Rubens Fadini e quel sogno di giocare a pallone

Sebbene profondamente radicato nel contesto della bonifica ferrarese e dell’Italia degli anni Trenta e Quaranta, Rubens giocava a pallone, romanzo di esordio di Stefano Muroni, racconta, come tutte le grandi opere, una storia universale, riconoscibile in ogni epoca e ogni latitudine: quella di un bambino con un sogno nel cuore. Si sa, chi nasce con un sogno giunge su questa terra con un dono che dovrà proteggere con tenacia da un mondo che troppe volte si rivelerà incapace di riconoscerlo e sostenerlo.

Rubens giocava a pallone racconta la storia di Rubens Fadini, la più giovane vittima della più grande tragedia sportiva italiana. 4 maggio 1949: l’aereo che trasporta la squadra del Grande Torino, di ritorno da Lisbona dopo un’amichevole contro il Benfica, si schianta contro la collina di Superga, alle porte della città. Rubens, che giocava nella squadra più forte d’Italia da appena pochi mesi, sparisce nel cielo sopra Torino lasciando pochissime tracce di sé, se non la consapevolezza, indiscussa che, da giovane promessa, si stava già trasformando in grande campione, prima che la sua prematura scomparsa giungesse inattesa a decretarlo campione per sempre.

L’autore tenta dunque di mettere insieme le poche fonti disponibili e di ricucire una vicenda umana profonda e complessa intorno alla leggendaria figura del calciatore. Rubens Fadini era nato nel 1927 a Jolanda di Savoia, in provincia di Ferrara. Dal Veneto i Fadini, come tante altre famiglie di contadini, erano arrivati nel Ferrarese nel pieno periodo della bonifica di quel territorio che culla e fa da sfondo ai sogni di un bambino diverso dagli altri. 

I capitoli del romanzo, ventuno come gli anni di Rubens, raccontano saghe familiari tragicomiche e tenere, evocando la coralità contadina e l’epopea dell’esodo in cerca di lavoro tipiche di Steinbeck e ancora di più di Pennacchi, con il quale, oltre a uno stile diretto e incisivo, l’autore condivide il fortissimo legame con la propria terra. 

Le atmosfere della bonifica dell’Agro Pontino, protagonista di Canale Mussolini di Pennacchi, sono le stesse che accompagnano la vicenda di Rubens e della sua famiglia nelle campagne ferraresi: le difficoltà ma anche la solidarietà dell’estrema condivisione, i rituali contadini, le leggende e, soprattutto, il legame con i morti. «Dalle nostre parti si dice che per il due novembre i morti ritornino a dormire nei loro letti»: l’incipit del romanzo di Muroni restituisce immediatamente quell’orizzonte di magica corrispondenza con l’aldilà che mantiene i contadini inesorabilmente legati ai propri morti, perché non si muore davvero finché c’è qualcuno che ancora sente il calore di chi è scomparso.

Mutuando un meccanismo di nuovo caro a Pennacchi, l’autore presenta il racconto come il resoconto di un personaggio a un interlocutore, in questo caso di una vecchia a un maresciallo giunto a interrogarla su quella strana abitudine di piazzarsi in mezzo a un campo su un materasso di foglie antiche di granoturco ogni due novembre. Quella vecchia è stata una giovane innamorata che non ha mai smesso di andare a trovare il suo caro Rubens ogni anno nel giorno in cui i morti tornano a dormire nei loro letti. Giustina è il più grande regalo di Madre Bonifica a Rubens: una bambina nata nel suo stesso giorno, nel podere adiacente, alla quale Rubens resterà legato da un filo rosso per tutta la vita, nonostante gli anni vissuti a distanza, quando la famiglia di Giustina lascia il Ferrarese per bonificare la Sardegna e i Fadini partono alla volta di Milano, in un’Italia che sta già iniziando a trasformarsi da contadina a operaia.

Foto gentilmente concessa dalla famiglia Rubens

Tuttavia Rubens e la sua famiglia resteranno sempre ancorati agli anni in Bonifica, in quel territorio che, nonostante i grandi sacrifici che esigeva, permetteva ai suoi lavoratori di perdersi tra il cielo e l’orizzonte infinito della pianura tutte le volte che lo desideravano, in una connessione con la natura e il ciclo della vita che i Fadini invano cercheranno tra  il cemento di Milano, fino a decidersi a tornare indietro quando le fabbriche milanesi inizieranno ad essere bombardate. 

D’altra parte Madre Bonifica è una progenitrice in grado di accogliere tutti i suoi figli in un grande abbraccio che li avvolge per sempre, ovunque essi si trovino. Allo stesso tempo, acquista le  connotazioni di una madre creatrice che dà e toglie a suo piacimento: è forse lei l’artefice dell’innato talento di Rubens per il pallone, ma anche di tutte le sue agonie. Se non fosse nato in Bonifica, da un padre contadino totalmente avverso al suo sogno, Rubens non avrebbe forse sofferto così a lungo prima di affermarsi, o chissà che invece non avrebbe mai avuto modo di farlo: è sempre in Bonifica infatti che Rubens inizia a frequentare il Tresigallo Calcio e a calciare per la prima volta un pallone in un vero campo. 

È lì che ha le sue prime visioni, che fa i suoi progetti, che sogna e pianifica; è in parte comprensibile l’avversione di un padre di fronte a un figlio visionario che sembra preannunciare un mondo nuovo dal quale le vecchie generazioni non possono che restare escluse. Tutte le sere Rubens guarda fuori dalla finestra mentre i suoi fratelli dormono, pensa e programma mentre gli altri si accontentano di ciò che è capitato loro, ché avere un buono stipendio e una donna da sposare non è mica da tutti. Rubens però sa che per lui c’è dell’altro e ha la pazienza, eroica, di aspettare. È un bambino che ci insegna a proteggere i propri sogni, a saperli mettere da parte quando tira un vento cattivo continuando a custodirli nel proprio cuore, lì dove lui ha sempre saputo chi voleva essere: un calciatore per sempre. E anche se travolto da un destino crudele,  è stato proprio morire da eroe ad averlo reso immortale come il suo sogno.

Stefano Muroni, Rubens giocava a pallone, Pendragon, pp. 270, euro 18

Charles Simic e quell’invito ad ascoltare

Mi sono addentrata nell’ultima raccolta del poeta Charles Simic con lo stesso sentimento che ho provato a Parigi nel trovarmi per la prima volta davanti alla statua Écoute, di fronte alla Chiesa di Saint-Eustache. L’opera, dell’artista Henri De Miller, raffigura la testa di un uomo che porge una mano vicino all’orecchio nel tentativo di ascoltare. Essendo le dimensioni della statua piuttosto grandi, capita spesso di incontrare bambini che vi si arrampicano sopra, divertiti all’idea di salire su quella strana creatura adagiata a terra, che sembra chiamarli a sé.

Nell’insieme ha qualcosa di magnetico e alla fine è difficile non cedere alla tentazione di avvicinarsi ad ascoltare. 

Avvicinati e ascolta è il titolo dell’ultima fatica del poeta americano Charles Simic. 

La raccolta è stata pubblicata dall’editore Tlon in una bellissima edizione sulla cui copertina è raffigurata la facciata di un palazzo con tante finestre. Da una di queste sporge una sagoma, forse qualcuno intento ad ascoltare i rumori della gente in strada. 

Charles Simic nasce nel 1938 a Belgrado, dove vive un’infanzia segnata dalla guerra. Costretto spesso ad abbandonare la sua casa per sfuggire ai bombardamenti, ricordando quel periodo dirà: «My travel agents were Hitler and Stalin».

All’età di quindici anni, con la madre, lascia il suo Paese per emigrare a Parigi. Dopo un anno abbandona anche la Francia per ricongiungersi con il padre, che nel frattempo ha raggiunto gli Stati Uniti. Questi continui spostamenti e l’abbandono della terra di origine, provocano in lui, uomo e poeta, una forte lacerazione, di cui possiamo ritrovare tracce anche in quest’ultimo lavoro e soprattutto nella poesia che dà il titolo alla raccolta.

Sono nato – non so a che ora – 

mi hanno dato una pacca sul sedere

e mi hanno passato in lacrime

a uno morto da parecchi anni, in una nazione

che non è più sulle carte geografiche

La nazione è la Jugoslavia, scomparsa dalle mappe nel 1992. Più difficile invece identificare la figura dell’uomo “morto da parecchi anni” – forse un riferimento al padre, che non c’è più nel momento in cui Simic scrive questi versi. 

L’America, seconda patria del poeta, è anche il luogo della sua formazione. A Chicago frequenta il College. Nel 1961 viene arruolato nell’esercito americano. Si sposta poi a New York, dove per pagarsi gli studi universitari, lavora di notte. Consegue il Bachelor of Arts alla New York University e dopo la laurea comincia a tradurre le opere dei poeti jugoslavi in inglese.

Nel 1967 esordisce come poeta con la raccolta What the Grass says, ben accolta dalla critica, che notò come le sue immagini attingessero più ai paesaggi rurali ed europei che a quelli americani. Numerosi i riconoscimenti ricevuti, tra questi il Wallace Steven Award, la Frost Medal e nel 1990 il premio Pulitzer per la poesia.

Nella raccolta Avvicinati e ascolta siamo di fronte a una totale desolazione. I paesaggi urbani hanno l’aspetto di luoghi infernali. A renderli tali è la gente che li abita, descritta come Mad People, espressione che dà anche il titolo a una poesia. Di fronte a tanto sconforto, il poeta trova nella natura una forma di consolazione, una possibilità di salvezza.

Di questi giorni solo gli uccelli e gli animali

sono sani di mente e vale la pena parlarci.

Non mi spiace aspettare che un cavallo

smetta di brucare e mi dia retta.

Capiamo allora che quell’invito ad avvicinarsi e ad ascoltare non può provenire dagli esseri umani, i quali al contrario vivono con fastidio l’esistenza dei loro simili, cercando di far stare zitti gli altri. Nessuno però conosce il valore del silenzio. Il poeta mostra tutta la sua insofferenza per questa condizione nella poesia che ha il nome di un suono: Psst.

Non farmi psst

con un dito

sulle labbra,

tu seduto dietro di me al cinema,

e in chiesa

dove chino la testa per pregare

Tutti pronti ad ammonire, quindi, ma nessuno ad ascoltare. In questo deserto urbano gli uccelli si rivelano presenze rassicuranti. Ricorrono così spesso in questa raccolta di Simic da ricordare un’opera di Olivier Messiaen, compositore e ornitologo francese: il Catalogue d’oiseaux.

Convinto che gli uccelli fossero i più grandi musicisti sulla terra, Messiaen, nei suoi numerosi viaggi, ne registrò il canto e poi lo trascrisse per pianoforte, dando vita a un’opera monumentale. Simile l’operazione di Simic, che traduce in versi le sue sensazioni. Agli uccelli è dedicata anche la prima poesia di Avvicinati e ascolta.

Alcuni uccelli cinguettano

Altri non hanno niente da dire.

Li vedi zampettare avanti e indietro,

ciondolano la testa a ogni passo.

Deve essere qualcosa di enorme

che li fa uscire di senno –

la vita in generale, l’essere uccelli.

Questo non è l’unico caso della raccolta in cui il titolo coincide con il primo verso. Così come non c’è voce che annunci il canto degli uccelli, allo stesso modo irrompe questa lirica.

Tra gli animali c’è una coralità e un’armonia che manca agli umani e inoltre loro hanno una consapovolezza del mondo che noi abbiamo dimenticato.

«Perfino gli uccelli detestano la poesia»,

ricordo che ha detto qualcuno

proprio mentre zittivano

e le ombre si stendevano sull’acqua

spegnendo i fuochi.

A salvare il mondo dalla desolazione però non sono solo gli animali, ma anche chi ha ancora la pazienza di prestare loro attenzione.

Questo banchetto

di briciole di torta dorate

sparse sul tavolo della nostra colazione

potrebbe sfamare

uno stormo di uccelli selvatici

Dovremmo

scuotere la tovaglia

in giardino

e rimetterci a letto

lasciandoli

a cinguettare per la buona sorte

I versi di Simic si presentano come un antidoto all’angoscia di vivere. Anche nei luoghi ormai più miseri, la sua poesia individua un elemento che dà speranza, magari qualcuno che anche nel caos più totale riesce a trovare il suo angolo di pace.

Una grande città era ridotta in rovine

mentre tu ti cullavi sull’amaca

chiudendo gli occhi e lasciandoti

cadere di mano giù a terra

il giornale che stavi leggendo

Paesaggi bellici e situazioni di emergenza si sovrappongono a scene di vita quotidiana.

Le camicie si sono sollevate sul filo del bucato

di un vicino, un paio cercando di volare,

quando tre camion dei pompieri sono sfrecciati

per andare a salvare una chiesa in fiamme

Ecco quello che Simic sembra suggerire con questi ultimi versi e con questa raccolta: solo la poesia, come il canto degli uccelli, può salvarci.

Charles Simic, Avvicinati e ascolta, Edizioni Tlon, p. 184, 16 euro

Tra le Erbacce Perenni. Intervista alle Volpi Metropolitane

“La volpe è l’animale selvatico più domestico o l’animale domestico più selvatico?”. Questa è la prima di tante questioni – apparentemente giocose, ma non di semplice soluzione – che accompagnano il lavoro delle Volpi Metropolitane, collettivo artistico con base a Torino, pronto però a fare un agile balzo anche in altre città. “Erbacce Perenni” è il primo progetto multidisciplinare di arti visive e performative a cui stanno dando vita: attraverso l’intersezione tra teatro, danza e arti multimediali, si propongono di esplorare il “corpo come paesaggio in movimento”. È proprio nell’analogia e nella relazione tra corpo e paesaggio che intravedono una risorsa per riscoprire un movimento ludico e spontaneo, in grado di sottrarsi a quei gesti automatici e codificati che compiamo ogni giorno.

Al centro della loro ricerca troviamo concetti come il “Terzo Paesaggio” – con il quale Gilles Clément designa tutti i “luoghi abbandonati dall’uomo”–, e il recupero della  pratica della “deriva”, tecnica di esplorazione psicogeografica teorizzata e sperimentata dal gruppo d’avanguardia dei situazionisti.

Le Volpi Metropolitane intendono allora indagare la vita lungo i margini, tra i luoghi incolti e dimenticati – tanto dello spazio urbano, quanto dello stesso corpo –, per recuperarne l’immensa ricchezza.

Abbiamo seguito le impronte delle loro zampe fino alla loro tana, per farci raccontare quali riflessioni si nascondano dietro all’immaginario “tenero” e scherzoso – o almeno, così è stato percepito dai più – che avvolge le loro comunicazioni. Dietro ai baffi vibranti e lucenti, ecco quindi svelati i volti di Valentina Bosio – performer, coreografa e autrice – e di Nicolas Toselli – attore, autore, e videomaker del progetto.

Foto di Volpi Metropolitane

Per iniziare, vi va di raccontare come è nato il progetto di “Erbacce Perenni”?

Nicolas: Il confronto fra noi è nato successivamente al primo periodo di quarantena, che dal punto di vista corporeo, muscolare, a tratti pareva insostenibile. Valentina, infatti, mi raccontava che faticava ad addormentarsi perché, anche a letto, pensava assiduamente a danzare, a muoversi.  Quindi, un elemento di partenza è stato sicuramente la nuova condizione di staticità, che ci ha fatto rendere conto di quanto non possiamo fare a meno di muoverci. Anche se il non muoverti o il muoverti male finisce per essere qualcosa a cui ti abitui. Per quel che mi riguarda, poi, sono sempre stato molto affascinato dalla disciplina dell’attore. Per molti studiosi il processo di studio attoriale è un processo inverso: torni come eri bambino, impari a camminare come sapevi camminare prima, a stare dritto come sapevi stare dritto prima. In un certo senso, ancora prima di pensare a un prodotto artistico, avevamo l’esigenza di ripercorrere all’indietro abitudini che erano diventate o meccaniche – perché confinate a specifici momenti di ricreazione –, o inesistenti. E credo che la maggior parte delle persone che si occupano per lavoro del proprio corpo si siano poste domande simili nel corso dell’ultimo anno: nonostante la possibilità di scambio sia stata molto minore, credo si sia assistito a un processo di riflessione condiviso.

Valentina: Una delle prime questioni da noi affrontate riguarda la percezione. Spesso avevo la sensazione che le persone non possedessero una reale percezione del loro essere in uno spazio e del loro essere in mezzo ad altri corpi, e durante la pandemia l’esigenza di soffermarsi su ciò che viviamo in prima persona tutti i giorni si è fatta ancora più urgente. In queste “derive”, in queste esplorazioni che abbiamo fatto per la città, abbiamo iniziato a porci domande inusuali: sul come siamo, in un certo senso, obbligati a vivere e a muoverci. Perché ci sono strade con carreggiate enormi per le macchine e un marciapiede minuscolo per le persone? O perché ci sono delle linee dritte e non si può tagliare la strada in diagonale? Questo ripensamento ha investito tanto il luogo fisico in cui siamo immersi, quanto il nostro stesso corpo: perché dobbiamo compiere movimenti sempre identici? Certo, esistono degli scopi, delle utilità, ma riflettere su questi aspetti può portare a conoscersi, e a indagare se, al di là delle funzioni a cui “dobbiamo” assolvere, esistano movimenti liberi e inaspettati, dei quali stupirsi. Relativamente all’idea dell’attore bambino, ci siamo confrontati su alcuni giochi che facevamo da piccoli, e abbiamo scoperto, per esempio, che entrambi ci mettevamo sdraiati sul divano a gambe all’aria, immaginando di camminare sul soffitto. In un momento come questo, in cui siamo costretti a stare in chiusi in un determinato spazio e a rispettare norme ancora più rigide del solito, abbiamo trovato una spinta ancora maggiore nel ricercare il gioco e il divertimento in quello che viviamo. Perché c’è un mondo dietro e dentro tutto, in una stanza o anche soltanto dentro di noi. Allo stesso modo in cui esiste un angolo della tua città e del tuo paese che non hai mai esplorato o non hai mai guardato con certi occhi, sicuramente esiste una parte del tuo corpo che magari non ricordi o non sai come funziona. Per questo abbiamo intrapreso una ricerca sull’analogia tra paesaggio e corpo: un corpo che di fatto è un paesaggio immenso.

Foto di Volpi Metropolitane

Nei contenuti che finora avete pubblicato avete disseminato citazioni di autori legati a contesti molto differenti, ma che in qualche modo sembrano rimbalzarsi le questioni. Da quale riferimento siete partiti, e come si sono dischiusi tutti gli altri?

Valentina: Nell’estate del 2018 avevo iniziato alcune sperimentazioni di danza e pittura con un’amica, ed è lì che ho incontrato i primi testi di Gilles Clément –l’architetto, paesaggista, urbanista francese –, e quindi mi si era già aperto questo mondo legato al discorso sul “Terzo Paesaggio” e sul “Giardino in movimento”. Il riferimento chiave per l’ideazione del primo frammento del progetto è stato, però, In territorio selvaggio di Laura Pugno, anche se più a livello suggestivo, per poi scoprire che lei stessa interpellava Clément. È stato molto curioso e stimolante notare come le stesse questioni tornassero in tantissimi autori in cui ci siamo imbattuti: è stata in qualche modo una conferma della direzione che stavamo tracciando. Tra i riferimenti centrali, c’è stato per esempio il lavoro di Anna e Lawrence Halprin, le loro ricerche tra architettura e danza, per esplorare la relazione che c’è tra lo spazio collettivo e il movimento collettivo e individuale. E in generale, fondamentali sono stati i concetti di “residuo”, di “territorio incolto”: un territorio abbandonato che però al suo interno contiene una ricchezza immensa.

Nicolas: L’incolto, in un certo senso, sono tante zone del tuo corpo. Noi stessi, a livello performativo, ci ritroviamo ad avere una certa abilità o scioltezza in alcune parti del corpo, a scapito di moltissime altre. Laura Pugno si chiedeva: “La poesia può essere il Terzo Paesaggio della letteratura?”. Come appunto ciò che cuce tutto quello che è già determinato, canonizzato della letteratura. E così ci siamo detti: “Possiamo trovare un Terzo Paesaggio in alcune zone del corpo, che non sono rifunzionalizzate dal punto di vista performativo?”. In quanto attore, spesso ti viene chiesto di scavare nella tua “animalità” per produrre una verità teatrale. Ma anche in questo caso si tratta di formule già canonizzate, per le quali sei costretto ad appoggiarti all’erotismo che confluisce in zone determinate del corpo. Dunque, volevamo anche scardinare questa abitudine artistica e cercare di fare lavorare delle zone in modo diverso. A partire da queste domande si sono dischiusi i riferimenti: la psicogeografia teorizzata dai situazionisti per me è definitiva (ride). Debord diventa utile dal punto di vista sociologico: il discorso sulle geometrie delle strade a cui accennavamo, se lo metti in una prospettiva più scientifica diventa un problema oggettivo, che si connette, per esempio, alla storia dell’automobile. L’impresa automobilistica ha trasformato il tessuto urbano: comprando e vendendo appalti ha davvero cambiato l’urbanistica delle città. Il primo libro che però abbiamo condiviso insieme è stato Le visionarie, un’antologia di racconti di fantascienza femminista pubblicata da Nero Edizioni: anche lì torna il tema del selvaggio, l’alterità della donna in conflitto con la società.

Foto di Volpi Metropolitane

Il nome del collettivo, Volpi Metropolitane, sembra ridefinire confini e mettere a contatto immaginari diversi, accostando la dimensione urbana a quella del selvaggio. Nella sua semplicità sembra conservare una forte stratificazione, in cui l’elemento giocoso si mescola a richiami politici.

Nicolas: È proprio così. Nella stratificazione rientra il discorso sugli autori di prima: bisogna porre l’attenzione sul fatto che tutte le cose siano in relazione. Che gli autori si rimbalzino le questioni, che le parole si rimbalzino gli immaginari è fisiologico. Diciamo però che, cronologicamente, la consapevolezza di questa stratificazione è stata assunta nel tempo, non è stata studiata, nonostante metta bene insieme i nostri immaginari. E, come si è creata da sé, noi l’abbiamo spontaneamente accolta; giocavamo a chiamarci fra di noi volpi, quasi per scherzo, poi a ritrovare questo rimando animale sempre più spesso, un po’ ovunque, ma mai casualmente. Il riferimento agli “indiani metropolitani” è quella parte della stratificazione che ha a che fare con la presa d’atto di una condizione storica, politica. E rappresenta il fatto che ci piacerebbe essere l’ala creativa del movimento (ride).

Valentina: In qualche modo, oltre ad una stratificazione, è anche una contraddizione. Che però fa parte della realtà che viviamo. Riprendendo lo stimolo di Laura Pugno, il selvaggio inizia ad esistere una volta che sei tu a chiudere la porta e a creare un “dentro” e un “fuori”. Il “dentro” diventa quindi la “tana sicura”, e il “fuori” diventa il “selvaggio”. Allora ci siamo chiesti, “e se invece questa porta la si apre”? Oppure: “se il dentro e il fuori fossero in realtà l’opposto di quello che pensiamo”? Nel nome è quindi racchiusa la riflessione sulla coesistenza e sulla contraddizione – che poi, appunto, contraddizione non è –, tra questi luoghi: sul fatto che questi confini netti non esistano più. Da qui la domanda un po’ provocatoria sulla volpe, “l’animale domestico più selvatico, o l’animale selvatico più domestico”. La volpe che è un animale astuto, furbo …ma anche molto carino (ride).

Foto di Volpi Metropolitane

La ricerca di un movimento ludico, sottratto agli scopi e all’utilità, sembra anche voler scardinare la retorica della produttività. Se il livello politico è evidente, quanto è presente, invece, la tematica ecologica?

Nicolas: In un certo senso è inevitabile che il discorso abbia a che fare con l’ecologia, perché è una problematica molto presente nella nostra vita quotidiana. Facendo riferimento a Clément, però, il paradosso è che le zone più ricche dal punto di vista della biodiversità non sono le riserve naturali, ma proprio quegli spazi ai quali non è destinata una cura, ovvero il Terzo Paesaggio. Il rapporto con l’ecologia è in questa domanda, più che nelle risposte. La soluzione è il non prendersi cura delle cose, piuttosto che curarle. Secondo me, quindi, l’ecologia rimane in questo lavoro come paradosso. A livello politico, il discorso egemone è anche un discorso di facciata ecologista: di fatto ci si preoccupa di mantenere inalterata la temperatura terrestre per poter continuare a produrre. È chiaro che questo non è il discorso dei veri militanti ecologisti, ma credo che questa tematica oggi rischi di avere un portato di restaurazione spaventoso.

Valentina: Riprendendo il discorso de Il giardiniere planetario di Clément, noi stessi siamo paradossali nella misura in cui non vogliamo essere ecologici. Decidere consciamente di occuparsi di qualcosa con uno sguardo ecologico, in realtà, è al tempo stesso una costrizione, una schematizzazione, che porta a sviluppare delle differenze che non sono spontanee. Nel progetto parliamo delle erbacce perenni che crescono casualmente, sui muri o nelle zone abbandonate: sono brutte, nessuno ci fa caso, nessuno se ne preoccupa. Non c’è un’intenzionalità nel loro sorgere se non la sopravvivenza, un vivere a modo loro. Ed è un po’ quello che cerchiamo di fare sia esplorando la città, attraverso la deriva psicogeografica – vagando senza un percorso prestabilito, lasciandoci guidare dai dettagli più inaspettati –, sia esplorando il corpo.  Perché in effetti, l’improduttività sta anche qui: nel trovare un movimento che non abbia scopo, utilità, magari anche esteticamente non interessante. È semplicemente un lasciar germogliare qualcosa e vedere cosa accade.

Foto di Volpi Metropolitane

Dopo una fase più teorica di studio e preparazione, intendete procedere con una pratica laboratoriale. A cosa mirate aprendo questo progetto a una dimensione collettiva? E soprattutto, come pensate di riuscire a “far passare” i concetti su cui avete lavorato?

Valentina: Nonostante il riferimento a numerosi autori e concetti, le domande che ci poniamo partono davvero da situazioni e dati molto reali, che qualunque essere umano vive. Per questo per noi è molto importante riuscire a rendere questa pratica laboratoriale accessibile a tutti. Infatti non è un corso, non c’è la volontà di insegnare una tecnica o qualcosa di specialistico, ma piuttosto il desiderio di riflettere insieme a persone di qualunque età e provenienza su quello che stiamo vivendo, in quanto esseri umani, in determinati spazi e determinati luoghi. La dimensione ludica –che stiamo cercando di mantenere anche nella comunicazione – è essenziale: ancora una volta il tornare bambini, il gioco, è una risorsa che può permettere anche agli adulti di staccarsi dagli schemi e dai ritmi quotidiani, per provare a stravolgere il punto di vista su se stessi e su ciò che li circonda. La relazione che si stabilisce tra il corpo e un determinato luogo può essere utilizzata nella pratica laboratoriale come uno strumento che permette di slegare le varie parti dall’automatismo, dalle funzioni prestabilite e dalla gerarchia a cui le associamo. Siamo abituati a pensare con la testa e camminare portati dal movimento delle gambe, ma non è detto che debba essere sempre così: potrebbe essere la tua pancia, per esempio, a volerti condurre. In questo senso, immaginare il corpo come un paesaggio, trovare analogie tra la forma della spalla e una collina, è un qualcosa che permette davvero a tutti di arrivare alla consapevolezza di essere composti da micromondi e micropaesaggi.

Nicolas: Vorremmo condividere le derive con i partecipanti al laboratorio, e contemporaneamente condurli in sala esplorando il movimento, aiutandoci anche con alcuni esercizi di training autogeno, mimetizzandoci con alcune immagini che ci siamo creati. Semplicemente, avendo a che fare con la forza del paesaggio e la forza del proprio movimento – quando è libero da obiettivi performativi –, quelle domande ce le si pone. La deriva psicogeografica, per i situazionisti, prevedeva di costruire delle unità di ambienti differenti tra loro. Un passaggio successivo all’esperienza diretta sarebbe quindi quello di ricostruire quelle unità percepite attraversando la città: ridisegnare la cartina secondo quello che si è vissuto e che si ricorda, e contemporaneamente disegnare il proprio corpo prima e dopo queste fasi di laboratorio. Questo consente di vedere su carta – nel caso del disegno – l’immagine della percezione mentale che si possiede di se stessi, in qualche modo sempre estremamente deformata dalla realtà. In questo modo si iniziano a integrare le due forme di esplorazione del corpo e del paesaggio. A questo discorso si lega anche il video, perché è la prima forma che abbiamo trovato per restituire una sovrapposizione di piani. Immaginiamo che nella fase laboratoriale ci sarà la nostra guida, ma sarebbe bello se gli smartphone degli utenti potessero creare queste mappature, costruendo una narrazione video dell’esperienza. Questi strumenti sono effettivamente quelli che oggi permettono di comunicare: sono ormai protuberanze del nostro corpo, ed elaborare una cartografia del proprio corpo e del paesaggio può essere un modo per ampliarne la funzione.

Foto di Volpi Metropolitane

A livello pratico, come avete sperimentato e come avete intenzione di sperimentare la “deriva”?

Nicolas: La fase della deriva che secondo Debord è necessaria –solo secondo lui tra i situazionisti –, ovvero quella di ricostruire una narrazione oggettiva dopo l’esperienza, è una fase di cui non ci occupiamo. Anche perché la stiamo facendo da “pirati” (ride), dal momento che secondo lui in due non si potrebbe fare. Se non ricerchiamo l’oggettività, però è vero che, concluso il percorso, cerchiamo di confrontarci sul nostro stato d’animo, sul modo in cui ci siamo sentiti. Poi prestiamo molta attenzione nel restituirci l’esperienza rispetto alla fluidità con cui la conduciamo. Il tentativo è sempre quello di restare a mezza via tra l’esperienza e la documentazione: se documenti troppo ovviamente esperisci poco, e viceversa. Quindi ci confrontiamo su impressioni psicologiche che i quartieri ci danno: se nel centro storico di Torino abbiamo avuto molta più ansia, l’esperienza in Barriera, nonostante il quartiere fosse meno addobbato, è stata molto più fluida, e sentivamo un’allegrezza maggiore. Finora, elaborando il pensiero a esplorazione conclusa, ci siamo sempre trovati concordi rispetto alle sensazioni provate, ma appunto non si tratta di una ricostruzione oggettiva dell’esperienza.

Valentina: È anche curioso riflettere su come ogni volta veniamo portati a documentare in un modo diverso le cose: se in Barriera abbiamo vissuto la deriva più a livello esperienziale, nel centro storico siamo stati portati ad impiegare molto tempo al telefono, probabilmente per l’eccessiva proliferazione di negozi, luci e oggetti colorati. Questo vagare senza meta, senza progettualità, attirati di volta in volta dai cornicioni o altri particolari, ci consente di darci delle regole che sono sempre diverse, scelte sul momento, in modo istintivo. Abbiamo deciso di condurre l’esperienza insieme, documentando entrambi, perché il percorso può essere identico e le sensazioni concordi, ma in realtà non puoi mai sapere qual è il dettaglio che l’altro sta cogliendo. Sarà interessante proporre di sperimentare la deriva a piccoli gruppi, perché la documentazione restituirà una geografia del luogo composta da diverse sfaccettature di quello stesso spazio, che in realtà lo fanno diventare un altro spazio rispetto a quello che è.

Foto di Volpi Metropolitane

Avete in progetto di portare la pratica laboratoriale anche fuori Torino, proponendola in altre città?

Nicolas: La deriva è un’esperienza che varia moltissimo, anche soltanto rispetto a come conosci la città, e che si presta a diversi linguaggi di restituzione. Valentina, per esempio, ormai conosce benissimo Torino, mentre io che sono arrivato da poco tendo a non orientarmi, e non riesco a provare quel piacere di perdermi in qualcosa di conosciuto. Abbiamo realizzato un crowdfunding proprio per poter portare questa pratica anche nelle altre città, ed evitare che qualcuno debba pagare per fare un’esperienza simile. L’intenzione è quella di comunicare con gli spazi artistici e sociali del paese, appoggiarsi a loro, e da lì proporre microlaboratori, itinerando in tutte le città.

Valentina: Vogliamo anche cercare di problematizzare un aspetto che la pandemia ha amplificato, per il quale si è legittimati ad uscire di casa solo se si va a consumare: chi vive in città, in un appartamento, si è trovato a vivere una situazione molto più difficile rispetto a chi, per esempio, ha la fortuna di avere una casa in campagna. Vorremmo rendere accessibile a tutti questa esperienza, per cercare di innescare in tutte le persone la consapevolezza che non c’è bisogno di nulla per farsi…“un gran viaggio” (ride). Portando il laboratorio nelle altre città, ci piacerebbe – anche se per ora è tutto a livello progettuale –, riuscire a costruire una mappa di un nuovo corpo, grandissimo, costituito da tutti questi corpi, esperienze, racconti, documentazioni fatte dai partecipanti, sotto forma di un sito internet interattivo, in costante espansione e cambiamento: insomma, far proliferare le erbacce, ovunque.

Foto di Volpi Metropolitane

L’immagine di copertina è di Volpi Metropolitane.

Come le bolle di sapone

Sarà di domenica. Una mattina d’aprile luminosa di un futuro sbiadito. Ismaele e Sara porteranno le fedi. Saranno già nati entrambi. Sarà più bello così.

Sarà nella chiesetta di Camaldoli, quella che piace tanto anche a te, piccola e accogliente come i luoghi che nessuno sa. Sarò vestita di bianco sporco come la nonna al suo matrimonio del ’63. Sarò bellissima, perché tu mi vedrai così. Sarà come lo avevo immaginato da bambina, con le azalee lillà e la torta arcobaleno. Ci saranno tutti, ci sarai anche tu.

Sarai tornato solo per il matrimonio, la mamma non te l’avrebbe perdonato se non l’avessi fatto. Sarai tornato consumato dalla tua Africa proprio come eri la prima volta che sei arrivato qui, svuotato del superfluo, incapace di scegliere un giocattolo di cui non avevi bisogno. Eri rimasto un’ora di fronte allo scaffale delle macchinine mentre io avevo riempito il carrello di bambole. Poi avevi scelto solo le bolle di sapone, perché quelle svaniscono e non resta niente, come delle persone.

Per giorni avevi continuato a soffiare nel cerchietto magico, come lo chiamavo io. Mi sfidavi a creare la bolla più grande del mondo. Eppure anche la più bella e la più rotonda si schiantava troppo presto. E allora il tuo sguardo si rabbuiava un poco in un’ombra di quella tua malinconia che non ho capito mai, che forse se ne è andata solo ora che te ne sei andato anche tu. Soffiavi e soffiavi ancora, lo facevi per interi pomeriggi quando tornavamo da scuola e di studiare quella lingua che non era la tua non volevi proprio saperne. In fondo le parole tra noi non sono servite mai, non si poteva dare un nome a quell’intesa sconosciuta che pretendeva di esser chiamata fratellanza. 

Poi finalmente un giorno scrivesti un tema sul mare, dicevi che il mare è la casa dei pesci, una casa grande senza confini, e che avresti voluto essere un pesce per nuotare dove volevi tu. La mamma si commosse, legge quel tema ancora oggi quando la tua assenza pesa un po’ di più, poi lo ripone con cura nel primo cassetto del suo comodino, insieme alle lettere che continui a scriverle ogni mese. All’inizio ero gelosa, perché non le scrivevi a me. Poi mi sono detta che anche se l’avessi fatto, non avrei saputo cosa risponderti. Vorrei solo chiederti cosa mangi al mattino e se sei felice, ma non lo faccio perché temo che diresti di sì. 

Sarai seduto sulla prima panca, ma non alzerai mai lo sguardo verso la croce. Non hai bisogno di Dio, tu. Me lo avevi detto una sera in cui mi rannicchiavo sotto le coperte per la paura del temporale. Fissavi spavaldo i fulmini dal balcone, poi contavi fino a tre e aspettavi il tuono. Tanto la natura è più forte, mi avevi detto che in Kenya questo si sa. Ti avevo chiesto come fosse, questo paese che portavi nel tuo DNA così diverso dal mio. Ci avevi pensato a lungo, poi avevi solo detto che in Kenya si vedeva sempre l’orizzonte, che non esistevano ostacoli tra il tuo sguardo e quella linea piatta di pace. Alla fine ti eri deciso a infilarti sotto le coperte e solo allora avevo potuto prendere sonno, confortata dall’idea di saperti lì a schermirti dai tuoni come facevo io. Invece eri più forte tu, forte di quella forza che viene a chi ha vissuto per sopravvivere, a chi anche solo per un momento non ha avuto niente da perdere. Mi sono sempre chiesta come sei sopravvissuto alla fame, ma non l’ho mai chiesto a te. Mi sono risposta che forse è più facile rinunciare all’amore se si è già rinunciato a tutto. 

Sei tornato in Kenya perché la fame non deve patirla più nessuno, avevi risposto alla mamma che fingeva di non capire. All’inizio mi dicevo che avevamo sacrificato la nostra intesa per una buona causa. Due cuori feriti sono meno importanti di tante pance vuote. Sarebbe stato ingiustamente duro ammettere che quell’intesa non avrebbe potuto evolversi, né regredire, intrappolata nelle briglie di una fratellanza ineludibile. Eri quel fratello imposto che solo fratello non è stato mai, perché profumavi di esotico, dei segreti di una terra lontana dove tutto è più vero e più puro, mobile come il tuo sguardo liquido, grande come le tue mani sporche che rivedo ogni volta che chiudo gli occhi.

Sarai l’unico senza cravatta, ma il più bello dentro la chiesa semibuia che nasconderà un po’ le nostre paure. Sentirò il tuo sguardo fisso sulla mia nuca scoperta dai capelli intrecciati e immaginerò il soffio del tuo fiato solleticare le mie scapole, prima fresco e poi sempre più tiepido, in un sibilo che vorrò rendere eterno.

La prima volta che l’avevi fatto eravamo al mare, condividevamo un asciugamano troppo piccolo per i nostri corpi sempre più grandi. Mi addormentai cullata dal tuo fiato che mi solleticava la schiena tentando di liberarla dai granelli di sabbia appiccicosi. Avevo la brezza marina e avevo il respiro dell’Africa, avevo tutto. Mi svegliai con la tua guancia appoggiata al mio petto. Ero sudata, ti guardai a lungo. Il sole sbatteva sulla tua pelle scurissima e tornava indietro ancora più luminoso. 

Mi avevi detto che avrei dovuto svegliarti al tramonto, se ti fossi addormentato. Non lo feci. Restai a guardare te invece del sole che andava a sciogliersi nel mare. Allungai il collo come meglio potevo, poggiai le mie labbra alle tue, delicatamente. Ti sfiorai per ritrarle subito. Sembrava non ti fossi accorto di nulla. Provai di nuovo, appoggiandole davvero, e ti baciai. Apristi gli occhi di colpo, sorridesti, e mi baciasti. Mi baciasti mentre il sole spariva all’orizzonte. Mentre salivamo sul motorino sentivo quella strana euforia di quando ci si sente al sicuro con ciò che si prova perché si sa di essere già in due. Mi sbagliavo, per te non era cambiato nulla. Mi strinsi forte al tuo petto mentre percorrevamo la litoranea quasi deserta. Poi riconobbi gli occhi di mio fratello quando mi spogliai davanti a te in camera la sera. Alla casa al mare avevamo una sola stanza con un letto matrimoniale che condividevamo da quando condividevamo le nostre vite. Quello notte ti girasti dall’altra parte e prendesti sonno ancora prima del solito. Non era cambiato nulla. Ero tua sorella, una sorella alla quale si può dare un bacio mentre si diventa grandi insieme. 

Non mi farai da testimone, non te lo chiederò. La mamma insisterà. È il tuo unico fratello, dirà. Non è mio fratello, risponderò. La ferirò, non capirà. Capirai tu, tu che te ne sei andato di soppiatto quella sera piena di neve, prima che sbocciassero tutti i fiori della nostra primavera. La valigia l’avevi pronta da un po’, forse ho avvicinato di nuovo le mie labbra alle tue per poterti lasciare finalmente andare. Non avevo considerato che da allora avrei continuato a fare l’amore con il tuo ricordo. Non saprò mai se è stata la gratitudine o l’ingratitudine a spingerti via. Troppo grato alla mamma per poter amare sua figlia, in fondo ingrato per essere scappato da chi ti aveva dato tutto. Solo ora so che di quel tutto non avevi poi così bisogno tu.

Non ti commuoverai mentre la mamma si asciugherà una lacrima guardando me, guardando te. Per qualche istante penserò di non essere al mio posto. Lo guarderò, mi guarderà. Sorriderò e mi volterò, incrociando i tuoi occhi pieni di fiera rassegnazione, che non lasceranno scampo a dubbi ingrati. Il tuo sorriso scoprirà i tuoi denti bianchi e la tua fragilità, ti torturerò ancora per poco prima di tornare a guardarlo ubbidiente. Ho sempre avuto bisogno della tua approvazione da quando ci sei stato. Sapevo di ballare bene perché c’eri tu ad applaudirmi in prima fila e vedevo la mia eleganza riflessa nel tuo sorriso. Mi sentivo bella guardandomi nei tuoi occhi sempre così pieni di stupore per quella nuova realtà che tu imparavi a conoscere attraverso i miei. Mi sentivo importante, ti mostravo il mio mondo senza rendermi conto che eri tu a insegnarmi come andasse affrontato. Mi sentivo pienamente in vita solo quando ero con te.

Ti batterà un po’ più forte il cuore quando starò per dire sì alla vita che hai scelto per me. Non ti sentirai in colpa, perché anche la tua era stata scelta da chi ti aveva portato lontano, ma tanto tu il tuo paese non l’avresti tradito mai. Sono sempre stata gelosa di quella donna dal nome Africa che ti richiamava sempre più forte a sé. Non venni con voi quell’estate in Kenya perché avrebbe fatto troppo male accompagnarti tra l’odore della tua terra e sentire che era tanto più forte del mio. Papà era l’unico ad averlo compreso e per questo fu tanto clemente con me in quegli anni di ribellione. La mamma invece era sempre inevitabilmente dalla tua parte. Credo ce l’abbia ancora un po’ con me per quel viaggio mancato, per averle rovinato l’idillio della famiglia perfetta che perseguiva come il più bello dei suoi sogni di bambina. Ci ama esattamente nello stesso modo, ma quello senza difetti sei tu. Forse ora può finalmente darti una colpa, quella di averla lasciata a trascorrere la sua vecchiaia tra un uomo poco attento e una figlia inconcludente che non vede l’ora di maritare. 

Poi mi abbraccerai quando ti verrò incontro lasciandomi l’altare alle spalle, ancora aggrappata al suo braccio solido. «Sarai felice» mi sussurrerai, solleticandomi il collo con il tuo fiato caldo. Non saprò cosa dire, mi scenderà una lacrima che bagnerà anche il tuo volto. Ti stringerò, affondando le narici nel tuo collo lungo, e la tua pelle nera profumerà di tutte le cose che non sono state, che hanno aleggiato un poco sopra le nostre teste e poi sono svanite in un soffio, come le bolle di sapone.

Le illustrazioni sono di Laura Ciriello

“Perché Istanbul ricordi”: il peso della memoria

Ognuno deve fare i conti con il proprio passato. Ripensare a ciò che ci ha preceduto è fondamentale per comprendere noi stessi e il mondo. È quello che sembra dirci Perché Istanbul ricordi di Ahmet Ümit, un giallo che si muove dentro la memoria. Come afferma il protagonista: «Credo che chiunque abiti in questa città dovrebbe amare la storia, altrimenti non saremmo  mai in grado di apprezzare il valore di Istanbul».

Ümit è uno scrittore e poeta turco nato negli anni Sessanta. Non molto conosciuto in Italia, gode di grande fama in Turchia ed è famoso principalmente per i suoi noir. Fin da giovane si occupa di politica, appoggiando il partito comunista turco, e le sue esperienze da attivista diventano un serbatoio per la sua scrittura. 

Istanbul è una città che nel corso del tempo si è trasformata, accogliendo al suo interno realtà molto diverse. Fondata dalla figura leggendaria di Re Byzas, è stata prima Bisanzio e poi Costantinopoli. Cultura islamica e cultura cristiana si sono fuse al suo interno per dar vita a un’unica forma, ineguagliabile al resto del mondo per bellezza e fascino.  Dieci Zibaldoni non basterebbero per raccontare tutte le storie su questa metropoli.

Ma che cosa succede quando il peso della storia di questa città entra prepotente nei vari omicidi del commissario Nevzat Akmon?  

Un uomo sulla cinquantina viene trovato con le braccia tese sopra la testa, le mani legate, palmi uniti come in preghiera e un dettaglio particolare: una moneta, un simbolo lasciato dal killer alquanto insolito. In una facciata dell’antico pezzo di metallo la scritta di Bisanzio è incisa con l’alfabeto greco, nell’altra vi è una donna di profilo con i capelli raccolti.

Nel secondo omicidio la moneta ritorna, ma questa volta appartiene a un’altra storia. C’è il volto di un uomo, probabilmente dell’imperatore Costantino. Gli omicidi si susseguono e in totale arrivano a sette, accompagnati da sette monete con un unico filo rosso: la storia e i luoghi di Istanbul. 

Sembra che l’esecutore stia lanciando un messaggio attraverso i suoi delitti, commessi in luoghi accuratamente ricercati con una funzione ben precisa all’interno della cronologia della città turca. Le varie monete appartengono a epoche storiche diverse.  Passando da Costantino, che consacrò Bisanzio come la “nuova Roma”, venendo ricordato come l’uomo che cambiò la storia, a Giustiniano, colui che rese grande Istanbul agli occhi di tutto il mondo, portandola al suo massimo splendore. Così, proprio come in un rebus, il commissario Akmon e la sua squadra cercano di anticipare la strategia del nemico rileggendo la storia della propria città. Ma il lavoro che si prospetta non è per nulla semplice: «rappresentazioni storiche mescolate agli omicidi ci offuscavano la mente. La prima cosa che dovevamo scoprire era dove avrebbero lasciato la prossima vittima». 

Allora la porta Aurea, la colonna di Cemberlitas, la Cisterna Yerebatan e tantissimi altri luoghi diventano un punto d’incontro con il passato e il tassello da aggiungere al grande mosaico di cui fanno parte i sette omicidi.  

Oltre a presentarsi come un viaggio nel tempo, il romanzo scava nell’anima  dei personaggi. Il commissario Akmon vive bloccato all’interno dei suoi ricordi. Tutto ciò che è vecchio deve essere conservato scrupolosamente per mantenere intatta la memoria della moglie e della figlia. Lacerato da un trauma difficile da cicatrizzare, il passato può essere molto più ingombrante del previsto.

Avere a che fare con i vivi dà a loro la priorità, ma ogni legame con una persona nuova, dopo la scomparsa dei propri cari, sarà veicolato dalla presenza dei morti: «L’amore che si prova per gli altri non deve affievolire il legame con quelli che non ci sono più. Sapevo che accettando questo ingannavo me stesso. La vita dà la precedenza ai vivi. Le sembianze, le voci, i profumi, i ricordi e le tracce di chi non c’è più, piano piano si cancellano e svaniscono».

Allo stesso modo, per il commissario turco vige una legge che forse è universale: le persone che entrano nelle nostre vite, dopo un grave lutto, possono essere delle vere e proprie oasi su cui approdare. Avendo un rapporto farraginoso con il nostro passato, sono in grado di donare luce a quelle vicende che in tanti anni di vita non abbiamo capito. Così Perché Istanbul ricordi è un affascinante giro di ruota panoramica sulle memorie della città e dei suoi esseri umani.

Perché Instanbul ricordi di Ahmet Ümit, Ronzani Editore, p. 560, 18 euro

Tessuto Urbano: il desiderio di intrecciare legami

Per raccontare la storia del collettivo Tessuto Urbano, bisogna partire da Macomer, paese nell’entroterra della Sardegna, in provincia di Nuoro. È qui che l’APS ProPositivo porta avanti dal 2015 il Festival della Resilienza, principale incubatore del progetto “Trasformare la crisi in opportunità”, con l’obiettivo di creare un modello replicabile di sviluppo resiliente per le comunità locali, visibilmente colpite dal fenomeno dello spopolamento. Fondamentale, in questa ricerca, è il progetto “Esperienza di Resilienza artistica” (E.R.A): forma sperimentale di residenza, che ha come scopo principale quello di produrre delle iniziative sociali e culturali per il territorio ospitante. L’idea è creare un laboratorio partecipativo, che coinvolga appassionati di ogni disciplina artistica, che vogliono indagare il ruolo sociale dell’arte, intesa come processo sociale, educativo. In questi cinque anni sono state sperimentate residenze legate al campo scientifico, teatrale, cinematografico, fotografico, musicale, al mondo delle arti visiv e e della street art. 

La parola Resilienza si è intrecciata, nell’ultimo anno, ad un’altra: Resistenza. Il Festival infatti non ha rinunciato alla sua sesta edizione, proponendo forme nuove e innovative durante l’agosto del 2020. È proprio in questa cornice che le attrici e perfomer Azzurra Lochi, originaria di Macomer, e Gabriella Indolfi – già specializzate nella creazione di drammaturgie site-specific, immersive e multisensoriali – e la fotografa Ilaria Giorgi, anche fotografa ufficiale del Festival, si sono ritrovate dopo il lungo lockdown e hanno deciso di unire il proprio lavoro artistico dando vita al collettivo Tessuto Urbano, un progetto under 35 tutto al femminile, che si occupa di curare la relazione tra luoghi, parole e comunità, attraverso interventi artistici performativi e creazioni multidisciplinari sul campo.  

La loro residenza si è concentrata sul tema dello spopolamento, attraverso l’esplorazione del territorio ospitante e del suo patrimonio storico e tradizionale e l’interazione con la sua comunità. L’obiettivo del collettivo Tessuto Urbano era provare a raccontare il fenomeno dalla parte di chi resta, di chi vede allontanarsi i suoi concittadini, parenti, amici, con la speranza che facciano prima o poi ritorno. Qual è il filo rosso che tiene insieme le persone di questa comunità? E così, a partire da queste suggestioni, Azzurra, Gabriella e Ilaria hanno cominciato la loro avventura.

Prima tappa: esplorazione di Bosa, in provincia di Oristano, borgo sul mare  diviso in due dal fiume Temo, all’interno della regione storica della Planargia. Il viaggio è cominciato lì e in particolare a Sa Costa, uno dei quartieri storici, che si affaccia sul Temo. Qui hanno scoperto e approfondito la lunga tradizione che le donne del posto continuano pazientemente a tramandare: il filet. L’origine di questo ricamo è profondamente intrecciata al mondo maschile della pesca. È proprio dalle reti dei pescatori infatti che le donne hanno appreso quest’arte. Passeggiando per le stradine di Bosa, è ancora possibile trovare le signore fuori dalle porte di casa a ricamare. Ed è proprio con loro che Azzurra, Ilaria e Gabriella si sono fermate a parlare, scoprendo la tecnica del filet: un vero e proprio ricamo a rete.

Per realizzarlo infatti è necessario creare con i fili una rete, utilizzando un tipo di telaio rettangolare, che può avere varie dimensioni, con tre lati fissi e uno mobile. 

Solo a quel punto si può cominciare a fare il ricamo. Accanto alla tradizione del filet, prettamente femminile, vi è quella maschile della lavorazione delle nasse: reti simili a un cesto, intrecciate dai pescatori con l’utilizzo di un filo rosso. Uno di loro le ha accolte nel suo laboratorio proprio nel momento in cui stava insegnando la tecnica ad una ragazza. È affascinante vedere come ci sia ancora un interesse nell’apprendere una tecnica così antica e altrimenti destinata a scomparire. 

Ed è proprio da qui, dall’osservazione di ricami, intrecci e nasse che la metafora ha preso vita: rinforzare reti, costruire nuovi legami con il territorio.

Dopo questa prima esplorazione di Bosa, l’itinerario è proseguito verso l’entroterra, fino a raggiungere Macomer, nella regione storica del Marghine, in provicina di Nuoro. Qui la ricerca è proseguita in modo diverso, a partire dai luoghi abbandonati, vere e proprie tracce della storia del territorio. Macomer, anche grazie alla sua posizione strategica – trovandosi al centro della Sardegna – è stata per decenni cuore industriale dell’isola, tanto da essere definita “la piccola Milano”. Verso la fine degli gli anni ’80 una forte crisi ha colpito queste attività, costringendo molti caseifici e industrie tessili a chiudere. Tra queste vi era anche il Gruppo Lanario Sardo Alas.

Ecco una differenza tra Bosa e Macomer. La prima è ancora fortemente legata alla sua tradizione artigianale, mentre a Macomer compaiono, come ombre, gli scheletri di vecchi edifici che ricordano il suo passato industriale. Ne è un esempio l’edificio abbandonato del Caseificio Dalmasso, in cui le ragazze si sono addentrate.

Macomer resta comunque ancora molto legata alla storia del tessuto, che rimane parte dell’identità del territorio. Qui però è più difficile trovare donne che ricamano. Ma le ragazze del collettivo non si sono arrese: hanno cercato, incontrato e coinvolto cittadini, ex lavoratori dello stabilimento, artigiani locali e operatori culturali alla ricerca di materiali storici e biografici. Sono state anche accolte nel laboratorio di una sarta, che ha donato loro alcuni tessuti, che sono serviti poi nella realizzazione di un progetto che ha coinvolto la comunità.

Sono inoltre entrate in contatto con un falegname di Macomer, un ragazzo che ha il suo laboratorio all’interno degli stabilimenti delle industrie abbandonate, poiché alcuni di questi edifici sono stati riutilizzati. Ed è stato sempre questo artigiano a realizzare per loro un pannello in legno, che è stato inserito all’interno di un’installazione, creata per coinvolgere gli abitanti di Macomer nel senso più profondo del loro viaggio.

Al termine della residenza infatti, il collettivo ha creato un’installazione partecipativa site-specific che aveva precisamente il fine di unire la storia del territorio a quella della comunità, a cui veniva rivolta una domanda precisa: «Perché vivi ancora qui?». Sul pannello erano posizionati dei pioli e ad ognuno di questi corrispondeva una possibile risposta alla domanda: famiglia, lavoro, terra ma anche paura o “perché non ho scelta”. A quel punto, una volta individuata le parole più adatte a sé, ognuno doveva legare con il filo il punto a cui corrispondevano. I diversi colori dei fili sono stati divisi in base alla fascia di età dei partecipanti. Il risultato è stato sorprendente: ha dato vita ad una vera e propria mappatura statistica artigianale, una trama, come quella delle nasse e del filet di Bosa. In questo intreccio di fili c’è la storia di una comunità.

Ilaria, la fotografa del gruppo, durante il viaggio nei luoghi abbandonati, ha fotografato diversi muri di Macomer. Di questi ne sono stati selezionati nove, di cui sono state stampate le fotografie. Agli abitanti è stato chiesto di scegliere un muro da “adottare”, sul quale è stata cucita la loro foto, rafforzando così ancora di più l’idea della loro appartenenza a quei luoghi.

L’esperienza itinerante si è dimostrata talmente positiva da spingere Azzurra, Gabriella e Ilaria a proseguirla. Fare rete, costruire legami, intrecciare luoghi e persone ed intessere nuove storie sono diventati gli obiettivi centrali del collettivo Tessuto Urbano, mosso dal desiderio di sostenere – attraverso interventi artistici sul campo – i comuni italiani più piccoli, meno turistici, a volte del tutto sconosciuti, per contribuire a contrastare il fenomeno dello spopolamento e dare vita a nuove possibilità di narrazione delle comunità locali.

Nei mesi successivi però, l’emergenza sanitaria è tornata a imporre nuove restrizioni e nuove chiusure dei luoghi della cultura e degli spazi di aggregazione sociale, rendendo sempre più difficile la possibilità di incontrarsi, progettare e costruire legami in presenza. Le ragazze, provenienti da tre regioni diverse (Sardegna, Puglia e Toscana) hanno continuato a lavorare a distanza, dando vita nel periodo natalizio al loro primo progetto online come collettivo: Ragioni di Necessità, una chiamata pubblica per uno scambio epistolare in tutta l’Italia, che ha avuto come destinazione la storica libreria Emmepi Ubik di Macomer, unica libreria della città.

Al termine dell’iniziativa sono arrivate – in forma digitale e cartacea – più di quaranta lettere, piene di speranza, ottimismo, nostalgia, ma anche paura, rabbia, solitudine; storie autentiche, bellissime e commoventi, scritte da partecipanti di età e provenienze molto diverse, che hanno permesso loro di intrecciare legami anche a distanza nel delicato passaggio da un 2020 impossibile da dimenticare ad un 2021 già sovraccarico di responsabilità. 

Le lettere raccolte, nel rispetto della privacy dei partecipanti, in questi mesi stanno diventando parte drammaturgica e scenografica della prossima produzione artistica e multidisciplinare del collettivo, che debutterà nei territori del Marghine, nell’estate 2021, proprio dove la storia di Tessuto Urbano ha avuto inizio.

Tutte le foto presenti nell’articolo sono di Ilaria Giorgi

Una rappresentazione napoletana. “San Gennaro non dice mai no” di Giuseppe Marotta

«Esisteva effettivamente Napoli, nel marzo 1947?». Questa è la domanda che accompagna Giuseppe Marotta nel suo viaggio di ritorno nella città natale, dopo vent’anni di assenza. Vent’anni nel corso dei quali sono piovuti i bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale, che hanno cambiato per sempre il volto della Napoli conosciuta durante la giovinezza, lasciando al suolo una distesa di macerie e di miseria.

«Dissi di no – si risponde immediatamente l’autore –; dissi che Napoli è una città inventata». Agli occhi di Marotta, Napoli è infatti continuamente riplasmata dagli «innumerevoli Eduardi e Peppini e Titine De Filippo» che si muovono sullo sfondo di edifici distrutti, allo stesso modo in cui gli attori recitano davanti alle quinte teatrali: uno scenario che in questo caso è simile a un telone squarciato da qualcuno che non abbia apprezzato la rappresentazione.

Foto di Elisa Chiari

San Gennaro non dice mai no, comparso per la prima volta nel ’48, e ripubblicato lo scorso 19 settembre (proprio in occasione del “miracolo” compiuto dal patrono) dalla piccola e coraggiosa Polidoro Editore, è allora il personale contributo di Marotta all’“invenzione” di Napoli: una «rozza cantilena» dedicata alla sua città – come scrive nella nota introduttiva – suonata con intenzioni «oneste e affettuose».

«Esistono tante diversissime gocce d’acqua quanti sono coloro che guardano una goccia d’acqua – continua lo scrittore –figuriamoci una città e un popolo come Napoli e i suoi abitanti». La città che emerge dalle pagine di San Gennaro non dice mai no è quindi un ulteriore tassello che va ad arricchire –insieme a La Capria, Rea e Ortese, tra gli altri – quel mosaico di letteratura che, cercando di dire Napoli, è consapevole di non poterla esaurire.

Marotta – firma del «Corriere della Sera», e già autore de L’oro di Napoli (1947), portato sul grande schermo da Vittorio De Sica – si aggira per i vicoli, tra le botteghe, arriva persino ad intrufolarsi negli appartamenti privati di Pallonetto, armato del piglio da giornalista d’inchiesta: quello che viene restituito, con lucidità e tenerezza, è un affresco corale, composto da innumerevoli storie e ritratti di mendicanti, delinquenti, pupari, mariuoli, vedove di poeti e musicisti. Con incredibile tocco impressionistico, lo scrittore racconta gli espedienti con i quali la gente del popolo prova ad arrangiarsi e a sopravvivere, a partire dai piccoli furti degli scugnizzi fino al mercato nero di Forcella, in cui si rivendono le merci acquistate dagli Alleati. Ma Napoli è anche la città di «una sfortunata, poco nota, lunga, mesta e rassegnata bravura», dove gli artigiani lavorano «col pollice e con l’anima», e i pescatori praticano la pesca con la dinamite, perché è una «pesca leale», che riduce ad un’unica battaglia l’eterna guerriglia tra uomini e pesci.

Foto di Elisa Chiari

In ogni caso, se Napoli è inventata, «il dolore dei napoletani di tutti i ceti è purtroppo autentico». Come fosse per loro necessario mettersi a soffrire di fronte a uno specchio, i napoletani «si raccontano con qualche enfasi, con qualche compiacimento; ma trovano sollievo e consolazione in questo recitarsi». Ed è emblematico, in questo senso, il momento in cui sulle panche dell’“Opera dei pupi” vengono riconosciuti quegli stessi mendicanti che durante il giorno toccano il braccio dei passanti in cerca di un’offerta: in un gioco di rispecchiamenti, appunto, questi poveri cercano una liberazione e un riscatto dalle loro sofferenze nel lieto fine delle vicende messe in scena.

In questa grande “rappresentazione” napoletana, dove il termine conserva tutta la sua ambivalenza, un ruolo di primo piano viene giocato da alcuni «personaggi» illustri come il contraddittorio Giuseppe Navarra, «Re di Poggioreale» – benefattore malavitoso che nel ’61 ispira anche un film diretto da Duilio Coletti e sceneggiato da John Fante –, o Giuseppe Rossetti, narcisistico autore della fortunata canzonetta Catena.

Foto di Elisa Chiari

Disseminata in tutti i “bozzetti” è poi la schiera di santi che abitano Napoli – dal «distratto» San Giuseppe a Sant’Antonio che protegge Posillipo, fino a San Pasquale che veglia su Chiaia –, di cui il «supremo e volubile» San Gennaro si fa capofila. Santi che non vengono lasciati tranquilli nelle loro edicole votive, o chiusi tra le quattro mura di una chiesa, ma che vengono interpellati anche solo per una raccomandazione o un consiglio, perché percepiti come consanguinei, come «autorevoli congiunti del popolo». Ma la verità – commenta Marotta – è che i napoletani svuoterebbero il portafoglio dei pochi soldi che ci sono dentro, e «si leverebbero il pane di bocca per accrescere il loro benessere». A partire dalla descrizione dei sontuosi festeggiamenti al rione Stella dedicati a San Vincenzo, fino alla divertita constatazione degli sguardi languidi scambiati tra i giovani durante le celebrazioni ecclesiastiche, lo scrittore delinea i tratti di questa fede e questo amore popolare. Un credo che antepone la stima per il Figlio a quella per il Padre e per lo Spirito Santo: «Napoli è devota a Gesù Bambino – spiega Marotta con grandissima ironia – non solo perché si tratta di Nostro Signore, ma perché Egli, venendo alla luce, fece fesso Erode».

Se un chirurgo intervistato afferma con sicurezza che «Dio è indiscutibilmente napoletano», Alessio Forgione, nella sua bellissima introduzione al volume, si spinge ancora oltre. «Napoli è Dio – scrive infatti –, e San Gennaro non dice mai no è la messa gospel, cantata in un italiano smangiucchiato e lirico che Giuseppe Marotta ha messo su per tutti quanti noi, con il suo gusto neo-classico».

Foto di Elisa Chiari

C’è un’ulteriore, silenziosa presenza che agisce nella Napoli dipinta da Marotta: il mare, che viene definito come «il libro di tutte le favole». Il mare «esiguo e domestico di Santa Lucia, di Coroglio e di Posillipo», che consuma Castel dell’Ovo e il Palazzo Donn’Anna; quello che dalla gente di Capodimonte, dell’Arenella e della Sanità viene percepito soltanto per l’odore nel vento «che fa impennare la biancheria tesa ad asciugare fra muro e muro». Ma soprattutto il mare che non smette di tornare a interrompere i pensieri dello scrittore nei suoi anni milanesi, sotto forma di riflesso o di sensazione uditiva: in una parola, come nostalgia.

E proprio con l’immagine di una creatura marina si conclude il testo di Marotta. Se il suo viaggio ha inizio a marzo, «il mese che più fedelmente riproduce Napoli coi suoi guai e i suoi piaceri fulminei», l’ultimo “quadro” che l’autore ci offre è quello di una Napoli nella fervente attesa del Natale, dei suoi presepi, e del capitone che non può mancare in tavola la sera del 24 dicembre.

Il capitone, grossa anguilla che non si rassegna a morire, teatralmente brandito dai venditori tra i banchi in via Santa Brigida: è questa la metafora finale che Marotta utilizza per raccontare Napoli e i napoletani. Quella gente «non meno infelice e strenua di lui», che sbattuta e fatta a pezzi dalle disgrazie e dalla povertà, si dimena tuttavia in ogni suo pezzo, morendo «solo quanto basta per essere benedetta e seppellita, facendosi, così, meglio gustare nel ricordo».

Giuseppe Marotta, San Gennaro non dice mai no, Alessandro Polidoro Editore, Napoli 2020. 16 euro.

La foto di copertina è di Elisa Chiari.

Il tempo sospeso nel quartiere metafisico di Roma

Da parecchi mesi, ormai, un insolito silenzio sembra avvolgere come una cortina di fumo le strade e gli spazi dell’Eur. Prima della pandemia, in tempi ancora non intaccati dalla paura e dalla distanza, il quartiere beneficiava di una certa dinamicità, legata principalmente ai ritmi del lavoro, come testimoniano i numerosi uffici sparsi all’interno del perimetro e nelle zone limitrofe. I lunghi viali, pressoché deserti nelle ore serali, si popolavano invece durante il giorno: il brulicare della gente, insieme ai rumori delle auto, entravano facilmente in contrasto con il silenzio dell’architettura metafisica all’imbrunire. Certamente i suoni, i colori, la vita del quartiere sono sempre lì, ma qualcosa appare profondamente mutato. 

Nell’ultimo periodo mi sono ritrovata spesso a fare lunghe camminate per i luoghi più noti dell’Eur: abitando a poche centinaia di metri dal laghetto, ho avuto occasione di riscoprire la bellezza di una passeggiata. Un’aria diversa pervade quelle zone familiari, più vuote adesso, e per questo motivo all’apparenza più estranee. Anche la natura, spettatrice impassibile delle nostre vicende, sembra aver cambiato il suo aspetto, tanto che nel parco intorno al laghetto sono arrivati i pappagalli verdi, prima insediati altrove, attenti a non mostrarsi agli occhi degli umani, forse un po’ impauriti dalla loro presenza. 

Com’è noto, il termine EUR costituisce l’acronimo di Esposizione Universale Roma. Nel 1935 il governatore Giuseppe Bottai propone a Mussolini di candidare la città per la grande esposizione universale che avrebbe avuto luogo nel 1942. Il coordinamento dei lavori è affidato a Marcello Piacentini, che si avvale al contempo della collaborazione di vari esperti italiani (Ernesto Lapadula, Adalberto Libera, Luigi Moretti, Gaetano Minnucci, Luigi Piccinato, Giuseppe Pagano, Luigi Vietti). Tuttavia, lo scoppio della guerra non renderà possibile il regolare svolgimento dell’esposizione e i lavori di costruzione saranno inevitabilmente interrotti. Il progetto dell’Eur rimane comunque in vita e il quartiere vedrà infine la luce nella prima metà degli anni Cinquanta, continuando nel corso del tempo a subire molte trasformazioni. Alcuni edifici originariamente in programma non saranno mai realizzati, altri invece, come il palazzo della Civiltà Italiana o la basilica dei Santi Pietro e Paolo, diventeranno i simboli più facilmente riconoscibili di tale complesso urbanistico e architettonico. Con i suoi spazi aperti e desolati, con le sue geometrie che ricordano i quadri metafisici di De Chirico, il quartiere moderno dell’Eur ha fatto da sfondo a numerose pellicole cinematografiche, tra le quali è opportuno citare soltanto a titolo di esempio Boccaccio 70 (1962), L’eclisse (1962), I mostri (1963) L’ultimo uomo sulla terra (1964),  Tenebre (1982).

In questi giorni mi è più volte tornato in mente proprio il film L’eclisse, capolavoro di Michelangelo Antonioni, appartenente alla cosiddetta trilogia dell’incomunicabilità insieme a L’avventura (1960) e a La notte (1961). Ho ripensato alle numerose inquadrature dell’Eur, autentiche testimonianze di un quartiere giovane e ancora in espansione: la torre del “fungo” nella sua imponenza, il palazzo dello sport, il grattacielo dell’Eni in costruzione, i prati verdi, il velodromo.

Ho ripensato a Vittoria (Monica Vitti), inquieta e sfasata, e al suo vagare per le strade deserte nel caldo afoso di luglio. I luoghi in cui Vittoria e Piero (Alain Delon) si incontrano, in un’ora indefinita del giorno, appaiono come osservatori silenziosi dell’incapacità di sottrarsi alla noia e alla solitudine. Sebbene la donna apprezzi la compagnia del vivace agente di cambio, arrivando addirittura ad affermare di essere all’estero con lui, rimane tuttavia incolmabile la distanza che li separa. Le sequenze finali del film trasmettono allo spettatore una sensazione d’inquietudine: dopo la promessa di un nuovo incontro né Vittoria né Piero decideranno di presentarsi all’appuntamento. I viali dell’ Eur in cui i due erano soliti passeggiare insieme sono ora attraversati da altre figure: una signora che spinge la carrozzina, un calesse, una coppia che cammina a braccetto, alcuni ragazzi che scendono dall’autobus.

È l’eclisse dei sentimenti, quella messa in scena da Antonioni, ed è anche, parallelamente, l’immagine di una società industrializzata, distaccata e impersonale, che sembra non lasciare alcuno spazio all’autenticità degli affetti. Ho ripensato al modo in cui la desolazione dell’ambiente che ci circonda possa contribuire a determinare sentimenti di alienazione. In questi ultimi mesi, le città hanno cambiato i loro volti, lasciando negli occhi di chi le osserva dall’interno un profondo spaesamento. Il tempo sembra sospendersi in una continua e sempre rinnovata condizione d’incertezza; le strade più vuote e gli edifici all’apparenza più imponenti creano un’atmosfera spettrale, alla quale è difficile abituarsi. In un simile scenario si può perdere l’orientamento, il senso di sicurezza legato alla familiarità del quartiere in cui si abita per un istante viene meno e il paesaggio diventa misterioso. Come Vittoria, che percorre a piedi i grandi giardini dell’Eur fino quasi a perdersi nel silenzio di una mattina d’estate.   

Oltre i giardini di Rodin

I ricordi, insieme ai sogni, sembrano essere il paradigma con cui scandire i pensieri degli ultimi dodici mesi, un tempo così lungo per la fretta e quasi polvere nell’arte della pazienza. Ci sono quelli che si aggrappano ai luoghi, poiché non hanno trovato ancora nelle persone.

A riprodurli saranno i nove metri quadri, nella numerologia del nove che tanto mi disegna nel tempo e negli eventi,  in questo destino imprevedibile in cui le nostre giornate si costruiscono nel passato o nel futuro, mentre il presente scorre fra la ripetizione di gesti o l’angoscia dell’assenza.

Sono arrivata perfino a inventare un mio mantra, una frase che mi ripeto spesso per incoraggiarmi: “Mi devo fare” fra il senso di responsabilità e l’istinto.

Difficile scegliere un museo preferito a Parigi. Un po’ per Parigi stessa, così colma di qualità nella quantità, un po’ per me, per non aver mai concesso spazio a un numero uno nel mio breve cammino, evitando così di scartare l’eccellenza fra le eccellenze.

Ricordo il primo giorno in cui mi resi conto veramente che rischiavo andate e ritorni continui nello stesso quartiere per tutte le cose che non avevo ancora visto, per tutte le altre che dovevo assolutamente vedere.

Dalla restrizione al grande orizzonte il passo è molto breve. Soprattutto quando i ricordi tartassano e l’immaginazione freme. 

E i giardini hanno preso il sopravvento all’improvviso. 

Come spazio parallelo, transizione fra i luoghi, finestra abitabile e composizione museografica. Ripercorro le memorie fresche, quelle un po’ più lontane, più stinte ma pur sempre preziose; le fotografie hanno un compito fondamentale fra la ricostruzione del piacere e la responsabilità di farne un omaggio fedele.

A questa mancanza sommerò quella dei corpi, da osservare, contemplare e averne cura sempre, dato che è di questo che mi sono occupata nei musei di Parigi. 

Tutte queste considerazioni mi portano ai giardini dei musei che ho frequentato più a lungo, dove il tempo umano si allineava sulle note di un tempo sospeso, passato: il contorno di uno scrigno o anche all’interno dello scrigno stesso, mentre corpi fermi a tutto tondo scandiscono i passi.

Penso quasi ovviamente al Museo Rodin, lo scultore francese delle forme arrotondate, delle passioni da scalpellare fino a farle ricordare, scelto dallo scultore stesso, per starci e affidarlo nel tempo a venire al Paese. Un grande Io, una grande passionalità, con tutte le controversie che ne seguono.

Rodin, per me, è anche un’idea, due luoghi, quattro con i giardini, spazi integrati e, al tempo stesso, identità a sé stanti.

Al museo parigino ci ho messo piede per scelta, come tappa itinerante imprescindibile di una studentessa di storia dell’arte o semplicemente di una curiosa inarrestabile. Un orizzonte aperto, perfettamente ordinato, tra le aiuole, i sentieri e i compartimenti paralleli. 

Nessuna sensazione di perdizione, solo presenza e ritmo. Sequenze che si incastrano a perfezione le une con le altre, dialogano fra di loro e disegnano geometrie precise a far il contorno delle curve mai finite dell’atelier Rodin. Loro, fanno presenza discreta e imponente al tempo stesso, sparse un po’ fuori per ammaliare, raccolte un po’ dentro a una galleria per incuriosire.

In questo completarsi, il mio passo estraneo, diventava leggero anche sui ciottoli; c’era pace. Rodin scelse anche Meudon, per starci, lavorare, invitare e creare, fino all’ultimo giorno. 

Un luogo più raccolto e isolato, da cui poter vedere la grande città dall’alto, che diventò ben presto un atelier fervido ed animato. Poterci oggi fare un giro – meglio ancora una camminata accorta e silenziosa – vuol dire ripensare a questo animarsi di pietre e scalpelli, mentre i discorsi si nascondono fra i rumori che furono, il fiato ringrazia e la vista si appaga. 

Vuol dire anche ritrovare un fait-maison con l’accortezza di un percorso didattico: il tema dei calchi in gesso, bagnati dal timido sole al filtro delle vetrate, e poi il ritrovamento di un eterno amore per l’antico.