Voce del verbo ritornare: “L’Arminuta” di Giuseppe Bonito

Venerdì sera, Bologna. Quando sono al cinema lascio tutti i miei problemi, le angosce, la vita noiosa fuori. In sala esistono solo Carlotta – che sarei io – , le poltrone verdi del cinema Rialto e le storie proiettate sul grande schermo. 

Questa sera sono principalmente curiosa. Curiosa di sapere se la storia che ho letto e immaginato è la stessa che si è immaginato Giuseppe Bonito, il regista de L’Arminuta, tratto dall’omonimo romanzo di Donatella di Pietrantonio e unico film italiano in selezione ufficiale all’ultima Festa del cinema di Roma. 

Ovviamente no, impossibile. Quando vai a vedere un film tratto da un libro le aspettative sono sempre deludenti perché la chiave di lettura è sempre diversa. Questo lo so già. Perciò non sono euforica, ma nemmeno scettica. Semplicemente curiosa. Io, che non leggo mai i libri appena vengono pubblicati, ho aspettato a leggerlo, finché non mi ha chiamato. Sapevo che si trattava di un racconto di formazione e quando mi è capitato sottomano ho capito sin dalle prime righe che fosse un libro dalla portata eccezionale (peraltro, meritatamente vincitore del Premio Campiello nel 2017). Ma non c’è da preoccuparsi: la pellicola gode di un’ottima autonomia, pur restando fedele al libro.

Prima della proiezione c’è l’incontro con il regista. Per chi non lo conoscesse, Bonito è anche l’autore di Pulce non c’è e Figli, e l’Arminuta rappresenta una nuova tappa nel suo percorso di indagine sulle dinamiche familiari. E infatti riferisce: «La famiglia è un ambito tematico molto interessante perché racconta la società, così come l’età dell’infanzia e dell’adolescenza».

Protagoniste della storia, per l’appunto, sono una bambina piccola – Adriana –  e una più adulta –  l’Arminuta – , che si è appena affacciata al mondo dell’adolescenza, la fase  in cui più di tutte emerge il conflitto con i genitori. Se poi scopri che i genitori non sono quelli che ti hanno tirato su fino ai 13 anni, il conflitto è al quadrato.

«Cercavo da tempo storie sulle donne perché le trovo molto più interessanti rispetto a quelle sugli uomini», ha confessato Bonito.  Non solo le dinamiche familiari, ma anche la tematica della riappropriazione delle proprie radici e quella del conoscere se stessi attraverso i luoghi da cui proveniamo (anche se non l’abbiamo mai saputo) sono il  punto di arrivo per il regista, che ha rivelato di aver trovato nel libro paesaggi e atmosfere affini al suo luogo d’origine, il Cilento, sebbene il racconto sia ambientato in Abruzzo. 

È l’estate del 1975. Sono gli anni post boom economico e l’Italia è divisa in due mondi contrapposti: da una parte la media e piccola borghesia ha trovato un suo assestamento economico, dovuto anche all’urbanizzazione, dall’altra, in ambito rurale, persiste per lo più una pesante arretratezza. La protagonista passa da un’agiata esistenza piccolo borghese a una vita nelle campagne abruzzesi in cui regnano la povertà e la mancanza di cultura, dove si parla solo il dialetto.

L’ “Arminuta” significa, in dialetto abruzzese, la “ritornata”: è la prima cosa che le dice il padre biologico, appena mette piede in casa. Glielo dicono i fratelli minori. La chiamano così pure a scuola. Ritornata da dove? Da un altro mondo, quello di una famiglia a cui era stata data in adozione, che l’ha fatta crescere come figlia unica in città, a Pescara, vicino al mare. Una famiglia  che non le ha mai fatto mancare nulla, e che misteriosamente l’ha rispedita da dove era venuta. E nonostante il luogo in cui l’Arminuta è cresciuta non sia poi così distante dal luogo in cui è stata portata – anzi, riportata – essendo facilmente raggiungibile con il pullman, tuttavia sembra essere molto lontano, fisicamente ed emotivamente. Un paio di volte lei stessa lo raggiunge, di nascosto, per vedere il mare. Quel mare che tanto spaventa Adriana che non lo conosce. Il mare in cui avviene per la prima volta un avvicinamento particolare con il fratello Vincenzo, il mare come rito di purificazione nel finale, il mare come luogo in cui poter ritornare

«Ma io cosa vi ho fatto? Perché non mi volete?», chiede disperata la tredicenne a quello che credeva essere suo padre, e che invece è soltanto lo zio. Ma non si può dire, non c’è risposta a questa domanda. I grandi tacciono. 

Una storia che fa arrabbiare. Esasperata, l’Arminuta grida alla madre: «Io cerco un giudice e vi denuncio tutti quanti e glielo dico che mi scambiate come un pacco!».

All’apparenza il film rimane in superficie. Non dà troppe spiegazioni e lo spettatore si sente disorientato e arrabbiato perché si immedesima nei pensieri della protagonista. Tutto il dettato emotivo dei personaggi – narrato da Di Pietrantonio in maniera sublime, emotiva, quasi kafkiana –  qui non è esplicitato. E non è un caso che si parli il dialetto abruzzese, quasi a porre una distanza comunicativa tra i due mondi. L’incapacità di comprendersi per davvero. 

Il film di Giuseppe Bonito colpisce per il mutismo verbale. Per buona parte del tempo a far da padroni sono i silenzi opprimenti a tavola. I silenzi che celano qualcosa di proibito, un po’ come il silenzio dell’Arminuta, quando una notte accade un fatto particolare con il fratello maggiore, Vincenzo. Restano gli sguardi, i gesti, i non detti, le frasi sussurrate e quelle trattenute, che spettatrici e spettatori ricevono come un pugno allo stomaco. Un po’ di teatro psicologico, per dirla alla Čechov. L’unica che parla chiaro, che non ha paura di dire le cose come stanno, e che conquista la fiducia e l’amore dell’Arminuta è Adriana. 

Per tutta la durata della pellicola ci si aspetta che succeda qualcosa. Ma forse non serve, la sostanza sta in questa incomunicabilità, che talvolta prorompe in attacchi violenti. Proprio come il padre, che pur standosene sempre zitto, anche a tavola, una volta arriva a picchiare il figlio grande per essere ritornato tardi.

Fanno eccezione le poche, centellinatissime battute verso la fine, quando la ragazzina vince il concorso d’italiano: «I soldi sono suoi, se li è guadagnati», dice il padre alla madre, guardando la neo-figlia.

Le attrici giovani non sfigurano accanto agli attori adulti, già avviati, come Fabrizio Ferracane (nel ruolo del padre) e Vanessa Scalera (in quello della madre). Bravissima Adriana, interpretata da una più che promettente Carlotta De Leonardis.

La fotografia rende perfettamente gli ambienti freddi e grigi del paesaggio rurale che sono anche metafora del grigiore dell’animo dei personaggi. La musica non eccede, scandisce i momenti di riflessione.

Il film di Bonito riesce a cogliere nel profondo le sfaccettature dell’animo umano e l’ambiguità dei sentimenti: ci si sente estranei alle proprie radici e fuori luogo nella propria famiglia, con la consapevolezza, però, che un giro di giostra può cambiare la prospettiva, mostrandoci che la bellezza e la spensieratezza si possono trovare anche lontano da quella che noi chiamiamo casa.

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