino in fondo quali siano o quali possano essere autori a me affini. Spesso mi accorgo che mi interessano o piacciono autori davvero lontani a me per stile, per visione, ai quali mi accosto magari perché mi interessano le tematiche: il paesaggio, i bambini, i fantasmi, per dirne alcuni. Per Le isole di Norman ho pensato molto ad alcuni libri, questo sì. L’isola del Tesoro di R.L. Stevenson, che è evidente, ma anche La trilogia della città di K di Ágota Kristóf. E Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini, naturalmente, da cui ho anche tratto l’esergo.

Tornerai a scrivere di Ortigia?

Fino a ora tutte le cose che ho scritto hanno sempre riguardato luoghi diversi, magari anche con personaggi che si rincorrono o ritornano, ma i luoghi no. I luoghi cambiano. Forse per il modo che ho di scrivere dei luoghi è come se me ne appropriassi dentro al testo che sto elaborando, fino a consumarli, a esaurirne la capacità narrativa, almeno per me. Quindi per ora no, non credo che tornerò a scrivere di Ortigia. Però chissà, tutto può essere. Ortigia poi è un’isola da non sottovalutare. Può darti idee anche senza che tu te ne accorga, te le passa mentre ci cammini dentro, mentre osservi il mare in movimento da uno dei suoi affacci, o stai seduto su dei gradini della piazza a osservare come ruotano le ombre, via via che il giorno scorre.

Foto di Carolina Germini

Bang! bang! Bangkok: ecco perché la capitale thai ci colpisce al cuore

Quando nel gennaio 2018 la Bangkok University inaugurò all’interno del proprio City Campus una biblioteca di soli testi italiani, intitolandola a Tiziano Terzani, Angela Staude commentò così la notizia: «È sorprendente vedere come un filo leghi Firenze a Bangkok». Penso al filo di cui parla la vedova Terzani, provo a disegnarlo sull’Atlante. Ho visitato Bangkok tre anni fa. Da allora continuo a incontrare europei innamorati, come me, di questa megalopoli asiatica. Perché ci piace Bangkok?

Perché è assurda, ma non come lo sono certe città occidentali, che piano piano impari a conoscere. Bangkok sembra collocarsi in un centro del mondo posto fuori dal mondo. Non riuscirai a capirla davvero. Mai. Dentro ci trovi tutto ciò che avevi immaginato più quello che non avresti potuto indovinare. Nuvole di grasso che frigge e acqua color zuppa di piselli. Scoiattoli corvini con la coda per metà giallo canarino. Serpenti nelle aiuole, varani ai bordi delle strade, gatti nei templi. Le stesse voci si prestano a canti silenziosi e a grida intimidatorie. Come nel caso dei monaci, che si trasformano sotto ai tuoi occhi: prima sono asceti lillipuziani con il loro ombrellino, un istante dopo diventano replicanti che corrono per strade strappate alla Los Angeles ibridata con Tokyo nel primo Blade Runner.

Foto di Pakinee Yuenyow

Bangkok parte dal cielo e si abbassa più che può, dà l’impressione che i suoi palazzi siano stati costruiti cominciando dall’ultimo piano. Ma se provi a scalarli con lo sguardo, le tettoie t’impediscono di capire quanta città c’è sopra la visiera del tuo cappellino. Non esiste scorcio che possa essere imprigionato in una fotografia: quando scatti, sai già che stai tagliando fuori qualcosa. Il turista-geografo – quello che ama cartografare arcipelaghi, savane, canyon e metropoli – potrebbe decidere di smettere per sempre di viaggiare, una volta giunto a Bangkok. Per la disperazione, oppure perché ha trovato un da fare che durerà più della sua vita.

È tutto così simile e così diverso. Ogni architettura, negozio, tuk-tuk. I taxi: verde bottiglia e giallo, verde avocado e fucsia, alcuni con strisce bianche sulla carrozzeria, altri con strisce verde menta; quasi tutti Toyota. Ma più che i colori, a Bangkok sono importanti le sfumature: quelle grigio-rosate dei marciapiedi, i bagliori trasparenti delle insegne a luce elettrica, l’ombra dei grattacieli sul Chao Phraya o su piccoli canali che sembrano fatti di carta velina.

Foto di Pakinee Yuenyow

Film come Bangkok dangerous e Una notte da leoni 2 hanno creato attorno a questa megalopoli un immaginario hollywoodiano, che funziona in quanto bugia rivelatrice. Perché il tratto essenziale di Bangkok è dar spettacolo senza raccontartela tutta. Come ogni seduttrice, dopo averti infatuato mantiene un riserbo che sa di bluff. È attrice e mistificatrice, ama fare mostra di sé (la città più visitata al mondo) e al tempo stesso è gelosa dei propri segreti. Non si lascia definire, la capitale thailandese. Nel vano tentativo di chiamarla, i popoli asiatici inventano da secoli nomi nuovi e diversissimi. Uno di questi è entrato nel Guinness dei primati per la sua lunghezza: 168 lettere (che in base alle traslitterazioni possono diventare 175) e 21 parole.

Questa spinta a rinominare e rinumerare agisce anche sulla toponomastica della città e, soprattutto, sul modo di interpretarla dei suoi abitanti. Se chiedete informazioni per muovervi dentro a Bangkok – e se avete l’abilità o la fortuna di riuscire a spiegarvi in quella mescolanza di lingue che produce una sorta di slang anglo-qualcosa con fonetica zen: da succhiare tipo caramella balsamica più che da parlare – difficilmente riceverete le stesse indicazioni da persone differenti. Nomi, numeri e indirizzi cambiano di voce in voce; poi ti rendi conto che ogni abitante del posto ha una sua strada, e un suo modo di raccontartela, per farti arrivare nel medesimo punto. Puoi girarla guida alla mano una città così? No: la cosa migliore da fare a Bangkok è perdersi. Anche per questo ci piace.

Foto di Pakinee Yuenyow

Dicevamo di Terzani, che abitò nella capitale thai dal 1990 al 1994, meritando di essere considerato un ambasciatore letterario del vecchio continente presso l’antico Siam. Lo scrittore europeo nel quale ho ritrovato la Bangkok che piace a me, però, è Lawrence Osborne. Flâneur britannico con il pallino dell’Asia, Osborne è un erede d’inchiostro del grandissimo William Somerset Maugham. Nel 2009 ha dato alle stampe un libro intitolato Bangkok, edito in Italia da Adelphi. Groviglio di divagazioni o somma di aneddoti, resoconto autobiografico o catalogo di bugie sfolgoranti, si tratta in ogni caso di un’opera difficilmente catalogabile. Non è un diario di viaggio, né uno studio sulla cultura thai. Più che a un Chatwin potrebbe assomigliare a Lo spleen di Parigi baudelairiano, ma vagamente e in veste romanzesca. Del tutto strambo poi è il narratore di Bangkok: una sorta di eremita laico immerso in una megalopoli politeista. Un camminatore notturno, non esente da spinte vitalistiche e solidali, ma comunque destinato a una solitudine che non ha niente di solenne o significante.

La sua è la condizione di chi “si è dato alla macchia”, espressione da gangster dei tempi andati sotto la cui aura noir comincia l’intreccio di avventure di questo libro. Togliersi di torno, sparire. È quello che fa il nostro eremita, confondendosi tra i milioni di sguardi che attraversano la città in cui si trova a latitare. Volete diventare dei fantasmi? Andate a Bangkok, sembra dirci. Poi cita Maugham, che della capitale thai scrisse: «Se qualcosa di così fantasmagorico esiste, dovremmo solo esserne grati». Di fantasmi ce ne sono tanti tra le pagine di Osborne. Scorrendole si finisce dentro a una galleria di personaggi spettrali. Tipi con i loro scheletri nell’armadio, buffi e pieni di asperità, sempre pronti a scomparire. Farang. Europei che amano Bangkok. Tutti che devono nascondere qualcosa: spesso se stessi.

Foto di Pakinee Yuenyow

Se da una parte Bangkok è un libro di esplorazioni e scoperte, dall’altra diventa presto una storia di sedentarietà e rifugi, di indolenza, di movimenti abbozzati e incompiuti, che girano pigramente su sé stessi tra drink, passeggiate nel buio, qualche concessione all’edonismo e alla voluttà. Non è però un omaggio al radicamento, Osborne parte infatti dalla disperanza di chi se ne va. Ecco l’incipit: «Qualche anno fa vivevo in un quartiere che si chiamava Wang Lang. Da dove siedo adesso, con davanti agli occhi i treni per Manhattan che sfrecciano sul ponte di Brooklyn, il mio terrazzo sul fiume a Bangkok sembra un paradiso perduto, per sempre».

L’escamotage di raccontare una città a partire da un’altra rispetta le regole del gioco di Bangkok, le sue fascinazioni metamorfiche, il suo rimandare, spesso in modo stregonesco, ad altro. Il riferimento alla Grande Mela, poi, mi riguarda: ho visitato la capitale thailandese nel 2017, nello stesso anno ho fatto il primo viaggio negli Stati Uniti, proprio a New York, e da allora la mia personale classifica delle città più belle del mondo – sin lì spudoratamente eurocentrica, dato che vedeva sul podio Roma, Parigi e Edimburgo – è cambiata.

Wang Lang è dunque perduta, come un paradiso, e ora, davanti ai treni per Manhattan, al nostro eremita è consentito soltanto vagheggiare quel pigro rifugio. Osborne non poteva scegliere attacco migliore per introdurci a Bangkok: una città che ami, ma che non sarà tua. Forse non è nemmeno di chi ci è nato dentro. Forse appartiene a chi non si vede: ai fantasmi – quelli veri, come lo spirito di Si Ouey, infanticida giustiziato con uno sparo al cuore, che vaga per il Siriaj Hospital di Thonburi – o ad altri esseri ancora (Krung Themp, il più celebre antico nome della capitale thai, significa “città degli angeli”). Puoi maledirla o farne il tuo Eden, perderla e ritrovarla, averne nostalgia, abitarla o non tornarci più. Lei comunque non si lascerà prendere. Mai.

Cosa c’è di più bello di una storia d’amore e inseguimenti? Nothing – anzi, alla thailandese: no tin. Ecco perché ci piace Bangkok.

Foto di Pakinee Yuenyow

Foto di copertina: Pakinee Yuenyow

La Goutte-d’Or: perdersi nella Parigi multietnica

Versione inglese

Il perimetro del quartiere della Goutte-d’Or, nel diciottesimo arrondissement di Parigi, forma un rettangolo perfetto. L’imponente Boulevard de Barbès in stile haussmaniano a ovest e i binari della Gare du Nord a est ne costituiscono le altezze. Le basi: a nord la grande Rue Ordener, a sud il Boulevard de la Chapelle, sovrastato dal metrò sopraelevato.

Il nome del quartiere (letteralmente la “goccia d’oro”) deriva da una varietà di vino bianco prodotto in epoca medievale nei vigneti che si estendevano in quest’area. Incastonato nella cornice della Rue de Chartres, si vede in lontananza il Sacré Coeur. Ma se a pochi passi campeggia maestosa la collina di Montmartre, mecca di tutti i turisti, non esiste a Parigi posto meno battuto da visitatori e parigini di questo. Quartiere popolare con un’altissima concentrazione di residenti nord-africani e subsahariani, classificato (non sempre a ragione) come “zona urbana sensibile”, la Goutte-d’Or è da sempre considerata il cuore africano della città.

Ci torno un martedì mattina di giugno e sebbene siamo in piena era post-Covid e in giro ci sia meno gente del solito, l’atmosfera è scoppiettante come la ricordavo. All’uscita del metrò Chatêau Rouge alcune ragazze distribuiscono i volantini dei loro saloni di bellezza, i negozi di frutta e verdura si animano di avventori, i venditori mercanteggiano con i clienti, le strade sono già concitatissime e rumorose. 

Svoltando l’angolo con la Rue de Suez, la vista si apre sul celebre mercato all’aperto Dejean, con i suoi banchi di prodotti africani e di frutta esotica. È qui che gli abitanti del quartiere si recano dal martedì al sabato per trovare gli ingredienti, difficilmente reperibili altrove, necessari a cucinare i piatti della tradizione. Il Dejean è un autentico scrigno di tesori rari: dal bissap, il succo di fiori di hibiscus diffuso in tutta l’Africa, all’igname, tubero simile alla patata, dal gombo alla manioca, dalle erbe fresche alle patate dolci. 

Fuori dalla pescheria Dejean due pescivendoli dialogano placidi tra di loro mentre un terzo serve una signora piena di buste della spesa, il marciapiede è un ruscello d’acqua che sa di mare. 

Più avanti, le casse di platani (le “bananes plantains”) traboccano dalle vetrine dei negozi, i sacchi di riso venduto al chilo sono impilati per terra o addossati sui marciapiedi, cartelli colorati scritti a mano segnalano sconti e promozioni di ogni tipo. 

Le epicéries del quartiere sono fortemente caratterizzate dal punto di vista etnico e specializzate nella vendita di prodotti propri alle diverse tradizioni culinarie. D’altra parte non potrebbe essere altrimenti in un quartiere in cui convivono più di trenta comunità diverse e si parlano più di quaranta tra lingue e dialetti d’Africa. Nelle Rues Doudeauville, Poulet, Mhyra, si trovano drogherie togolesi e maliane, alimentari senegalesi e congolesi, traiteurs camerunesi e nigeriani. In Rue des Poissoniers l’Haïti Market ci riporta al passato coloniale francese. Le insegne delle attività commerciali rievocano Suez, Abidjan, Bamako, Lomé. La pasticceria El Andalousia, piccola fortezza magrebina fuori da Barbès, sprigiona i profumi di Algeri. La geografia interna del quartiere e delle sua economia restituisce un’idea delle ondate migratorie che si sono succedute in quest’area della città: gli algerini negli anni Venti, tunisini e marocchini negli anni Cinquanta, maliani, senegalesi e caraibici negli anni Sessanta, e poi ghanesi e srilankesi in epoca recente.

La Goutte-d’Or è un autentico crocevia di migrazioni, un luogo dall’identità etnica variegatissima, il cui denominatore comune è il passato diasporico.

Mentre il mercato volge al termine, le strade si svuotano e la calca si allenta. Il sole batte fortissimo e fa brillare i vestiti sgargianti e i copricapo delle donne e degli uomini del quartiere. Risalendo verso nord, in direzione della Rue Marcadet, mi imbatto nelle vetrine delle sartorie africane traboccanti di stoffe multicolori che, in questo periodo di post-pandemia, espongono mascherine dalle fantasie vivaci cucite artigianalmente. Nella stessa via ritrovo il negozietto di musica e cinema africano (l’interno schermato da decine di copertine di album e DVD attaccate ai vetri), i parrucchieri afro, le profumerie e i saloni di bellezza a buon mercato, le macellerie ḥalāl.

I venditori “à la sauvette”, principi del mercato nero di contrabbando e sempre impegnati con la polizia in rocambolesche operazioni da guardie e ladri, sono oggi stranamente assenti. Poco più avanti, un negozio di dischi “bobò” (abbreviativo del francese “bohémien-bourgeois”, quello che altrove chiameremmo “hipster”) ha aperto i battenti da un paio di anni. Eppure il quartiere resta autentico e estraneo a qualsiasi forma di imborghesimento. Zadie Smith lo definirebbe probabilmente “ingentrificabile”. E mentre riprendo la metro per tornare a casa, dall’altra parte di Parigi e dall’altro lato della Senna, penso che la bellezza di questo rettangolo d’Africa sia proprio questa: un posto che ribolle di creatività e contaminazioni, in cui la ricchezza della mescolanza sfida il tempo e lo mantiene autentico.