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Scorpione

Caro Scorpione,
da oggi il sole ti illumina e per un mese cerca di penetrare la tua corazza per arrivare a scaldarti il cuore. Lo so, è difficile lasciar scoprire cosa si cela dietro la tua armatura, ma ricorda che Marte ti protegge se ti lasci cullare dalle acque di Plutone.

Ti pruderà il pungiglione molte volte in questo periodo e già ti vedo là, guardingo e sospettoso mentre pensi a come farla pagare al tuo compagno di banco che ti ruppe il compasso in seconda media.

RILASSATI. Pensa che anche uno scorpioncino di tutto rispetto come Robert Louis Stevenson (13 novembre 1850) aveva i suoi buoni motivi per essere nervoso: cagionevolissimo di salute, era costretto a passare gran parte del suo tempo in ambienti più salubri della sua fredda Scozia. Non è certo un caso che abbia scritto Dr. Jekyll e Mr.Hyde!


Ma io ti invito a focalizzarti su un’altra grande opera dello stesso autore: L’isola del tesoro. Un luogo sperduto di cui l’autore non fornisce neppure le coordinate per lasciare che il lettore, come il giovane protagonista Jim Hawkins, si perda nell’ignoto mosso soltanto dalla curiosità e dal fascino per l’avventura. Uno spazio protetto dagli oceani, raggiunto soltanto dai più impavidi: per lo più pirati spregiudicati come Long John Silver. Una bella similitudine per te, caro il mio animaletto permalosetto. Anche tu sai essere enigmatico ed insidioso come un’isola perché ciò che nascondi è misterioso, profondissimo e di grande valore, come un tesoro. Lascia che venga alla luce.

L’illustrazione è di Ginevra Vacalebre.

Il mi(t)o Godard 

Godard si è formato negli anni del dopoguerra, soprattutto sul pensiero esistenzialista, i cui padri fondatori sono Sartre e Camus, due scrittori che per lungo tempo si considerarono l’un l’altro come fratelli.

Ma anche ai fratelli ci sono cose che non possono essere assolutamente perdonate, per esempio la critica della Rivoluzione. Camus aveva osato farlo, e in modo evidente, scrivendo un saggio che diventò uno dei libri cardine della critica marxista: L’Homme révolté. Fra le altre cose, Camus aveva notato: «Il pensiero storico doveva liberare l’uomo dalla soggezione divina; ma questa liberazione esige da lui la più assoluta sottomissione al divenire. Si accorre allora alla sede del partito come ci si gettava ai piedi dell’altare. Per questo l’epoca della maggior rivolta non offre alla nostra scelta nient’altro che conformismi. La vera passione del ventesimo secolo è la servitù». Tanto bastò a Sartre (e Beauvoir) per non rivolgergli mai più la parola. 

Godard, come Sartre, credeva ciecamente nella Rivoluzione e, insieme alla povertà, amava romanticizzarla. Chi subisce un potere, sembra suggerire la loro opera, è sempre puro e degno di ammirazione. Questa visione non derivava soltanto dall’esistenzialismo, ma anche dall’incapacità di liberarsi del tutto di quell’educazione cattolica che cercavano di rigettare. Chi esercita una qualunque forma di potere – proseguono – deve essere disprezzato e combattuto con ogni mezzo. «La révolution n’est pas un dîner de gala» aveva spiegato Mao,  indicando la violenza come strumento necessario». 

A differenza di Sartre, però, Godard non era un filosofo che poteva rifiutare il Premio Nobel; era un aspirante cineasta che voleva trasformare un film in un atto politico, all’interno di un’industria, quella cinematografica, nelle mani della società capitalista. 

Questo suo sogno, sempre rincorso e mai del tutto realizzato, anni dopo portò anche lui alla fine di un lungo rapporto di amicizia, quello con Bernardo Bertolucci. Bertolucci, come Camus, era un marxista critico e non credeva che il progresso implicasse il totale annientamento del passato. Questo, Godard avrebbe dovuto capirlo subito: «Il cinema è un fatto di stile e lo stile è un fatto morale» – faceva dire un giovanissimo Bertolucci a uno dei suoi personaggi in Prima della rivoluzione (1964) – «Ricordati, Fabrizio, non si può mica vivere senza Rossellini!». Godard non solo riteneva che si potesse vivere magnificamente senza Rossellini, ma che fosse un dovere distruggere quell’idea strutturale di cinema: classico, lineare e massiccio (in termini di attrezzature e organizzazione produttiva) ma soprattutto industriale ed estremamente costoso, in una parola: antidemocratico. 

Allo stesso modo disprezzava Hollywood e la cultura consumista e amava una parte del cinema americano, quello che oggi chiameremmo “indipendente” e che in termini monetari lo era purtroppo molto poco. Ma questo fu comunque lo spirito con cui diede vita, assieme a Truffaut, a quella che diventò nota al mondo come nouvelle vague. Questa nuova idea di cinema avrebbe dovuto non solo spezzare la forma e ricominciare, ma anche snellirsi, dimezzare la troupe, le attrezzature e i costi, quindi il capitale, e inventarsi e trasformare gli spazi, insomma imparare a democratizzarsi. «Quando si fa un film, i sogni non bastano» recita una delle ragazze in Le Mépris (1963).

Godard combatteva così fortemente il passato che si manteneva in continua aperta polemica non solo con i film degli altri, ma anche con i suoi. Non potendo rifiutare il Nobel, rifiutava la fama dei suoi stessi capolavori e faceva quanto era in suo potere per screditarli. Ogni suo gesto, ogni sua dichiarazione era plateale e quasi sempre sgarbata, ma in linea con l’unica cosa che gli interessava davvero: il suo punto di vista di intellettuale. 

«Stai sempre sul tuo piedistallo, indifferente agli altri, incapace di dedicare qualche ora disinteressata per aiutare qualcuno. Tra il tuo interesse per le masse e il tuo narcisismo, non c’è posto per niente e per nessuno» gli rimproverava Truffaut. Ma Godard non vedeva nulla di sbagliato in questo; del resto l’aveva detto anche il Partito: il singolo può e deve sacrificarsi per l’interesse comune. Si avvicinò ai movimenti operai e a quelli studenteschi, e nonostante il disprezzo per l’America la visitò per il tour de La Chinoise (1967), dove incontrò i membri delle Black Panthers e gli studenti universitari ai seminari di UCLA, Berkeley, Università del Texas, St. Thomas a Houston, Università del Kansas e NYU. Questi incontri non furono idilliaci: i militanti, che al tempo credevano ciecamente nella violenza come strumento di cambiamento, non riuscivano a spiegarsi come un film avrebbe potuto cambiare la società, e soprattutto perché il suo regista, se voleva fare il rivoluzionario, non passasse all’azione. Godard rispose con il suo solito sarcasmo: «Sono talmente miope» – disse – «che se avessi una pistola probabilmente ucciderei tutti i miei amici».

Godard non amava essere compreso e ammirato perché, a detta sua, il successo lo deprimeva. Dopo il suo primo film, À bout de souffle (1960), dichiarò di essere già un regista stanco e che la sua unica speranza fosse che il secondo film venisse odiato da tutti. In questo fu in parte accontentato, in quanto Le Petit Soldat (1960), un film che parla della guerra d’Algeria, venne censurato e uscì soltanto nel 1963 con un’accoglienza modesta, specialmente perché nel frattempo il pubblico aveva visto Une femme est une femme (1961) e quello che diventò uno dei pilastri del cinema mondiale, Vivre sa vie (1962). 

Godard all’Università della California, Berkeley

Godard sosteneva che non ci fosse alcuna differenza fra il cinema e la vita, infatti i suoi film sono pieni di cose che amava: i ragazzi, le donne, la musica francese ma anche la letteratura, naturalmente la politica, e poi i filosofi (Brice Parain interpreta sé stesso in Vivre sa vie) e gli operai. Le sceneggiature, diceva, non sono così importanti, a patto che la storia includa una ragazza e una pistola. I film di Godard parlano quasi sempre di giovani, perché sono loro a rappresentare il futuro, un futuro irrimediabilmente compromesso dal passato, dal vecchio. I giovani si ritrovano spesso a parlare lungamente, in spazi chiusi e limitati, e allora stava alla camera e alle lenti, quindi all’immaginazione del regista, rendere quel momento interessante e capace di parlare all’occhio dello spettatore. «Ci hanno insegnato che non si fa un primo piano con la lente grandangolare, e non si possono fare carrelli a mano. Perché? Faremo queste cose».

Tutti i film appartenenti al suo primo periodo (1960-1967) sono entrati a far parte dell’immaginario comune, dalla corsa di Jean Seberg nel finale di À bout de souffle, fino agli studenti maoisti che alzano il libro rosso in La chinoise (1967), passando per il broncio di Brigitte Bardot in Le Mépris, a un’altra corsa memorabile, quella nel Louvre di Bande à part (1964), ma soprattutto la danza di Anna Karina in Vivre sa vie. In quest’ultimo fim, il personaggio di Karina, Nana, subito eletta da Godard novella Giovanna d’Arco, è una ragazza finita nel giro della prostituzione che rifiuta sia di cedere al totale controllo della propria personalità da parte del suo magnaccia, sia di cadere nella facile narrazione della vittima.

«Io penso che siamo sempre responsabili e liberi – dice la ragazza all’amica – «alzo la mano, sono responsabile. Giro la testa a destra, sono responsabile. Sono infelice, sono responsabile. Fumo una sigaretta, sono responsabile. Chiudo gli occhi, sono responsabile. Dimentico di essere responsabile, ma lo sono». Je suis responsable è certamente un’espressione entrata nel dizionario di ogni cinefilo.

Jean Seberg in À bout de soufflé

Anna Karina in Vivre sa vie

«New York Herald Tribune!», grida Jean Seberg in À bout de souffle, passeggiando per gli Champs-Élysées nel ruolo di una studentessa americana (Patricia), mentre vende il famoso quotidiano. «Est-ce que tu m’accompagne à Rome?», mi accompagni a Roma?, le chiede Jean-Paul Belmondo (Michel), seguendola. Anche se Michel è un piccolo criminale che cerca di lasciare la Francia, la sua goliardia, l’immediatezza con cui si fida di Patricia, che dal canto suo prova semplicemente a orientarsi nella vita e nei sentimenti, furono abbastanza per convincere un’intera generazione di ragazzi che quella storia parlasse di loro. Tutto l’esistenzialismo è già in questa opera prima: chi siamo, cosa vogliamo, sotto quale forma, ma soprattutto à quoi faire, per fare cosa, scriverebbe Beauvoir, se nulla ha senso?

In Masculin féminin (1966), Godard rappresentava la gioventù francese, «I figli di Marx e della Coca-Cola» con tutte le sue ambiguità e contraddizioni e in modo più dichiarato: «Oggi a Parigi. Che cosa sognano le ragazze? Ma quali ragazze? Le ispettrici delle catene di montaggio che non hanno tempo di fare l’amore perché sono sfinite dal lavoro? Le estetiste degli Champs-Elysées che iniziano a prostituirsi a diciotto anni nei costosi hotel della Rive Droite? Le studentesse ricche di Boulevard Saint-Germain che conoscono solo Bergson e Sartre perché i genitori le tengono chiuse nei loro appartamenti borghesi? Non esiste la ragazza media francese». E così facendo definiva anche sé stesso: «Il filosofo e il cineasta hanno in comune una certa maniera di essere, una certa maniera di vedere il mondo, che è quella di una generazione».

Ma non c’è gioventù francese senza coscienza politica, così La Chinoise racconta i giovani alla prese con il maoismo e la lotta armata, ma anche con i propri sentimenti perché per Godard non c’è differenza alcuna neanche fra amore e politica. «Mi ami, Guillaume?» – chiede la protagonista, Véronique, al fidanzato che non riesce a capire il concetto maoista di “combattere la lotta su due fronti”, «Perché io ci ho pensato e non ti amo più. Non mi piace più la tua faccia, i tuoi occhi, la tua bocca, il colore dei tuoi maglioni, e poi mi annoi terribilmente. Detesto il modo in cui parli di cose che non conosci. Vedi, per capire devi semplicemente farlo. Musica e linguaggio. Devi combattere la lotta su due fronti».

La Chinoise (1967) 

Godard ha continuato a far evolvere il suo cinema (qualcuno potrebbe dire “in peggio”) come gli pareva, probabilmente consapevole ma non disposto ad ammettere che i suoi film più belli fossero quelli appartenenti a questo primo periodo, che si chiude proprio nel 1967 con Weekend. Così come per Sartre, fu la sua idea politica, la sua filosofia, a decidere non solo che tipo di artista fosse ma anche quale tipo di vita avrebbe condotto; e solo a quell’idea volle dare conto fino alla fine. Il mito Godard nasce proprio da questo rifiuto di cedere al mito, dalla testarda, folle e a suo modo romantica idea che rallegrarsi dei propri successi sia piccino e volgare, e che l’unica cosa seria da fare per il filosofo, per il cineasta, sia ricominciare ogni giorno da capo.

Saluto

Mi aspettavi a Porta Maggiore.

Io ero in tram

e sollevavo una mano per salutarti.

Eri talmente lontana

che il piccolo naso della bambina,

in piedi di fronte a me,

bastava a eclissare l’intera piazza 

straripante di persone.

Io però ti vedevo

e sollevavo una mano per salutarti

Fabrizio Sani

La foto di copertina è di Carolina Campanelli

Ritratti di donne che hanno conquistato la Mostra del Cinema di Venezia

La mattina presto al Lido di Venezia soffia un venticello piacevole, una fresca aria settembrina carica dei buoni propositi che ogni inizio porta con sé. Qualche bicicletta sfreccia già, l’odore di dolci invade la via della Palabiennale, la sala dove alle otto del mattino vengono proiettati i film in concorso, dopo l’anteprima serale. Mi affretto, alla Mostra del Cinema sono puntualissimi e non mi piace arrivare a film già iniziato, anche se Monicelli diceva che vederlo dalla metà è la più grande lezione di sceneggiatura. 

Ho visto trenta film in nove giorni: in Concorso, Fuori Concorso, Sezione Orizzonti, Giornate degli Autori, iniziando dalla Palabiennale, passando poi per le sale Darsena, Corinto, Giardino, Casinò, Volpi, fino a concludere nella meravigliosa Sala Grande. Eravamo in centinaia, a volte migliaia, a osservare, in religioso silenzio e attenzione totale, le immagini che, una dopo l’altra, scorrevano davanti ai nostri occhi, fino al buio finale. E allora arrivavano gli applausi, scroscianti, condivisi, prolungati, sempre meritati, per la fatica e la caparbietà di chi realizza un sogno, di chi prova a cambiare la realtà attraverso il cinema. Perché, come ci ha ricordato la sceneggiatrice e regista francese Céline Sciamma durante una Masterclass alle Giornate degli autori, il cinema sì, può ancora cambiare il mondo.

Tutte le pellicole presentate hanno infatti saputo a loro modo cogliere conflitti, umori, sensazioni e malesseri dei nostri tempi: la paura della morte in una società sempre più materialista, il disorientamento di fronte all’imprevedibilità della crisi climatica, il generale senso di inadeguatezza e di perdita di ogni punto di riferimento, l’incomunicabilità generazionale, fino alla depressione giovanile, che il film The son, di Florian Zeller, affronta nel modo più onesto e profondo che esista, rivelando tutta la nostra disarmante impotenza di fronte a un fenomeno buio e spaventoso, che siamo spesso purtroppo incapaci di riconoscere e fronteggiare.

Più di ogni altra cosa, però, molti di questi film hanno saputo raccontare storie di donne, forti e fragili insieme, abusate, maltrattate, derise, ferite, umiliate, negate. E mai come ai nostri giorni, nei quali il tasso di abusi, violenze e femminicidi è terribilmente alto, certe vicende richiedono attenzione e ascolto.

Princess di Roberto De Paolis, presentato nella sezione “Orizzonti”, fotografa la quotidianità di una giovanissima prostituta nigeriana che passa giornate interminabili nella pineta di Castel Fusano, in attesa di clienti che spesso non arrivano, o non pagano, o pagano troppo poco. Avendo avuto la fortuna di lavorare come attrice nell’opera prima di De Paolis, Cuori Puri, presentata nella sezione “Quinzaine des Réalisateurs” al Festival di Cannes nel 2017, so bene come il regista abbia a cuore una resa del reale quanto più fedele e diretta possibile, senza forzature né orpelli estetici. È questo il suo modo di raccontare storie che conosciamo bene, che pervadono la nostra realtà quotidiana, ma che continuiamo ad ignorare: se la ragazza nigeriana seduta accanto a noi sull’autobus sta andando a prostituirsi in qualche luogo periferico della città, noi, infatti, non ce lo chiediamo nemmeno. Princess è una diciottenne che non ha armi per difendersi, sa solo di avere un compito: guadagnare dei soldi, tutto il resto non conta. Finché l’incontro in pineta con un uomo che al sesso a pagamento non sembra interessato affatto, scuote le sue convinzioni e le fa sentire di essere capace di amare, anche se forse non ancora abbastanza forte da smettere di farsi del male.

La storia di due solitudini che si incontrano è anche quella di Beyond the wall di Vahid Jalilvand, un film iraniano incentrato sulle poche ore nelle quali una donna in fuga da un conflitto riesce a nascondersi a casa di un poliziotto che è rimasto cieco, in quello stesso conflitto, poco prima. È una donna disperata, che ha perso di vista il figlio durante lo scontro. Adesso è ricercata, e trova un inaspettato complice in quest’uomo solo che, prima dell’intrusione di lei nel proprio appartamento, era in procinto di suicidarsi. Ora ha anche lui una missione da compiere: salvare una madre, in un paese dove conflitti di quel tipo sono all’ordine del giorno, dove una madre vive il rischio costante di smarrire, per sempre, i propri figli.

Un’altra madre che soffre è poi Banu, protagonista dell’omonima opera prima della giovane regista Tahmina Rafaella, che sembra rifarsi a un certo cinema iraniano recente in grado di sovrapporre abilmente drammi familiari a tensioni sociali, come avviene in “Una separazione” di Asghar Fahradi. Banu è una giovane donna che si batte per evitare che il marito le strappi il figlioletto, sullo sfondo della guerra tra Armenia ed Azerbaigian per la regione di confine del Nagorno-Karabakh, contesa fin dai tempi della dissoluzione dell’Unione Sovietica. È questo conflitto nazionale a fare da eco a quello tra Banu e il violento e subdolo marito Javid per l’affidamento del piccolo Ruslan, mentre tante donne azere continuano a perdere i loro figli a causa della violenza della guerra, che il racconto disprezza attraverso la messa in ridicolo di ogni tipo di patriottismo.

Quella della protagonista de Les enfants des autres, di Rebecca Zlotowski, è invece la realtà di una non-madre, una donna che si affeziona sempre di più alla figlia del suo compagno, che però resta sempre, inevitabilmente, figlia “di altri”. È un racconto delicato, dei piccoli malumori e delle amarezze quotidiane di una donna con un desiderio di maternità inappagato. Si può davvero essere madri di figli non propri? Forse no, però si può essere una luce, una mano tesa, un riferimento, a volte più di quanto non lo siano i genitori biologici. E può, questo, bastare davvero? Forse sì, o almeno così ci induce a credere la regista.

E poi, in concorso, c’è la storia di una madre che il proprio figlio lo perde, in un incidente domestico, per una stupida distrazione. Love life del regista giapponese Kôji Fukada, affronta il dolore di una giovane donna che, come unica espiazione del proprio senso di colpa e del dolore di madre rimasta orfana di figlio, trova la possibilità di aiutare il padre di quel bambino dal quale era ormai lontana da anni: un uomo sordo, solo, indifeso, emarginato. Il recupero di quel rapporto mette in crisi la sua attuale relazione, ma aiutare il padre del figlio ormai perso per sempre diventa l’unica causa per la quale crede che valga ancora la pena lottare.

Infine, tre intensissime storie vere: quella della sindacalista francese Maureen Kearney, interpretata da Isabelle Huppert ne La syndacaliste di Jean-Paul Salomé; la travagliata esistenza di Marilyn Monroe, fatta splendidamente rivivere dall’attrice cubana Ana De Armas, in Blonde di Andrew Dominiq; la vicenda biografica della fotografa americana Nan Goldin, nell’unico film documentario in concorso, All the beauty and the bloodshed, di Laura Poitras, capace di impiegare il documentario come grande prova di indignazione, dal forte valore politico.

Ne La syndacaliste, la sindacalista dei lavoratori di Areva, multinazionale del nucleare, scopre uno scandalo che coinvolge la sua società, trasformando così, suo malgrado, la propria vita in un incubo: pressioni, minacce, fino a uno stupro, che viene addirittura accusata di aver inscenato per attirare l’attenzione, vittima di un presunto disturbo psichiatrico. Da quel momento per Maureen, donna caparbia e volitiva, diventa essenziale dimostrare la propria innocenza, anche quando sembra totalmente intrappolata all’interno di quelle violente dinamiche del potere maschile per le quali, in fondo, in un atto di stupro, una segreta colpa femminile esiste sempre. 

Preda di quelle stesse dinamiche è stata, fin dalla nascita, Marilyn Monroe, di cui il regista dipinge un ritratto inedito rivelandocela in tutta la sua fragilità, fin dalle prime immagini di una bambina che non ha mai ricevuto amore, Norma Jeane . Il racconto è infatti una lotta tra Marilyn, il personaggio creato e osannato, e Norma, la vera Marilyn, una ragazza sola, esposta, ingenua, che rimane per tutta la vita la bambina indifesa che è stata. In una Hollywood spietata che sa come creare dive ma anche come distruggerle, Marilyn non ha gli strumenti per opporsi alla violenza, alla sopraffazione, alle subdole manipolazioni. Non ha il potere di decidere di non abortire, di rifiutare un film, di chiedere un compenso maggiore, di ritirarsi. È vittima di un mondo totalmente maschilista che la considera solo un pezzo di carne da portare a letto e una macchina da guadagno da spremere fino all’ultimo centesimo. Marilyn, e Norma con lei, subisce abusi ai provini, sui set, alle feste, ma viene anche presa a cinghiate dal suo secondo marito, l’eroe del baseball Joe DiMaggio, perché appare nuda su riviste patinate e continua ad interpretare ruoli che lui non gradisce. Finché, quando è ormai già entrata nell’irreversibile tunnel dell’autodistruzione, viene portata di forza nella stanza del leader del mondo libero, il presidente USA John Fitzgerald Kennedy, che masturba meccanicamente mentre lui è impegnato in una telefonata di lavoro. 

Il racconto, che alterna il colore a un cupo bianco e nero, ci conduce così per mano nei meandri della fragilissima anima di Norma, la cui voce resta però, per tutta la vita, purtroppo inascoltata.

All the Beauty and the Bloodshed, infine, intreccia il reportage della battaglia della fotografa Nan Goldin contro la famiglia Sackler, proprietaria di una casa farmaceutica responsabile della morte di centinaia di migliaia di morti per dipendenza da ossicodone, a quello della sua vita, attraverso un puntuale e intenso biopic d’archivio di un’artista femminista, provocatrice, profondamente libera e civilmente impegnata. Goldin rivive insieme a noi, in voice off, i traumi della sua vita, a partire dal suicidio della giovanissima sorella, alla dipendenza da droghe, fino ad arrivare alle numerose relazioni tossiche e violente e alla perdita di tanti amici a causa dell’AIDS. Sarebbe stato facile consegnare tutto ciò all’oblio, ma la fotografia è stata invece per lei un miracoloso antidoto alla rimozione, una via verso la salvezza. 

Ce lo confermano i suoi occhi increduli e pieni di lacrime quando, al termine della proiezione, si accendono le luci in sala. L’abbraccio tra lei e la regista è carico di gratitudine e speranza, quella speranza che il cinema, possa, in qualche modo, davvero cambiare le cose, e la vita di tante donne per le quali deve esserci ancora una possibilità.

La foto di copertina è del film All the Beauty and the Bloodshed.

La fonte delle foto: https://www.labiennale.org/it/cinema/2022

“Margini”: la storia punk che vi aspetta al cinema

Margini è un piccolo capolavoro del cinema italiano contemporaneo.

È stato presentato a Venezia in occasione della 37esima edizione della Settimana Internazionale della Critica (SIC), a fianco di altri 6 lungometraggi provenienti da Colombia, Francia, Svezia, Austria, Serbia e Germania. Un invito inaspettato, “un fulmine emotivo”, come l’ha definito Niccolò Falsetti, regista e co-sceneggiatore.

«Abbiamo iniziato a scrivere in una cameretta di via Trapani ormai tanto tempo fa  e ora siamo qui a presentarlo a Venezia» ha raccontato emozionato Francesco Turbanti, interprete (aka Michele) e co-sceneggiatore insieme a Falsetti e Tommaso Renzoni.

Noi di Tre Sequenze eravamo lì, alla Sala Perla del Palazzo del Casinò, attorniati da giornalisti e cinefili che hanno accolto il film in sala con una meritatissima standing ovation.

Margini è la storia di un’amicizia, di un viaggio, di un sogno impossibile. Tre ingredienti di prima qualità – o tre sequenze – per un road movie che ti tiene già incollato alla poltrona. Edoardo (Emanuele Linfatti), Michele (Francesco Turbanti) e Iacopo (Matteo Creatini) sono tre ragazzi, non proprio coetanei ma comunque giovani, animati dallo stesso sentimento di rivalsa di una gioventù abituata a starsene nella propria bolla di provincia, con conseguente e inevitabile aspirazione di fuga.

È proprio lei, la provincia, la vera protagonista di questa commedia punk sincera, energica e vitale. La provincia di Grosseto, e in generale la Maremma Toscana, distante da tutto: due ore da Roma, due ore da Firenze, due ore da Pisa. Il motore della vicenda è la salda amicizia dei tre, la benzina è la musica, la frizione la loro giovinezza, il freno le loro tasche vuote. Destinazione: qualsiasi concerto in cui poter far ascoltare la loro musica. Ma finora sono sempre stati loro a doversi muovere per andare a raggiungere i loro sogni di gloria, oltrepassando i margini.

Foto di Francesco Rossi

Settembre 2008. Stanchi di suonare il loro punk hardcore o street punk (difficile spiegare ai vecchietti delle feste dell’Unità che tipo di musica fanno) nei soliti posti sgangherati dove per provare ti dicono di abbassare il volume (le pareti sono insonorizzate con le scatole delle uova) e dove per farti prestare l’attrezzatura per l’impianto devi praticamente vendere un rene, a Miche, Edo e Iac si presenta finalmente l’occasione della vita. E non gli arriva dal cielo, se la vanno a cercare: dovrebbero aprire un concerto all’Estragon di Bologna della mitica band americana Defense, in tour in Europa, ma all’ultimo viene tutto annullato. 

Tentano una follia: chiamano il manager dei Defense e gli propongono di farli suonare a Grosseto. «I Defense a Grosseto, ma ci pensi?! Perché dobbiamo sempre essere noi a spostarci, facciamo per una volta che siano gli altri a venire da noi!». E così succede. Si improvvisano organizzatori. Parte una trafila di eccitazione e speranza per la ricerca spasmodica di un posto dove suonare, l’attrezzatura da affittare. Ma anche i biglietti dell’aereo. Sì perché i Defense partirebbero da Mosca e il biglietto per arrivare in Toscana chi glielo paga? Troppi ostacoli si frappongono tra loro e gli americani, e realizzare il concerto diventa un’ossessione, una questione di vita o di morte, un’impresa da portare a termine, un grido politico.

«Vogliamo solo fare un concerto e lo vogliamo far per bene. Punto».

I paradossi della provincia si scontrano con le manie di grandezza dei musicisti e i modi rudi per ottenere ciò che vogliono fanno da contraltare alla dolcezza dei loro legami famigliari. Ma rompere i margini significa mettere in discussione anche questi legami e fare i conti con il proprio dovere di figlio, figlioccio e padre. Fino a mettere in discussione persino la loro amicizia. E paradossale è quanto quello che ti rimanga del film sia il viaggio, i nostri eroi sull’automobile, con l’audiocassetta dei Defense a tutto volume, a bordo batteria, chitarre elettriche e la voglia di spaccare. Come se dovessero andare chissà dove e invece restano sempre lì, ai margini. Forse perché i margini non sono quelli fisici, ma quelli affettivi, culturali, ideali.

La voglia di farcela. 

E ce la faranno, a modo loro: «Abbiamo portato i Defense a Grosseto», realizzano a un certo punto Edo e Miche, appena usciti dalla questura dove sono finiti dopo aver fatto carte false.  Iac, invece, dopo l’altra occasione della vita – quella di suonare il violoncello nell’orchestra di Barenboim – dovrà decidere se prendere o no quel treno per l’aeroporto di Pisa, dove lo aspetta il celebre direttore d’orchestra argentino. 

Il film è prodotto da Dispàrte, Manetti Bros e Rai Cinema. Le musiche sono di Alessandro Pieravanti e Giancane. Prezioso anche il contributo di Zerocalcare che, oltre ad aver realizzato le illustrazioni, è anche protagonista di un cameo vocale. 

I costumi sono di Ginevra de Carolis, storica collaboratrice della famiglia Manetti Bros, di cui Falsetti è stato per tanti anni seconda unità. Tra gli interpreti anche Valentina Carnelutti, Silvia d’Amico, Nicola Lignanese, Paolo Cioni, Aurora Malianni.

La collaborazione Zerocalcare – Giancane ci rimanda subito alla serie Strappare lungo i bordi, approdata su Netflix quasi un anno fa. Quei bordi che ci rimandano al disagio provato da parte di un’intera generazione, che si ritrova a sperimentare un senso di vuoto causato dalla perdita di certezze e di punti di riferimento. Ecco, quei bordi sono il nostro varco, quello che non dovremmo avere paura di affrontare: i nostri margini.

Foto di Francesco Rossi

Dall’8 settembre al cinema

“White noise”o di come Baumbach ha conquistato Venezia

Dopo Marriage Story il regista americano Noah Baumbach torna a dirigere Adam Driver e il risultato è, ancora una volta, sorprendente. White Noise, scelto come film di apertura della 79edizione della Mostra del Cinema di Venezia, è l’adattamento dell’omonimo romanzo di De Lillo, lo scrittore che più di tutti ha saputo raccontare il fallimento del sogno americano.

Dalla prima scena siamo già immersi nella vita di Jack Gladney, professore universitario che gode di grande prestigio grazie ai suoi studi sulla figura di Adolf Hitler, sul quale sta per organizzare un convegno a cui prenderanno parte studiosi da tutto il mondo. È in funzione di questo evento che il tempo sembra dispiegarsi, come se rappresentasse una svolta per il protagonista, il punto di arrivo di una vita dedicata alla ricerca, che ora finalmente non solo i suoi colleghi ma tutto il mondo accademico è pronto a riconoscergli. Le sue lezioni, grazie al suo carisma e alla sua teatralità, sono dei veri e propri happening. La sua famiglia lo adora, dimostrandogli sempre grande affetto e stima. È infatti quello che si definirebbe un buon padre. È innamoratissimo della moglie, Babette, e lei lo è di lui. Cos’altro può desiderare?

Una sera, però, prima di addormentarsi i due si confidano. Sì, Babette e Jack sono una di quelle coppie che ama raccontarsi continuamente e che non sopporta l’idea di avere segreti. Entrambi hanno paura di perdersi, temono che l’altro possa morire per primo. A Babette l’esistenza senza Jack appare come una voragine spaventosa, a Jack un vero e proprio abisso. Eppure, quando li vediamo spingere un carrello al supermercato, circondati da merce sfavillante che chiede solo di essere comprata promettendo in cambio un’assoluta felicità, per un momento dimentichiamo quella paura. Morire non sembra neanche lontanamente possibile tra quelle confezioni colorate e quei prodotti che ricordano per la loro perfezione i quadri di Andy Warhol, in cui l’oggetto del consumo è esaltato in tutto il suo potere estetico. 

È ciò che Baumbach ricrea perfettamente in questo film e ciò che De Lillo esprime così: 

Mi parve che Babette e io, nella massa e varietà dei nostri acquisti, nella grassa abbondanza suggerita da quei sacchetti – il peso, le dimensioni e il numero, i disegni familiari delle confezioni e la vivacità dei caratteri, le scatole giganti, i formati famiglia con il contrassegno fosforescente dell’offerta speciale – nonché nella sensazione che provavamo di esserci riempiti di scorte – il senso di benessere, la sicurezza e l’appagamento che quei prodotti apportavano a una sorta di casetta annidata nel nostro intimo -, mi parve, dicevo, che avessimo conseguito una pienezza dell’essere che doveva risultare ignota a coloro che hanno bisogno di meno, si aspettano di meno, incentrano tutta la loro vita su solitarie passeggiate serali.

Quella pienezza dell’essere che Jack crede di aver raggiunto attraverso un benessere che tanto lo rassicura, si rivela soltanto un’illusione. Non solo i beni materiali non possono frenare la morte, né la sua né quella di Babette, ma finiscono per svelarne l’ineluttabilità. Proprio come una qualsiasi confezione di biscotti, anche Jack andrà incontro, con il tempo, al deterioramento.

Baumbach è capace più di ogni altro regista nel mostrare come i cambiamenti, soprattutto nei rapporti umani, siano sempre il risultato di un lungo processo. Quelle che all’inizio possono sembrare apparenti e insignificanti microfratture, leggeri cedimenti, si rivelano il preludio di un’inevitabile catastrofe. Ed è così che, mentre Jack è impegnato all’università nel tenere una lezione su come Hitler sia stato capace di incantare le masse, un camionista ubriaco che trasporta materiale infiammabile colpisce in pieno un treno carico di liquidi tossici. L’esplosione è immediata e in poche ore una nube ha già coperto la città, minacciando l’esistenza di Jack e della sua famiglia.

È una corsa contro il tempo, un disperato tentativo collettivo di sopravvivenza. Babette e Jack questa volta saranno costretti a fare davvero i conti con quella paura che, proprio come la nube tossica, minaccia le loro vite. E sarà proprio svuotando un secchio pieno di rifiuti – gli stessi che fino a poco tempo prima in tutta la loro bellezza e promessa di salvezza occupavano gli scaffali di un supermercato – che Jack scoprirà il punto di rottura, la frattura da cui bisogna ripartire per tenere unita, ancora una volta, la sua famiglia.

Zabaione

Detesto scegliere il gelato. «Creme? Frutta?». Mi guarda. Dietro di me un gruppo di ragazzi aspetta. Alla fine, senza troppa convinzione, indico il cioccolato. «Solo cioccolato?». Mi guarda. «Sì». Gli rispondo. «Solo cioccolato». Superato l’imbarazzo, penso: è finita. Adesso paghi il tuo cono e te ne vai. E invece lui insiste: «Cioccolato gianduia? Cioccolato fondente? Cioccolato all’arancia?». È un incubo, penso. Devo andare via di qui al più presto. E poi, quando sono sul punto di scegliere il fondente, una voce da dietro incalza: «Aò ma te voi sbrigà? Ma quanto ce vole a sceglie er gelato?». Non ho il coraggio di voltarmi. Penso che anch’io al suo posto sarei innervosita da tanta attesa inutile, soprattutto perché lui, a differenza mia, saprà sicuramente cosa scegliere. Anzi, lo sa da prima di entrare, da quando ha sbattuto la porta di casa con l’idea di venire qui.  Il gelataio invece non si scompone. Probabilmente non sono né la prima né l’ultima vittima di questa indecisione. 

«Prendi er gianduia, è bono. Fidate». Questa volta però a parlare è l’amico. Io non mi ricordo neppure che sapore abbia il gianduia. Non sono neanche sicura di averlo mai assaggiato. Sono sul punto di andarmene, arresa, sconfitta, umiliata. Poi lo vedo. Giallo. Bellissimo. Non so perché non l’avessi notato prima. Mi dico che non presto mai abbastanza attenzione ai gusti che ho davanti. Mi faccio sempre prendere dal panico, precludendomi il piacere di scoprirne dei nuovi.

«Quello cos’è?» Lo chiedo nonostante il nome sia evidentemente scritto accanto al gusto, su un’etichetta ben attaccata alla vetrina. Un modo come un altro, il mio, di temporeggiare.

«Zabaione». Risponde. Penso: sì, lo prendo. Sto per dirglielo. Poi però lui comincia a fissarmi con fare interrogatorio. Forse ha capito che non sono molto convinta, che lo sto scegliendo solo per non fargli perdere la pazienza. Forse lui ha a cuore i suoi clienti e non vuole che esca da qui scontenta. Sarà per questo che senza alcun preavviso mi domanda: «Lo vuoi assaggiare?». Mi rendo conto che non avevo pensato neanche lontanamente a questa possibilità.

La prima tentazione è quella di cedere. Magari così sarà più facile decidersi. Poi però sento la pressione dei due tipi alle mie spalle. Non so neppure che faccia abbiano. All’improvviso però non parlano più. Forse si sono arresi. Forse sono addirittura usciti e io non me ne sono accorta. E se qui dentro fossimo rimasti solo noi due? Penso che dovrei proprio assaggiare lo zabaione. Sì. È inutile rimandare. Mi tormenta però l’idea che possa non piacermi e che a quel punto, dopo averlo assaggiato,  non abbia più il diritto di scegliere altro e che tutte le possibilità che ho davanti vengano di colpo annullate. È un pensiero tremendo, che mi spingerebbe a dire subito: «No, grazie». Qualcosa però mi frena. Un ricordo. Quello di mia nonna che energicamente sbatteva le uova fresche insieme a quantità smisurate di zucchero. Improvvisamente si fa strada in me il desiderio di riprovare quel sapore antico ancora una volta.

Sono sul punto di dirgli di sì ma poi mi assale un forte senso di vergogna. Non voglio che uno sconosciuto mi guardi mentre assaporo il gusto del gelato. Quel momento è privato. È  mio. Non può  rubarmelo. Lui sospira. Non l’aveva mai fatto in tutto questo tempo. Forse non è vero che è così paziente. Forse sta per mandarmi via. Siamo a un punto di rottura. Lo sento. Devo fare qualcosa prima che sia troppo tardi. Non voglio uscire da qui a mani vuote. Lui continua a tenere in una mano il cono vuoto. Ho l’impressione che lo stia stringendo sempre più forte. Temo che potrebbe romperlo da un momento all’altro. Alla fine mi arrendo. Lo guardo ancora una volta prima che lui possa aggiungere o dire qualsiasi cosa.

Zabaione sia. Penso: è andata. Sono salva. Adesso esco da qui finalmente libera e attraverso la strada con il mio cono di zabaione tra le mani e nessuno ma proprio nessuno potrà dirmi niente. Poi però lo sento di nuovo, come una cicala che dopo essere stata a lungo in silenzio riprende con forza il suo canto: «Cioè, famme capì, un’ora pe sceglie il gelato e poi te prenni un cono de zabaione? Ma tutto bene ragazzì?».

Il gelataio mi guarda ancora. Dal suo sguardo capisco che dà ragione al ragazzo dietro di me, di cui ancora non conosco la faccia. Finisco per dargli ragione anch’io ma a lui non lo dico. Non posso. Resto in silenzio. Il gelataio, anche senza il mio consenso, sta per affondare la paletta nello zabaione. Devo impedirglielo. So già che quel gusto non eguaglierà mai il ricordo del sapore che ho in testa. Anzi, al contrario lo rovinerà e io mi maledirò sempre per averlo scelto perché quel gusto cancellerà l’altro, che invece è ancora intatto, vivo.

Sono ancora in tempo ma non ho il coraggio di fermarlo. Penso che i ragazzi alle mie spalle a quel punto mi attaccheranno. Sembrano così aggressivi, anche se ancora non li ho visti in faccia, che potrebbero spintonarmi o peggio ancora lanciarmi addosso il gelato, quello che non ho ancora preso. Sto per arrendermi. Ma poi trovo la forza di fermarlo.

«No, lo zabaione no». Silenzio. Nessuno, me compresa, ha più il coraggio di parlare. Il gelataio si ferma di scatto, come un uomo di fronte a una voragine. Ha capito anche lui che ormai, arrivati a questo punto, non può più farlo. «Amarena, prendo l’amarena». È il gusto di gelato che detesto da sempre. Quando ero bambina credevo che le persone che sceglievano l’amarena fossero cattive. «Mi dia un cono di amarena». Ripeto. Ora che ho deciso voglio che lo sappiano tutti. Il gelataio affonda finalmente la paletta, soddisfatto. Sembra provare un piacere immenso. È finita, mi dico. Adesso mi giro. Voglio proprio vedere che faccia ha l’impazienza. Un attimo prima di afferrare il cono mi guardo indietro. Il tempo di scoprire che i ragazzi non ci sono più. 

Foto di copertina di Vivian Maier

Di Londra si dice

Londra è una città di cui si dice. Impersonalità e individualità caratterizzano anche il giudizio che i più hanno di lei. Un giorno qualcuno mi fece notare che il termine città gode di una fortuna dettata dalla lingua italiana, poiché è una parola che vale tanto al singolare quanto al plurale. Per comodità e forse per abitudine parlerò di Londra come si parla di una grande signora.  

Di Londra, dicevo, si dice. Confesso che dire, nei suoi riguardi, non è affatto semplice. Si è portati ad esprimere un parere immediato non appena si è travolti da quel vortice che ci risucchia già all’uscita del gate di Stansted. Presto si rimpiange però di aver osato parlarne così presto. La frenesia che la domina smorza i pensieri e i sensi di colpa, come anche ogni piccolo accenno alla riflessione: non c’è tempo. Così le strade a senso alterno, gli autobus che sono palazzi, le biciclette che sono motociclette, le birre tracannate in fretta per goderne ancora prima che cali la sera, gli incontri che piovono come fossero coriandoli in un giorno di carnevale, ci travolgono. 

Residenza dell’autrice a Londra.
Foto di Marco Salamina

È così che si diventa un cittadino di Londra. I coriandoli però, il giorno dopo la festa, altro non sono che depositi ai bordi delle strade che attendono solo di decomporsi fino a diventare parte dell’asfalto. Così gli incontri che riempiono le giornate a Londra sono difficilmente classificabili. Ma il tempo per riflettere sul valore delle amicizie, a Londra, non c’è. Non  resta che aspettare e vedere come lui, il tempo, posizionerà le carte.  In attesa che questo avvenga, Londra offre un dono che non ho vissuto in altre città: la solitudine. È il più fortunato degli incontri che si possano avere in questa città. È lei a farci compagnia nelle cene a coperto unico, nelle sale del cinema mezze vuote, nelle corse notturne degli N23, nelle camminate sotto la pioggia. È lei che incontriamo quando pensiamo sia notte fonda ma in realtà è da poco scattata la mezzanotte, correndo per sfuggire alle volpi.  La questione del tempo e delle ore a Londra è particolare. Qui il tempo passa con realtà. Ho  imparato a conoscere la vera durata di un’ora. È lento e tangibile, ma, non appena lo si ha catturato, il  tempo scivola via.

Foto di Marco Salamina

L’abitudine inglese, a dir poco magnifica, di godere con intensità di tutte le ore del giorno  per poter avere poi anche il tempo, dopo il lavoro, dopo la baldoria, dopo le birre, di poter dormire, è una lezione che noi italiani dovremmo imparare per abbandonare le mode di feste che nascono all’alba di un  nuovo giorno e ci lasciano in coma per i due giorni che ne seguono. Il modo di vivere e trascorrere il tempo a Londra, da questo punto di vista, è un privilegio. È come se il giorno volesse trattenerci a sé, consumarci, sapendo che le lunghe ore della notte ci rigenereranno. In fondo, credo che il tempo a Londra speri solo di lasciarci riposati per i suoni delle ambulanze che la mattina hanno la  stessa funzione dei minareti. Credetemi, le ambulanze londinesi non sono come le altre ambulanze. Il loro suono che si avvia soffuso, raggiunge il suo punto più acuto senza un crescendo; ci arriva e basta. Entra dentro gli scadenti infissi delle case della città, fa vibrare le tavole di finto parquet messo a coprire una  lurida moquette senza che quest’ultima però sparisca, lei è lì, negli angoli, e, una volta fatta vibrare anche ogni parte del timpano umano, il suono dell’ambulanza si deposita nel nostro cervello. Capirete bene che, se il tempo del giorno non avesse concesso alla notte un potere su di noi, questo risveglio non sarebbe poi così facile da gestire.  

Foto di Marco Salamina

Di ancor meno facile gestione sono la salita e discesa sui piani alti degli autobus palazzo. Pensati per contenere quanti più passeggeri possibile, è innegabile che i rossi bus londinesi siano un’attrazione turistica non irrilevante. I passeggeri possono godere della vista della città pur restando comodi nei loro sedili di velluto infeltriti dall’umido della pioggia dopo aver pagato un biglietto che tutto può essere definito fuorché economico. Forse però ne vale la pena. L’abitudine, come sempre, arriva in nostro soccorso con puntualità. Dopo poche settimane spese a bordo dei rossi bus londinesi non ci resta che accettare una lezione: mai  sostare sulle scale per i piani alti mentre l’autista è in azione; mai salire ai piani alti quando il bus è in  movimento. I miei ricordi di tonfi su quelle strette scale di plastica si sovrappongono a quelli di zaini che ho visto precipitare e si uniscono a ricordi di urla di passeggeri che cercano di aggrapparsi ai maniglioni gialli pur di non scivolare o tentano di avvertire qualche altro passeggero che l’autista sta per  frenare e conviene che loro “hold on”, si tengano saldi. Il piacere poi si moltiplica se, come è accaduto a me, qualcuno decidesse di usare i rossi bus londinesi come principale mezzo di trasporto durante un trasloco.  

Foto di Marco Salamina

I mezzi di trasporto a Londra somigliano all’umidità per il senso di disagio interiore che arrecano al corpo umano; eppure sono rifugi in cui ci precipitiamo o in cui ci piace essere se è lì che dobbiamo andare. Mai uguali a loro stessi i trasporti pubblici  londinesi sono un’ampia categoria. L’infernale tube talmente sotto terra da essere appunto quasi vicina all’inferno dantesco è un’alcova di topolini e di cup di Starbucks lasciate fra il corrimano e il muro. I lunghi tunnel che collegano i livelli sottoterra sono piste da corsa; raro incontrare qualcuno che effettivamente li percorra con calma. Entrati poi negli abitacoli del treno, dopo aver, almeno per noi giraffe, abbassato adeguatamente la testa e averla incassata alle spalle, si apre ai nostri occhi una delle scene che più porterò nel cuore: sguardi. La tube londinese è infatti famosa per essere priva di segnale internet. Per cui, a differenza di ogni altro mezzo pubblico, sulla tube è possibile incrociare i più svariati  sguardi: c’è chi è intento in una veloce lettura da viaggio che alza gli occhi per controllare la fermata; c’è chi preso da un cruciverba viene distratto dal suono del “please mind the gap” decide di rinunciare e si  abbandona a un pensiero fissando lo sconosciuto davanti a sé; c’è chi approfitta di quei lunghi tragitti  sotterranei per riposare e lasciarsi andare ciondolando il capo a tal punto da invadere lo spazio personale del proprio vicino. Nel suo movimento il treno non è silenzioso, tutt’altro. Ma questa raccolta di vicende di sguardi e la possibilità di poterli notare e incrociare, perché siamo, per un brevissimo tempo, staccati dai nostri smartphone, catapultano il rumore della tube in un piacevole silenzio ovattato. Durerà poco, non appena le porte si aprono e scendiamo, la guerra a chi corre di più per tornare in superficie, ricomincia.  

Foto di Marco Salamina

Quasi dimenticavo di aver omesso, in questa frivola descrizione, di includere la famosa pioggia londinese. Chissà che in fondo la nostra grande signora non abbia vinto gli stereotipi di impersonalità e individualità e sia riuscita effettivamente ad entrare nel cuore umano, rendendosi ricordo grazie ai colori delle sue diverse personalità e non grazie al colore del suo cielo. 

Veduta di campagna con bar

Le macchine procedono a velocità dissonanti davanti al bar,

io riconosco le persone che le guidano.

L’aria assume le tinte gialle del neon.

È una stazione emotiva cui non riesco ad adattarmi. 

Il Bianchi viene a comprare mezzo chilo di pane

e la pagnotta per Agata alle dieci in punto,

Flavio e il Cioni fanno avanti e indietro in moto 

perpetuo, per Campari e birra “ghiacciata, mi raccomando”.

Vittorio finisce di pranzare prima di mezzogiorno

e viene a prendere caffè e Futura e poi chiede:

“ancora non c’è Bronzino?”, e così via.

Ronzano nel sottofondo i frigoriferi,

tintinna il perno arrugginito della ventola,

dalla cucina si incuneano timbri metallici e aroma unto.

Come affacciato a un fiume, osservo fluire

le battute riciclate di bar in bar dai clienti;

con cadenza regolare viene urlato il mio nome

mi riacciuffa questa assurda dimensione.

La mia giornata è impressa nel solco della sedia.

Il giorno s’inabissa nella notte e riemerge identico.

Dio è qui che ha appiccicato la sua gomma da masticare.

Vorrei accadesse qualcosa, anche la più tragica,

per compiacere la mia nevrastenia e far cedere

il chiodo che sorregge questo quadro intollerabile.

Penso a Bucarest, a un fratello che ci abita:

è un’ora più vicino ai sogni.

Fabrizio Sani

Illustrazione a cura di Valentina De Nicola

Perché leggiamo gli scrittori solo quando non ci sono più: addio a Patrizia Cavalli e Raffaele La Capria

21 giugno. Solstizio d’estate.

Sono appena arrivata a scuola. Quel verde che di solito mi accoglieva all’ingresso, quell’erba rigogliosa su cui i miei alunni fino a poche settimane fa sedevano durante le lezioni di filosofia, adesso è terra arida. Non piove da non ricordo più quanti giorni. Questo panorama scomposto mi attanaglia. C’è qualcosa poi, a scuola, nell’assenza di chi di solito la anima, che mi terrorizza e spaventa. La notizia che mi arriva conferma quel senso di desolazione che mi accompagna da quando sono qui.

Patrizia Cavalli è morta. Patrizia Cavalli, poeta, non c’è più. Così voleva essere chiamata: poeta. E non poetessa. Così la definì Elsa Morante subito dopo aver letto le sue poesie e averle apprezzate con l’avvertenza, però, che non avrebbero cambiato il mondo, da cui il titolo della prima raccolta della Cavalli: Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974).

Mi sento smarrita, come se mi avessero appena comunicato la scomparsa di una zia, ma non di quelle lontane che non senti mai. No, al contrario, una di quelle che senti tutti i giorni. Per riprendermi dalla notizia, comincio a leggere forsennatamente una sua poesia dietro l’altra, come se in quel pomeriggio caldo e afoso i suoi versi fossero l’unica fonte in grado di dissetarmi. Erano mesi, mi dico e mi rimprovero, che volevo comprare le sue raccolte. Ma poi, non so neanch’io il perché – forse perché sembra ci sia sempre qualcosa di più urgente da fare di quello che ci interessa fare davvero – ho rimandato quel momento. Adesso non c’è più tempo. Devo sbrigarmi e recuperare al più presto tutto ciò che ha scritto.

Tra le sue poesie che leggo per dissetarmi, ce n’è una tra tutte che mi sconvolge. Penso, mentre la trascrivo sul mio quaderno, che non mi riprenderò mai più dalla verità di questi versi.

Tu mi vorresti come uno dei tuoi gatti
castrati e paralleli: dormono in fila infatti
e fanno i gatti solo di nascosto
quando non li vedi. Ma io non sarò mai
castrata e parallela. Magari me ne vado,
ma tutta di traverso e tutta  intera.

(Pigre divinità e pigra sorte, 2006)

Proprio adesso, nel morire nel primo giorno d’estate, se ne è andata di traverso e tutta intera.

Foto di Dino Ignani

Dopo aver letto alcune sue poesie, resto a fissare un ritratto che le fece Dino Ignani, il fotografo dei poeti. Dietro di lei, seduta composta, c’è una carta geografica, proprio come quelle che abbiamo qui a scuola, in classe. Anche il suo maglione con quelle figure geometriche sembra disegnare geografie, campi di grano aridi come quelli qui intorno, e questa fotografia è la perfetta trasfigurazione in immagine di una sua poesia, che Chiara, subito dopo essere stata avvisata da me della sua scomparsa, mi manda. Mi impressiona che tra tutte abbia scelto di inviarmi proprio questa, quella che più somiglia a questo ritratto.

Addosso al viso mi cadono le notti
e anche i giorni mi cadono sul viso.
Io li vedo come si accavallano
formando geografie disordinate:
il loro peso non è sempre uguale,
a volte cadono dall’alto e fanno buche,
altre volte si appoggiano soltanto
lasciando un ricordo un po’ in penombra.
Geometra perito io li misuro
li conto e li divido
in anni e stagioni, in mesi e settimane.
Ma veramente aspetto
in segretezza di distrarmi
nella confusione perdere i calcoli,
uscire di prigione
ricevere la grazia di una nuova faccia
.

da Il cielo, in “Patrizia Cavalli”, Poesie (1974-1992).

Perché, mi domando, l’attrazione per un poeta o uno scrittore è molto più forte dopo la sua morte? Cos’ha la morte di così affascinante da spingerci con tanta curiosità verso autori che prima abbiamo trascurato? Mi tornano in mente le parole del giovane Holden: «Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira».

Vorrei fare lo stesso adesso con Patrizia Cavalli. Forse è proprio l’impossibilità di questo gesto, che ora si presenta in tutta la sua oscurità, a scoraggiarmi e a spingermi a trovare consolazione ancora una volta nei suoi versi, che mi illuminano trasportandomi altrove.

27 giugno. Quasi una settimana dopo.

Mattina presto. Torno a scuola anche oggi per gli esami di maturità. Le raccolte di poesia di Patrizia Cavalli adesso non si trovano più facilmente. Mi assale di nuovo il rimpianto di non averle prese prima, quando era ancora viva. Le copie saranno disponibili ad agosto. L’idea di non poterle avere subito si lega, senza che sappia dire precisamente il perché, a questa siccità spaventosa che da settimane è così minacciosa. Quest’assenza di versi mi fa sentire come una pianta che non può più aspettare. Poi succede che mi distraggo – una strategia che uso spesso quando devo rassegnarmi al fatto di non poter avere qualcosa. Allora nello scaffale della libreria della casa di campagna recupero Marcovaldo di Italo Calvino. Il libro, in fila indiana con gli altri, sembra un po’ smarrito e fuori luogo come il protagonista delle sue pagine. Anche qui ritrovo la siccità, l’afa di questi giorni. Il bisogno di Marcovaldo, poi, di ricrearsi dei suoi spazi di quiete, di pace e di fresco in quel poco di natura che resta in città, mi riporta a quel pomeriggio torrido di sei giorni fa, in cui ho trovato nei versi di Patrizia Cavalli la consolazione al dispiacere di aver aspettato così tanto tempo prima di decidermi a leggerli.

Mentre correggiamo i temi di italiano, penso a quanto sarebbe bello se si riuscisse a studiare Patrizia Cavalli a scuola, se tra i versi proposti quest’anno per l’analisi del testo ci fossero stati, oltre a quelli di Verga e Pascoli, anche i suoi. Non faccio in tempo a pensarlo che un altro scrittore contemporaneo irrompe nella mia giornata appena iniziata. Questa volta è Chiara ad avvisare me della scomparsa di Raffaele La Capria. Quante volte ne abbiamo parlato. Quante volte abbiamo desiderato incontrarlo per intervistarlo. Gli avremmo certamente chiesto di raccontarci le sue due città, Napoli e Roma, la prima la sua città natale e la seconda quella in cui aveva scelto di vivere e in cui oggi si è spento.

Raffaele La Capria e la moglie Ilaria Occhini

Questa foto, scattata un’estate a Capri, lo ritrae con la moglie, l’attrice Ilaria Occhini, a cui è stato legato per sessant’anni fino alla scomparsa di lei, avvenuta tre anni fa. E nel guardarla penso che l’estate, quella appena iniziata, che ha già visto scomparire due grandi della letteratura italiana del Novecento, è anche la stagione del romanzo più celebre di La Capria, quello che gli valse il Premio Strega nel 1961: Ferito a morte. Il libro si apre con uno degli incipit più belli che uno scrittore possa desiderare di scrivere.

La spigola, quell’ombra grigia profilata nell’azzurro, avanza verso di lui e pare immobile, sospesa, come una fortezza volante quando la vedevi arrivare ancora silenziosa nel cerchio tranquillo del mattino. L’occhio fisso, di celluloide, il rilievo delle squame, la testa corrucciata di una maschera cinese – è vicina, vicinissima, a tiro – La Grande Occasione. L’aletta dell’arpione fa da mirino sulla linea smagliante del fucile, lo sguardo segue un punto tra le branchie e le pinne dorsali. Sta per tirare – sarà più di dieci chili, attento non si può sbagliare! – e la Cosa Temuta si ripete: una pigrizia maledetta che costringe il corpo a disobbedire, la vita che nel momento decisivo ti abbandona. Luccica lì, sul fondo di sabbia, la freccia inutile. La spigola passa lenta, come se lui non ci fosse, quasi potrebbe toccarla, e scompare in una zona d’ombra, nel buio degli scogli. Adesso sta inseguendo la Grande Occasione Mancata

Quando l’estate scorsa lo lessi, in un viaggio in treno in Liguria, dovetti rileggerlo tante volte per capirlo e così, scoraggiata, abbandonai la lettura. Ma oggi che il suo autore è scomparso e che non è più possibile, come desideravo, incontrarlo, sento forte in me il desiderio di riprenderlo e di ricominciare da lì, da quella “grande occasione mancata di lettura” e mi riprometto che non aspetterò più che gli autori scompaiano per affondare profondamente nella loro scrittura.

Ali di cera: la Napoli di “Nostalgia” di Mario Martone

Ma esisteva effettivamente Napoli, nel marzo 1947? Io rivedendola dopo tanti anni e dopo tante vicende dissi di no;  dissi che Napoli è una città inventata: finta, espressa minuto per minuto da innumerevoli Eduardi e Peppini e Titine de Filippo, sullo sfondo di ingenui e fragilissimi scenari… 

Giuseppe Marotta

Tanto è lo stupore che si prova nel rivedere Napoli dopo molti anni di assenza che al protagonista del romanzo San Gennaro non dice mai no viene spontaneo domandarsi se quella città che ha davanti esista davvero o se non sia anch’essa una rappresentazione teatrale di quelle che piacciono tanto al popolo napoletano. Sembra vivere un’esperienza del tutto simile Felice Lasco, personaggio protagonista dell’ultimo romanzo di Ermanno Rea, Nostalgia, da cui Mario Martone ha tratto il suo nuovo film, presentato quest’anno al Festival di Cannes, dove è tornato dopo ventisette anni. Anche nel caso del regista quindi si può parlare di un ritorno, tema tra l’altro già presente nella pellicola presentata allora, L’amore molesto (1995), in cui Delia, una giovane illustratrice trapiantata a Bologna, viene richiamata a Napoli dopo la notizia della morte improvvisa della madre.

Destino comune a tutti i napoletani quindi quello di ritornare, come Fabrizia Ramondino aveva sapientemente messo in luce in Star di casa:  «E fuggendo Napoli, per inseguire un Nord mitico, che quasi sempre non oltrepassava Roma, i giovani intellettuali napoletani venivano a loro volta inseguiti da Napoli, come una segreta ossessione. Ché Napoli usa seguire i suoi concittadini dovunque, come un’ombra, se si trasferiscono altrove…». Ecco quindi qual è la natura paradossale di questa città, che «invoglia a partire ma che è difficile abbandonare».

Foto di Mario Spada

Quando Felice Lasco, interpretato magistramente da Pierfrancesco Favino, rientra nel suo quartiere, il rione Sanità, apparentemente nulla è cambiato, se non la madre, ormai invecchiata, che non abita neanche più nella casa in cui l’aveva lasciata l’ultima volta. Ma questo cambiamento è visibile solo sul suo volto. Per il resto Napoli è sempre la stessa, esattamente come l’ha lasciata, come si lasciano le città in guerra: fuggendo.

Lo seguiamo nel suo peregrinare, nel suo cercare tracce di un passato che ora torna ad emergere e ad appartenergli come presente. Figure che non ricorda più e che invece sanno tutto di lui, di sua madre, della sua infanzia, lo avvertono sui pericoli a cui va incontro, decidendo di restare. Eppure Felice sembra non avere paura, come se la sua memoria, di quel passato, avesse trattenuto solo la bellezza. Personaggio centrale, in questa sua iniziazione, è quello di Don Luigi Rega, interpretato da Francesco Di Leva, protagonista di un altro film di Martone sempre ambientato in questo quartiere: Il sindaco del Rione Sanità. È soprattutto lui a metterlo in guardia su Oreste, amico di infanzia di Felice, divenuto ormai la figura più temuta della Sanità, quello che Don Luigi definisce il suo più grande nemico. Ma Felice è ostinato, più fedele ai suoi ricordi che alla realtà che gli sta intorno e che lo rende incapace di riconoscere il male, quello più radicato, più profondo e impossibile da estirpare.

Foto di Mario Spada

Felice Lasco sembra incarnare la figura di un Icaro moderno, che tenta disperatamente di uscire dal labirinto, di sfuggire a un destino che non è disposto ad accettare. E proprio come Icaro, con le sue ali di cera, precipita per essersi avvicinato troppo al sole, così Felice sfida le leggi di un territorio in cui è già scritta la sua condanna.

È una Napoli orientale quella che viviamo attraverso i suoi occhi, che sembrano ritrovare in quel paesaggio antico le atmosfere lontane dell’Egitto in cui  ha trascorso la maggior parte dei suoi anni. Massima espressione di questa contaminazione tra i due mondi è la scena in cui, insieme a un gruppo di ragazzi, danza sulle note di una musica araba. 

È la Napoli porosa raccontata da Walter Benjamin, quella in cui «ogni comportamento e affare privato è inondato dalle correnti della vita pubblica come da una marea». L’esistenza di Felice infatti non è più soltanto sua, ma appartiene al rione, quanto le sue cave di tufo.

È una Napoli impenetrabile quella del rione Sanità ritratto da Martone, in cui un rigido codice regola la vita della gente e dove chi, come Felice, conserva ancora l’ingenuità e la purezza di un forestiero vissuto altrove, non ha scampo.

Esperienza immersiva quella che si trova a vivere lo spettatore di Nostalgia, trascinato nelle viscere e nel ventre di Napoli, nei luoghi sotterranei, in quelle che Dostoevskij definirebbe le memorie dal sottosuolo. Nella profondità delle Catacombe, nel Cimitero delle Fontanelle, nei vicoli stretti come cunicoli di un labirinto, cogliamo la condizione di Felice, la sua impossibilità di ritornare a casa. Ma in fondo, la parola nostalgia non significa proprio questo?

Foto di Mario Spada