Camminata della pace: ripercorrere per costruire la memoria

Andiamo. Questo l’invito che ho ricevuto dal mio amico Francesco. 

Andare. Questa l’azione che spesso, inconsciamente, ognuno di noi compie. 

Probabilmente stavo camminando quel giorno di aprile in cui Francesco mi parlò per la prima volta della Camminata della pace. Organizzata dal Cai Bologna e dall’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) Monzuno, Peretola, Pistoia e altre realtà, la Camminata ripercorre due delle più grandi stragi del Nazifascismo in Italia: quella di Monte Sole e Sant’Anna di Stazzema. 

Ripercorrere non è un termine come un altro. Ripercorrere significa confronto, scoperta, ricerca. Ripercorrere è un’azione dinamica che non è mai uguale a se stessa nel corso del tempo. Si evolve. Così come si è evoluta la storia. 

Il nonno di Francesco, Eriberto, è uno degli ideatori di questa iniziativa. Modenese, ha vissuto su quei monti a cavallo dell’Appennino e ha contribuito a rendere la storia di quei territori fruibile a tutti, trasmettendo i valori della memoria a suo nipote Francesco e a molti altri giovani.

Ascoltandolo parlare di suo nonno e della nascita della Camminata della pace, non ho potuto fare a meno di pensare a mia volta a mio nonno, Libero Palmieri che da partigiano, seppur non sull’Appennino, ha contribuito alle lotte per la libertà. Mentre Francesco mi parlava dei giorni in cammino, iniziavo a immaginare i volti, i luoghi, i silenzi, le chiacchiere, i dubbi e tutte le altre sensazioni che sono parte del camminare. Volevo saperne di più di quella storia tra gli Appennini.  

Una mattina qualcuno bussò alla porta della casa in Olanda, dove da un anno ormai vivo con Francesco, consegnando un libro proprio a lui, speditogli dall’Italia da suo nonno Eriberto e sua nonna Laura. È così che è avvenuto un interessante incontro per me, quello con il testo di Simona Baldanzi: Corpo Appennino. In cammino da Monte Sole a Sant’Anna di Stazzema. 

Ho letto il libro in diversi momenti. Prima, aspettando che fosse Francesco a finirlo,  l’ho solo sfogliato posando i miei occhi su alcuni termini. Poi ho cominciato una lettura appassionata e umile, sempre in ascolto, cercando di carpire spunti che il testo potesse darmi per conoscere meglio quella storia che mio nonno Libero da partigiano, ha reso aperta e raccontabile a tutti, liberi, e che il nonno Eriberto ha poi tenuto viva donandola a suo nipote Francesco e a tutti quelli che vanno, vengono e camminano. E allora andiamo. 

In occasione della futura Camminata della pace che si terrà il prossimo agosto, ho avuto il piacere di intervistare Simona Baldanzi, autrice del testo citato. 

Il titolo del libro rimanda subito a una fisicità del racconto. Corpo Appennino. Immediatamente riporti la storia delle stragi del nazifascismo ai sensi dell’uomo. Ci spieghi questa scelta?

Spesso il titolo arriva alla fine, dopo aver raccontato l’intera storia. La Camminata della pace è una storia di fisicità. Si tratta, in fondo, di camminare, di riaccendere i sensi, di rapportarsi con dimensioni umane e animali. Ascoltando. Le fisicità che si incontrano e con cui ci si relaziona durante il cammino sono diverse. Ci sono tanti corpi in cammino. C’è il gruppo in cammino. C’è il corpo territorio che testimonia altri corpi sepolti. Nell’estate in cui ho ho partecipato alla Camminata c’era anche il mio corpo che dialogava con il resto. Camminare è confronto. 

La scelta della copertina del libro non è casuale. Abbiamo voluto inserire il disegno delle curve di livello per ricollegarci alla fisicità del corpo territorio, alla sua anatomia. Nel libro parlo spesso di anatomia delle stragi. È da lì che bisogna ripartire, dall’apertura dei processi per le stragi nazifasciste in Italia, i tribunali e la memoria. L’ anatomia delle stragi passa per l’ anatomia della mappa dei luoghi, c’è un costante rimando al territorio e, come avrai letto, anche all’orecchio. La Camminata è una questione di ascolto, di storie raccontate e tramandate per renderci conto di dove siamo. Dove ci posizioniamo? Cosa significa muovere un passo? Intendo proprio come atto politico. Interrogarsi sul nostro ruolo e la nostra posizione, questo significa camminare.

Nel libro citi questa frase di Lorenzo Guadagnucci: «I sopravvissuti erano custodi di una memoria insidiosa, pericolosa, si è cercato di addomesticarli». Che ruolo abbiamo noi, oggi, portatori di questa conoscenza?

Ti dicevo che camminare vuol dire muovere un passo. Come possiamo farlo? Come possiamo posizionarci? Durante la Camminata della Pace lo abbiamo fatto cantando tutti insieme all’arrivo nei paesi. Annunciandoci e creando confronto. Cosa significa farlo insieme? Ognuno si dà una risposta singola, ognuno si posiziona individualmente, ognuno si porta a casa, dalla Camminata, un piccolo insegnamento. Applicarlo e reimparare a condividerlo insieme significa muovere il primo passo. 

Nel racconto sottolinei la necessità di rapportarsi all’oggi, di non trasformare la storia in un mito. Che rapporto c’è fra memoria e icona? Come rendere la memoria fruibile e non solo astratta? 

Per fare questo ci sono vari passaggi. Bisogna osservare i cambiamenti del tempo. Nel libro si parla del cimitero germanico della Futa. Quando venne istituito ci furono grandi proteste da Marzabotto. Era intollerabile l’idea di seppellire lì, in quei territorio, il nemico. Ora quella rabbia non c’è più. I ragazzi tedeschi si uniscono a noi nella Camminata per conoscere e toccare con mano una storia che riguarda noi e loro. Come dice Lorenzo Guadagnucci, Monte Sole e Sant’Anna di Stazzema sono capitali morali. Quei luoghi devono essere fatti vivere non solo come musei e parchi ma come motore attivo e teatro di confronto con paesi stranieri.  

Quale è il rapporto fra l’idea di monumento, testimonianza e territorio?

Il contrasto è forte. Le persone più vicine in termini di età a quella storia, i protagonisti, stanno invecchiando. I testimoni e i racconti vivi spariranno. Abbiamo parlato di copro territorio proprio perché si deve avere un’idea di insieme. Fermandosi davanti alla lapide, non è solo un sasso quello che vediamo. È segno che quel luogo è stato teatro di atroci vicende, che sta cambiando, che cambierà. Sta a noi affinare ancora di più i sensi e stare in ascolto. Il territorio ha da parlare.

Ricorrenti sono i simboli – bandiere, chiodi, coperte termiche – che avete usato durante la Camminata. Come si relazionano le tradizioni di diversi popoli per creare memoria? 

È sempre una questione di confronto e tutto, anche i simboli, evolvono. Nell’estate in cui ho partecipato alla Camminata abbiamo usato coperte termiche e cartelli per denunciare le crisi di migranti del Mediterreano. C’è sempre una volontà di riportare la storia all’ oggi. Per ora i termini di rottura sono quelli. Magari nel futuro cambieranno. Le bandiere alle volte non bastano. Questa ricerca di simboli è una ricerca molto interessante. Capita che spesso alcuni simboli vengano abusati e si senta la necessità di andare oltre. Alle volte i simboli non comunicano più nulla e serve unirli ad azioni concrete. È un ciclo che va ripercorso sempre, una ricerca continua. È come perpetuare la Camminata.

È possibile dire che la Camminata della Pace abbia un ruolo educativo?

La mia è una formazione sociologica e vedo il Cammino come un metodo di ricerca formativo in primis per l’individuo. Al di là della memoria è bene curiosare sempre, andare a vedere, non dare nulla per scontato. L’idea di educazione implica che ci sia qualcuno che insegni e qualcuno che stia fermo ad apprendere. Durante la Camminata della Pace l’invito è un altro, è di mantenere gli occhi aperti, di non fermarsi mai, di non accontentarsi di ciò che viene detto, di ascoltare quello che si sente e capire come viverlo. L’ invito è, come ricorda Enrico Pieri, ad andar a vedere oltre.  

Che ruolo ha avuto la scrittura per te nel racconto di questa storia?

Raccontare per rendere l’indicibile, dicibile. Scrivere vuol dire rielaborare e osservare. Le stragi sono state raccontate molto tardi, quando c’era chi le potesse ascoltare, chi potesse credere a quella storia e portarla nei tribunali. Da quel momento la memoria è diventata collettiva, non più individuale. Come una sorta di mappa. Siamo tutti collegati. La Camminata aiuta chi ne prende parte a raggiungere importanti momenti individuali che però, una volta condivisi, diventano collettivi e ci si può interrogare su come trasformare in azione la conoscenza. La Camminata è nel momento, nel presente. Ti costringe a stare lì, a sopportare la fatica dell’arrivo. Ti porta a chiederti come userai in futuro quello che avrai imparato, che senso gli darai. La scrittura, i laboratori di scrittura, credo servano a questo, a contribuire a creare la memoria collettiva.

L’immagine di copertina e le foto sono di Simona Baldanzi

La nostra mappa dei libri e dei luoghi da visitare quest’estate

L’estate, la stagione in cui ci abbondoniamo alle letture più sfrenate, in cui siamo liberi finalmente di portare in giro con noi quei libri che nel tempo si sono accumulati nelle nostre case.

I libri d’estate viaggiano, sopravvivono alla sabbia e all’acqua del mare. Diventano altro rispetto a ciò che sono d’inverno.

Siamo abituati a portarli con noi in viaggio, ma abbiamo mai pensato che in realtà sono loro il più delle volte a trascinarci in luoghi in cui magari non siamo ancora mai stati?

È per questo che abbiamo scelto per voi quindici titoli che vi porteranno in piccoli villaggi, grandi metropoli e immensi continenti.

Buon viaggio e buona avventura dalla nostra redazione.

Nico Orengo, La curva del latte

È il 1957: in una notte d’estate un evento scuote la vita di un paesino sulla curva del Latte, poco dopo Ventimiglia. Portandoci tra vigne, calette, uliveti e campi di garofani, Nico Orengo ci restituisce immagini e odori di quell’estremo lembo di Liguria che confina con la Francia. Ma non solo: la curva del Latte è anche un ritratto dell’Italia del boom economico, e i personaggi del romanzo vivono questa epoca di cambiamento tra bicchieri di rossese, illusioni politiche, canzonette, intrighi amorosi e moderni tentativi imprenditoriali.

Lorena Aristide

Ryszard Kapuścinski, In viaggio con Erodoto

India e Cina. Nomi brevi che racchiudono però vite di due immensi paesi, dominati da ricche culture e variegate tradizioni. Cosa  succede quando si decide di varcare la frontiera e mettersi in viaggio verso questi luoghi? Come affrontare la perdita di vecchi riferimenti e la ricerca di nuovi? Ryszard Kapuściński quando si è messo in viaggio ha trovato risposta a queste domande nei testi  di Erodoto in cui lo storico greco invita al viaggio, alla necessità di raccogliere e comparare informazioni per poter sviluppare lo  sguardo critico necessario per chi si mette in viaggio.

Ilaria Palmieri

Giulia Caminito, L’acqua del lago non è mai dolce

Anni Duemila. La storia di Gaia, fatta di vestiti rattoppati e violente liti familiari, si svolge tra la periferia romana, la Roma bene di Corso Trieste ma soprattutto Anguillara Sabazia, sulle rive del lago di Bracciano. Il lago – che è «lingua di carbone, odore di alghe limacciose e sabbia densa» – diventa lo sfondo principale dell’adolescenza di Gaia che subisce l’assenza di riferimenti istituzionali e ideologici tipica della sua generazione. Tra il lago e la protagonista si crea una strana corrispondenza, come se entrambi fossero preda di un misterioso incantesimo: tanto è immobile e cupo il lago, tanto statica e ineluttabile è la vita di Gaia e di tutti i protagonisti del romanzo. 

Francesca Scerrato

Lalla Romano, La penombra che abbiamo attraversato

«…la pénombre que nous avons traversée», La penombra che abbiamo attraversato, è una citazione da Il tempo ritrovato di Marcel Proust. Lalla Romano la sceglie come titolo del libro in cui ritrae la propria giovinezza a Demonte (nella finzione Ponte Stura), paesino di montagna popolato dal suo ricordo di persone che non ci sono più. Un libro di suggestioni, malinconico senza sentimentalismo, in cui riconoscersi ed entusiasmarsi per l’esattezza di una lingua acuta, perfetta, intensa.

Silvia Valli

Pier Vittorio Tondelli, Rimini

C’è chi si intrippa, c’è lei che ha dieci anni in più di lui, ci sono selfie realizzati con macchina fotografica e specchio, i weekend di sballo o vacanzine, le spiagge e il rap. Negli anni Ottanta la Romagna era già la California d’Italia, Tondelli ne fece un romanzo di costume. Leggere Rimini è un viaggio in una città, in un decennio, e soprattutto nell’arte di un leggendario narratore di splendori e miserie.

Michele Castelli

Davide Enia, Appunti per un naufragio

Le voci che si intrecciano nelle pagine di “Appunti per un naufragio” di Davide Enia intonano un canto corale, restituendo una testimonianza composita di un’immane tragedia contemporanea: quella degli sbarchi a Lampedusa. Nel racconto dello scrittore palermitano – diventato un monologo per il teatro con il titolo “L’abisso” (Premio Ubu 2019) – risuonano le storie delle migliaia di profughi che ogni giorno tentano di raggiungere la nostra sponda del Mediterraneo, ma anche l’operare silenzioso di quegli isolani che conoscono soltanto “la legge del mare”, e che danno sepoltura a ogni morto all’ombra degli oleandri, perché le radici possano dare loro quella protezione che non hanno avuto in vita.

Chiara Molinari

Tiziano Terzani, Un indovino mi disse

1976. Hong Kong. Un vecchio indovino cinese avverte Tiziano Terzani – giornalista, scrittore, anima ricca – di non prendere mai l’aereo nel 1993, rischio: la morte. Passano gli anni, il fatidico momento arriva e l’autore prende il consiglio alla lettera: inizia a viaggiare per l’Asia solo via terra non rinunciando al suo mestiere di corrispondente estero per il Der Spiegel. A piedi, su un treno o mezzi di fortuna costruisce la sua personalissima avventura, restituendoci un racconto del continente asiatico da un punto di vista verace e coinvolgente, accompagnandoci con lui nel più importante dei viaggi: quello all’interno di noi stessi. 

Lavinia Micheli

Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera

Barranquilla, Colombia. Anni Venti del XX secolo. L’amore ai tempi del colera di Gabriel García Márquez accompagna il suo lettore in un autentico viaggio a bordo di un vascello fluviale alla scoperta dei colori, dei sapori e degli odori delle isole caraibiche. Le vicende che legano Florentino, Fermina e Juvenal Urbino si snodano attraverso le colorate piazze, i silenziosi giardini privati di ville dallo stile coloniale, gli odorosi mercati, gli affollati porti, e le alte mura della “ciudad amurallada” in una Colombia vitale e allo stesso tempo profondamente colpita dall’epidemia, dove “l’amore ha gli stessi sintomi del colera” e in cui l’Europa pare solo una lontana visione.

Valentina Cognini

Marco Bolzano, Resto qui

Il campanile che spunta dalle acque del lago di Resia, circondato dalle montagne, in cima alla Val Venosta, è una delle immagini più note delle Alpi. Curon, in Alto Adige/Südtirol, provincia di confine annessa all’Italia dopo la fine della Prima guerra mondiale e italianizzata a forza dal fascismo, fu sgomberata prima di annegare sotto alle acque del bacino artificiale inaugurato dalla Montedison nel 1951. In Resto qui Marco Balzano racconta la storia di Trina, un’insegnante clandestina che si oppone con tutte le forze prima a quella dittatura che imponeva di rinunciare alla propria lingua e alla propria cultura, poi allo sgombero del paese imposto dalla costruzione della diga. Perché resistere a volte significa restare, tenacemente ancorati al proprio lembo di terra, a quelle montagne essenziali, scabre e imponenti come il romanzo di Balzano.

Isabella Delle Monache

Matilde Serao, Il ventre di Napoli

Napoli: chiasso, colori, persone da tutte le parti. Motorini che tagliano la strada, vicoli in cui non arriva il sole. Sacro e profano. Storia e sporcizia. Profumo di soffritto proveniente dalle case. Una città che ha una propria personalità. Come se fosse una persona. E il cuore pulsante, il ventre sono i suoi quartieri più antichi, quelli più popolari e sovraffollati, raccontati da Matilde Serao nel suo Il ventre di Napoli. Al grido “bisogna sventrare Napoli” del ministro Depretis, al quale seguì il risanamento di alcune zone della città, la scrittrice napoletana risponde denunciando la necessità di “rifare” daccapo la città. Pur se raccontato con intento critico, il testo della Serao coglie il fascino del degrado e dello spettacolo della città.

Valentina Fiordiliso

Sylvie Schenk, Veloce la vita

Nata in paesino delle alpi francesi, si trasferisce prima a Lione per l’università e poi in Germania per amore. La protagonista, Louise, vive i luoghi con tristezza e morboso attaccamento. Sembra quasi che un luogo possa essere vissuto solo se alle spalle si ha la nostalgia di qualcos’altro. Mai se stessi e sempre con lo sguardo rivolto al passato.  In poche pagine,  l’autrice Sylvie Schenk riesce a farci sentire il dramma e la bellezza dell’abitare. 

Caterina Irdi

Walter Benjamin, Asja Lacis, Napoli porosa

«I venditori ambulanti fissano dei prezzi anche per i mozziconi di sigarette raccattati tra le fughe del pavimento dopo la chiusura dei caffè» mentre «La musica si diffonde in ogni dove». La Napoli descritta da W. Benjamin e A. Lacis è indefinita, inafferrabile: la sua essenza si disperde nei mercati, tra la gente che affolla le strade, nel rumore del vento che solletica le finestre delle case. Napoli è definita una città porosa, una città dove «Si scansa il definitivo, il consolidato. Nessuna situazione, per come essa appare, è pensata una volta per sempre». Napoli, con la sua sempre nuova realtà, che sempre si rinnova nella semplicità, rapisce e confonde l’inesperto viaggiatore: la città, una e molteplice, resta, nella metafora della porosità, un mistero tra i misteri.

Floriana Duraturo

Fabrizia Ramondino, L’isola riflessa

Se ci fosse un modo di definire gli autori attraverso i quattro elementi naturali, allora Fabrizia Ramondino sarebbe certamente una scrittrice acquatica. Il legame con il mare e in particolare con le isole la accompagna dai primi mesi di vita fino al giorno della sua morte. Ventotene. È qui che la scrittrice trascorre un lungo periodo di solitudine e depressione. In questa lotta con se stessa e il mondo, l’isola la ascolta e come una madre la culla. L’isola, come l’autrice, è spaccata a metà: nella stagione estiva è assalita dai turisti e perde la sua natura più selvaggia e autentica e a settembre torna ad essere quella di sempre.

Carolina Germini

Mercè Rodoreda, La piazza del diamante

Tutto inizia una notte d’estate durante le feste di Gràcia con un ballo in piazza, precisamente a Piazza del Diamante. Il grande romanzo della letteratura catalana è ambientato nel quartiere che vive gli anni più difficili del XX secolo: dagli anni felici della Repubblica all’arrivo delle brigate internazionali, dalle bombe che cadono di notte agli anni più duri del regime di Franco. Un quartiere di cui vediamo la sua trasformazione nel tempo come quella della protagonista del romanzo: La Colometa.

Roger Bernet

Henry James, The conquest of London

Una città come Londra si presta a due tipi di esperienza: conquistarla o esserne conquistati. Henry James si ritrovò a fare entrambe le cose in quegli anni tra il 1876 e il 1881 che costituiscono il fulcro di questa biografia. Rintanato nel suo centralissimo appartamento al numero 3 di Bolton Street, James divenne da subito quell’ “osservatore straniero” a metà tra il fare parte e il rimanere fuori, nello spazio ambiguo dove si può guardare ma non toccare con mano. Lì, tra la baraonda di voci dickensiane e la vista di sbieco su Green Park, lo scrittore si muoveva dietro le quinte per salire sul palco della letteratura mondiale.

Tommaso Cavani

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Creature metropolitane: quando l’illustrazione incontra la città

Beatrice Pugnaloni è un architetto. Durante la pandemia, come molti, ha sentito il bisogno di tornare a una sua passione: disegnare gioielli. E così, da un anno, ha intrapreso questa nuova avventura, realizzando un sogno che fino a poco tempo fa non credeva possibile. Negli ultimi sei anni ha portato avanti un progetto grafico: Creature metropolitane, illustrazioni che raccontano in modo originale il rapporto tra città ed abitanti, tra luoghi e viaggiatori. L’abbiamo incontrata per saperne di più.

Come nasce Creature metropolitane?

Quando ho iniziato ad andare all’Università, prendendo la metro ogni giorno, ho cominciato ad accorgermi delle persone che avevo intorno, a scrutarle, finché non ho sentito la necessità di rappresentarle. A volte mi divertivo a notare in loro degli elementi che mi rimandavano a delle caratteristiche animali, quasi in modo surrealista. Così ho cominciato a fare degli appunti grafici sul mio Sketchbook per mantenere una memoria delle sensazioni che mi suscitavano. Avevo il desiderio di ricordarle. Piano piano la mia Moleskine è diventata sempre più ricca. Quando poi sono partita per l’Erasmus a Barcellona, ho continuato e un giorno un mio amico, dopo aver visto i miei disegni, mi ha suggerito di mostrarli anche agli altri. Ho deciso di dargli retta e così ho cominciato a pensare più concretamente a un progetto. Nel 2015 è nato Creature metropolitane, perché è nella metro che ha preso forma. Dopo aver scelto il nome, ho cominciato a postare i disegni sulla mia pagina Instagram, ricevendo una buona risposta da parte delle persone…

Come si è evoluto nel tempo? Hai continuato a disegnare sullo Sketchbook?

Diciamo che dipendeva dai periodi. Ho sempre sentito il bisogno di assecondare i miei tempi. Se vivevo un momento in cui non avevo voglia di disegnare, non lo facevo, ma capitava anche che nella stessa giornata fossi ispirata moltissimo e facessi molti disegni, anche in base alle persone che avevo incontrato. Penso che non si debba mai forzare la propria creatività. C’è sempre stata una grande naturalezza nello sviluppo di questo progetto. Poi ho cominciato a rappresentare le persone non più sullo Sketchbook ma su una Moleskine per acquerelli e questo secondo me ha contribuito a dare più importanza al progetto perché l’illustrazione era sicuramente più curata a livello grafico.

Insieme all’illustrazione, pubblichi anche la foto che l’ha ispirata. Disegni quindi sempre a partire da una fotografia?

Inizialmente disegnavo i soggetti direttamente, mi bastava ricordarli. Poi mi sono accorta che non riuscivo più a memorizzare le cose che avevo visto. Così ho sentito il bisogno del supporto fotografico per riportare in maniera più accurata i dettagli che mi avevano colpito di una persona. A quel punto ho scelto di condividire non più solamente l’illustrazione ma anche la fotografia ad essa associata. E ho notato da subito una maggiore attenzione e un interesse più forte da parte degli altri e credo che sia dipeso dal fatto che si sono sentiti più coinvolti perché poteva rapportarsi in maniera più diretta a quello che avevo visto. Ho capito quindi che quella era la strada giusta da seguire e ho continuato a portare avanti il progetto per tutti questi anni.

Cosa significa per te Creature metropolitane?

È sempre stata l’espressione di un bisogno. Era qualcosa che non potevo controllare. Avevo il bisogno di dare forma agli stimoli che la vista mi procurava. Volevo esternare questo groviglio di emozioni e suggestioni attraverso l’uso del disegno, che per me è davvero uno strumento incredibile perché permette di rappresentare tutto quello che vogliamo e immaginiamo. È sempre stata per me la forma migliore di espressione, molto più delle parole. Mi piace il fatto che ognuno possa dare una propria interpretazione. Per me quello che disegno ha un senso, che può essere completamente diverso da quello immaginato da un’altra persona.

Pensi che la tua formazione di architetto abbia in qualche modo contribuito alla nascita di questo progetto?

Sicuramente senza l’architettura questo progetto non sarebbe mai nato. L’architettura non esiste senza le persone e viceversa. C’è un rapporto forte tra i miei soggetti e la città. Non è possibile pensare l’uno senza l’altra. In particolare ho notato che con quest’ultimo sviluppo del progetto in cui ho associato il soggetto allo spazio urbano attraverso la foto, era molto più facile per chi osserva identificarsi in quella figura. In questo modo ha prima la possibilità di osservare il disegno e poi di contestualizzarlo in quel preciso contesto urbano, cercando di capire perché quella persona si trova in quel luogo in quel momento.

Prima parlavi dell’importanza del ricordare. Come si lega questa esperienza creativa alla tua memoria?

Per me Creature metropolitane è anche una sorta di autobiografia, che mi permette di ripercorrere e rivivere tutti i luoghi che ho visitato e vissuto. È quindi un vero e proprio libro della memoria. Ma comunque la soggettività della mia esperienza non impedisce a chi vuole di vedere e andare oltre il mio sguardo.

Questi tuoi lavori sono stati esposti a una mostra. Come l’hai pensata e organizzata?

Era da tempo che volevo organizzarne una ma prima volevo avere più materiale, così quando sono arrivata ad avere una settantina di pezzi, mi sono messa all’opera. Ho appeso dei fogli che avevano su un lato l’illustrazione e sull’altro la foto a cui era ispirata. Al centro della mostra c’erano i miei sketchbook con i disegni originali. L’idea era quella di far perdere i visitatori nella moltitudine di persone che avevo disegnato. Alla fine anche i visitatori si confondevano con i soggetti che avevo raffigurato e questo è stato sicuramente l’effetto più bello.

Viaggio attraverso le città dei film di Woody Allen

Dalla metà degli anni Trenta, altrimenti drammatici, Woody Allen ha attraversato indenne il Novecento chiosando il secolo col suo cinema e soprattutto con il suo sentimento dell’Ovest, dell’Occidente progredito tutto riassunto nella figura della città, una civiltà talmente avanti o decadente che ha sostituito la realtà col commento alla realtà, col verbo, la parola umana. E chi più di Woody Allen incarna proprio questo? Chi più di lui fa un cinema di parola? LUI! La parola è la dimensione pervasiva che coniuga nei suoi film (speculazioni più che storie) le quinte, il fondale delle città, col setting posto nello spazio contemporaneo e senza tempo. 

Dicono che Woody Allen sia il più europeo dei cineasti americani: è un manhattaniano doc! 

La verità è che gli europei lo apprezzano più degli americani per almeno un paio di ragioni: la prima è che nessuno è profeta in patria (Woody Allen è piuttosto franco nell’analisi della realtà americana: inutile dire che questo irrita i suoi connazionali, che forse mancano degli strumenti raffinati utili a riconoscersi nelle macchiette che Woody Allen cuce loro addosso); la seconda, originaria in realtà, è che il connaturale witz ebraico impedisce a Woody Allen di ridurre i suoi film a intrecci solo riconducibili ai famosi tre atti cui obbedisce ogni buona sceneggiatura: il surplus di pensiero, che si traduce in dialoghi arguti, indiavolati, spiazzanti, esilaranti, smagati, sopravanza ogni buona intenzione di scrivere semplici storie da manuale. 

Partiamo dalla fine: da Rifkin’s Festival, film girato e postprodotto tra il 2019 e il 2020, uscito solo il 6 maggio 2021, in America e in Europa: l’ho visto quel giorno. In versione originale: la ragione è che, trattandosi di cinema di parola, i dialoghi sono fondamentali, e il sonoro autentico è irrinunciabile. La mia non è una crociata contro il doppiaggio: tutto il contrario! Il doppiaggio non poche volte ha sollevato le sorti di film mediocri. Poi finché c’è stato l’irripetibile Oreste Lionello, fedele nel rifare Woody Allen fin nei minimi motteggi, fin nelle minime interiezioni ed esitazioni, nel riprodurre lo spaesamento del visitatore del labirinto-città (plastico/specchio del labirinto-vita, e del labirinto–intelligenza/sentimento), Woody Allen doppiato era Woody Allen. A Lionello è subentrato Leo Gullotta, altrettanto efficace. Certo con Oreste Lionello ci avevano viziati. 

Rifkin’s Festival è ambientato a San Sebastian, Golfo di Biscaglia, Paesi Baschi. Una cittadina legata a un festival del cinema famoso nel mondo: la coppia protagonista è formata appunto da un cronista di cinema, uomo non bello, simpatico, un po’ cadente, arguto e sensibile, e sua moglie, agente di un giovane regista in ascesa (belloccio e tronfio), con cui lei ha un fugace flirt che inguaia l’ennesima esperienza dell’ennesimo festival. È chiaro che qui Woody Allen ripete un suo schema: una trama quasi pretestuosa ma anche tipica nei suoi motivi ricorrenti (la crisi di coppia, la mortificazione dei sentimenti autentici, la stupefatta e costante analisi del disastro di una vita e dell’agente esterno del disastro) offre l’occasione di un devoto omaggio al grande cinema e a una città europea fotografata col ben noto smalto da Vittorio Storaro.

Woody Allen, che da sempre si muove cinematograficamente in quel dedalo ordinato e stringente che è New York, specchio delle sue cerebrali trame, da anni si è spostato in alcune città europee, a cominciare dalla Londra di Scoop e ancor prima di MatchPoint (per ragioni economiche, pare, però il film è un’opera hitchcockiana: come non pensare al meccanismo di Nodo alla gola, con Farley Granger, tipico film di Hitch del 1948?, uno dei tanti intrecci costruiti dal Maestro attorno al dispositivo del delitto perfetto, un mito irriso da Woody Allen nel suo molto manhattaniano Crimini e misfatti). Un paio di eccezioni a questa migrazione sono stati Wonder Wheel (2017) ambientato a Coney Island negli anni Cinquanta, e A Rainy Day In New York (2019) film illustrato da Timothée Chalamet e Jude Law ma oscurato e rallentato da grane giudiziarie che qui non stiamo a tirar fuori: basti deprecare la fretta con cui alcuni (dal protagonista agli Amazon Studios) si sono affannati a dissociarsi dall’opera e dall’autore, a non voler figurare mescolati col nome, bollente a un certo punto, del regista. Lasciamo stare. 

Woody Allen ha incominciato a rendere omaggio all’Europa come un expatriate, emigrante che torna sui suoi passi. Bè, su questo qualcosa da dire c’è. Prima di farlo scorriamo qualche film degli ultimi anni in cui il regista brooklyniano di cultura ebraica cala storie di americani in città come Parigi Barcellona Roma. 

In una lunga video-intervista concessa a Enzo Biagi nel 1995, ben prima che la fase europea del suo cinema si concretizzasse, Woody Allen, con argomenti in verità quasi solo turistici, si era lanciato in una serie di dichiarazioni sulle città che ogni americano vorrebbe visitare in Europa. Bè impossibile non considerare un po’ da cartolina eppure calzante il ritratto della Spagna che il regista realizza in Vicky Cristina Barcelona, che sancì l’unione tra Penelope Cruz e Javier Bardem, focosi amanti nel film, e girato in parte a Oviedo nelle Asturie dove campeggia una statua in bronzo a grandezza naturale di Woody Allen con tanto di tipici occhiali da intellettuale (pare che qualcuno si sia ingegnato a oltraggiare la statua tirando via gli occhiali, come avrà fatto?).

Così vagamente da luogo comune appare Roma in To Rome with love, uno dei film più affettuosi e spassosi che Woody Allen potesse concepire in omaggio ai grandi registi italiani che lo hanno ispirato: oltre a De Sica, Rossellini, Antonioni, Fellini, persino Pietro Germi nominava, Woody Allen, a Enzo Biagi nell’intervista del ’95. Due cose, diceva, avrebbe cambiato: il nostro modo di guidare, e il clima, “troppo caldo, … per tutto il resto (l’Italia, ndr) è magica, ne ho una visione romantica” – per un americano, diceva, l’Italia è davvero un paese straniero: “i colori sono diversi, l’architettura è così radicalmente diversa per un nuiorchese: noi tutti abbiamo una visione romantica dell’Italia, come di Parigi…”.

La Parigi di Midnight in Paris è davvero un crogiuolo di talento e arte: Gil Pender, giovane sceneggiatore americano, sul punto di sposarsi con una coetanea capitalista fino alla punta di capelli, per puro caso si connette alla Parigi degli anni d’oro, e si imbatte in Hemingway, Fitzgerald, Picasso, Gertrude Stein, Dalì, Buñuel: da questa sponda sul primo Novecento, grazie all’incontro con Adriana, leggiadra modella per Picasso, rimbalza anche indietro alla Belle Èpoque e incrocia Toulouse-Lautrec. A mezzanotte, la prima volta per caso e poi puntualmente ogni notte, in una certa stradella Gil incrocia una tipica voiture da cui lo invitano a salire per il suo quotidiano salto nel tempo compagni di viaggio del calibro di James Joyce e T. S. Eliot: “Venga, salga pure!” – “Cioè lei è TSEliot? Thomas Stearns Eliot? Ma… ma io ho letto tutto…”.

Lo sceneggiatore ha in mente un romanzo, vuole riprovarci a diventare scrittore, progetto accantonato per guadagnare con la scrittura dei film, e questo inatteso incontro con i suoi Maestri in un curioso formato carn’e-ossa sembra riavvicinarlo al suo sogno, renderlo possibile finalmente. È chiaro che, come sempre accade con Parigi, se Gil accetterà tutte le condizioni poste dalle circostanze, allora dovrà cambiare radicalmente la propria vita, sarà una letterale rivoluzione, un capovolgimento della solita sopravvivenza tutta giocata sul compromesso, su un atteggiamento conciliante e rinunciatario.

Come sempre, emerge il vero carattere della città: di Parigi come di Roma o Barcellona o Oviedo o Londra o San Sebastian. L’apparente ambientazione d’occasione, l’apparente quinta ininfluente, da cartolina, per l’impressione che se ne ha all’inizio, dopo, a film concluso, e ancor più a sala abbandonata, casa riguadagnata, esperienza vicaria in fondo liquidata, comincia a prendere corpo, a farsi personaggio consistente. Come è della New York che da sempre Woody Allen racconta, in un elogio della città, di Manhattan soprattutto, instancabile, per il solo luogo sulla Terra che gli si confaccia, e in cui (come in una sorta di esistenziale seduta psicanalitica a sfondo topografico) il regista sa imbattersi nelle sue paure, angosce, fisime, ipossie, ansie.  

Su questo fronte consiglio caldamente di leggere A proposito di niente – Autobiografia, libro mirabolante che ha dovuto, lui pure, fendere le forche caudine per poter essere pubblicato: da noi, Elisabetta Sgarbi (La nave di Teseo) si è subito dichiarata pronta a mandarlo in libreria, a costo di farne un’anteprima italiana, come era accaduto in passato solo con Il Dottor Živago di Boris Pasternak (edito in anteprima mondiale nel 1957 da Giangiacomo Feltrinelli).

Da dove parte Woody Allen? Da Flatbush, area di Brooklyn che dal 1651, anno della fondazione olandese, è stata per lungo tempo una cittadina a sé stante, e poi è stata ingoiata dal borough, e col borough è rientrata nella metropoli a cinque distretti che tutti noi chiamiamo New York, avendo in realtà in mente solo Manhattan, isola agganciata dai numerosi ponti ai suoi quattro satelliti. A Flatbush, in una famiglia di emigrati (eccoci) ebrei orientali, forse di origine ungherese, Woody Allen è cresciuto. Lì è nato come Allan Stewart Königsberg, portando nel cognome la città di Immanuel Kant: i concittadini vi rimettevano l’orologio ogni giorno in concomitanza con le pensose passeggiate del puntuale filosofo. Un racconto biografico, ilare e arguto, che ci conforta con alcune notizie in apparenza marginali sulla figura del singolare regista: vi riceviamo conferma di un fatto, come sentiamo da lui stesso alla fine dell’intervista con Biagi: “Ambizione segreta?” – “Ah vorrei tanto essere un musicista jazz”. Scopriamo che da bambino il suo quoziente intellettivo era talmente alto che fu mandato avanti a scuola e tutto andò bene finché si trattò delle elementari, dopo il piccolo Allan maturò un odio per la scuola, a suo giudizio buona per “insegnanti disagiati”: eppure fin da bambino cominciò a selezionare le sue passioni, e scoprì di essere un’ottima base per cui si specializzò oltre che nella pratica anche nella teoria del baseball, e così fece anche per i giochi di prestigio per i quali mise su spettacolini oltre a studiare a fondo i sacri testi, stessa storia col gioco d’azzardo (che riaffiora ancora nel protagonista di A Rainy Day in New York), e soprattutto col culto, alla lettera, dello studio del clarinetto.

Questo ragazzo è sempre stato uno studioso, un tipico americano, anzi nuiorchese, dedito ai manuali da cui imparare how to (vale a dire come) coltivare determinate passioni istruendosi. Eppure per tutta l’autobiografia, mentre ci dà queste notizie, non fa, il buon Woody, che schermirsi, e negare d’essere l’intellettuale per cui, causa gli occhiali e la forte miopia, viene scambiato. E non fa che disseminare il testo, tipicamente, di battute irresistibili (si ride un sacco) e di notazioni, specie legate al periodo dell’infanzia e della tribolata adolescenza, decisamente salingeriane. E così comincia a venir fuori l’autore di sketch, il cabarettista, lo sceneggiatore, l’attore. E il giovane facile a innamorarsi e incapace di amare: insomma, il Woody Allen che da tempo vediamo nei film, everyman di chiara formazione ebraica: “Ho la tendenza a essere ateo”, dichiarava Woody Allen nel ’95 a 60 anni, a Enzo Biagi, “per essere onesto, dovrei dirmi agnostico, però la mia tendenza più profonda è all’ateismo”: city dweller, è pensatore e cittadino, legato per formazione alla New York degli anni Trenta/Quaranta, città sfolgorante coi suoi locali e teatri e ristoranti, con la lirica e il jazz, e ora completamente degenerata, del tutto cambiata, ma radicata con la sua architettura insolente nel suo immaginario, affiorante sempre, di prepotenza, nello spirito graffiante e nelle osservazioni caustiche dei suoi testi.   

Woody Allen, A proposito di niente, La nave di Teseo, p. 400, euro 22

UAU il festival: un nuovo modo di abitare la città

Un nome che sprigiona energia, che descrive la potenza dell’immaginario e del possibile, un’onomatopea che afferma con decisione la volontà di creare e non arrendersi mai, mantenendo sempre viva la capacità di sorprendersi. UAU il festival di illustrazione & cose belle arriva alla sua sesta edizione e la dedica al tema della Città e dell’abitare. Si svolgerà dal 25 al 27 giugno a Bergamo, la città che da sempre lo ospita e resterà fedele alla sua natura itinerante, mettendo per qualche giorno radici nel Parco Ermanno Olmi. Il padre del regista, ferroviere, abitava nelle case popolari del quartiere della Malpensata. Il parco, chiuso all’inizio della pandemia, non è mai stato riaperto. Sarà possibile tornarci a partire dal 23 giugno, in occasione del Baleno festival, che ospiterà al suo interno UAU il festival.

Come mi racconta Andrea Arnoldi, ideatore di UAU, ad ispirare l’edizione di quest’anno è stata una riflessione di Italo Calvino su Le città invisibili in risposta a un questionario che gli sottopose L’Europeo nel 1980.

Abitare… Uno strano verbo a pensarci bene. Si associa agli abiti e alle abitudini. Mi piacerebbe che ogni città fosse come un abito; la si indossa, poi se ne esce e la si posa su una sedia, facendo attenzione che non si sgualcisca per poter tornare a indossarla. Una città è fatta anche di abitudini; ogni città comporta abitudini diverse per la stessa persona. Una città è anche un posto che serve a nascondersi. 

Su questo divertente gioco linguistico il festival ha costruito la sua programmazione. Immaginare, seguendo le parole dello scrittore, che l’abitare sia come indossare un vestito, ci permette di identificarci con lo spazio urbano, renderlo nostro, riconoscendo che è al suo interno che le nostre abitudini prendono vita e forma.

Il desiderio di lavorare su Le città invisibili era già da un po’ nella mente di UAU ma in questa edizione sceglierlo è stato ancora più necessario: dopo un lungo letargo abbiamo tutti bisogno di risvegliare la nostra capacità di muoverci nello spazio e abitarlo.

Ogni anno UAU dedica il festival a un’illustratrice emergente con cui progetta e realizza la serata inaugurale. Giada Fuccelli accoglierà i visitatori all’interno di una drawing performance accompagnata dalla musica del duo sperimentale OTU. Questa è la sua illustrazione dedicata al festival.

Oltre a Giada Fuccelli, a guidare i partecipanti in questo processo creativo di riscoperta della città saranno due illustratori: Gianni Puri e Lucio Schiavon, che terranno due workshop per riflettere sul rapporto tra città e abitanti. Per partecipare non è necessario avere speciali competenze artistiche, basta solo avere voglia di sperimentare e mettersi in gioco.

Il workshop di Gianni Puri, dal titolo Habitanti, unisce le due parole Habitat e Abitare e prende spunto da una riflessione dell’architetto Aldo Rossi, il quale paragonò la città a un palcoscenico e le sue architetture ad un insieme di personaggi, di cui noi facciamo esperienza mettendo insieme i caratteri. Ogni edificio, piazza, strada e oggetto della città racconta tante storie quanti sono i suoi abitanti. La narrazione dello spazio urbano si intreccia a quella di chi lo vive. Il laboratorio sarà diviso in due parti: nella prima si lavorerà sulle storie e nella seconda sul ritratto per mostrare come il luogo sia il ritratto di chi ci abita, come mostra quest’illustrazione di Gianni Puri.

Una città visibile ovvero come ti senti città? è il nome del workshop a cura di Lucio Schiavon, che nasce dall’idea di interrogare la città sul suo stato attuale. Se, come scrive Calvino, le città sono un insieme di tante cose, di memoria, di desideri, di segni d’un linguaggio, per abitarle allora dobbiamo metterci in ascolto. Potremmo soprenderci scoprendo quanto la sua storia racconti anche di noi. I partecipanti del workshop realizzeranno un manifesto originale sperimentando la tecnica del collage

Lucio Schiavon ha dedicato alla città diversi suoi lavori, che sono state esposti in una mostra dal titolo Le città immaginarie.

In questi suoi disegni su carta emerge un aspetto interessante dello spazio urbano: il suo essere aggrovigliato, intrecciato su se stesso, la molteplicità di abitazioni ed esistenze in continuo movimento. La città appare come un organismo pulsante in continua trasformazione. Ed è proprio sugli elementi dell’interazione, scambio e partecipazione che UAU il festival accoglie i suoi visitatori portando avanti un’idea precisa: la città è in continuo divenire, spetta a noi costruirla e ricostruirla ogni giorno.

L’illustrazione in copertina è di Alicia Baladan

Per iscriversi agli eventi gratuiti di UAU il festival: https://tantemani.it/

Per iscriversi ai due workshop scrivere a uauilfestival@gmail.com

Louise Glück e l’attività della mancanza

«Sono stata giovane qui. Prendevo/ la metropolitana col mio libretto / come per difendermi contro / questo stesso mondo: / non sei sola, / diceva la poesia / nel buio del tunnel».

Così la poetessa statunitense Louise Glück – insignita del premio Nobel per la letteratura lo scorso anno – descrive uno di quei «luoghi in cui entri ragazza, /da cui non ritorni mai». È infatti attraverso immagini quotidiane – e assolutamente americane – che viene riattivata la densa stratificazione di significati mitici legati all’Averno, lago craterico nei Campi Flegrei che dà il titolo alla raccolta del 2006 – pubblicata nella traduzione italiana di Massimo Bagicalupo da Dante&Descartes, e riedita ora da Il Saggiatore –: proprio qui, secondo gli antichi, erano collocate le porte d’ingresso per l’oltretomba.

Il “passaggio” da una dimensione all’altra – dalla terra agli inferi, dalla vita alla morte, dal corpo all’anima – offre allora un modello di comprensione per gli innumerevoli cambiamenti che costellano l’esistenza di ognuno, e diviene la struttura archetipica che sostiene l’intera scrittura di Glück.

Se ogni mutamento provoca una ferita e una perdita, al tempo stesso si lega anche a una promessa e a una speranza: «Certi giorni il lago era una lastra di vetro. / Sotto il vetro, il futuro produceva / suoni sommessi, invitanti: / dovevi fare uno sforzo per non ascoltare». Per quanto appaia insondabile e «illeggibile», il mondo fuori – sempre percepito attraverso una superficie gelida e trasparente – è un mondo che attende, che non cessa di chiamare Glück a sé: «Ricordo / della musica da una finestra aperta. / Vieni a me, disse il mondo». Ed è quello stesso richiamo a imporre una brusca e letterale fuoriuscita dalle mura domestiche: una frattura dolorosa che per la poetessa coincide con l’abbandonare la condizione di ragazza e abbracciare quella di donna.

La rilettura del mito di Persefone – figura del “passaggio” per eccellenza – offre allora l’occasione per riflettere su quella «spaccatura dell’anima umana / che non fu costruita per appartenere / interamente alla vita». La giovane – che viene sottratta da Ade, il signore degli inferi, alla madre Demetra, dea della terra – è contesa tra due forze che vogliono averla: il suo “errare” tra la dimensione terrena e quella dell’aldilà – all’origine del ciclo delle stagioni – corrisponde di fatto a un oscillare tra gli attributi di “figlia” e di “amante”.

Se la madre incarna la «profonda violenza della terra», che non riesce a tollerare l’indipendenza delle proprie creature, il rapimento di Persefone viene interpretato da Glück nei termini di una forza trascinante, che le consente di strapparsi di dosso l’«orribile mantello/ di essere figlia». È allora l’esperienza del desiderio – nel suo essere terrificante e magnifica – a diventare la forma emblematica dell’incontro con l’altro, con quell’alterità rappresentata da Ade e poi riassunta nei sostantivi di «morte, marito, dio, sconosciuto».

«Ciò che altri hanno trovato / nell’amore umano, io l’ho trovato nella natura», sente però il bisogno di aggiungere la poetessa, a cui il cosiddetto “colpo di fulmine” ricorda piuttosto gli effetti di una sedia elettrica. Ed è proprio di fronte alle manifestazioni naturali che la voce scabra ed essenziale di Glück sembra subire una battuta d’arresto: la parola si spegne in un trattino, rinunciando alla verbalizzazione della bellezza e del mistero. Seguendo quanto Kamilla Denman dice a proposito di Emily Dickinson – autrice alla quale Glück è stata più volte paragonata –, si potrebbe parlare di una “punteggiatura vulcanica e disruptiva”, in grado di far riverberare con ancora maggiore potenza quel che viene eliso e non detto.

La ciclicità della natura – e il suo essere irrimediabilmente altra rispetto alla caducità dell’uomo – è anche al centro dei componimenti de L’iris selvatico (1992), raccolta vincitrice del Premio Pulitzer e pubblicata da Il Saggiatore lo scorso anno, sempre nell’accurata traduzione di Bagicalupo. Come in uno spettacolo teatrale, tra le pagine si alternano le voci dei fiori che abitano il giardino, le preghiere-proteste della loro giardiniera Glück, e i brevi monologhi di un Dio sbrigativo, che sembra osservare l’intera scena di cui è artefice da dietro le quinte.

Allo stesso modo in cui Demetra rimarca il proprio possesso su Persefone, il Dio – Grande Giardiniere de L’iris selvatico non si astiene dal ribadire agli uomini la ragione profonda della loro sofferenza: «non dimenticate mai che siete miei figli. / Non state soffrendo perché vi siete toccati / ma perché siete nati, / perché pretendevate vita / separata da me». È un Dio che lamenta la poca fede delle proprie creature, incapaci di comprendere il mutare del suo umore, la tenerezza che soffia nella brezza d’estate, e la collera che si scioglie insieme all’inverno.

Dal canto suo, Glück si rivolge a quel Signore – in cui probabilmente non crede, ma che non smette di chiamare in causa – per rimproverargli l’assordante silenzio che induce a dubitare della sua esistenza. «Dubito / tu abbia un cuore, nel senso che intendiamo / noi», sembra provocarlo la poetessa, dopo aver fallito nella coltivazione dei pomodori. E ancora, lo invita ad alcune sfide, a degli esperimenti, piantando un fico che non riesce a sopravvivere nella «terra senza estate» del Vermont: «Stando a questa logica, non esisti. / O esisti / esclusivamente in climi più caldi, / la fervente Sicilia, il Messico, la California», conclude con umorismo. Ma al tempo stesso, la poetessa non può fare a meno di confessargli la sua storia, ammettendo per esempio di stare «cercando coraggio» mentre finge di diserbare: per Glück, Dio è anche un «caro compagno tremante» di cui cerca la complicità, nella commozione di fronte al bagliore di quella terra che si suppone abbia creato.

Sono infine le stesse piante a contribuire a questa riflessione teologica corale: le viole vorrebbero insegnare al «dio triste» che le coltiva quale sia la natura dell’anima, così come l’iris selvatico – che dà il titolo alla raccolta – riesce a ricordare che cosa sia stata la morte, sopravvissuto «come coscienza / sepolta nella terra scura».

Proprio come ogni tipologia di fiore, anche gli uomini hanno un tratto distintivo che li rende riconoscibili– si affretta a specificare Dio con una certa insofferenza –: «Il dolore è distribuito / fra voi, fra tutta la vostra specie». E di questo marchio, Louise e il marito John – chiamato per nome in alcuni componimenti – si fanno rappresentanti e testimoni, con il loro matrimonio e i loro litigi, novelli Adamo ed Eva nel loro giardino-Eden nel New England.

Con la cicatrice del primo uomo la poetessa si identificava già in Ararat, raccolta dal titolo biblico appena pubblicata da Il Saggiatore nella traduzione di Bianca Tarozzi: «Come Adamo, / io ero nata per prima. / Credimi, non si guarisce mai, / non si dimentica mai il dolore al fianco, / nel punto dove qualcosa è stato tolto / per fare un’altra persona».

In quest’opera del 1990 Glück ripercorre con estrema lucidità e durezza le relazioni che secondo Freud sono all’origine di tutti i traumi: quelle familiari. L’immagine della finestra dalla quale il mondo richiama la scrittrice in Averno è allora già presente in Ararat, ma sin dalla prima poesia le veneziane rimangono socchiuse: l’analisi spietata dei rapporti deve concentrarsi unicamente tra le stanze di casa.

Il monte Ararat che presta il nome alla raccolta è il monte sul quale l’arca di Noè approda dopo il diluvio universale: la vicenda personale di Glück viene allora riletta alla luce delle storie e degli archetipi delle Sacre Scritture.  Il lutto legato alla morte del padre si connette di pagina in pagina a un’altra perdita, che lascia segni ancora più profondi nell’esistenza dell’intero nucleo familiare: quella della sorella maggiore, scomparsa prima della nascita della poetessa. «È sempre un sollievo seppellire un adulto, / una persona distante, come mio padre. / È il segno che il debito è stato finalmente pagato», scrive la poetessa, aggirandosi tra le lapidi di un cimitero, e aggiunge: «come la terra stessa, qui ogni pietra / è dedicata al dio ebreo / che non esita a strappare / un figlio alla madre».

Il distacco del padre – che la tiene sulle spalle in modo da non poterla guardare –, viene raccontato con versi scarni, che insistono sul turbamento annidato nelle situazioni più quotidiane: «quel che lui voleva / era stare sdraiato sul divano / con il Times / sulla faccia, / così che la morte, se fosse venuta, / non sarebbe sembrata un cambiamento significativo». Al contrario, la madre è colta nel triste rapporto preferenziale che la vincola alla terra: il suo cuore è freddo e rigido «come un minuscolo pendaglio di ferro», attratto dal corpicino della figlia perduta, capace di esercitare la stessa forza di «un magnete».

Se gli amici del padre che escono in fila dalla camera mortuaria incominciano un «esodo», il proverbiale giudizio di Salomone – che sa decidere quale di due donne sia la vera madre del bambino conteso – viene invocato per un analogo dilemma messo in campo da Glück: «supponi / di vedere tua madre / divisa tra due figlie: / cosa potresti fare / per salvarla se non essere/ disposta a distruggere / te stessa – lei capirebbe / quale bambina è la sua, / quella che non può sopportare / di dividere la madre». È la divisione – e la condivisione – ad essere alla base del rapporto con la sorella, con la quale viene spartito un «magro pascolo» affettivo, nell’oscura coscienza di essere «in troppi / per sopravvivere».

Le ferite emotive inflitte durante l’infanzia – sembra sostenere la poetessa – tendono drammaticamente ad essere reiterate nelle relazioni instaurate nell’età adulta: così, se per la sorella l’amore coincide con «un viso che si gira dall’altra parte», Glück non può fare a meno di ripetere nei confronti del figlio gli errori rimproverati alla madre.

La generazione alla quale la poetessa appartiene è infine avvertita come una generazione di «amazzoni, / una tribù senza futuro»: il suo nome è infatti destinato a sparire, come fosse scritto con un soffice gessetto. Sono versi che sembrano anticipare la splendida immagine delle ragazze in viaggio verso il lago Averno, entusiaste per le vacanze e forse ancora troppo giovani per comprendere che già al ritorno non saranno le stesse di prima: «Scrivono i loro nomi nella condensa sul finestrino di un treno. / Voglio dire, siete brave ragazze, / che cercate di lasciare i vostri nomi». In Ararat sono dunque già presenti in nuce quei temi che, declinati ogni volta attraverso un filtro mitologico differente, raggiungono la loro più piena espressione nella raccolta dedicata alla crescita e al cambiamento innescato dall’incontro con l’altro.

A questo proposito, è significativo che a fare da sfondo alla silloge del ‘90 sia anche il mito platonico dell’androgino – riportato in esergo –, per il quale «la natura umana era originariamente una sola e noi eravamo interi; il desiderio e la ricerca dell’intero si chiama amore». Lo sguardo su quella spaccatura originaria, che ogni volta ci fa percepire come separati ed incompleti, viene allora a capovolgersi al termine della raccolta (e della rielaborazione del lutto): la ferita subita può infatti tramutarsi in “attività della mancanza”.

E quello che assomiglia a un Primo ricordo può essere riletto alla luce di una nuova consapevolezza nel componimento conclusivo: «fin dai primi tempi, / da bambina, pensavo / che il dolore volesse dire / che non ero amata. / Voleva dire che amavo».

“Ion”: lo spazio del confinamento

Il Teatro Basilica di Roma, per la rassegna “Lasciare libero il passo”, ha appena proposto “Ion”, spettacolo scritto e diretto da Dino Leopardo con Alfredo Tortorelli, Andrea Tosi e Iole Franco, vincitore come “Miglior progetto sezione teatro” della terza edizione del Festival InDivenire.

La messa in scena propone un’interessante riflessione sullo spazio e sul significato che il luogo dove viviamo assume per la nostra esistenza, diventando metafora della nostra condizione mentale. L’allestimento scenico accentua lo stile di vita del protagonista da “confinato”, da “pazzo” che trascina le sue giornate al riparo della sua stanzetta, con i suoi libri, un televisore rotto, qualche merendina e un vecchio materasso puzzolente. Eppure è all’interno di questo piccolo mondo al quale gli altri lo hanno relegato che Giovanni ha imparato a sognare e immaginare altri spazi e altri mondi, perché l’infinito è sempre al di là della siepe.

L’intero spettacolo è costruito sul rapporto tra due fratelli, uno “normale”, l’altro “malato”, come li etichetta un padre padrone insensibile e anaffettivo, vittima di pregiudizi tanto ottusi quanto inestirpabili. Paolo è normale perché gli piacciono le donne e pensa a lavorare sodo in una pompa di benzina. Giovanni è malato perché le donne non gli piacciono affatto, perché non ha un posto fisso né pensa a procurarselo, perché passa le giornate a scrivere, perché sogna in questa vita quello che non c’è. 

Se da un lato tra i due fratelli c’è un grande e sincero affetto reciproco, dall’altro Paolo non può non subire il condizionamento della famiglia e della società nel considerare il fratello un inetto, un diverso, qualcuno da punire e allontanare. È solo attraverso di lui che lo spazio esterno entra con i suoi giudizi e pregiudizi nella stanzetta magica di Giovanni, a minare il loro già precario e contrastato rapporto; Paolo vorrebbe scuotere il fratello dal torpore in cui vive ma in fondo è anche lui enormemente frustrato e rabbioso per l’esistenza alla quale è stato costretto. 

A fare da sfondo al loro rapporto ci sono le figure materna e paterna, evocate, ricordate, maledette. La madre è una visione, un’apparizione intermittente, una fantasma pieno di poesia e delicatezza, l’unica che aveva forse compreso e amato la diversità del figlio. 

In un vortice di ricordi, emozioni, colori, luci ed ombre, i due fratelli fanno i conti con ciò che sono, con ciò che sono stati, con ciò che non saranno mai e con ciò che con sempre con maggiore forza scoprono di essere: due anime fragili e sofferenti, come ciascuno di noi. Due anime che in fondo non hanno potuto né saputo sottrarsi ai condizionamenti di una società che mira a rendere tutti uguali e a relegare i diversi. Due anime e due corpi che in fondo sentono di essere inadeguati da quando sono venute al mondo, perché tutto il loro malessere è nato proprio dal luogo che avrebbe dovuto tutelarli, incoraggiarli, amarli senza condizioni: la famiglia.

MaTeMù: l’arteducazione alla vita nel cuore di Roma

Spesso capita di vivere in una città da molto tempo e di non riuscire a conoscerla per intero. Nelle grandi città, poi, la questione si complica. Prendete Roma: sono venuta a conoscenza delle attività di MaTeMù solo recentemente, ma comunque non ne conoscevo la potenza e il valore finché non mi sono recata sul posto ad ammirare da vicino questo progetto, nato in seno al Cies Onlus-Centro Informazione Educazione allo Sviluppo. L’unica scuola d’arte gratuita d’Italia, per dirla con le parole di Alessandro Baricco, e centro di aggregazione giovanile. Ma MaTeMù non è solo questo: è soprattutto un’interazione di persone e culture diverse volta alla ricerca del bello. Ne ho parlato con la coordinatrice Dina Giuseppetti e con Gabriele Linari, regista, autore ed attore della scena teatrale romana che proprio qui ha fondato la Compagnia Teatrale MaTeMù nel 2017.

Cominciamo da te, Dina, com’è nata l’idea di MaTeMù?

Allora, nasce come centro di aggregazione giovanile. Alcuni di noi lavoravano già come educatori ed educatrici di strada con ragazzi e ragazze di questa zona, in particolare con alcuni e alcune di loro che ballavano la break dance vicino alla stazione Termini. Questi ragazzi e queste ragazze provenivano da diversi Paesi e tra di loro c’erano anche moltissimi ballerini professionisti. Ad un certo punto è arrivata l’esigenza di cercare un posto dove ritrovarsi e fare attività con loro: abbiamo vinto un bando di gara ed è cominciata l’avventura di MaTeMù.

Che in realtà nasce nell’ambito del CIES Onlus…

Sì, infatti io sono arrivata al CIES proprio per gestire questo spazio. Oggi MaTeMù non è più soltanto un centro di aggregazione giovanile perché si è evoluto nel tempo: è qualcosa che ancora non esisteva all’epoca, perciò l’abbiamo chiamato “Spazio giovani e scuola d’arte”, un nome che racchiude tutte le anime di questo luogo. È uno spazio, rivolto a ragazzi e ragazze dai 10 ai 25 anni, che si propone di rimuovere le disparità di accesso alla cultura e all’arte. Alla base c’è l’idea che la cultura e l’arte siano dei bisogni primari, non dei lussi ma dei diritti, che quindi devono essere di tutti. Questo spazio è il risultato di anni di lavoro passati a renderci conto che non è così. L’accesso alla cultura e all’arte è profondamente elitario e non solo per motivi economici: un altro aspetto fondamentale è quello socioculturale. Se tu nasci e cresci con difficoltà socioeconomiche non riesci neppure ad immaginare, per esempio, di andare a teatro. O comunque pensi che quella realtà non abbia nulla a che fare con te, quindi la escludi automaticamente dai tuoi desideri senza averla mai sperimentata. Un conto è vivere in una casa piena di libri con genitori che ti portano al cinema o a teatro, che hanno tutti gli strumenti per scegliere le possibilità migliori, ed un altro è non avere la possibilità di scegliere. Quindi abbiamo cominciato a fare questi corsi di attività artistiche, tutti gratuiti, ma tenuti da professionisti nella loro disciplina. Quindi il livello di qualità è molto alto.

E che corsi si possono frequentare attualmente a MaTeMù?

Attualmente i corsi sono 12: strumenti musicali (chitarra, batteria, tromba, pianoforte e alfabetizzazione musicale); canto, rap, break dance, fumetto e arti grafiche e tre corsi di teatro. Tutto completamente gratuito. Siccome la nostra impressione è che il problema di accesso a queste discipline non sia soltanto economico, abbiamo affiancato a questi corsi una scuola di italiano per stranieri, il supporto scolastico gratuito, il supporto psicologico, l’orientamento alla formazione e al lavoro e anche uno spazio ludico-ricreativo (biliardino, ping pong, il cortile ecc.). In questo modo anche i ragazzi che sono più in difficoltà si avvicinino a MaTeMù tramite questa via: spesso vengono per imparare l’italiano, avere un supporto psicologico oppure per trovare lavoro. Vengono per questi motivi più pratici e così incontrano gli altri ragazzi, che magari frequentano il corso di tromba o il corso di teatro e quindi poi si creano delle intersezioni tra estrazioni sociali e culturali completamente diverse. Ad esempio, ci sono ragazzi e ragazze della Saint Louis e del conservatorio che vengono a MaTeMù perché c’è quell’insegnante di pianoforte o di tromba e allo stesso tempo c’è il ragazzo o la ragazza della casa-famiglia o del centro di accoglienza che frequenta la stessa lezione.

Una bella sinergia…

Sì, infatti si creano dei circuiti di aiuto e di supporto tra le famiglie dei ragazzi benestanti e quelli che sono più in difficoltà. In questo modo si creano degli stimoli reciproci che poi riassumono l’intento di MaTeMù: rendere la cultura accessibile a tutti e a tutte.

E perché questo nome, MaTeMù? Cosa significa?

Una delle fondatrici del Cies, Maria Teresa Mungo, aveva il sogno di creare una scuola popolare nel quartiere Magliana qui a Roma, che fosse inclusiva per tutti i ragazzi e le ragazze. Ci provò per molto tempo e purtroppo morì senza poter vedere il progetto realizzato. Dopo qualche tempo il CIES, avendo creato questo spazio, decise di dedicarlo a lei: il nome non è composto altro che dalle sillabe iniziali del suo nome e del suo cognome. La cosa incredibile è stata scoprire, grazie ai primi ragazzi con origini africane che sono arrivati qui, che Matemu è anche il nome di una maschera africana che simboleggia la prosperità.

Beh, una bellissima coincidenza! Dopo questo bell’aneddoto quasi mi dispiace tornare ad aspetti un po’ più burocratici benché interessanti. Come viene scelto il personale di MaTeMù?

Lo staff è interprofessionale: c’è uno staff artistico composto dagli insegnanti delle varie discipline e uno staff socioeducativo formato da educatori, psicologi e operatori sociali. Queste due anime diverse lavorano sempre insieme: partecipano insieme alle riunioni e alle supervisioni. Tutto questo perché, come già ho accennato prima, sui ragazzi si lavora sotto due punti di vista differenti. Li arruoliamo semplicemente tramite il curriculum che deve avere due caratteristiche principali: da una parte la persona che si propone deve essere un artista professionista nella sua disciplina che si esibisce, dall’altra è utile che il suo percorso intersechi il sociale o il lavoro con i ragazzi.

E come vi finanziate?

Tramite il CIES che partecipa a bandi di gara impartiti dalla Comunità Europea, da fondazioni o da altri enti come la Regione Lazio. Ultimamente anche grazie a donazioni private.

C’è un tipo di pedagogia particolare su cui si fonda la metodologia di MaTeMù?

Sì, la pedagogia del desiderio. L’abbiamo imparata in Brasile durante un periodo di formazione promosso da una fondazione che ci finanziava. Questa stessa fondazione finanziava anche un progetto, il Projeto Axé, dedicato ai meninos de rua a Salvador de Bahía, che lavora con questo metodo molto particolare. Hanno una scuola d’arte con diverse unità artistiche, dalla capoeira alle percussioni passando per danza oppure moda, in cui permettono a ragazzi e ragazze con cui vengono in contatto per la strada ‒ i meninos de rua appunto ‒ di compiere un percorso di tipo professionale, tant’è che questi ragazzi e queste ragazze hanno partecipato a performance di artisti del calibro dei Pink Floyd, o di artiste come Fiorella Mannoia. La frequenza ai corsi d’arte è prevista in orari compatibili con la scuola dell’obbligo vera e propria. L’approccio del Projeto Axé è proprio quello della pedagogia del desiderio, pensata dal fondatore Cesare de Florio La Rocca, che si propone di riattivare il desiderio nei ragazzi di strada, che nascono e crescono senza alcun tipo di prospettiva lavorativa o artistica. Il principio è che l’educatore desidera il desiderio del ragazzo, che deve prima di tutto riuscire ad immaginare che sia possibile raggiungere una situazione migliore rispetto a quella di disagio che sta vivendo. Secondo questo progetto non c’è mezzo più potente di riaccensione del desiderio dell’arte, che diventa essa stessa educazione, o meglio, arteducazione. Noi di MaTeMù ci siamo subito resi conto che era la metodologia perfetta per quello che stavamo creando: de Florio La Rocca aveva dato una definizione ed un linguaggio a quello che volevamo realizzare!

Come vi siete organizzati durante la pandemia?

Durante le zone arancioni e gialle siamo stati aperti seguendo tutte le misure igieniche e di sicurezza necessarie, con ingressi contingentati e lezioni più che altro individuali o con gruppi molto ristretti. Per quanto riguarda le zone rosse, durante il primo lockdown abbiamo svolto tutte le attività in modalità telematica via Zoom mentre gli insegnanti caricavano anche dei contenuti online sui social: ricordo in particolare l’insegnante di sax che caricò una serie di video sulla storia del jazz o l’insegnante di canto che si concentrò sulle cantanti donne nel corso della storia. Ovviamente abbiamo continuato a seguire i ragazzi con più difficoltà tramite telefono, portando loro a casa gli strumenti musicali necessari per seguire i corsi, comprando tablet, assicurandoci che potessero connettersi ad internet e sostenendoli anche con la spesa. Nel secondo lockdown invece abbiamo svolto la DAD assistita in presenza: abbiamo realizzato che molti dei nostri ragazzi con la DAD avrebbero smesso di frequentare la scuola perché non possedevano gli strumenti né si trovavano nelle condizioni adatte a svolgerla, per questo abbiamo scelto di creare qui a MaTeMù delle postazioni di DAD distribuendo i ragazzi che ne avevano più bisogno uno per stanza su turnazione, con computer e cuffie, alla presenza di due operatori per qualsiasi esigenza.

Certo che qui a MaTeMù chiunque può fare tante cose sentendosi molto supportato! Da quello che mi racconti non ci sono molti posti come questo nei dintorni. Come vi ha recepito la città di Roma? La vostra attività è abbastanza conosciuta?

Secondo me siamo conosciuti ma non quanto dovremmo, nel senso che siamo molto conosciuti nell’ambiente del sociale e nell’ambiente del teatro ‒ ad esempio teatro India, teatro Argentina, Carrozzerie n.o.t.‒ ma abbiamo una visibilità limitata per la gente comune o le grandi fondazioni che potrebbero finanziarci. Me ne rendo conto perché spesso passano per MaTeMù personalità famose che rimangono stupefatte dal nostro lavoro. Una volta Alessandro Baricco, che ha tenuto delle lezioni qui, ha detto: «Questa è l’unica scuola d’arte gratuita in Italia. Com’è possibile che non sia conosciuta in tutt’Italia?». Per cui credo che continuare a lavorare sulla comunicazione sia necessario.

Cosa significa gestire ragazzi e ragazze di origine e culture molto diverse tra loro?

Io faccio questo lavoro di educatrice e counselor da oltre vent’anni e ho cominciato occupandomi di ragazzi e ragazze delle periferie romane quindi, quando nel 2010 ho iniziato a lavorare qui non sapevo davvero cosa aspettarmi. All’inizio ho lavorato molto con ragazzi e ragazze migranti che oltre ad avere problemi di altro tipo erano molto miti rispetto ai ribelli a cui ero abituata (ride n.d.r.)! La cosa difficile per me, che lavoro con le parole, era che con loro non potevo utilizzarle perché non parlavo la loro stessa lingua. Perciò ho pensato di concentrarmi solo sui ragazzi italiani lasciando ragazzi e ragazze migranti o che semplicemente parlavano un’altra lingua agli altri collaboratori e alle collaboratrici. Ma poi ho imparato che non è possibile allontanarsi dai ragazzi qui a MaTeMù: sono loro stessi ad entrarti dentro.

C’è qualche episodio particolare che vuoi raccontare?

Mi ricordo di questo ragazzo curdo, A., che entra in ufficio e mi inizia a raccontare la sua storia. Non c’erano altre operatrici o altri operatori in quel momento, perciò ho dovuto tenerlo con me. Nel raccontarmi le motivazioni della sua migrazione verso l’Italia mi dice di questi militari turchi che erano andati a casa sua e di fronte alla sua famiglia avevano esclamato: «Si sente che anche il cane in questa stanza è curdo!» per poi sparare al cane. Per questo i genitori avevano deciso la mattina dopo di farlo partire. Io lì per lì rimango senza parole e non so che fare. Lui si accorge della situazione e mi dice: «Però ci sono anche cose belle a casa mia!» come se in quel momento fosse lui a consolare me. Allora io rispondo: «Per esempio?». E lui: «La primavera». Mi è rimasto molto impresso perché c’è un film del 2006 che si chiama Primavera in Kurdistan e rivedendolo ho constatato che la primavera in Kurdistan è pazzesca! Quindi non mi aveva detto una cosa a caso ma mi ha parlato di una cosa veramente bella della sua terra d’origine. Così ho ragionato sul fatto che tutte queste differenze hanno dei punti in comune, come la primavera.

Che fine ha fatto A.?

Adesso sta lavorando, sta a Milano. Abbiamo provato a farlo studiare per diventare mediatore culturale però era troppo difficile per lui da un punto di vista emotivo. Era il nostro desiderio non il suo. Ha fatto svariati lavori e adesso sta benissimo anche perché ha imparato molto bene l’italiano.

Ho letto che il CIES gestisce anche un ristorante dove fa lavorare i ragazzi e le ragazze, vero?

Sì, si chiama Altrove, promuove l’utilizzo di alimenti provenienti da una filiera etica e dà lavoro principalmente a ragazzi rifugiati e a ragazze rifugiate. C’è sia cucina italiana che di altre parti del mondo e si trova a Roma nel quartiere Ostiense.

Progetti per il futuro di MaTeMù?

Prima del Covid avevamo in mente di creare più MaTeMù in giro per la città o per l’Italia, di trasformarlo in uno spazio aperto dalla mattina alla sera per tutte le fasce d’età, ecc. Con il Covid purtroppo si è creato un grande momento di crisi, perciò adesso siamo in difficoltà, anche economicamente. Speriamo che presto la situazione migliori. Nel frattempo è positivo che il centro abbia riaperto e che ci siano tutte le attività.

Adesso passiamo a Gabriele: come nasce la tua collaborazione con MaTeMù?

In realtà è nata un po’ per caso: loro cercavano un regista per portare avanti degli spettacoli teatrali. All’epoca non c’era un vero e proprio laboratorio teatrale, precedentemente avevano collaborato con una regista esterna per costruire uno spettacolo in cui avevano rappresentato le eccellenze dei ragazzi e delle ragazze o dei e delle peer educator con esperienze teatrali. Da quel momento però, i collaboratori e le collaboratrici del centro hanno avuto l’idea di consolidare la questione teatrale, che doveva produrre uno spettacolo estivo di fine anno nato proprio all’interno di MaTeMù da portare all’esterno, su un palco anche prestigioso, che comprendesse tutte le discipline arteducative del centro: musica, danza, arte, recitazione. E così è stato: Altrove, il primo vero e proprio spettacolo di MaTeMù scritto in parte da me e in parte dai ragazzi e dalle ragazze del laboratorio, andò in scena nel giugno del 2012. Mentre nel 2017 è nata la Compagnia Teatrale MaTeMù.

Con cui immagino avete cominciato ad occuparvi più esclusivamente di recitazione…

Esattamente, perché fino al 2016 io mi occupavo della parte teatrale della rappresentazione di fine anno ma coordinavo anche la regia della parte musicale o di danza. Quindi dovevo gestire questi Kolossal per intero, diciamo (ridiamo n.d.r.)! La Compagnia MaTeMù è formata da chi ha già qualche esperienza teatrale ed è aperta anche a chi è esterno al centro, per esempio ci sono ragazzi del Liceo Aristofane di Roma in cui organizzo laboratori da anni. Generalmente la fascia media d’età dei ragazzi e delle ragazze con cui lavoro va dai 14 ai 25 anni. Ultimamente però Il Cies ha vinto un bando del progetto DOORS per fare arteducazione con bambini e bambine dai 10 ai 14 anni, per cui adesso gestisco anche il laboratorio teatrale 10-14.

Come si sposa la disciplina del teatro con la realtà multiculturale di MaTeMù?

Io dico sempre che quello dell’attore è un mestiere prima di tutto pratico. E nell’esercizio della pratica siamo tutti e tutte fatalmente uguali: abbiamo un determinato obiettivo e lo dobbiamo ottenere. Quindi l’importante è raggiungerlo a prescindere dalle modalità e dai tempi propri di ogni persona, che allo stesso tempo si trova all’interno di un gruppo. Qui a MaTeMù ho visto crearsi molti gruppi di teatro multiculturali, dove varie culture migranti si sono alternate, in base ai vari flussi migratori nel tempo, e si sono incrociate con ragazzi italiani con altri tipi di storie. Per esempio, nell’ultimo spettacolo che abbiamo messo in scena con la Compagnia nel 2019, Marzapane, abbiamo raccontato esperienze differenti: da ragazzi e ragazze di Corviale, quartiere periferico di Roma, a ragazzi e ragazze dell’Aristofane con famiglie anche facoltose alle spalle. C’era anche un ragazzo pakistano pieno di voglia di fare e di scrivere, che sogna di fare l’attore, che si è integrato alla perfezione. Perché la questione non è più l’integrazione, ma l’interazione, che è la cosa più importante. Il contributo di diverse culture ha sempre arricchito l’esperienza del laboratorio con tutte le difficoltà, linguistiche e culturali, che questo può comportare.

Per esempio?

Beh, ci è capitato di interrogarci anche su questioni molto semplici come per esempio il senso dell’umorismo. Una volta eravamo con degli attori e abbiamo detto ad un ragazzo curdo: «Sei proprio un cane!», intendendo scherzosamente che non fosse portato per la recitazione. Lui si è arrabbiato moltissimo perché nella sua cultura essere chiamato cane è l’offesa peggiore! E poi sono successe altre cose straordinarie: un tempo organizzavamo dei campus di due/tre giorni per preparare gli spettacoli. Una volta lo abbiamo fatto all’inizio di gennaio; i ragazzi hanno partecipato ad una riffa e hanno vinto un prosciutto. In quell’occasione abbiamo capito di aver raggiunto il livello massimo di integrazione quando Mohammed, un ragazzo musulmano, per la gioia si è fatto le foto con il prosciutto in mano!

Incredibile! Come sono andate avanti le attività teatrali durante il lockdown?

Nel primo lockdown abbiamo condiviso dei podcast: uno sul racconto di Kafka, La Tana, e altri che si intitolavano di_stanze, presenti anche su Spotify, in cui abbiamo raccontato a modo nostro quel periodo di chiusura. Ad esempio facevamo parlare le stanze. Ne sono nati una serie di monologhi con cui abbiamo creato dei cortometraggi, anche se ci piacerebbe farne uno spettacolo teatrale vero e proprio. Tutto ciò risponde anche alla mia idea di affrontare con questi ragazzi temi che non siano per forza la rappresentazione didascalica della migrazione o del loro vissuto tragico. Hanno il diritto, il bisogno e il dovere di andare oltre. In questo senso il titolo del primo spettacolo, Altrove, è emblematico e comunque rappresentava il tema del viaggio. Poi siamo passati a La Tempesta di Shakespeare e a Furore di Steinbeck e piano piano ci siamo diretti verso altri argomenti. Il primo spettacolo in assoluto della Compagnia MaTeMù è stato #loro, incentrato sull’ hate-speech ed ha avuto un grande successo soprattutto nelle scuole. L’idea dello spettacolo mi è stata suggerita da Elisabetta Bianca Melandri, presidentessa del CIES, durante la riunione organizzativa di inizio anno. Visto il successo ottenuto, aveva ragione!

Foto di Carolina Germini e Compagnia MaTeMù

Il tempo simbolico delle città secondo Anselm Strauss

«Quando una città cambia, quanto grande deve essere il cambiamento prima di poter proclamare legittimamente, e sostenere con sicurezza, l’acquisizione di un nuovo stadio nel suo sviluppo? Quando una città smette di essere giovane e diviene adolescente?».

A questi e altri simili interrogativi, il sociologo americano Anselm Strauss prova a fornire una risposta all’interno del libro Il tempo simbolico della città, uscito in Italia grazie alla curatela di Giuseppina Cersosimo. Inserita convenzionalmente nel campo degli studi urbani, la riflessione di Strauss si caratterizza per un’attenzione specifica al ruolo che le immagini e l’immaginazione svolgono nell’analisi dello spazio (in particolare quello americano).

Cristallizzando il flusso del tempo nell’eternità di un singolo momento, l’immagine fotografica è in grado di offrire una testimonianza precisa del periodo storico che l’ha generata, permettendo così di cogliere più facilmente mutamenti e trasformazioni. L’elemento visivo è dunque per Strauss un supporto indispensabile alla sua idea di sociologia urbana. Talvolta l’immaginazione può rivelarsi ingannevole, portando a convinzioni erronee sull’età effettiva di un centro abitato.  

Nelle prime pagine del volume, il sociologo rivolge l’attenzione alle immagini di alcune note città degli Stati Uniti, in cui «l’inizio di un’epoca o la fine di un’altra»  si determina nel passaggio da una dimensione prevalentemente rurale a una realtà industrializzata e metropolitana.  Prendiamo ad esempio la città di Detroit, capoluogo della contea di Wayne nello stato del Michigan, conosciuta generalmente per i suoi grattacieli, il suo centro finanziario e la sua industria automobilistica (Chrysler, Ford).

Strauss evidenzia come Detroit conservi l’appellativo di «dinamica», «giovanile», «vigorosa», sebbene la sua storia mostri periodi di sviluppo piuttosto lunghi. Pensiamo poi alla metropoli più rappresentativa di tutti gli Stati Uniti, New York City. La vitalità e l’energia che contraddistinguono la Grande Mela conducono i suoi abitanti a considerazioni temporali inesatte. Scrive a tal proposito l’autore: «In una città come New York, che sembra in continua trasformazione fisica, demografica e sociale, la sua età effettiva sembrerebbe lontana dalla realtà di gran parte dei suoi abitanti». 

La seconda parte del libro è volta a indagare più a fondo il contrasto tra modernità e tradizione, ricordando la persistenza di numerosi dualismi all’interno delle città. Utilizzando il metodo e gli strumenti propri del simbolismo urbano, Strauss si sofferma sulle «ambiguità fondamentali» che coinvolgono i valori americani.  La mancanza di un sistema omogeneo di valori si riflette chiaramente nelle discussioni riguardanti il titolo di “città più americana” del paese. Naturalmente, scrive Strauss, «gli ammiratori di Chicago, New York, Kansas City e Detroit rivendicano onori per la città da loro indicata» (p. 34). È innegabile che se esistesse un complesso di doti culturali e morali condivise, non avrebbe senso stilare una simile graduatoria. Le pagine finali sono dedicate ancora una volta a New York, simbolo americano per antonomasia: nonostante le ripetute accuse di materialismo, di eccessivo dinamismo e di aggressività, essa rimane in ogni caso «il posto dove le persone di spirito sono attirate come da una calamita».

Il libro di Strauss analizza con rigore i differenti modi di concepire lo spazio e il tempo tra gli abitanti di una città. Attraverso il ricorso alle immagini e all’immaginazione, l’autore illustra interessanti spunti per una riflessione che non appare legata in maniera esclusiva al campo della sociologia urbana, ma si apre al dialogo con altre discipline, consentendo così al lettore e alla lettrice di individuare la propria chiave di accesso. In generale, le argomentazioni di Strauss si rivelano particolarmente efficaci nel mettere in evidenza la difficoltà che emerge nel momento in cui si vuole determinare con esattezza l’età di un centro abitato. Riducendo ai minimi termini il discorso del sociologo, si può affermare allora che ogni città presenta sostanzialmente due età distinte: un’effettiva (oggettiva) e un’altra percepita (soggettiva). Quest’ultima si rivela meritevole di un’attenzione speciale: vediamo perché. 

Non esiste, per Strauss, «un modo unico di essere americane»: ogni città, anche la più piccola e a prima vista insignificante, ha le proprie caratteristiche peculiari, i propri elementi di forza e le proprie debolezze. Spesso, i cittadini elogiano «l’atteggiamento sperimentale» di una città; altre volte, invece, ne esaltano l’aspetto conservatore o le origini antiche, arrivando addirittura a tenere insieme tutti questi elementi apparentemente inconciliabili. A una tale simbolizzazione, è opportuno ricordare che assai di frequente i centri abitati sono percepiti come più vecchi o più giovani di quanto siano in realtà.

Come è possibile tutto ciò? La città, è evidente, sfugge a ogni tentativo di definizione unitaria. Forse, è proprio in questa mescolanza, in questa eterogeneità di condizioni che risiede il fascino e l’attrazione esercitata dalle piccole e grandi città americane.

Anselm Strauss, Il tempo simbolico della città, Mimesis, 6 euro

Ancona, ti voglio ancora

Marco aveva conosciuto una su Tinder, ma ad Ancona. Lui era di Roma, eppure l’idea di fregare la localizzazione sull’app era già di per sé una conquista, metà dell’eccitazione. Gli era bastato mettere un VPN sul telefono, impostare la località desiderata e il gioco era fatto. La trasgressione geografica era in corso. 

Aveva scelto Ancona perché non c’era mai stato e mai avrebbe voluto andarci in un’altra occasione. Era il capoluogo più anonimo e insignificante, talmente banale che tutti, quando scoprivano che era sul mare, se ne meravigliavano. «Ancona sul mare? Neanche fosse Amalfi o Portofino». Il nome stesso era un limbo, un’eco sorda, un non-luogo difficilmente collocabile (perlomeno chi sentiva “Aosta” aveva subito chiaro dove fosse). Nel suo essere un guscio vuoto, Ancona emanava un alone magico, un brivido caldo in cui, in quei pomeriggi d’aprile, Marco avrebbe voluto perdersi per sempre. Partire all’avventura verso la città più sconosciuta era l’espediente perfetto per incontrare una ragazza piena di mistero. 

Andò da Debora con un Intercity, quelli che una volta avevano ancora gli scompartimenti, e oggi non hanno più la carrozza bar. Sul treno ascoltava Max Lame, anche se gli avevano detto che l’indie era finito nel 2018. La fregatura era stata che lui aveva cominciato a sentirselo giusto quell’anno. Di solito si metteva le cuffie mentre beveva una birra a cavallo di un muretto a Circo Massimo. Poi si accendeva una sigaretta, ma non prima di essersela poggiata sul labbro superiore per sentirne il profumo. Amava farlo, era il preludio fondamentale al pezzo successivo. Dopo il fumo metteva in bocca una liquirizia, che durava sempre troppo, tranne quando passava una con la caviglia scoperta tra il pantalone e la scarpa. In quel caso la scioglieva subito.  

«Sei tu la liquirizia/sei la donna che mi vizia» cantava Max Lame in cuffia. Si rendeva conto lui stesso che effettivamente gli ultimi album, suoi e non solo, erano tutta roba derivativa, con autotune già sentiti, scelte più pop, e soprattutto una produzione scarna (qualsiasi cosa significasse). Era meglio nel 2018, si disse. Almeno la musica indie. Tinder no, comunque non in Italia, ci trovavi solo le badanti rumene all’epoca, non certo una ragazza come Debora. Però l’indie era al suo apice, e Marco avrebbe voluto incontrare la Debora di adesso, con la musica di prima. Sarebbe stata la sincronia perfetta. Che pezzo le avrebbe dedicato? Meglio: se avesse trovato l’ispirazione dei cantanti di allora, che pezzo le avrebbe scritto? Primo: doveva essere una canzone sulla città, come il genere dettava. Sarebbe stata l’occasione per dare ad Ancona la sua prima espressione artistica degna di nota (negli ultimi cent’anni almeno). Secondo: avrebbe usato la musica e le parole per mettere completamente a nudo la sua voglia di lei, quel piacere che lo consumava fino alle viscere. 

Il desiderio che Marco aveva dentro era infatti una strana contraddizione.  Somigliava a un cane rabbioso che tentava di uscire allo scoperto, ma che veniva frenato ogni volta da un guinzaglio a catena, e se ne tornava bastonato nel suo cantuccio. Quanto più il cane era aggressivo, tanto più la catena lo ricacciava indietro, e quindi il povero Marco non scodinzolava mai libero. Era la foga di questo cane che avrebbe voluto, in maniera meno animalesca, esprimerle. Le avrebbe dichiarato quanto la voleva, quanto il desiderio lo consumava come fosse…«Fuoco, magari?» pensò di scrivere, perché sicuro lo bruciava dentro. Voleva comunicarle questa sua brama, questa sua voglia, insomma tutto, il bel tempo e il…«No, già sentita». Purtroppo, come ai cantanti indie adesso mancavano le parole, nemmeno lui le trovava. Per quanto si sforzasse, la sua fame non incontrava mai pane per i suoi denti canini, e Marco trovava un rifugio soltanto nella nostalgia, accennata in un ritornello sconsolato. Faceva pressappoco così: «Ancona, ti voglio ancora…». 

*** 

Lei arrivò con i suoi sabot estivi e il cappello a tesa larga. Si muoveva staccheggiando sulle piastrelle della piazza nel suo vestitino marrone liquirizia, con un’eleganza che la rendeva appetitosa come un pasto caldo. Il cane, nel vederla, si scioglieva nella sua acquolina. 

«Certo che voi romani siete alti» gli disse Debora. 

«Certo che voi marchigiane siete fregne» non le disse lui. Avrebbe voluto, ma il guinzaglio lo tirò indietro. Effettivamente fu meglio. Forse.

Debora era diversa di persona, aveva il viso più emaciato che sui social. Era diversa soprattutto da quelle prime foto su Facebook, quelle del 2009 o giù di lì, quelle di bassa qualità del camposcuola a Praga, che Marco aveva stalkerato per capire se anche da più piccola, scema e con l’acne avrebbe voluto divorarla come pappa nella ciotola. Naturalmente sì.  

Presero un gelato, e quello di Marco era alla liquirizia come il vestito di Debora. Lo presero con la panna, su consiglio di lui che potè poi fare la battuta su come avrebbero dovuto camminare insieme molto più a lungo per smaltirla. 

«Almeno quattro ore, diceva una mia vecchia professoressa di ginnastica». 

«Quattro ore insieme?? Non ci vorrai mica provare? Mh mh!» fece lei per stuzzicarlo. 

A Debora piaceva uscirsene con queste provocazioni per tenerlo sempre all’erta. Era come se agitasse una salsiccia sul muso del mastino, per poi tirarla via all’improvviso. Ma Marco sentiva che, sotto quel velo di sfida, lei aveva una dolcezza che migliorava tutto. Glielo diceva il sorriso di quegli occhi castani, che si affacciava dopo ogni istigazione. Se solo fosse riuscito a squarciare quel velo!  

Ma qualcosa frenava la ricerca di una qualche vicinanza, e lo portava ogni volta in una spirale di amari botta e risposta. Forse il cane era convinto che, anche se trovata, quella dolcezza nascosta si sarebbe rivelata un cioccolato velenoso per quelli della sua specie. 

«Senti ma a parte l’altezza voi romani che c’avete? Non è che puoi venì qui e non portare gnente». Debora imitava quello che credeva fosse il suo accento. Marco era diviso tra il replicare freddamente in italiano, per schermarsi, e il tirare fuori una parolaccia, per farle vedere che il romano lo parlava meglio lui. Decise di darle una risposta a tono, sforzandosi però di non essere volgare: «‘A simpatia». Non capiva perché si sentisse inevitabilmente trascinato a difendersi, a ribattere sarcasticamente per deviare l’attacco, invece di farsi colpire e stare al gioco. Ma non c’era niente da fare: tirata la palla, il segugio correva inevitabilmente a riportarla alla padrona. 

«‘A simpatia? Nun me pare», rispose lei, gli occhi castani sullo sfondo, palle anche loro, ma queste più difficili da agguantare. 

La prima volta che non la baciò fu quando, appoggiati alla base di una statua, le chiese di provare il suo gelato. Lei acconsentì, ma soprattutto fece la cosa sperata: volle provare il suo. Accettò volentieri la sua saliva, e disse con disinvoltura che era «buona». La liquirizia. Ma poi lui la guardò incerto e lei, che aveva ricambiato il gelato, non ricambiò lo sguardo, non permettendogli di trovare quel coraggio così terribilmente agognato. 

La seconda volta che non la baciò fu sulla panchina. Con l’eccitazione scarsamente frenata in corpo, Marco non vedeva l’ora di lanciarsi. Ma la catena lo tirava così tanto che diventò tutto rosso. A quel punto smise di ascoltare Debora e continuò ad agitarsi dentro, mentre fuori era come il suo gelato: tenuto freddamente nella mano come il collo nel guinzaglio. 

A un certo punto capì che lei si era accorta del suo dilemma, cosa che si guardò con tutte le forze dal farle intendere. Fallendo miseramente. 

«Perché sei così rosso e mi guardi tipo incazzato? Non vorrai mica tirarmi un pugno» gli disse lei col sorriso di chi aveva già capito tutto. 

«No no tranquilla, che scherzi?». 

«Mm. Ma tu sei uno di quelli che in gelateria ci mettono sempre mezz’ora a scegliere che gusto prendere, vero? Non ti butti mai. E scommetto che alla fine prendi sempre lo stesso». 

Cazzo, pensò lui. Era bruciato. Doveva darsi un tono. 

«Eh sì. Mi ci vuole un po’ a ricordarmi che la liquirizia è sempre la migliore». 

«Che banale…» disse lei sarcasticamente, sorridendo con un po’ di malinconia. La cosa più terribile per lui fu che, quando si salutarono, si vedeva che era rassegnata, anzi risoluta, come una ragazza che ti ha appena offerto un’amica al suo posto. 

*** 

Dopo quell’incontro, Marco si consumò di rimpianti. Rannicchiato sul letto pensava che, invece di fare la battuta sulla passeggiata, avrebbe dovuto usare la panna come scusa per pulirle le labbra sporche. Quella sarebbe stata buona! Ma il levriero ormai aveva perso lo scatto per arrivare al traguardo. Non sembrava esserci più quella finestra necessaria ad agire, e Marco capì che l’unica cosa che poteva fare adesso era cercare ancora quella melodia che avrebbe dovuto mettere insieme la Debora di Ancona con la sua fame romana, fino al perfetto accordo finale. 

E non c’era alcun romanticismo in questo. Marco non voleva piangere i suoi fallimenti in musica, bensì usare la canzone per incantare Debora e attrarla nelle sue braccia: avrebbe avuto la musica e la donna, questa volta! Ma prima di tutto era impaziente di baciarla. Sul treno di ritorno già le aveva scritto: «La prossima volta mi butterò e sceglierò un gusto che non ti aspetti, vedrai». «Sorprendimi!» aveva risposto lei. 

Quella notte a Roma la pensò, e Debora si scioglieva sui suoi desideri come un gelato alla liquirizia. Max Lame gli tornò utile in proposito: «Ancona, ti voglio ancora/ sei la mia àncora di salvezza/ti sciogli come liquirizia./ Ancona, un solo nome/ temperatura di fusione». 

Sciolto il gelato, sarebbe stato sciolto finalmente anche il cane? 

*** 

Quella sera doveva andare a prendere una birra con Giovanni, suo amico storico per tutta l’università, fin dal liceo e oltre. Ultimamente si seccava a starci insieme, gli era storto e invadente, ma tutti gli altri erano già impegnati. E c’era qualcosa di più. Anche se non voleva veramente uscire con lui, si sentiva come obbligato. Lo odiava nella stessa misura in cui dipendeva dalla sua opinione: era bloccato in questa tenaglia. Avete presente quei pitbull a Tor Bella Monaca, che stanno soli nelle macchine parcheggiate, e si fiondano paonazzi contro i finestrini quando si avvicina un passante? Solo a Tor Bella può succedere. Can che abbaia è coatto. Ma non morde. Per quanto abbaino forte, quelle belve stanno sempre rinchiuse in macchina. E in una simile prigione di latrati si trovava Marco. 

Come oggi: «Se beccamo ae 6?» gli fece Giovanni. 

«Ehm…va bene dai». Assolutamente no!!, avrebbe voluto dirgli. Ma con che faccia rifiutare l’invito? E ormai gliel’aveva confermato. Con che faccia rimangiarsi la parola data? Non voleva certo perdere la stima dell’amico. 

Ora, Marco sapeva che uscire insieme a Giovanni significava adottare una lingua tutta particolare (il romano, in primis), un codice con le sue usanze. A cominciare dal luogo. «Andare in birreria – diceva Giovanni – è come trovà posto a ‘na grigliata: devi cercà uno spazio non ancora occupato dae sarsicce». Marco odiava le sue battute, che erano passate di moda dal ‘18 (Novecento, in questo caso). Quindi rise come sempre. 

Scelto il locale, il posto a sedere era di vitale importanza per l’amico. Ogni volta Giovanni obbligava Marco a cercare un equilibrio fra il proprio tavolo e quelli degli altri, quasi che la distanza minima dovesse misurarsi con un metro di alluminio. Troppo vicino, «aggredisci», troppo lontano, «non scopi». Si doveva trovare la sintesi giusta per poter «fare er fico, piacergli prima che capiscano il tuo interesse per loro», così gliela vendeva. Le domande a quel punto erano: come avvicinarsi alle ragazze? Come parlargli? Giovanni azzardava le sue teorie etologiche in proposito: «Stanno sempre chiuse a cerchio come pecore nel recinto, e noi pastori tedeschi che gli corriamo dietro. L’unica è isolarle, separarle: le cesse a sinistra, le fregne a destra, così poi le attacchi dai fianchi e so inermi. Devi sapè sceglie zì, è questa la chiave. “Divide et provola”. Per esempio, quelle turiste russe all’angolo, te ‘ndo le metteresti?».  

Giovanni gli disse queste parole come se provenissero da un’antica saggezza di vita più vissuta della sua. Marco si sentiva sempre costretto a credere di avere molto da apprendere, ma in fondo odiava il suo compare per quella supponenza, che veniva fuori nell’annusare la sigaretta prima di fumarla, poggiandosela sui baffi di schiuma appena formati dalla birra. Anche lui, come al solito, avrebbe voluto farlo, ma non voleva dargli la soddisfazione di sapere che quel gesto, che odiava così tanto nell’amico, piacesse anche a lui. Mosso da questi contrasti, cominciò a quel punto a sentire quella repulsione verso Giovanni che lo portava in genere a raccontargli tutto, a vuotare il sacco delle proprie giornate come risarcimento per l’astio provato dentro. Si sa che i cani ben addestrati, dopo essere scappati, tornano a casa con gli occhioni pieni di pentimento, desiderosi di essere puniti. 

«Ho conosciuto una che è la fine del mondo» si liberò.  

«E dove, su Tinder?» chiese Giovanni.  

«No no, tramite quest’amica mia». Mai avrebbe voluto ammettere che l’aveva trovata su Tinder, e non solo, ma che l’intero processo gli era piaciuto da matti. Era un segreto terribile, perché sicuramente per Giovanni Tinder era per i disagiati e i morti di fica, categorie che Marco avrebbe voluto contestare all’amico, se non fosse stato troppo occupato a non rientrarci mai e poi mai. Solo cani di razza, si poteva essere. Solo nella vita reale, si poteva cacciare. 

«E com’è andata?? Avete già…eheheh!» affondò Giovanni con il suo savoir faire.

«Ancora niente, era un po’ così, vediamo la prossima volta». La prossima volta che le scrivo su Tinder, coglione!, si permise di chiosare Marco dentro di sé. 

«Non aspettà troppo zi, che se no questa se stufa. Te devi svejà un po’ su ste cose. Devi esse più sconsiderato. Appena puoi scrivije, vai, fai…». 

Come cazzo Giovanni si permettesse di essere così saccente era una domanda alla quale Marco non trovava risposta. Si chiedeva in alternativa perché, oltre a nascondergli di Tinder, non gli aveva nascosto anche tutto il resto. Peggio pe me, si rispondeva da solo. 

Una cameriera si avvicinò e chiese se volevano già ordinare.  

«Cosa ci consigli?» fece Giovanni. 

Un altro metodo di approccio, stupido, pensò Marco. 

«Allora c’è l’IPA, la Pils…» rispose lei. 

«Possiamo assaggiarla per decidere?» osò Giovanni.  

Il «temo di no» della cameriera fu a quel punto un esplicito palo in faccia, che ridusse il muso di Giovanni a una fisarmonica da bulldog. Ma nonostante ciò l’amico non si limitò a stare legato per un po’ al suddetto lampione. Subito dopo, sentendo il «Da, da, da» delle turiste russe, il cane da pastore dovette uscirsene con una sparata finale: «Hai sentito Marchì? Quella ha detto che te la dà dà dà». 

*** 

Il giorno dopo Marco decise di scrivere a Debora non perché l’inerzia, come sempre, ruggiva per trasformarsi in azione, ma perché gliel’aveva detto Giovanni, o meglio perché aveva deciso di rendere suo quel desiderio suggerito dall’amico. In questo modo: facendo esattamente ciò che gli aveva detto l’amico. Stavolta si sarebbe svegliato, le avrebbe scritto, si sarebbero visti, e l’avrebbe baciata per davvero. 

Prima di pranzo prese il telefono per mandarle un messaggio sopra le righe (“non da sottone”, voleva dire per Marco). Voleva sorprenderla, come gli aveva detto lei. Peccato che fu lei a sorprendere lui. Andando nella loro chat, Marco vide che l’immagine del profilo di Debora non compariva più. Provò a inviarle un messaggio («Ehi non ti vedo, ahah»), ma niente seconda spunta. Aspettò un’ora, ma niente. Dopo due ore, fu triste di scoprire che le persone si possono bloccare anche su Tinder. Avrebbe voluto bestemmiare e ululare, ma avendo dentro soltanto un cane, si accontentò della prima. 

Il suo fallimento era cocente quanto lo era stata la sua voglia. Gli rodeva tanto dentro. Perché, soprattutto si chiedeva perché. Com’era potuto succedere? Perché Debora non gli aveva dato un’altra opportunità? È vero, era stato indeciso; aveva esitato, va bene; ma perché tagliare corto così presto? La sua frustrazione per averla persa “sul più bello” (ne era convinto), proprio quando sarebbe riuscito a combinarci qualcosa, lo torturava. Debora se n’era andata come una delle salsicce che gli metteva davanti al muso: ritirandosi di getto. 

Resosi conto che non l’avrebbe mai più rivista, fanciullescamente pensò alla cosa meno rilevante, come quando, dopo la fine di una relazione, il pensiero va subito a quegli amici dell’altra persona che non incontreremo più. Pensò: «E ora, che ne sarà della mia canzone su Ancona?». Il suo dilemma possiamo ritrovarlo nelle rime di quel ritornello rimasto monco. Lei non lo voleva più, e invece lui la voleva ancora. 

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«Oh bravo, devi prende il cous cous, la pizza colla zucca, e poi devi provà ASSOLUTAMENTE i carciofi alla giudìa come li fanno qui» lo istruiva Giovanni. 

Marco, che amava così tanto quei carciofi, di fronte al tono dell’amico sentiva che quella sera, tornato a casa, sarebbe andato dritto a vomitarli al cesso. Erano andati a uno di quegli eventi che sono una parola composta, e riflettono quindi quel combinato di delusione, scarsa voglia di vivere, scazzo e ostinazione a stare insieme agli amici che tutti, prima o poi, avranno provato: andarono a un aperi-cena. 

Lì Giovanni continuava a istruirlo sull’opulenza di quel buffet: «Vedi Marchì, te piji un piattino, dieci euro, e lo riempi quante vorte vòi. Che t’ha fatto?». 

Schifo, pensò Marco, ma il piattino lo prese comunque, e si riempì già il primo fino all’orlo. Giovanni (sto porco, osservò l’altro) fece lo stesso. E poi continuò a usare il suo solito paternalismo caciarone per insegnargli che cibo prendere: «Marchì, al solito te vedo troppo timido. Svejate, non te pijà sempre ‘e stesse cose! Cioè famme capì, tu stai di fronte a ‘sta tavola imbandita, c’hai tutto sto ben di Dio davanti, stai a sbavà come ‘n cane, e ogni vorta piji a polenta coi piselli? Ma quanno te sveji?». Marco, che si sarebbe invece mangiato volentieri l’amico pur di farlo a brandelli, provò molto timidamente a tenergli testa: «Perché, te come fai?». 

«Io? Io guardo bene e scelgo: questo me piace, questo non me piace. Questo sì, questo no. Come su Tinder. ‘O dovresti provà». 

Giovanni se n’era uscito così, soprendendo Marco che fino a quel momento mai avrebbe pensato che il primo potesse riferirsi all’app, se non per disprezzarla. A quanto pare, per la sua solita ignavia, Marco non aveva potuto vedere che anche l’amico usava Tinder. 

Eppure, nemmeno in quel momento stette al gioco. Invece di ammettere che anche lui lo usava, di mettersi alla pari almeno in questo, si nascose per l’ennesima volta dietro a un commento sprezzante rivolto a Giovanni: «Lo saprai te, io mai usato». 

«Sì infatti, e guarda come stai ridotto, a batte i pezzi a quella! Almeno provace co’ Tinder. Lì funziona come t’ho detto io: le cesse le metti a sinistra, le fregne a destra. Tinder è ‘a palestra mijore pe fa la selezione. Te insegna a sceje benissimo. Il cibo. E la fregna. Prendi me, io senza non avrei mai saputo che queste olive ascolane non saranno mai buone come ad Ancona». 

«Vuoi dire ad Ascoli…?». 

Se non altro, il segugio aveva conservato una certa finezza nell’udito. 

«Per carità zi, non confonde le due città che se odiano. È ad Ancona che l’ho provate, e so’ sicuro mejo de qua. La fregna pure è da panico. Ma te che ne sai Marchì, delle varietà enogastrognocchiche? Quanno t’emparerai a sceje? Svejate e scaricate Tinder». 

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Quella sera, Marco avrebbe voluto assicurarsi che l’accostamento di Tinder e Ancona fosse una pura casualità, e che non avesse nulla a che fare con l’ipotesi che, magari, Debora l’avesse bloccato per scegliersi un altro romano. Infatti il bracco, messo al muro, aveva cominciato a pensare che quella fosse la chiave per risolvere l’enigma della sparizione. Per confermare il sospetto, Marco avrebbe voluto allacciarsi al commento di Giovanni, e dire che quella con cui stava uscendo era (fatalità!) proprio di Ancona. Poi piano piano avrebbe voluto tirarne fuori il nome. Così, i due avrebbero potuto scoprire se erano interessati alla stessa ragazza e, in quel caso, avrebbero capito platealmente che entrambi sapevano dell’altro, e che non rimaneva altra scelta che giocarsi la partita. Sarebbe stato il migliore dei combattimenti tra cani, aperto alle scommesse di tutti. 

Il problema era che il cane di Marco, ultimamente più volte castrato, non aveva in quel momento più le forze per sollevare i dubbi che lo tormentavano. Se mai le aveva avute. Quieto e rantolante, aveva finito l’aperi-cena nel suo solito cantuccio, timoroso di ogni possibile conflitto. Da lì aveva fatto: «Beh, se lo dici te che le olive so mejo lì. Io mai stato ad Ancona, non so proprio com’è». Quest’ultima cosa, in realtà, non era stata del tutto una menzogna. 

Perché la città gli era rimasta in fondo sconosciuta, non inquadrabile, non pervenuta a visite turistiche o segnali satellitari. La questione se proprio loro tre si fossero incrociati in un triangolo diabolico sarebbe rimasta immersa in quell’indecifrabile algoritmo della localizzazione, in quell’alone di mistero che Ancona aveva infuso nelle loro vite canine, catturate nell’infinito gioco che aveva trovato il suo teatro perfetto in una città anonima come la vita. 

Nel ronzio ultrasonico di qualche altra cazzata detta dall’amico mentre chiedeva il conto, la delusione di Marco era diventata una rabbia atroce che lo aveva portato sul punto di aggredire Giovanni. Gli avrebbe finalmente scatenato contro la sua ferocia e via!, invece di comporre quella canzone fallita avrebbe aperto l’eterna danza della natura. Proprio in quel momento Giovanni si era messo la solita sigaretta sul labbro superiore, come un cane che tiene l’osso sul muso prima di addentarlo. Marco si era trattenuto a stento dal dargli un pugno in faccia, per poter azzannare quell’osso da sé. Lo aveva guardato tutto arrossito mentre l’altro stava bevendo un sorso di birra, la schiuma bianca come panna. «Ah ah, che te guardi il baffetto Marchì. Non vorrai mica pulirmelo con un bacio». 

Forse ogni cane trova ovunque lo stesso osso, sempre uguale, in qualsiasi luogo esso sia, nella capitale o ad Ancona. A volte per averlo deve inventarsi uomo, amico, perfino musicista. Trovata la sua tibia, deve tentare di soffiarci dentro la melodia perfetta, arrangiarsi al meglio con quei vecchi album ormai scordati, cercare di farne combaciare finalmente tutti i pezzi. E i suoi simili devono provare allo stesso modo, e tutti devono spappolarsi a vicenda per far risuonare la loro vittoria, morsicandosi l’un l’altro in un concerto di abbai. A volte (quelle più misteriose) è come fosse l’osso a dare la caccia a ognuno di loro, a inseguirne le tracce in una corsa all’ultimo respiro, una fuga dalle note stridule, come fosse l’osso a sentirsi già parte di quella bocca, di quella cassa che rimbomba sottoterra, di quel mondo grande come una cuccia.

L’illustrazione è di Maria Paola Marciano