Trieste. Storia di una metamorfosi

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore […]

U. Saba

Avevo solo diciannove anni quando per la prima volta misi piede a Trieste. Senza sapere come sarebbe andata, ero felice e anche maledettamente spaventata. Quando partiamo non possiamo sapere cosa ci aspetta; pensavo proprio a questo mentre, dal sedile posteriore dell’auto di mio padre, osservavo il mondo scorrere fuori dal finestrino, rapita dall’incanto dello scintillio del sole sulla superficie del mare. Sembrava già passata una vita dal giorno della maturità, e invece erano trascorsi appena due mesi e mezzo. Chi ero io? Dove stavo andando? Sarei stata in grado di affrontare l’università, il nuovo mondo che mi aspettava? Avrei incontrato degli amici? Persa nella mia calma apparente, mi sentivo particolarmente affine al mare che vedevo sfrecciare a pochi metri da me: così placido in superficie,  nasconde sempre un caotico brulicare di vita non appena si scende in profondità. Ecco, mi sentivo esattamente così mentre percorrevo  insieme ai miei genitori gli ultimi chilometri che mi separavano dalla mia nuova avventura. 

Il mio incontro con la città fu un colpo di fulmine, abbagliante come le candide facciate dei palazzi di austroungarica memoria, come i mosaici che rivestono gli edifici che circondano Piazza Unità d’Italia, magico specchio per il sole quando, con i suoi raggi, crea una danza di riflessi aranciati. Quella notte dormii in albergo, o almeno ci provai. Dentro di me avvertivo un’aspra lotta tra sentimenti opposti: amore e paura, entusiasmo e insicurezza, follia e prudenza. La mattina dopo, in piedi su quel marciapiede, salutavo i miei genitori, già seduti a bordo di quell’auto nera che sin dall’infanzia era stata il mezzo di trasporto prediletto per i viaggi di famiglia. Ricordai i giochi e le litigate con mio fratello, le canzoni, le gare per trovare la goccia più veloce sul finestrino mentre sfrecciavamo in autostrada nei giorni di pioggia, i disegni con le dita sul vetro appannato, gli innumerevoli «Mamma, fra quanto arriviamo?». Poco dopo, vedendo l’auto dei miei diventare sempre più piccola man mano che si allontanava verso l’estremo opposto delle Alpi, ero sicura che mia madre e mio padre stessero lasciando andare le lacrime di commozione trattenute fino a quel momento. Compresi perfettamente il loro stato d’animo, e anche il mio. Fu in quel momento, esattamente in quel momento, che smisi di essere una ragazza e iniziai il percorso che mi avrebbe resa una donna.

Mi voltai e iniziai a camminare per le vie di Trieste. Tutto era surreale, eppure incredibilmente vero. Fui pervasa da un senso di pace quando misi per la prima volta piede sul Molo Audace. A pochi passi da Piazza Unità, mi attirò come una calamita. Bastava percorrerlo per l’intera lunghezza per ritrovarsi, di fatto, dentro al mare, anche se era settembre inoltrato. Allora non potevo ancora saperlo, ma quel posto avrebbe accompagnato ogni tappa della mia crescita, sarebbe stato una presenza costante nei cinque anni successivi, testimone silente di decisioni, storie d’amore, abbracci di gioia e silenziosi addii, esami passati e altri più difficili, amicizie, errori, successi e fallimenti, soddisfazioni, macigni e leggerezza. 

Proprio lì, in fondo al molo, c’è una rosa dei venti. Trieste infatti è un po’ la città dei venti, specchio di quelle anime che non finiscono mai di cercare loro stesse, con quel soffio onnipresente che porta scompiglio tra le vie e ordine tra i pensieri. La Bora è sicuramente il più famoso vento di Trieste. Quando la conobbi per la prima volta, ero quasi spaventata: le sue folate, di notte, ricordavano la colonna sonora di quei film dell’orrore che guardavamo durante i pigiama party di Halloween ai tempi del liceo. Quando finalmente arrivava la serata tanto attesa, eccoci di fronte alla nostra prova di coraggio: guardare il film per intero, sedute sul divano incollate l’una all’altra, come per farci forza insieme, sotto alla spessa coperta di lana, tra popcorn, patatine, segreti da raccontarci e, ovviamente, nessun amico o fratello maschio ammesso.

Ci volle tempo per imparare a conoscere la Bora, ma oggi posso dire con certezza che un’altra testimone della mia evoluzione è stata proprio lei: non si può arginare una forza così dirompente, non è possibile contrastarla, camminare in direzione opposta al suo incedere. Al contrario, coprendosi per bene e muovendosi nella sua direzione, è quasi piacevole lasciarsi accompagnare da lei. Trieste mi ha insegnato anche questo: l’importanza di accogliere.

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«Non è tutto bianco o nero», mi diceva sempre mia madre durante le innumerevoli discussioni in età adolescenziale. In questa città ho imparato anche che il bianco e il nero sono due facce della stessa medaglia, e che spesso coesistono in un’armonia magica. Terra di contrasti, Trieste è un ossimoro che ancora vive, dispiegando ogni giorno le sue mille sfaccettature. Sono tanti i popoli che hanno attraversato questo luogo remoto, posto ai confini dell’Italia, lasciandovi la loro eredità. Se Trieste fosse una gemma sarebbe senz’altro una pietra grezza, di quelle che cambiano colore in base a come le si osserva. Delicata come i suoi palazzi, forte come la sua zona di porto, è incastonata tra montagne e mare. Dicotomica, ma non per questo indecisa, è stata un po’ il mio specchio. Mi ha insegnato a non oppormi alle mie mille sfaccettature, neanche a quelle più grezze, accompagnando con severità e dolcezza la mia metamorfosi da bruco a farfalla. Umberto Saba la descriveva infatti come «un ragazzaccio aspro e vorace con […] mani troppo grandi per regalare un fiore». Per lui, Trieste aveva una scontrosa grazia. Mi fa un po’ pensare al tormento dell’adolescenza, quando ti senti tutto e niente; invece sei semplicemente tutto, solo che ancora non lo sai.

Cinque anni dopo, ormai donna, vedevo il mio percorso nel capoluogo giuliano giungere al termine: avevo finito l’università ed era arrivato il momento tanto temuto: quello di salutare Trieste, città che, come una madre adottiva, mi aveva presa per mano e accolta. Con amore mi aveva aiutata a crescere; con altrettanto amore mi sussurrava il suo arrivederci. Esattamente come avevano fatto i miei genitori quel giorno di settembre di cinque anni prima, Trieste mi diceva: «Va’, e segui la tua strada». Chissà se anche lei, come loro, ha pianto; io sicuramente sì, mentre la osservavo diventare sempre più piccola dietro di me. Ma sapevo che sarei tornata, e questa era la mia grande promessa. 

Mosaico romano: “Le Mappe della disuguaglianza”

«Di dove sei?» «Di Roma» «Anche io! Di che zona?» «Trastevere». «Davvero? E dove andavi a scuola?». Questo scambio, negli incontri, ricorre spesso per chi è cresciuto a Roma, ed è una semplice e quotidiana testimonianza delle molteplici realtà che coesistono al suo interno. La divisione in quindici municipi non garantisce un livello di dettaglio sufficiente per cogliere l’eterogeneità della città, ragione per cui gli autori del libro Le mappe della disuguaglianza si servono di dati riferiti alle sue 155 zone urbanistiche per descriverne la geografia sociale metropolitana.

Lo sforzo meritorio dei ricercatori – Salvatore Monni, Keti Lelo e Federico Tomassi – è quello di mettere in luce le disparità sociali di Roma in una prospettiva multidimensionale. Se la diversità nelle condizioni di vita all’interno di una metropoli è naturale, a Roma si ha talvolta la sensazione che vi sia una netta separazione tra le diverse aree, raramente sintetizzata in una visione d’insieme fondata sui dati. 

Roma è il più grande comune agricolo d’Italia, la superficie non costruita occupa più di metà del territorio comunale, abitato stabilmente dal 2000 in poi da circa 3 milioni di abitanti secondo i dati anagrafici. È quindi una fake news l’aumento degli abitanti della città di cui si sente parlare? No, ad essere cresciuti però sono gli abitanti della città metropolitana, che corrisponde all’ex-provincia di Roma, passata da 3.7 milioni nel 2000 a 4.2 milioni nel 2018. Gli abitanti di Roma sono distribuiti all’interno della città in maniera tutt’altro che omogenea e i tassi di crescita della popolazione tra le varie aree seguono diversi andamenti. Gli autori del libro ci forniscono una griglia utile per comprenderli meglio.

Immaginiamo di disegnare la città in tre cerchi concentrici, il primo partendo dall’interno è delimitato dall’anello ferroviario, il secondo dal Grande Raccordo Anulare e il terzo dal perimetro comunale. Se Roma fosse abitata da 100 abitanti in totale, una minoranza composta da 18 persone vivrebbe all’interno dell’anello ferroviario, 53 persone vivrebbero tra l’anello e il GRA e 29 fuori dal GRA. Mentre gli abitanti fuori del GRA sono in crescita e hanno registrato un aumento di 184 mila persone negli ultimi vent’anni, nello stesso arco di tempo le zone all’interno del GRA hanno visto la loro popolazione diminuire. Dati ufficialmente testati e confermati ogni giorno sulla pelle dei pendolari all’ora di punta sulla metro B in direzione Colosseo.

Per capire le sfaccettature di Roma, gli autori la dividono in 155 piccole aree, per ognuna delle quali calcolano l’indicatore di interesse: tasso di disoccupazione, tasso di crescita della popolazione, livelli di istruzione, offerta di servizi e molti altri. A seconda dell’intensità del problema l’area viene riempita con una gradazione di colore più o meno marcata, in modo da evidenziare le zone del territorio in cui il problema si concentra. Prendiamo come esempio la mappa che mostra la distribuzione dell’offerta culturale in termini di cinema, teatri e biblioteche per numero di residenti.

L’efficacia di narrare le disuguaglianze tramite le mappe si esprime attraverso la possibilità di individuare dei gradienti territoriali. Solo una mappa infatti riesce a mostrare la diminuzione dell’offerta di servizi sull’asse centro periferia o la distribuzione delle persone sul territorio per fasce di età. Le mappe sulla prevalenza dei giovani e degli anziani nelle zone urbanistiche svelano un quadro ben chiaro delle caratteristiche demografiche fuori e dentro il GRA: leviamoci l’illusione di una neonata famiglia che può permettersi un appartamento dove arriva il profumo dell’arrosto cucinato dalla nonna:

Tutte le mappe e i dati sono consultabili sul sito curato dagli autori, dove potrete soddisfare le vostre curiosità. I dati, se non diversamente specificato, si riferiscono al 2011, ultimo anno per cui è disponibile il censimento Istat per zone urbanistiche. Quella presentata non è una fotografia aggiornata della città, ma un primo tentativo di fare un’analisi territoriale dettagliata. Continuerò provando a descrivere le fratture e le tendenze che riguardano la vita dei giovani adulti di Roma, senza la pretesa di riuscire a sintetizzare la visione e le numerose chiavi di comprensione offerte dalla lettura del libro.  

Proseguiamo la passeggiata nella nostra città abitata da cento romani. Le famiglie formate da un solo componente sarebbero circa 16; in numeri assoluti quasi mezzo milione di persone a Roma vive da solo nelle zone centrali, l’Eden dei single, degli studenti e dei vedovi. Il fascino del san pietrino non risparmia di certo la curia, che da secoli si immola popolando il centro città.

Le giovani famiglie romane si spostano invece sempre più verso i quartieri dove i prezzi delle abitazioni sono più contenuti e dove si sta verificando un’urbanizzazione a macchia d’olio, che ha forti ricadute sull’organizzazione dello spazio. La mappa della città per fasce d’età rivela la presenza di almeno due città: nella periferia esterna intorno al GRA risiedono in larga parte giovani e famiglie con due o più figli, nel primo Municipio e in alcune zone della periferia storica come Pietralata, Aurelio Nord e Sud, Casal Bruciato, Ostiense e Tuscolano Nord se vedi un under-30 forse è perché hai gli occhiali appannati, sistema la mascherina e guarda meglio. 

Chi non ha una casa di proprietà o non può permettersi un affitto nei quartieri centrali o semi-centrali di Roma, più o meno giovane, è andato a creare delle aree di nuovo insediamento intorno al GRA; andiamo quindi a vedere cosa offrono le diverse zone di Roma in termini di servizi, opportunità di incontro e offerta culturale. 

Solo nei quartieri centrali, nelle zone universitarie e in quartieri benestanti come Prati, Flaminio e l’Aventino cinema, teatri e biblioteche sono più di uno ogni mille abitanti; esistono invece zone prive di offerta culturale di questo tipo sia in quartieri benestanti come Medaglie d’Oro, l’Infernetto e Acquatraversa, sia in diverse aree a ridosso o fuori dal GRA e nella periferia storica. Allo stesso modo la disponibilità di negozi di quartiere e la densità di piazze dove incontrarsi diminuisce drasticamente allontanandosi dal centro, rendendo la distanza dal cuore della città sinonimo di distanza dalle opportunità culturali e di interazione sociale.

Le differenze all’interno di Roma si rilevano anche in termini di disponibilità di servizi: in varie zone intorno al Grande Raccordo Anulare – Magliana, Medaglia, Santa Palomba, La Storta, Settebagni, Santa Maria di Galeria e Prima Porta – non esiste alcun asilo pubblico o convenzionato. Le strutture sanitarie, pubbliche o private, sono concentrate nei municipi I, II, e XV e all’Eur; l’Appia Antica è il regno delle cliniche private, mentre il colore della mappa si schiarisce all’esterno del GRA, dove in 42 zone urbanistiche il numero di strutture sanitarie è pari a zero. Sembrerebbe di poter affermare che chi si trasferisce in queste zone non le scelga per la rete di servizi offerta, oggi è anche possibile togliersi ogni dubbio scaricando l’“App IO – servizi per il cittadino”.

E come passano le loro giornate i romani? Quanti hanno un lavoro, più o meno precario?  Il tasso di occupazione misura la proporzione degli occupati sul totale della popolazione che potrebbe potenzialmente lavorare, ossia le persone tra i 15 e i 64 anni. Non stupisce scoprire che tra i quartieri con maggiore partecipazione alla forza lavoro rientrano le zone tradizionalmente benestanti di Roma Nord, ma i tassi sono ancora più alti nei quartieri di nuovo insediamento a cavallo del GRA. Qui, come già anticipato, sono andate ad abitare famiglie giovani in cui entrambi i componenti lavorano: stiamo parlando della Magliana (76.6% di occupati), Malafede (73,9%), Acqua Vergine (73,1%) e Lucrezia Romana (71,6%). In queste zone il numero di occupati è di gran lunga maggiore della media in tutta la città metropolitana (53%), un dato che ci ricorda che il gradiente centro-periferia è una lente adatta a capire solo alcuni aspetti della geografia sociale di Roma. Cosa spinge la media verso un valore così basso? Le zone con maggiori difficoltà occupazionali si concentrano nel quadrante est, sul litorale di Ostia e in alcuni nuclei di edilizia residenziale pubblica, dove meno del 45% della forza lavoro è attiva. Magra consolazione: è in queste zone che sono ambientati la maggior parte dei film e delle serie TV.

Ridurre il tessuto sociale di Roma alla sua forza lavoro non le renderebbe giustizia, i pensionati, le casalinghe e gli studenti non si nascondono facilmente: erano oltre un milione di persone nel 2011! I pensionati si concentrano nella periferia storica, le casalinghe sono particolarmente presenti nella periferia più esterna, mentre nelle zone benestanti vediamo picchi di concentrazione di studenti. Le mappe sull’istruzione ci restituiscono una frattura da studiare e valutare: mentre in larga parte della città, in particolare nelle periferie, la percentuale di donne laureate supera quella degli uomini laureati, nel mercato del lavoro le donne sono ancora una componente minoritaria. Le mappe che cercano di dipingere le differenze di genere su istruzione e lavoro ci restituiscono una Roma divisa tra un centro ricco e vecchio a prevalenza di laureati maschi e una periferia giovane con una forte presenza di donne laureate

Per capire la drammaticità dei dati sull’istruzione bisogna richiamare la città eterna sul pianeta Terra e inquadrarla sul piano internazionale: secondo il censimento del 2011 a Roma il 23% della popolazione tra i 25 e i 64 anni è laureata, a Parigi il 46%, a Berlino il 37% e a Madrid il 47% degli abitanti ha attaccato la vetta dei 180 CFU. Per Roma il 23% è senza ombra di dubbio una media dei polli di Trilussa. Nei quartieri di Parioli e Salario, in alcune zone centrali, all’Eur, nei municipi II, XIV e XV la percentuale di residenti con la laurea supera il 38%, con picchi superiori al 42%. Le quote dei laureati sono invece inferiori al 9% nelle periferie esterne o prossime al GRA ad est, soprattutto nel VI municipio. I residenti con il diploma superiore come massimo livello di istruzione sono distribuiti in maniera più omogenea nella città, mentre la concentrazione di chi ha al massimo la licenza media o elementare è alta nei quadranti periferici, soprattutto nelle periferie a est (27-30%). Questa segmentazione è ancora più preoccupante se letta unitamente ai dati di Openpolis secondo cui a Roma due terzi tra i bambini con i genitori senza un diploma rimangono con lo stesso livello di istruzione della famiglia d’origine. 

La parola disuguaglianza sottintende inevitabilmente un giudizio di valore. Ognuno di noi in base al suo vissuto e alle sue opinioni è disposto a tollerare e giustificare un diverso grado di disuguaglianza nelle condizioni di vita di chi lo circonda, senza giudicarla iniqua. Gli autori del libro sospendono il giudizio sui dati presentati, cercando di offrire un quadro preciso in base al quale ognuno è libero di farsi un’idea, un punto di partenza oggettivo per conoscere la città. Alcuni collegano la parola disuguaglianza agli squilibri su scala globale, eppure le opportunità di vita di ciascuno varierebbero anche solo spostandosi qualche fermata metrò più in là. A Torino, per esempio, esiste un tram lungo il quale si perdono cinque mesi di vita al chilometro (Giuseppe Costa, 2017). Esistono alcune disuguaglianze meno esotiche, delle quali è necessario essere consapevoli.

Ci sono quartieri in cui «gli abitanti conoscono i problemi dell’Africa meglio della vita di borgata a Corcolle, [e] vengono a sapere qualcosa delle periferie solo quando i media le raccontano con i soliti stereotipi» (Walter Tocci, 2019) e quartieri come Tor Bella Monaca e Corviale, spesso fraintesi e sottovalutati, che sono luoghi di forte attivismo e sperimentazione sociale con progetti di rigenerazione riusciti. 

Il libro dimostra che a Roma una semplificazione centro-periferia è impossibile. Pur facendo riferimento a dati di quasi un decennio fa, emerge un quadro della città non scontato le cui sfaccettature sfuggirebbero anche al cittadino più attento. La buona notizia è che dal 2018 i dati censuari saranno raccolti non più a cadenza decennale ma annualmente, un’ottima occasione per aggiornare le mappe e distaccarsi dalla retorica disfattista di una Roma senza speranza. 

Se sono arrivati a dare il nome “via Mejo de gnente” a una strada da tempo attesa, ai romani non manca la motivazione per continuare ad abitare la città. Libri come questo sono fondamentali per renderci più consapevoli delle sue complessità.

Keti Lelo, Salvatore Monni, Federico Tomassi, Le mappe della disuguaglianza, Donzelli editore, pp.206, euro 22

“Le case che siamo”: l’architettura di noi stessi secondo Luca Molinari

Scrivo quest’articolo seduta alla scrivania della mia camera da letto, ormai non più propriamente infantile ma neanche pienamente adulta: la conformazione sinuosa e giocosa delle spalliere dei letti (il mio e quello di mia sorella), il cui colore verde pastello si riflette sugli armadi e infine sulle scrivanie, mescolandosi al colore rassicurante del legno, racconta ancora la precisa scelta di mia madre. La vedo in quel negozio d’arredamento, lontano nella memoria e nello spazio, scegliere accuratamente gli oggetti che avrebbero accolto il sonno – i compiti, le delusioni, le riflessioni, i successi – delle sue due figlie; se mi concentro bene posso sentirla contrattare con il venditore per il prezzo migliore, aggiudicandosi – come sempre – la partita.

Qui, sul lato sinistro della stanza, quello più a sud-ovest di tutti, la mia scrivania: il computer fisso, la libreria a scomparti rettangolari pieni zeppi di libri e cd accumulati negli anni, ma soprattutto le foto. Tra cartoline provenienti da viaggi intrapresi personalmente o ricevute da chi mi ha voluto rendere partecipe dei propri, ci sono le foto in bianco e nero dei miei nonni paterni. La prima: un giovane Giorgio (ben lontano dal diventare nonno) sorride bellissimo e vestito di tutto punto verso l’obiettivo. È seduto sul tettuccio di quella che immagino essere la sua prima auto, una cinquecento anni ’50, braccia incrociate e sigaretta alla mano. La seconda: i miei futuri nonni durante il viaggio di nozze. Lei, Flaminia, sorride avvolta in un foulard bianco, lui guarda in alto, posa d’attore. La terza, la più significativa di tutte: seduti a tavola, diciannovenni entrambi, si guardano, mentre mio nonno cinge con il braccio le spalle di mia nonna. In quello sguardo per me risiede il significato della vita.

Le ho posizionate qui come degli amuleti, che mi riportano sempre dove voglio tornare quando c’è il rischio che mi possa perdere. In loro riconosco le mie radici, la mia casa. D’altra parte lo scrive anche Guccini che la nostra casa è «la casa sul confine dei ricordi, la stessa sempre, come tu la sai e tu ricerchi là le tue radici se vuoi capire l’anima che hai». Mi sembra che ci sia una buona analogia con il lavoro che Luca Molinari, architetto, docente, scrittore e più o meno consciamente antropologo, ha realizzato con Le case che siamo, la cui prima edizione per Nottetempo risale al 2016. Come suggerisce bene il titolo, questo saggio ci spiega chiaramente che le nostre case altro non sono che la proiezione di noi stessi, ripercorrendo varie fasi storiche dell’architettura e i modelli culturali che le hanno ispirate.

La casa è habitus, che per Molinari significa «l’abitare ma anche l’abito che portiamo-ci protegge e rappresenta come persone e, insieme, come cittadini». Il nostro rifugio e allo stesso tempo il segno riconoscibile della nostra individualità che interagisce con il mondo circostante. L’habitus è un concetto principe nella cosiddetta Antropologia della contemporaneità, in cui nessun fatto culturale può prescindere dal contesto in cui viene prodotto che, a sua volta, fa parte di un contesto più ampio, globale, che ci riguarda tutti poiché strettamente interconnessi. Pierre Bourdieu, sociologo francese del secolo scorso, definisce l’habitus come struttura strutturante: il modo con cui ognuno di noi esprime attraverso azioni e pensieri il proprio posto all’interno delle relazioni sociali che compongono il nostro mondo, che, allo stesso tempo, costruiscono e influenzano questo nostro comportamento individuale. 

Il concetto di casa, e di conseguenza la sua manifestazione strutturale, è stato poco indagato dagli studi di settore, che avevano preferito, per lo meno fino all’anno di pubblicazione di questo libro, parlare di spazi pubblici, di riqualificazioni di quartieri e di intere città, porre l’attenzione sulla vita umana aldilà della soglia privata, custode di quel mistero affascinante che è la vita quotidiana di tutti noi. Molinari decide di indagare questa dimensione spaziale familiare per sviscerarne significati culturali e sociali il più delle volte lasciati riposare nell’ombra di uno scantinato o vicino al camino del salotto.

«Quando pensiamo alla parola “casa”, si materializzano sorrisi, rimpianti, dolori, odori, gesti elementari e segreti depositati nella nostra mente grazie alla consuetudine che solo la quotidianità può generare. La casa non è più solo un luogo definito ma è diventata un nuovo paesaggio, uno spazio pubblico in cui si realizzano le nevrosi e le idiosincrasie contemporanee e attraverso cui cercare di leggere frammenti possibili della nostra vita futura».

Molinari passa così dal raccontarci della casa solida, complice dell’affermarsi della classe borghese durante il XIX secolo, protagonista della fuga dalla metropoli per cercare l’illusione del ricongiungimento con una Natura finalmente addomesticata, tramite la costruzione di cottage e ville di campagna, alla casa dominante. Questa ultima, posta sul punto più alto del villaggio, poi diventato città, per il «desiderio irresistibile di innalzarsi dal suolo comune» e marcare il territorio e quindi il potere di una determinata casata o di un diritto che proveniva direttamente dalla divinità.

L’autore continua parlandoci di Thomas Jefferson, influenzato dai Quattro libri del Palladio, che si ispira alle raffinate ville venete per i primi disegni della Casa Bianca di Washington, ci introduce a quella ricerca di trasparenza raggiunta magnificamente nella Maison de Verre, costruita dall’interior designer Pierre Chareau e dall’architetto olandese Bernard Bijvoet, nel cuore della Parigi medievale nel 1926, e poi cita Le Corbusier con la finestra a nastro, ponte tra la casa tradizionale e la trasparenza assoluta. Ma Molinari ci racconta anche le concezioni democratiche nascoste dietro alla progettazione e ideazione dei quartieri popolari negli anni del boom economico, e delle case senza radici, nate per sposare il gusto per l’esplorazione dell’essere umano e costituire un rifugio sicuro seppur in movimento continuo.

Le case che siamo oggi ci parlano di un mondo interconnesso, che ha sfondato i muri portanti, scoperchiato i tetti e spalancato le finestre grazie al nostro utilizzo della rete, con tutte le semplificazioni e tutte le preoccupazioni che questo può portare. La sfera tra pubblico e privato si è assottigliata considerevolmente fino a scomparire, portandoci a viaggiare perfino in luoghi lontanissimi da noi, rimanendo comodi sulla nostra poltrona preferita. L’abbiamo capito in quest’ultimo periodo, che ci ha visti costretti a passare molto tempo nei nostri piccoli mondi privati a causa della pandemia generata dal Covid-19, facendoci scoprire segreti e storie che queste piccole mura celavano in attesa di un occhio e di un orecchio più attenti. Siamo dovuti scendere a patti con noi stessi, non siamo potuti fuggire da quei piccoli tormenti che in tempi più tranquilli potevamo affogare ubriacandoci di una collettività ricercata e indispensabile, data dalla frenesia delle nostre vite abitate fuori, nella città.

Siamo stati costretti ad abitare con noi stessi, e la rete è stata l’unico mezzo che ci ha permesso di evadere e di condividere le nostre fragilità.

«Per questa ragione a noi tutti sembra di impazzire stando nelle nostre case “sicure”: perché nel profondo sentiamo che senza la libertà della città, dei suoi limiti e delle sue possibilità, non potremmo dare un limite adeguato all’abisso infinito in cui il nostro ego rischia di cadere, se lasciato solo a gonfiarsi all’interno delle mura domestiche in costante confronto/scontro con altri ego compresenti, malgrado i vincoli di sangue ed affetto».

Case finalmente abitate e città deserte hanno messo in luce tutti quei protagonisti silenziosi che abitualmente non riconosciamo: migranti senza permesso e senzatetto che non hanno più riparo, ragazzi dei servizi di delivery e tutte quelle persone che devono continuare a lavorare per far funzionare una città in tempo di quarantena. Nell’edizione aggiornata della sua opera, pubblicata nell’estate del 2020, Molinari dà la sua personale visione delle città che saremo: concentrate sullo sviluppo delle soglie, tramutandole da aree di separazione e confine in occasioni di confronto e di comunità, come «anticorpi alla separazione e ai muri alzati in nome dell’igiene», a sancire come i luoghi e il loro senso non possano prescindere dalle relazioni sociali. E come dargli torto?

Le case che siamo-Nuova edizione ampliata, Luca Molinari, Nottetempo, Milano, 2020, 140 pagine, € 13,00

«Una cappelliera piena di buchi», curiosità e facezie nel pacchetto delL’orma dedicato al Colosseo

La mia famiglia si è trasferita a Roma quando ero una bambina. Nei primi mesi dopo il trasloco, i miei genitori hanno vissuto una specie di delirio turistico (comprensibile, visto che sono nati e cresciuti a Rho, che, per carità, è una piacevolissima cittadina, ma vuoi mettere?). Io ricordo poco, e spesso si tratta di dettagli inutili: la fissazione di camminare sui sanpietrini in punta di piedi per non toccare le righe, la passione di mio fratello per quei cosi gommosi pieni di farina che si compravano agli angoli delle strade, gli scherzi con l’acqua davanti ai nasoni (le mitiche fontanelle di Roma), gli stormi che facevano la cacca sull’automobile se mamma e papà la parcheggiavano sotto i platani. Tra i ricordi meno inutili, conservo quello del Colosseo: la sensazione di immensità, il chiaroscuro tra le arcate, la strana impressione di un animale invaso dalle formiche, e soprattutto la paura che mi fecero i racconti sui cristiani e i martiri trucidati dalle belve.

Ho rivissuto un po’ di quello stupore infantile quando mi è capitato tra le mani il libretto (o meglio, il pacchetto) delL’orma dedicato al Colosseo (Colosseo, due o tre cose che so di lui). Fa parte della collana I pacchetti dei luoghi (non comuni) e racconta la storia del monumento più famoso di Roma in modo insolito, mescolando riferimenti letterari, storici e pop.





Ci sono anche un sacco di immagini, per i più pigri. È piccolino, ma pieno di spunti: fa trascorrere qualche ora piacevole; meno piacevole per chi è magari costretto nella stessa stanza con chi lo legge e viene continuamente disturbato da esclamazioni di stupore, ripetuti «senti qua, ma lo sapevi che…» e non-richieste letture ad alta voce degli stralci più entusiasmanti. Per esempio, sapevate che il Colosseo è stato per secoli ricoperto di piante? Molti studiosi e botanici si sono dilettati a contarne le specie. La contessa Elisabetta Fiorini Mazzanti le repertò tutte e poi le pianse, quando nel 1871 vennero tagliate da una commissione incaricata di riportare il monumento agli antichi fasti. E lo sapevate che il Colosseo per parecchio tempo è stato una sorta di centro commerciale? Nel Medioevo era pieno di botteghe e negotii, osterie e laboratori per la produzione del vino.

Sotto Natale, libri del genere fanno venire voglia di essere regalati. Gli editori lo sanno, e inventano modi deliziosi di spingerti all’acquisto: L’orma da anni impacchetta questi libricini come se fossero lettere, in modo che si possano spedire (veramente!) via posta; ne raggruppa alcuni e li fa diventare cofanetti (come i defunti dvd delle serie tv che ancora ci ostiniamo a tenere in qualche angolo oscuro delle nostre librerie).

L’idea ha avuto talmente successo, che da circa un anno è approdata anche in Francia, dove les plis suscitano convulsi «j’aime» nei lettori francesi che vi si imbattono.

Tornando al pacchetto che ho tra le mani, le pagine finali meritano davvero: sono una curiosa rassegna di brani tratti da romanzi, raccolte poetiche, epistolari e diari di autori famosi che si sono imbattuti nel Colosseo, perlopiù ricavandone l’estasi romantica che ci si aspetterebbe, ma non sempre; Melville, per esempio, lo liquida in poche righe, più interessato al suo pranzo a base di «pane e fichi» che alla magnificenza del monumento, e Twain lo chiama «quella cappelliera piena di buchi». Joyce, dopo averlo visitato, estende il suo giudizio a tutta la città: «Roma mi sembra uno che viva esibendo ai viaggiatori il cadavere della propria nonna».

Alla fine c’è una vera chicca: un articolo di Giorgio Manganelli uscito sul Messaggero nel 1989; Manganelli parla del Colosseo come di una bestia, dando voce alla sensazione confusa e spaventosa che anch’io avevo avuto da bambina: «la sua pietra poderosa ha una fulva, feroce, qualità carnale; è selvatica, sa di cosa uscita dalla foresta, ferma nello spazio spalancato, abbagliata e tacitamente furibonda». 

Prima di chiudere dicendo che il libriccino è un oggetto divertente e faceto, ma anche denso e accurato, voglio precisare che nessun redattore è stato pagato per questa recensione, i pacchetti fanno questo effetto, bisogna accettarlo.

Passeggiata

Le lunghe notti

che con te erano giovani

ormai pensano solo

a ciò che è stato.

A via Ottaviano

invano m’aggrappo

ai rintocchi dei miei passi,

troppo fragili per il plumbeo marciapiede.

Quando assieme 

camminavamo,

vagabonda nel tuo sorriso

mandavo tutto alla malora

e la lana di lillà

intorno al tuo collo

diventava presto

il mio calore,

il mio ansimare.

Ora

il magone

è sospeso

ad ogni sibilo di vento,

come un bicchiere

che sta per cadere

in ogni secondo.

Degli occhi lucidi

è la lirica

di ciò che andava vissuto.

Tirato il colletto

della mia giacca

nero e beffardo,

mi chiedo 

quale sia stata la mia colpa

se alzo la testa

a questa veglia

per dirti in un solo sospiro

che la tua bellezza

mi ha fatto morire.

Mi è rimasto il freddo

e, di quel bacio,

il tremore.

Il silenzio è un rimpianto

nelle gocce di luce

di un lampione

ed io invece, attonita,

una folle che lo esplora.

I palazzi di fine ‘800

chiudono le finestre

per non essere giudici

nello scorrere dei secoli.

Alessia Camarda

Un’altra via per la Cambogia

È passato già un anno dal giorno in cui ho preso il mio zaino da 40 litri, l’ho riempito di qualche maglietta, due pantaloni, un k-way, un po’ di medicine alla rinfusa e sono partita per il sud-est asiatico. Prima tappa: Cambogia. 

A volte mi sembra sia accaduto in un’altra vita, altre invece riesco ancora a sentire la terra arancione fra le dita dei piedi e l’odore delle spezie sulla pelle e non capisco come il tempo abbia potuto srotolarsi così in fretta, portandosi dietro dodici mesi di vita in un secondo.

Ad un anno dal mio viaggio mi trovo a leggere un reportage a fumetti della ventinovenne Takoua Ben Mohamed, intitolato Un’altra via per la Cambogia. Pubblicato da Becco Giallo, il libro è un vero e proprio diario di viaggio. Nata in Tunisia e cresciuta in Italia, l’autrice è partita per la Cambogia per raccontare il lavoro dei volontari della ONG WeWorld, un’organizzazione italiana che in Cambogia lavora da anni contro il traffico di esseri umani. Infatti, circa un cambogiano su quattordici si ritrova a migrare – spesso irregolarmente – nella vicina e più ricca Thailandia, dove è facile cadere vittima delle nuove forme di schiavitù.

Takoua Ben Mohamed, Un’altra via per la Cambogia, Becco Giallo editore, 18, 00 euro

Un’altra via per la Cambogia è divisa in tre sezioni, passato, presente e futuro, cosicché i lettori possano tuffarsi nel racconto del viaggio di Ben Mohamed con qualche informazione contestuale. In effetti, si capirebbe poco o niente dell’estrema povertà del Paese se non la si inquadrasse nella sanguinosa storia del secolo scorso: dalle lotte per ottenere l’indipendenza dalla Francia, alla dittatura di Pol-Pot e il genocidio di quasi 3 milioni di cambogiani.

Di questo dolore rimane qualcosa di ancora tangibile, che si manifesta nella schiettezza con cui ti accoglie il Paese, il quale non fa nulla per venirti incontro, sembra anzi pensare severamente: «Cara turista, io non ho intenzione di cambiare per te. O tu sei pronta ad accettarmi per come sono, o io non ho alcun interesse per te».

Ho viaggiato in Cambogia nello stesso periodo di Takoua Ben Mohamed, ma lei è atterrata a Siem Reap, famosa per i templi di Angkor Wat, io invece a Phnom Penh, la capitale. Avevo già viaggiato da sola, ma mai per così tanto tempo e senza sapere quale sarebbe stata la prossima tappa. Di Phnom Penh ricordo strade che non sembravano finire mai e il bagno del mio ostello, che si chiudeva con uno spazzolino da denti usurato. Ricordo il sangue che non smetteva di uscirmi dal naso per il troppo caldo e la fatica di rimanere serena nel mezzo di una città rumorosa e apparentemente inospitale. Poi, un giorno mi sono fermata sul ciglio di un grande incrocio per riprendere fiato e una sensazione di calma mi ha pervaso il corpo. Osservando, prima distrattamente, poi sempre più attentamente il traffico, in un attimo ho capito che nella sua assurda follia, tutto funzionava: i bambini di otto anni che guidavano il motorino, la totale assenza di un codice stradale, il fatto che agli incroci nessuno si fermasse, al massimo ci si schivasse con allegria, era completamente normale.

La Cambogia è così, un posto in cui si ha la perenne impressione di un’imminente catastrofe e invece non succede nulla.

Un’altra via per la Cambogia narra prima di tutto del viaggio di Takoua Ben Mohamed, le sue vicissitudini alla frontiera in quanto italiana senza cittadinanza italiana, le sue riflessioni su certe usanze, il ricordo della sincera gentilezza dei cambogiani. Mentre volto freneticamente una pagina dopo l’altra, mi trovo spesso a sorridere: il caldo asfissiante, le amache appese dappertutto – persino sui tuc-tuc; i monaci che attraversano lentamente strade caotiche e disordinate; cinque persone accroccate su uno stesso motorino; gli spiedini di scorpione come spuntino. È vero, è tutto vero! Mi ritrovo a pensare emozionata. 

Un’altra via per la Cambogia è però anche un libro corale, da cui emergono di volta in volta voci distinte: quelle delle brillanti volontarie di WeWorld, tutte giovanissime e preparatissime; quelle dei social ambassadors cambogiani, che organizzano gruppi di auto-aiuto nei villaggi più remoti per raccontare le loro esperienze, informando le comunità sul traffico di esseri umani e sul lavoro forzato. Scopo principale di questi incontri è l’alfabetizzazione ai diritti, spiegando a queste persone che c’è un’alternativa al destino di lavoratore sfruttato in Thailandia, e aiutandole a capire il processo burocratico per ottenere un permesso di soggiorno di lavoro in Thailandia. 

La parte centrale del libro è divisa in quattro sezioni, ognuna con un suo titolo – Il padre, La madre, La nonna, Il figlio. Qui si narrano le terrificante storie di uomini, donne e bambini vittime di tratta: uomini obbligati a lavorare 18 ore al giorno sui pescherecci, donne costrette al lavoro nelle fabbriche di giorno, alla prostituzione di notte. Emerge un quadro che stride con i titoli delle sezioni, che richiamano a ruoli familiari ben precisi; infatti, laddove i padri e le madri sono vittime di tratta, i figli sono orfani e  le nonne sono anziane che lavorano nelle risaie per sopravvivere. 

Io la Cambogia un po’ l’ho girata e non posso non chiedermi quante volte mi sarà capitato di incontrare una famiglia distrutta da queste forme di schiavitù moderna senza essermene resa conto. Non si può riconoscere quello che non si conosce, ed ecco perché sia il lavoro di WeWorld sia la graphic novel di Takoua Ben Mohamed sono eccezionalmente importanti. 

Eppure, sia anche che abbia incontrato famiglie distrutte, quel che ho portato a casa è stato un senso di comunità che non mi apparteneva. Nei villaggi che si aprono sul Mekong River, dove l’acqua corrente è un lusso che quasi nessuno si può permettere e le case – anche quelle a più piani – sono fatte interamente di canne di bamboo, in quei villaggi i bambini sono figli di tutti. Si rotolano sporchi, liberi e felici nella terra dei campi coltivati; sembrano lasciati a loro stessi ma se si guarda meglio ci si accorge che c’è sempre un occhio vigile da qualche parte. In quei villaggi, il pescato del giorno, così come i prodotti della terra, sono di tutti, come viene sancito dalle lunghe tavolate in cui si cena tutti insieme serenamente. In quei villaggi, la famiglia non è di certo quella tradizionale, ma c’è, è grande, è vera.

La tensione tra le due componenti di Un’altra via per la Cambogia, quella corale da una parte, quella personale dall’altra, è rafforzata dalla presenza di pagine nere che frammezzano le storie-testimonianze. In queste pagine Takoua Ben Mohamed si riappropria del proprio punto di vista per offrirci esperienze ed emozioni sue proprie. Sono pagine crude, in cui la speranza si mescola al senso di spaesamento. Sono parole pesate, in cui il racconto in prima persona non sovrascrive le altre voci ma è in grado di dar spazio a dubbi pur rimanendo scevro da ogni giudizio. 

Nell’ultima parte del libro, quella riservata al futuro, l’autrice riflette sulla migrazione, sui privilegi, sulla propria storia di donna. Conclude con una domanda, scomoda perché puntuale e impossibile da dimenticare: «E voi, ora che avete potuto conoscere queste persone un po’ più da vicino, cosa farete per aiutarle?».

Prima di cominciare la lettura di questo libro, ero un po’ scettica. Temevo che vi avrei trovato la solita dinamica occidentale, quella per cui si va in un altro Paese per emancipare i più deboli, aiutarli, insegnar loro come si vive. Mi sbagliavo. Mi risuonano in mente le parole di Lilla Watson: «Se siete venuti per aiutarmi, perdete il vostro tempo. Ma se siete venuti perché la vostra liberazione è legata alla mia, allora lavoriamo assieme». Un’altra via per la Cambogia racconta proprio la necessità di lavorare insieme contro i soprusi e le ingiustizie, le quali, spesso, si assomigliano anche a migliaia di chilometri di distanza.

“Io non parto più”. Ripensare la migrazione attraverso gli occhi di due cicogne

Immaginate un mondo senza frontiere, dove i confini sono al più ostacoli naturali da aggirare. Immaginate di solcare il cielo per migliaia di chilometri ogni anno, ma che per farlo non serva né visto, né permesso di soggiorno. Immaginate un mondo in cui si è liberi di andare e di tornare, di viaggiare per tanto o poco tempo: un mondo in cui si possa scegliere dove vivere, in cui non vi si chieda mai conto del vostro partire, in cui nessuno valuti le ragioni per cui rimanete, ma solamente accolga le vostre scelte con un cenno del capo. Immaginate dunque un cielo e una terra senza frontiere, dogane, confini, scartoffie burocratiche.

Immaginate che esista il diritto di migrare.

Ad alcuni di voi farà paura, altri accoglieranno questa possibilità con un sorriso di scherno: – è impossibile – diranno. Ad altri ancora si muoverà qualcosa nello stomaco, una forma di sottile gioia: libertà.

Io non parto più. Le cicogne di Marrakech, scritto da Carolina Germini e illustrato da Ginevra Vacalebre, pubblicato da Momo edizioni, è un libro per bambini, quindi parla di cose importanti, come sa chiunque abbia letto Il Piccolo Principe: un cappello non è mai solo un cappello e se si avesse il coraggio di osservare meglio, si scoprirebbe che molto spesso è un boa che ha mangiato un elefante.

Io non parto piùLe cicogne di Marrakech di Carolina Germini e Ginevra Vacalebre, Momo edizioni, 15 euro

Io non parto più è un libro minuto, di forma quadrata, non pesa nulla e sfogliandolo ci sono perlopiù immagini colorate. È, come dicevo, un libro per bambini, quindi per tutti i coraggiosi che sognano un mondo diverso – senza frontiere -, uno in cui venga garantito il diritto di autodeterminarsi, di scegliere un luogo da chiamare casa, poi di cambiare idea, di guardare un pezzettino di mondo in più, poi trovare un’altra casa… Io non parto più è un libro rivoluzionario.

La storia comincia a Delft, in Olanda. È ottobre e un gruppo di cicogne si prepara per migrare per trascorrere l’inverno in luoghi caldi. Le cicogne sono uccelli migratori e quindi in perenne viaggio; ogni anno partono e tornano, seguendo una rotta più o meno consolidata. Le cicogne del racconto seguono quella di Gibilterra, partono quindi dall’Olanda, si fermano a riposare in Puglia, poi giungono in Africa.

Illustrazione di Ginevra Vacalebre

Quest’anno però una delle cicogne più anziane, Sandy, disegnata con degli occhiali grandi e una sciarpa di lana, ha deciso di non volare; è stanca ed in fondo Delft le piace proprio. Convoca allora tutte le altre cicogne e fa loro sapere la novità: “Io non parto più”. 

È una decisione senza precedenti: gli uccelli migratori dovrebbero migrare, non restare in un luogo tutto l’anno. La cicogna più sconvolta dalla notizia è però Daisy, la figlia adottiva di Sandy, molto piccola e per questo impaurita all’idea di intraprendere un lungo viaggio senza il suo punto di riferimento. Vorrebbe restare, ma Sandy la convince che deve fare le sue esperienze, volare da sola, visitare altri cieli, scegliere liberamente come e dove vivere. Partire per Daisy significa prima di tutto diventare adulta e questo fa paura, ma è anche necessario.

Daisy parte, Sandy rimane, ma le storie si intrecciano: Sandy fa il suo nido vicino alla casa di un signore molto gentile, Adam, mentre Daisy arriva a Marrakech. Dal libro si intuisce che solitamente Marrakech non è la tappa finale ma, incuriosite – o forse confuse – dal gran frastuono, le cicogne scendono in città, dove sono travolte dall’odore delle spezie e i suoni tipici del mercanteggiare. In effetti, sebbene le cicogne siano ormai diventate uno dei simboli di Marrakech, non è stato sempre così: per molto tempo le cicogne hanno solo sorvolato il Marocco, per poi giungere alle loro destinazioni finali, il Senegal, la Nigeria, il Ciad. È solo da pochi anni che alcune di loro hanno cominciato a fermarsi a Marrakech, come se avessero scelto quella città piuttosto che un’altra. 

Illustrazione di Ginevra Vacalebre

Carolina Germini, l’autrice di questo prezioso racconto, immagina che fra queste cicogne ci sia proprio il gruppo di Daisy, che infatti lì si ferma. Daisy è felicissima, passa le giornate a volteggiare attorno al minareto, ascolta il canto del muezzin e, quando è stanca dei rumori assordanti della città, trova rifugio sui tetti dei Riad, dove può pensare in tranquillità. Un giorno, mentre osserva la città dall’alto, tutto le diventa chiaro: è a Marrakech che vuole vivere, almeno fin quando ne avrà voglia. Neanche lei partirà più!

Io non parto più è un libro avvincente, con tutti gli ingredienti tipici del romanzo di formazione: la sfida da superare per diventare adulti, la paura dell’ignoto, l’atto di coraggio finale. È però anche un libro che ribalta ogni regola, perché gli uccelli migratori protagonisti della storia, Sandy e Daisy, decidono ad un tratto di non migrare più e questo gesto, così inconsueto, è tanto potente da aprire un immenso orizzonte di discussione sul nostro modo di confrontarci con il fenomeno della migrazione.

Nessuno mette in discussione il bisogno di un uccello di migrare, è la sua natura. Ma per qualche motivo sembra che noi esseri umani abbiamo il dovere morale di rimanere incastrati laddove il caso ci ha fatto nascere, o che, se proprio vogliamo migrare, debba esserci una ragione valida per farlo. Sandy e Daisy ci mostrano il diritto di scegliere liberamente dove vivere, e simboleggiano così il potere dell’autodeterminazione: pur rimanendo uccelli migratori, decidono di non migrare più.

Daisy, che pure è nata a Delft, scopre di sentirsi davvero bene solo a Marrakech; Sandy, che per tutta la vita ha viaggiato senza sosta, sceglie di invecchiare in Olanda. Ma è così diverso da quel che succede a noi? Gli esseri umani migrano da sempre: alcuni, come Sandy, si stancano di viaggiare e si fermano in un luogo che diventa la loro unica casa; altri sentono di essere se stessi solo mentre viaggiano, non privilegiano una città ma si sentono a casa dispersi nel mondo; altri ancora partono a malincuore e non hanno la fortuna di trovare un posto che rassomigli a casa loro. Gli esseri umani, proprio come le cicogne, sono animali migratori e le frontiere, convenzioni da noi imposte, violano un diritto fondamentale, quello di attraversarlo un po’ tutto, questo pianeta su cui siamo capitati.

Non è casuale che Io non parto più sia pubblicato da Momo Edizioni, una casa editrice indipendente che da sempre lavora per raccontare il fenomeno della migrazione in modo propositivo e innovativo. Ed infatti nel libro la questione del diritto di migrare è raccontata con una tenerezza limpida, originale e quasi commovente.

La talentuosa illustratrice Ginevra Vacalebre, ha rappresentato con cura non solo l’affetto fra le cicogne protagoniste, ma anche il senso di comunità di questi uccelli: i prati a macchie sopra cui volano le cicogne, le case alte e strette tipicamente olandesi, i colori sgargianti del sud Italia e il cielo stellato su cui si stendono le Tombe Saadiane, restituiscono tutta la magia della narrazione. È difficile dire se siano le parole ad accompagnare i disegni o i disegni le parole, ma non importa: è evidente che Carolina Germini e Ginevra Vacalebre si siano espresse all’unisono, anche se ognuna nel modo che più gli appartiene – Carolina scrivendo, Ginevra disegnando – tanto da sembrare che a unirle sia lo stesso filo rosso che Sandy e Daisy legano alla zampa, per ricordarsi sempre l’una dell’altra.

Dopotutto, il messaggio del libro è che solo osservando il mondo degli animali, senza dimenticare di essere noi stessi animali, possiamo scoprire qualcosa in più su noi stessi.

Immaginate di essere voi, con le vostre braccia, le vostre gambe, i vostri piedi, i vostri occhi, ma che il mondo anche per voi, così come per le cicogne, sia senza frontiere. Immaginate di poter vivere dove volete, di migrare dall’Europa al Sud-America fino in Asia, senza che nessuno ve ne chieda conto. Immaginate un mondo in cui il Mar Mediterraneo non sia un cimitero a cielo aperto ma un crocevia di persone che vanno e vengono con grandi sogni e nessun timore. Immaginate che festa, se invece degli arroganti che urlano “tornatene al tuo Paese” le persone accogliessero chi migra con la semplicità con cui il Signor Adam costruisce il nido a Sandy una volta che lei sceglie di rimanere a Delft. Immaginate che meraviglia se le città accogliessero i migranti come Marrakech ha accolto quelle cicogne che un giorno hanno cambiato la propria rotta e si sono stabilite sui tetti di quella città.

Immaginate come sarebbe bello, colorato e ricco il mondo, se migrare fosse semplice come lo è per le cicogne. Immaginate che aria di libertà!





Mappa realizzata da Denis Borgna per illustrare il viaggio delle cicogne

Santa Monica come Castiglione della Pescaia: a Los Angeles con la regista Lucia Senesi

Lucia Senesi è una giovane regista, sceneggiatrice e scrittrice italiana. Come molti suoi coetanei, ha deciso di abbandonare l’Italia per avere quella possibilità che nel nostro Paese viene spesso negata. Attraverso un duro lavoro e molta costanza, il suo ultimo film A short story sta viaggiando per i festival di tutto il mondo. Centro della sua ispirazione: una città che è un coacervo di contraddizioni. 

Lucia, sei nata e cresciuta ad Arezzo, come ci sei finita a Los Angeles?

Ho iniziato realizzando un documentario che mi ha impegnata due anni e mezzo, quasi tre. Mi ha preso tantissimo tempo perché abbiamo girato in varie città italiane e europee. Vivevo a Roma da cinque anni e l’ultima fase del mio periodo romano è stata determinata dal documentario. Roma si ama e si odia, appena si va via manca subito, ma può diventare una città molto invadente. A un certo punto ho sentito l’esigenza di andare via. In realtà Los Angeles non era in programma, volevo andare a Parigi, era stato un mio desiderio per anni.

Nel mio lavoro cerco di portare avanti sempre insieme cinema e letteratura, ed è una cosa molto difficile da fare in Europa dove invece ti chiedono di scegliere. L’America ti dà più libertà, non sei vista male se vuoi fare più cose allo stesso tempo. Per tornare alla domanda che mi hai fatto, stavo cercando sia lavori in case di produzioni a Parigi, dove ho ambientato un film, sia lavori in case editrici. 

La scelta di Los Angeles è stata improvvisa, avevo visto una classe con un regista con cui mi interessava lavorare e  ho mandato i miei lavori. Mi hanno ricontatto un mese dopo. Mi ricordo che ero a Roma a vedere un film di François Ozon, un film bellissimo, si intitola Frantz. Alla fine della proiezione mi arrivò questa mail, con cui mi comunicavano che avevo un colloquio tre giorni dopo a Los Angeles. In quel periodo stavo lavorando al documentario Avanti. Abituata come ero a partire ogni giorno, non ho realizzato che stavo andando dall’altra parte del mondo; sono partita con il mio piccolo trolley e sono arrivata qua, che è tutto un altro mondo. Poi ci sono rimasta.

Los Angeles è un po’ come Roma, all’inizio sicuramente da europei è facile odiarla.  È una città estremamente cara e su questo non tiene il confronto con Roma. Ci sono rimasta non per la città in sé ma per il lavoro. Los Angeles, insieme a New York, altra città che conosco bene dell’America, rappresentano i fulcri estremi di quello che sta succedendo nel mondo. Sono due città dove la rappresentazione del reale è più importante del reale. Ed è agghiacciante per chi ha un background umanistico di filosofia o di letteratura, però è anche vero che è una città dove ci sono tantissime opportunità e tanta meritocrazia, che secondo me è quello che manca di più in Europa, ecco perché i giovani se ne vanno.

Cosa ti ha colpito di Los Angeles da regista, sceneggiatrice e scrittrice?

Come ti dicevo, è una città che prende molto tempo, poi non giriamoci troppo intorno…è difficile perché c’è Hollywood! Per tutti noi che abbiamo letto Guy Debord, La società dello spettacolo, è esattamente quello. Se devo paragonare Hollywood a qualcosa non  penso certo a Roma o a Parigi, ma più ad un posto come Arezzo: un luogo estremamente provinciale con un bassissimo livello di educazione, dove tutto si basa sull’immagine che loro vogliono rappresentare di sé stessi, che però non è reale. 

Poi Hollywood non è Los Angeles. È una città molto grande, quasi come fosse una regione con tante piccole città all’interno messe assieme. C’è Hollywood, che sarebbe West Hollywood, e rappresenta tutto quello di cui abbiamo parlato, poi c’è la West Side, dove vivo anche io, che è Santa Monica e Westwood, dove è situata U.C.L.A., e  l’East Side che è un po’ più intellettuale. Ad esempio, molti scrittori come Ottessa Moshfegh, hanno scelto di lasciare New York per vivere qui, poi con questa pandemia è cambiato tutto. È una città molto complessa dove puoi incontrare tantissimi tipi di persone. Il mio cortometraggio A short story è tipico della West Side perché ci sono queste contraddizioni. C’è il personaggio hollywodiano, però c’è anche la professoressa di U.C.L.A., ci sono gli studenti  e poi ci sono i camerieri di queste persone. Una cosa che io ho notato subito: la working class qua è messicana. Da noi come camerieri lavorano anche gli italiani e i bianchi, qui no. Mi sembra una cosa della società molto vecchio stile.

https://newsroom.ucla.edu/releases/ucla-more-inclusive-environment-for-black-life

Hai realizzato un cortometraggio e il documentario “Avanti” in Italia, mentre “A short story ” in America, quanto sono legati i tuoi lavori al luogo in cui li hai partoriti? 

Non potrei mai scrivere una storia che è totalmente identica in posti diversi. A short story è molto tipica di un luogo come Santa Monica, non significa che a Saint-Germain-des-Prés non potrebbe esserci qualcosa di simile, ma comunque con delle dinamiche diverse. Le mie storie sono cento per cento sempre legate al luogo dove sono pensate. Questa è una storia che ho scritto dopo un anno e mezzo che vivevo a Los Angeles, forse due.

Non scrivo mai storie senza aver prima elaborato un contesto. Una cosa che ho fatto, appena mi sono trasferita qua, è stata scrivere ad un professore di U.C.L.A. e fargli vedere Avanti. Poi ho iniziato a frequentare dei seminari sempre lì ed è stato interessantissimo perché ti ritrovi a fare lezione con Judith Butler e Wendy Brown. Così i filosofi che prima leggevo a casa erano lì davanti e puoi fare domande. La prima volta che ho visto dei ragazzi fare delle domande a Judith Butler ero sconvolta! Quindi ho utilizzato tutto quello che avevo vissuto in questo periodo: sia la mia esperienza all’interno dell’accademia, sia quella all’interno della città.  Poi le storie che mi interessano nascono sempre dal conflitto. Devo sempre cercare quell’idea di contraddizione che è all’interno di qualcosa perché altrimenti fai Disney. In questo senso città che hanno al loro interno molte contraddizioni ti aiutano nello storytelling, perché lo costruisci attorno a quelle contraddizioni. 

Ritornando al tuo documentario “Avanti”, si percepiva una forte componente europea. Passando da Madrid, a Parigi, alla Sardegna ed altro. Questa forte appartenenza europea come l’hai utilizzata in America?

Ovviamente l’America, essendo un Paese giovane, è interessata alla cultura europea, almeno per quel che riguarda il mondo intellettuale. Come dicevo prima, c’è una fortissima idea di meritocrazia. Per essere onesti dobbiamo dire che questa idea di american dream  è finta. Non esiste che vai in America e cambi vita, devi lavorare tantissimo e devi lavorare il doppio di quanto lavorano gli americani perché devi farti una vita, pagare l’affitto e così via. È molto più difficile rispetto a chi è americano, però soprattutto nel mondo intellettuale c’è grandissimo interesse per tutto quello che riguarda la nostra cultura.

Tra poco uscirà un mio articolo sulla Madonna del Parto di Piero Della Francesca, soprattutto legato ai film di Nostalghia di Tarkovskij e La prima notte di quiete di Zurlini. In America il mio primo articolo venne letto da alcuni editors  senza sapere nulla di me. In Europa non funziona così, riesci a pubblicare se hai conoscenze nell’ambiente. Non dico che in America non sia così, perché anche qua se sei la figlia di qualcuno hai il terreno spianato rispetto ad un’altra persona. In America ti pubblicano sulla base del valore di quell’articolo, non sulla base si chi sei.  Quello che fa un po’ paura dell’Italia, soprattutto ritornando al cinema, è che negli ultimi anni c’è sempre stata la stessa categoria di persone che ha accesso al poter dire qualcosa anche quando non hanno nulla da dire, ed quella è la cosa peggiore. 

Ryan Gosling in La la land diceva «Questa è Hollywood, idolatrano tutto, ma non danno valore a nulla», da italiana che fa cinema in America è vero? 

Sì, sempre in Lala land, non mi ricordo chi ad un certo punto deve andare ad una festa e c’è questa battuta «It’s always the group of social climbing» cioè  ci sono sempre gli stessi arrampicatori sociali. Non che non ci sia a Roma perché abbiamo visto con La grande Bellezza di Paolo Sorrentino. È sempre un po’ lo stesso discorso su quei gruppi che si chiamano elitari, con la differenza che negli anni settanta c’era un gruppo elitario che aveva un certo tipo di cultura. Se tu riguardi La Terrazza di Ettore Scola, che è uno dei miei film preferiti, lui è bravissimo a raccontare in modo ridicolo questo compiacimento che tutti i personaggi hanno. C’è una differenza tra l’elitario che può parlare di Nietzsche e Lenin  e quelli che non sanno neanche chi sono. Quindi è il passaggio in peggio che siamo andati a fare il vero disastro.

Parecchi tempo fa, ho letto su i tuoi social un post dove affermavi di aver incontrato più comunisti a Los Angeles in poche settimane che a Roma in cinque anni. Gli abitanti di Los Angeles nel nostro immaginario non sono proprio comunisti, che cosa hai trovato in loro che a Roma mancava?

Devo dire la verità: solo le prime due settimane. Poi è andata molto a scemare questa cosa. Avevo conosciuto questo signore che vende dischi d’epoca a Hollywood e mi aveva regalato un disco su questo film Reds, bellissimo, sulla sinistra americana. Poi ho incontrato il padre di una mia amica che ha fatto parte del partito comunista cileno. Ci sono tantissimi immigrati che per stare qui devono lavorare e con loro mi capisco di più rispetto agli americani che hanno trovato già tutto fatto da qualcun altro.  Una cosa che ho capito e che non sapevo: gli americani vivono tutti con il loro mensile, al di sopra del loro stile di vita. Adesso con la pandemia Los Angeles sta quasi diventando una città fantasma, perché se non lavorano non possono mantenere quello stile di vita. Qui loro pensano di avere un valore solo perché sono ricchi. Non importa se non hanno educazione, se non lavorano. L’unica cosa è dimostrare che tu hai dei soldi all’interno della società ed ancora peggio, una cosa che ho notato qua è il politicamente corretto: persone giovani di venti, trenta anni che non hanno un lavoro, però hanno dei padri o mariti ricchi e che quindi stanno nella piscina della villa a twittare che loro fanno beneficenza. È folle! Non lo fanno neanche con cattiveria, per loro significa davvero avere un valore.

Tu vivi a Santa Monica, ho letto in un’intervista che per te Santa Monica è come Castiglione della Peschaia, è vero?

Ovviamente, se pensi a Santa Monica o Venice Beach, quello che ti viene in mente rispetto alle immagini che girano nel resto del mondo sono queste ragazze giovanissime in bikini che pattinano tutto il giorno, i serfisti e cose così. Per me non è questo.  Penso che nei luoghi si va a cercare le cose che ci piacciono, credo che sia una cosa naturale.

Sono molto fortunata perché dal mio terrazzo si vede la spiaggia ed è un quartiere molto familiare il mio, un luogo molto sereno. Vado molto in spiaggia la mattina presto ed è una cosa bellissima perché non ci sono turisti, non ci sono tutti quei personaggi di cui parlavamo. Una mattina addirittura ho visto una cosa che non avevo mai visto prima: l’intero delfino dentro l’onda. Mia zia ha una casa a Castiglione della Pescaia quindi è un luogo che conosco molto bene. Calvino è sepolto lì, è un posto bellissimo. È un paese medievale dove sali su, c’è questo cimitero e dietro la tomba di Calvino c’è il mare ed è molto silenzioso, soprattutto la mattina presto. Mi sembra un po’ una scelta simile, se decidi di fare un lavoro creativo hai bisogno di costruirti un tuo emisfero di tranquillità. Certo per poter lavorare devi stare in mezzo a tutto quello di cui parlavamo prima: Hollywood e l’apparire, però umanamente di distrugge e poi hai bisogno di tornare a quelle che tu sai sono cose reali e tangibili. 

Progetti futuri?

Sto adattando A short story ad un lungometraggio. Credo sia molto interessante far vedere come si incontra e si scontra il mondo di Hollywood con il mondo accademico, non penso che l’abbia fatto qualcuno prima. 

Foto di Marco Tomaselli

Mi avvicino a te per zone di sole

Mi avvicino a te per zone di sole,

stupori un po’ nascosti e ritrovati

per l’aurea nebbia, che i dimenticati 

palazzi rivela. Scarta parole





con me, Ezra, tu giovane, tu vecchio,

comunque Dio ti voglia, sulla panca

di questa collinetta antica e stanca

d’istanti, ripescati in qualche secchio.





M’aidez a ricomporre quei dettagli

di quel lontano aprile, detto maggio.

Quanti doppioni, quanti falsi abbagli





dall’armatura dentro al Colosseo.

Me la indicò chi mi disse: «coraggio!».

Da allora mi sentii d’inerzia reo.





Tommaso Cavani

Del “passare attraverso”. Memoria, identità, esperienze a Studentenstadt di Monaco di Baviera

English version

Una pioggia di volantini. Era il 18 febbraio 1943 quando Sophie Scholl, studentessa ventunenne di biologia e filosofia, percorse i corridoi deserti della Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco, in compagnia del fratello Hans. Salì le imponenti scale fino alla balaustra, e da lì, dando un piccolo colpo alla risma di fogli appoggiata, lasciò cadere sugli studenti che si stavano affollando nell’atrio quello che sarebbe stato il sesto – e ultimo – volantino della Rosa Bianca.

L’azione della Rosa Bianca – die Weiβe Rose – è stata uno dei più significativi e commoventi esempi di resistenza tedesca al Terzo Reich. Un gruppo di giovani universitari, che frequentava le lezioni su Leibniz del professor Kurt Huber, e si nutriva delle pagine di Schiller, Goethe e Novalis, redasse sei volantini indirizzati agli studenti e agli intellettuali della Germania. I fogli ciclostilati si appellavano alla coscienza del popolo tedesco, al «dovere morale» di rovesciare il regime nazionalsocialista, invitando al sabotaggio, alla contrapposizione attiva e alla resistenza passiva. Scrissero “Abbasso Hitler” e “Freiheit” (libertà) sui muri dell’Università e degli edifici circostanti. «Es lebe die Freiheit!» («Viva la libertà!») è quel che gridò Hans un attimo prima di essere giustiziato in quello stesso febbraio, dopo un processo farsa, insieme alla sorella e a Cristoph Probst.

Settantacinque anni dopo sarei entrata per la prima volta nell’austera Ludwig-Maximilians-Universität, dove avrei trascorso il Sommersemester, un semestre estivo da dedicare alla tesi di laurea.

I volantini lanciati da Sophie Scholl non possono più essere spostati dal vento o essere sbiaditi dalla neve che accompagna ogni inverno tedesco: si sono fatti pietra, incastonati tra i sampietrini di fronte all’ingresso principale. Un intelligente monumento, che con discrezione, induce letteralmente chi vi si accosta ad “inciampare” nella memoria. Le due piazze speculari che ospitano i due edifici principali dell’Università si chiamano oggi Geschwister-Scholl-Platz e Professor-Huber-Platz.

I nomi degli altri ragazzi che lottarono in nome di «libertà di parola, libertà di fede, difesa dei singoli cittadini dall’arbitrio dei criminali stati fondati sulla violenza», come fondamenti per la costruzione di una «nuova Europa», sono oggi anche i nomi delle vie di Studentenstadt Freimann, il più grande complesso residenziale per studenti dell’intera Germania, costruito negli anni Sessanta.

Così, con una finestra affacciata sul Nordteil dell’Englischer Garten – la parte più selvaggia di questo immenso giardino che ad aprile si riveste di fiori gialli –, ho vissuto sei mesi in una via che porta il nome di Willi Graf.

Studentenstadt è considerato dalla maggior parte dei giovani che vi abitano come un campo di sperimentazione sociale e culturale. Si può infatti considerare come un grande esperimento di auto-organizzazione: quasi tutte le attività amministrative, la gestione dei bar e dei negozi, e l’ideazione degli eventi sono in mano all’iniziativa studentesca.

Ogni mattina scendevo veloce le scale del mio palazzo, per dirigermi verso il Brotladen: qui i ragazzi bevono caffè e fanno colazione, giocano a scacchi, suonano la chitarra. Ogni mattina si ricrea il senso di una piccola comunità attorno ai grandi tavoli di legno, senso che viene enormemente amplificato durante le giornate dello StuStaCulum. Tra fine maggio e i primi giorni di giugno gli spazi dello studentato si riempiono di palchi, graffiti e visitatori: lo StuStaCulum è infatti un vivace festival teatrale e musicale al quale prendono parte numerosi artisti indipendenti accanto a gruppi più affermati. Ogni anno, ad inizio estate, la “città degli studenti” si prepara ad accogliere “la città là fuori”, Monaco.

Studentenstadt tende a configurarsi davvero come “una città dentro la città”. E al tempo stesso, percorrendo il corridoio del piano – o Stock – in cui si abita, si ha l’impressione di poter incontrare il mondo intero. L’interagire di persone di ogni nazionalità, giunte in unico luogo da contesti culturali lontanissimi tra loro, crea quella che per Winnie è «la più brillante diversità»: un concetto che forse Studentenstadt abbraccia più di qualunque altro posto a Monaco. Winnie, studentessa tedesca trasferitasi da Braunschweig per studiare ingegneria meccanica, ha origini cinesi e delicati tratti orientali: racconta di «un enorme problema d’identità» con cui spesso si è dovuta confrontare. L’atmosfera e la sensibilità multiculturale di Studentenstadt, in cui nessuno farebbe mai un commento superficiale – o addirittura razzista – sulla sua provenienza, è il portato più prezioso della sua permanenza nello studentato.

I ragazzi intervistati parlano inglese con accenti differenti, e colorano il discorso di diverse sfumature, ma tutte le loro risposte sembrano articolarsi attorno ad un’unica parola: “identità”. Descrivono il contesto internazionale in cui si sono trovati immersi come uno “specchio”, che riflettendo lo sguardo degli altri, costringe ad interrogarsi in maniera più radicale su se stessi, rendendo al contempo maggiormente coscienti della propria struttura identitaria.

Şimal, studentessa di management e scienze informatiche originaria di Istanbul, racconta di come il cercare di comprendere la propria identità nazionale sia stato lo scoglio più arduo da affrontare. Rimanere in un contesto in cui non si ha l’impatto con alcun tipo di diversità, non consente di acquisire una corretta percezione della propria «posizione nel mondo». L’arrivare in Germania le ha invece permesso di constatare un grande divario tra il proprio “essere turca” e l’“essere turchi” della generazione di lavoratori immigrati durante gli anni Sessanta. L’aspetto più trasformativo della sua esperienza tedesca risiede quindi nell’essersi posta fondamentali domande riguardo alle possibilità di integrazione e alle proprie radici. Studiare e approfondire la storia della Turchia è diventato per Şimal un passatempo, ma anche una questione di responsabilità, scaturita dal desiderio di poter rappresentare se stessa e la propria cultura in maniera più consapevole.

Lyn, che durante gli anni trascorsi a Studentenstadt frequentava un master di Ricerca sull’insegnamento e sull’apprendimento, crede di non aver mai pronunciato le parole “sono asiatica” prima di arrivare in Germania. Prima di giungere in Europa, non aveva mai avvertito la necessità di «giustificare» la propria identità, o il bisogno di riflettere sulla “definizione” di se stessa in quanto “singaporiana” o “cinese”. Nonostante talvolta abbia avvertito anche tra gli studenti il radicamento di determinati stereotipi, ai quali inevitabilmente una realtà stratificata e complessa non corrisponde, ricorda lo studentato come un angolo «sicuro», capace di offrire una grande opportunità di crescita e costruzione personale. È un luogo che sembra restituire una sorta di «adolescenza», con il fiorente senso di possibilità che accompagna i nuovi inizi. Una città nella città che protegge dagli errori, dagli inciampi e dai giudizi.

È una città che talvolta, però, rischia di assumere le vedute e i contorni ristretti di una “cittadina”. Questa è la sensazione di Charlotte, anche lei iscritta a ingegneria meccanica. È un ambiente che tende a configurarsi esso stesso come una piccola società, la cui chiusura può dare adito al pettegolezzo e alla chiacchiera. Nonostante Charlotte arrivi da Berlino e sia avvezza ad un ambiente fortemente multiculturale, racconta di come l’incontro con le persone conosciute a Studentenstadt le abbia regalato la possibilità e il piacere di riconnettersi ancora una volta con le proprie radici francesi. Una parte di sé e della sua infanzia, messa in ombra nelle precedenti frequentazioni, ma che complica e sfaccetta un’appartenenza unicamente tedesca.

Attraversare gli spazi comuni di uno studentato equivale ad essere «esposti», e a rivelare, anche attraverso piccoli dettagli – come l’orario in cui si cena, o le spezie utilizzate mentre si cucina –, quale sia la propria provenienza.

In questo senso J.C., studente di informatica di origini cinesi, ma trasferito a Singapore da dieci anni, racconta di come in Germania si sia sentito per la prima volta «obbligato ad adattarsi ad una cultura». A Singapore si tende ad evitare il contatto visivo e ci si saluta soltanto quando la conoscenza è già approfondita: le prime conversazioni nella cucina dello studentato sono dunque state affrontate con qualche nervosismo e imbarazzo. L’essere stato in grado di abituarsi ad una nuova modalità di scambio, ed essersene profondamente innamorato, ha determinato quella che J.C. definisce “a life-changing experience”. Ricorda con nostalgia le cene organizzate e le serate passate a cantare insieme: l’esperienza a Studentenstadt, per quanto transitoria, ha permesso di stabilire connessioni profonde con le persone conosciute, che permangono e si “riattivano” anche a distanza di anni.

«Da un punto di vista antropologico, la cucina è lo spazio più importante di una casa: è un incredibile scenario in cui osservare le persone interagire». Così afferma Andres, giunto da Medellín per frequentare lo stesso master di Lyn. Andres arriva in Germania con la moglie Gloria: essere una coppia adulta a Studentenstadt, con obiettivi e propositi differenti dagli studenti con cui convivono, è una condizione molto particolare. Imbattersi in un contesto così eterogeneo si trasforma in un’occasione di conferma della loro identità culturale, che esprimono con orgoglio, riempiendo gli spazi condivisi di musica, pietanze e accoglienza. Per Andres e Gloria il periodo tedesco offre anche una conferma al loro amore e alla loro volontà di stare insieme. Il primo maggio – un giorno significativamente internazionale – nasce la loro piccola Zoe: diventare genitori in uno studentato incontra la solidarietà degli amici da cui sono circondati. L’avere attraversato un luogo simile, in cui tolleranza e cura si intrecciano, si è tradotto, al ritorno in Colombia, in uno “sguardo” trasformato nei confronti degli altri Paesi e del proprio.

Sofia studia filosofia e arriva da Maiorca. Anche lei ha origini latinoamericane: parla del suo mixed background, e di come, prima di arrivare in Germania, stesse lottando per tentare di pacificarsi con la propria identità e le proprie radici. Arrivando a Studentenstadt, ha iniziato a realizzare quanto fosse un posto sostanzialmente neutrale, capace di mettere faccia a faccia persone da luoghi lontanissimi, e regalare loro una percezione simile delle cose. Una più sottile sensibilità e comprensione delle persone, è forse il più importante lascito della sua lunga permanenza a Studentenstadt. Imparare a comunicare, adottando anche un linguaggio non verbale, è un tassello fondamentale in questa esperienza di crescita, che aiuta a dirimere i malintesi che talvolta derivano da una differente appartenenza culturale. Sofia avverte Studentenstadt come un luogo protetto che non vorrebbe lasciare, ma crede che recidere il legame e affacciarsi al mondo “là fuori” sia necessario perché la propria evoluzione non si arresti.

Parla di un «piccolo miracolo» avvenuto in questi corridoi: è un «privilegio» avere incontrato persone provenienti da tutto il mondo, avere esperito insieme questa «intersezione», nonostante ognuno, poi, allontanandosi, intraprenderà diversi percorsi.

Nelle parole di questi ragazzi risiede forse il significato più pregnante del termine “esperienza”, che in tedesco – Erfahrung – conserva intrinsecamente l’idea del “viaggio” e del “passare attraverso”.

Studentenstadt è per chiunque vi abbia abitato una tappa transitoria, ma decisiva: attraverso il contatto con un’alterità, viene a consolidarsi e ad affinarsi una soggettività più aperta, sensibile ed autocosciente. E forse, nella ricchezza di questa esperienza è possibile – raccogliendo l’eredità dei giovani della Rosa Bianca a cui queste vie sono intitolate – rintracciare le fondamenta per la costruzione di una «nuova» solidarietà europea e globale.