Nel marzo 2020 un gruppo di quindici volontari e volontarie ha realizzato un market sociale a Monte Sacro, nel III Municipio di Roma, per restituire valore alle nostre scelte e contrastare il ritmo forsennato della fast fashion. Chiunque può donare un vestito o prendere un abito in buono stato pagandolo con una moneta simbolica. Un’iniziativa che si fonda soprattutto sulla cura e sul rispetto dell’ambiente.
Joanne prova un cappotto sintetico color salmone, vale un credito di 10 DAR dei cinquanta mensili previsti dal sistema di acquisto solidale realizzato dal gruppo di volontari di DarBazar. Chiede a Martina e Raffaella se la taglia è giusta, le luccicano gli occhi e si rigira davanti allo specchio. Siamo in una delle due stanze al primo piano di Lab! Puzzle, la comunità che ha ridato vita agli spazi dell’edificio in via Monte Meta. Al centro della stanza Rodolfo fa una videochiamata con Paula, la moglie. ‹‹La mamma deve vedere il supermercato dei vestiti!›› esclama ingenuamente Francesco, quattro anni, mentre guarda una vecchia maglietta della Roma su un tavolo alla sua altezza.
Il contrasto con la logica del consumo è netta. ‹‹Il problema è culturale: i vestiti costano meno, ne compriamo di più e li indossiamo per la metà del tempo››. Ad oggi, rispetto agli anni Duemila, il consumo di abiti è cresciuto del 400%. ‹‹È necessario migliorare la sostenibilità delle nostre scelte››. Lo ripete più volte Luana, una volontaria attiva nella comunicazione del gruppo. DarBazar è nato durante il lockdown del mese di marzo. Il nome viene da un gioco di parole: “dar” in arabo significa casa, ma corrisponde anche alla preposizione “dal” in dialetto romano. Ha supportato altre realtà sociali del quartiere, dando una mano nella consegna dei pacchi alimentari e nella raccolta dei prodotti per l’infanzia. Dopo l’estate ha promosso giornate per la donazione di vestiti tra la cittadinanza: è stato introdotto un budget mensile da spendere in DAR, una moneta virtuale caricata su una tessera che viene consegnata ai beneficiari, e il prezzo per ogni capo è stato calcolato in base alla necessità di un cambio completo ogni mese.
Da ottobre, individuati i nuovi locali, DarBazar è di nuovo aperto per garantire a tutti la possibilità di scegliere gratuitamente. L’idea del riuso è intesa soprattutto come obiettivo morale. La donazione non è soltanto un modo per aiutare gli altri, deve anche conferire valore al vestito, alimentare un paradigma di abbigliamento sostenibile. L’industria della moda, che genera la fast fashion, è capace di produrre fino a 52 micro stagioni in un anno, ad un costo bassissimo per il consumatore ma notevolmente più alto per il pianeta in cui viviamo. Li Edelkoort, pioniera olandese di trend di moda e design, nel suo Anti-fashion: a Manifesto for the next decade afferma: ‹‹Com’è possibile che un indumento costi meno di un panino? Come può un prodotto che deve essere seminato, cresciuto, raccolto, setacciato, filato, tagliato e cucito, lavorato, stampato, etichettato, impacchettato e trasportato costare un paio di euro? È impossibile››. Un’evidente provocazione all’industria della moda, che rappresenta la seconda causa di inquinamento al mondo.
Riccardo ha sessant’anni, attende sul corridoio del primo piano che i volontari aggiornino i crediti DAR della sua tessera dopo aver trovato dei pantaloni e delle scarpe per la figlia. Matteo e Francesco si alternano al pc utilizzando un programma per la gestione del magazzino e degli acquisti già impiegato nei campi per rifugiati europei. Riccardo racconta: ‹‹Fino a qualche anno fa facevo l’impiegato in una casa di moda famosa in tutto il mondo, mi occupavo di allestire atelier, ero bravo ed apprezzato ma poi mi hanno mandato via, non avevano più bisogno di me››. Un involontario cortocircuito, uno scambio di ruoli tra passato e presente che lo porta ora ad apprezzare il lavoro di contrasto all’insostenibile leggerezza dello shopping: come se precipitarsi a comprare capi venduti per pochi euro, per poi scordarli nell’armadio dopo poche settimane, avesse un potere terapeutico.
Il giorno di apertura è il sabato; era così già all’inizio della scorsa estate, quando gli spazi del free shop erano ubicati al piano terra. Tra i primi donatori, una coppia di ottantenni. Valerio ricorda quegli istanti come estremamente simbolici: ora tra donatori e beneficiari contano più di cento adesioni. ‹‹Ci chiesero di poter lasciare i vestiti buoni del figlio che non c’era più, avevano notato le maglie colorate e ordinate sulle grucce››. Un progetto etico e consapevole che è ormai uscito dal suo stato embrionale. Una possibilità diversa. Una necessità.
Sara riordina gli abiti da donna negli spazi dell’emporio all’interno dello stabile di Lab! PUZZLE.
Renato Ferrantini
Riccardo vive al Tufello con tre figli, da sei anni non lavora. Era impiegato nell’allestimento di atelier per una casa di moda con esperienza in tutto il mondo.
Renato Ferrantini
Vista su una parete in allestimento dedicata ai vestiti per i più giovani.
Renato Ferrantini
Serena completa l’allestimento nell’area dedicata all’abbigliamento intimo per i più giovani.
Renato Ferrantini
Alina attende il suo turno per scaricare i crediti dei DAR e indossare il nuovo cappotto fucsia. I volontari di Dar Bazar utilizzano un programma per la gestione del magazzino e degli acquisti in uso anche nei campi per rifugiati europei.
Renato Ferrantini
Matteo trasporta in magazzino una scatola che contiene maglioni taglia M per uomini.
Renato Ferrantini
Raffaella allestisce un’area vestiti dedicata ai più giovani.
Renato Ferrantini
Danilo e Alvaro si conoscono da venti anni e vivono nelle case popolari del Tufello. Ogni sabato incontrano i volontari di Dar Bazar per scegliere un nuovo maglione e un pantalone.
Renato Ferrantini
Loris e Luana fissano alla parete uno specchio donato dalla cittadinanza del III Municipio.
Renato Ferrantini
Michele vive al Tufello e ha completato la scelta dei vestiti. È stato introdotto un budget mensile di 50 DAR, una moneta virtuale caricata su una tessera che viene consegnata ai beneficiari.
Renato Ferrantini
Joanne prova un cappotto color salmone. Il suo costo è 10 DAR. Il prezzo per ogni capo è stato calcolato in base alla necessità di un cambio completo ogni mese.
Renato Ferrantini
Bouchra sceglie i vestiti per le sue due figlie con l’aiuto di Martina. È in Italia con il marito dal 2007 e dopo il lockdown di marzo 2020 non ha più un impiego.
Renato Ferrantini
Alcuni volontari di DarBazar al termine della prima giornata di apertura del bazar dopo il riallestimento degli spazi.
Adorazione, romanzo d’esordio di Alice Urciuolo candidato al Premio Strega 2021, è uno di quei libri che all’ultima pagina lasciano il lettore orfano: orfano della storia, dei personaggi, delle emozioni provate e dell’adolescenza ritrovata, anche senza averla vissuta con la stessa intensità dei protagonisti. Le ultime tre parole «A vedere chi?», nella loro semplicità e immediatezza, pretendono quella risposta che non arriva perché l’estate è quasi finita e tutti i personaggi hanno fatto i conti con loro stessi, o almeno ci hanno provato. La loro adolescenza, però, è ancora lì e le domande senza risposta sono ancora tante.
Il romanzo segue le vicende di un gruppo di giovani dai sedici ai vent’anni. È ambientato a Pontinia, cittadina di fondazione fascista dell’Agro Pontino che ripropone ed esaspera le tipiche dinamiche di chiusura della provincia. Tutti i personaggi, oltre che da amori, amicizie e comuni turbamenti adolescenziali, sono legati da un enorme demone che sempre li unirà: la morte di una loro amica uccisa dal fidanzato l’estate precedente. Se fino a quel momento l’anno è trascorso cercando di dimenticare, di omettere, di non parlare, complice il silenzio degli adulti, ancora più disarmati dei propri figli di fronte a quella tragedia, l’anniversario della scomparsa di Elena, che incombe, impedisce a tutti di far finta di niente e amplifica le insicurezze e la paura di scoprirsi diversi da quello che avevano sempre creduto di essere.
Foto di Fabio Delle Monache
Il personaggio che più di tutti prende in mano la propria vita è Vanessa, la migliore amica di Elena. Vanessa, la ragazza più bella del paese, è da anni fidanzata con Gianmarco Crociara, figlio di una famiglia benestante felice solo all’apparenza: Gianmarco è un ragazzo tranquillo e totalmente devoto a Vanessa, con l’unica pecca di qualche scommessa ogni tanto e alcuni commenti fascisti di troppo. È Vanessa a mescolare le carte in tavola e a cercare di rompere quel muro di incomunicabilità che per anni l’ha tenuta separata non solo dagli altri ma anche da sé stessa. Nel corso dell’estate il senso di colpa per Elena la divora. Allora Vanessa trova prima il coraggio di imporsi per lavorare nel ristorante dei genitori di Diana a Sabaudia, poi quello di lasciare Gianmarco, dopo aver incontrato una ragazza che le ha fatto finalmente capire che dentro di lei c’è qualcosa di prezioso. Con Arianna infatti, una giovane poco più grande in vacanza a Sabaudia con le sue amiche, Vanessa si rende conto di non essere bella e basta come tutti al paese le hanno sempre fatto credere, come se quella sua bellezza fosse la chiave per assicurarsi un marito ricco, una villa al mare e una vita felice. Si scopre diversa, libera di leggere una poesia e di non capire niente o di capire tutto, ma di leggerla ed emozionarsi di fronte a una parola, oltre che di fronte a un corpo femminile, senza doversene vergognare.
Vanessa è cugina di Giorgio e Vera, due fratelli dal rapporto conflittuale. Giorgio è un ragazzo molto più introverso di quello che può sembrare e tra lui e il mondo ha issato una grande barriera, che solo sua cugina riesce a eludere. Da sempre innamorato di Elena, senza avere mai avuto il coraggio di confessarglielo, è con questa rabbia per l’incapacità di esprimere i propri sentimenti che Giorgio fa i conti per tutta l’estate, finendo per comportarsi con una violenza più o meno sottile che mai si sarebbe aspettato di tirar fuori e che lo costringe a chiedersi se in fondo non sia poi così diverso da Enrico, l’assassino di Elena.
Nel frattempo sua sorella Vera cerca di colmare il vuoto che sente diventando l’amante di Christian, al quale si lega morbosamente illudendosi che possa un giorno lasciare Teresa ed assumendo gli stessi comportamenti da stalker che aveva deprecato nei ragazzi che li avevano avuti nei suoi confronti: spia la sua vita dalle storie di Instagram, lo inonda di messaggi Whatsapp e poi aspetta spasmodicamente una sua risposta. Christian, che seppur attratto da Vera mai lascerà Teresa, è un personaggio erede e portatore di tutta quella virilità tossica che la provincia sembra iniettare nelle vene dei suoi figli, condannati a inserirsi con prepotenza in quella società patriarcale che controlla e prevarica e alla quale, nonostante il bisogno di evadere, restano tutti indissolubilmente legati.
Il percorso di esplorazione di sé più sconvolgente è quello compiuto da Diana, migliore amica di Vera cresciuta con il mito del fratello dell’amica, Giorgio, che non l’ha mai considerata. Diana ha una grande voglia sulla coscia, che è da sempre per lei un grande tabù, ma che durante quell’estate diventerà la chiave del suo riscatto, oggetto dell’adorazione dei suoi spasimanti. Da ragazzina timida e studiosa abituata a starsene al riparo dell’ombra di Vera, Diana si trasforma nell’oggetto del desiderio di tantissimi suoi followers su Instagram: andrà a Roma di nascosto, li incontrerà, ci farà l’amore e poi tornerà indietro in treno, in un circolo vizioso dal quale finirà per sentirsi soffocata e dipendente.
L’autrice trascina con grande intensità il lettore nella storia e nella sue dinamiche, evocando con nitida vividezza sensazioni e stati d’animo attraverso una scrittura multisensoriale, che dalle pagine del libro lascia trapelare gli odori, i sapori, i suoni e ogni singola vibrazione dei corpi che palpitano, perché, a sedici anni, tutto si sente il doppio e il bisogno di oltrepassare un confine è urgente e spaventoso. Le sensazioni si mescolano, si sovrappongono, si confondono e per i protagonisti del romanzo è difficile fare chiarezza; nessuno di loro ha gli strumenti per capire quello che prova, procede per tentativi nel processo di scoperta di sé stesso che non può prescindere da momenti di involuzione e sentimenti malsani. L’adorazione tossica che per il fidanzato di Elena era sfociata nell’ossessione e poi nell’omicidio, tocca infatti, anche se in misura minore, le vicende di tutti i protagonisti: Gianmarco adora Vanessa, Vera adora Christian, Diana finirà per adorare la sua voglia trasformandola in un feticcio.
A fare da contraltare al gruppo di giovani si staglia sullo sfondo una comunità di adulti che ormai sente invece tutto attutito, lontano come i rimpianti ai quali è troppo tardi porre rimedio e i compromessi con i quali si è abituata a convivere. Sono adulti che fanno tenerezza nella loro incapacità di comunicare con i loro figli e di affrontare un mondo che cambia.
L’autrice rievoca con grande naturalezza e spontaneità le dinamiche della provincia, le sagre estive, i falò sulla spiaggia, i viaggi in Cotral, gli aperitivi al solito bar, sempre sottoposti a giudizi e pregiudizi, gli allenamenti ai campetti di calcio, il sesso in macchina, tutta quella routine che rischia di appiattire le esistenze e di acuire le frustrazioni di giovani e adulti. Gli adulti si sono adattati, qualcuno ha saputo crearsi un suo orizzonte di felicità, o almeno ci ha provato; dei giovani non si sa ancora cosa sarà, non si sa se riusciranno davvero a rompere gli schemi nei quali si sono ritrovati costretti, ma senza dubbio le emozioni violente dell’estate appena trascorsa non li hanno attraversati senza lasciare traccia.
Adorazione di Alice Urciolo, 66thand2, p.352, euro 18
Uno dei miei pezzi preferiti della musica italiana è Un punto di vista strambo, il mambo dei pipistrelli scritto da Flavio Conforti e portato vittoriosamente allo Zecchino d’oro nel 2011 da Michela Maria Perri ed Enrico Turetta. Nel ritornello i mammiferi volanti protagonisti della canzone, abituati a guardare il mondo a «zampe in aria e testa di sotto», confidano all’ascoltatore che il suo dritto punto di vista è per loro, come dice il titolo, «strambo». A questo mambo ho pensato la prima volta che mi sono imbattuto nel catalogo e nel raffinato universo alla rovescia della casa editrice il Palindromo. L’animale di riferimento qui non è il pipistrello ma il gambero (il cancer realizzato dal designer Alessio Urso, marchio di fabbrica de il Palindromo), che con il suo procedere all’indietro per andare avanti offre un esempio naturale e allegorico di visione ribaltata.
Infatti, ricorda l’editore nel suo sito, i versi palindromi in poesia erano detti anche «cancrini». A proposito di capovolgimenti e giochi di raffinatezza, il primo testo de il Palindromo che ho letto, Calciopop. Dizionario sentimentale del pallone di Giovanni Tarantino, mi ha piacevolmente preso in contropiede. Pensavo di scorrere una lista di curiosità pallonare, invece mi sono trovato tra le mani una miscellanea di storie e immagini – con prefazione di Italo Cucci –, distribuite di pagina in pagina secondo un ordine alfabetico che favorisce connessioni illogiche, promiscuità di temi, e altri felici disordini. A metà tra la rassegna di aneddoti e l’album di figurine, tra l’elenco-itinerario e il collage, Calciopop è una piccola enciclopedia di sport e costume (comprende anche un’appendice saggistica sul movimento ultras), adatta a chi ama il football e la fantascienza, il pop e l’Inghilterra, i loghi e gli 80’s. Uno di quei libri che tieni a portata di mano per finire bene una giornata o per iniziarla meglio, infatti non se n’è più andato dal mio comodino. Una cosa del genere, mi sono detto, possono pubblicarla solo dei fuoriclasse.
Oggi intervisto Francesco Armato e Nicola Leo, fondatori e ideatori della casa editrice.
Francesco e Nicola, com’è nata la vostra avventura editoriale?
Tutto inizia nel 2011 con una rivista: «il Palindromo. Storie al rovescio e di frontiera», che è stata il nostro laboratorio di formazione: il luogo in cui si sono consolidate molte delle collaborazioni e dove sono nate gran parte delle idee che ancora oggi ci accompagnano. Dopo qualche anno, è stato naturale ampliare il progetto e dare il via a un vero disegno editoriale, che della rivista ha mantenuto il nome: ci piace l’idea palindroma di rigirare l’ordine di lettura di ciò che si osserva senza per questo mutarne il senso. Ed è quello che proviamo a fare nei nostri libri, stare in equilibrio tra una prospettiva originale e l’ancoraggio a un mestiere che interpretiamo molto “all’antica”. Il primo nostro testo è stato, nel maggio 2013, la nuova edizione dell’Almanaccosiciliano delle morti presunte di Roberto Alajmo.
Come avete strutturato il catalogo? Quali sono le vostre collane e che genere di testi comprendono?
Il catalogo della casa editrice segue alcune precise direttrici che si sono andate consolidando nel corso degli anni. Quella principale riguarda la critica letteraria connessa alla topografia delle città nella collana “Le città di carta”, vero cuore editoriale del Palindromo, diretta dai critici letterari Salvatore Ferlita e Fabio La Mantia e arrivata al nono volume; ogni libro contiene la mappa letteraria della città in oggetto per orientarsi all’interno dei luoghi di cui si scrive. Altra colonna portante è quella che noi definiamo “editoria ecologica”, ovvero la riscoperta, ma in alcuni casi si tratta di una vera e propria scoperta, di testi e autori dimenticati o fagocitati dal vorticoso ritmo del mercato librario.
Rileggere scrittori come Nino Savarese e Giuseppe Antonio Borgese, riportare alla luce la prima stesura del Pinocchio di Collodi o pubblicare per la prima volta in Italia Il conte di Mazara, inedito di Alexandre Dumas ambientato a Palermo, ha per noi un valore culturale ed ecologico, appunto, in quanto ci permette di rallentare e in alcuni casi di spezzare il meccanismo della continua rincorsa alle novità, che resta il principale problema strutturale del settore editoriale.
Ultima ma non meno importante direttrice è quella legata ai temi del fantastico e dell’immaginario, che attraversa gran parte delle nostre collane e di cui i libri del duo catanese Rosario Battiato-Chiara Nott (Creature fantastiche di Sicilia e Bestiario contemporaneo di Sicilia) sono probabilmente l’esito più riuscito e conosciuto. Proprio Rosario Battiato inaugurerà a brevissimo la serie delle “Guide immaginifiche”, che dirigerà, con un volume dedicato all’Etna. La sintesi tra editoria ecologica e direttrice fantastica è rappresentata dalla collana “I tre sedili deserti” (che è anche un bellissimo palindromo), diretta da Giuseppe Aguanno. Questa collana intende riportare l’attenzione su romanzi, racconti, saggi e documenti che hanno contribuito alla costruzione del genere fantastico: classici riscoperti e prime edizioni in italiano, impreziositi da apparati critici e approfondimenti, molto amati dagli appassionati del genere per la cura meticolosa con cui vengono realizzati. Ad oggi sono entrati nel catalogo Machen, Merritt, Hodgson, Bergier, Rosny e brevissimo toccherà a Gustav Meyrink.
La nostra rivista si è interessata in modo particolare alle guide letterarie pubblicate da il Palindromo (Chiara Molinari ha recensito per Tre Sequenze Palermo di carta di Salvatore Ferlita). Come si racconta, da editori, una città?
La collana “Le città di carta” rappresenta il primo strutturato progetto della casa editrice. Un’idea fondante e ben precisa, che a distanza di otto anni possiamo considerare vincente. Raccontare le città attraverso la letteratura che le ha raccontate: questo gioco di parole raccoglie il principio – tutto sommato piuttosto semplice – che ha dato vita alla collana. Amore per la letteratura, passione per la storia, ossessione per la geografia e la topografia; gli ingredienti delle “Città di carta” sono anche i comandamenti della nostra casa editrice, il nostro portato, perché è così che il Palindromo intende il mestiere di editore: un costante invito alla scoperta e all’approfondimento critico. I lettori di queste “guide letterarie” entrano in possesso di nuovi strumenti di indagine, prospettive inedite per leggere i libri e per vivere le città; sono gli autori, che nel corso del Novecento (con qualche incursione ottocentesca) hanno tracciato con le loro parole rotte urbane imprevedibili e misteriose, a offrire la possibilità di svelare o riscoprire luoghi sconosciuti oppure da sempre osservati in una maniera, diciamo, convenzionale.
Secondo Walter Benjamin, ci vuole una certa pratica per smarrirsi in una città. Quanto può aiutarci un libro per affinare questo esercizio?
Forse, collegandoci a Benjamin, possiamo dire che occorre smarrirsi prima di ritrovarsi desti e pienamente consapevoli al centro di una città; un libro è sempre la ricetta giusta per resettarsi e per orientarsi al meglio. In questa rinnovata dimensione, abbiamo deciso di allegare a ogni volume una mappa letteraria della città con l’indicazione dei luoghi più significativi passati in rassegna. La nostra operazione di mappatura toccherà entro l’anno anche Firenze, e poi procederemo con altri centri nevralgici per la storia letteraria d’Italia e non solo. Insomma, si tratta di una nuova e ambiziosa interpretazione del mondo: la lettura dello spazio e dei luoghi può svolgersi secondo noi su un altro piano, inconsueto e rigorosamente di carta.
Quanto è importante riscoprire le mappe?
Lo strumento della mappa è per noi complementare alla guida letteraria: per orientarsi non può esistere nulla di meglio di una mappa con riferimenti mirati e puntuali. Noi tendiamo a mappare compulsivamente quasi ogni libro, amiamo perderci nella letteratura, ma per goderne appieno è poi importante ritrovarsi. Seguire le coordinate delle mappe significa trovare sempre un orientamento, ovvero il significato dello spazio. Nel catalogo palindromo le mappe non a caso hanno a poco a poco preso piede e da “Le città carta” si sono diffuse a macchia d’olio nelle altre collane. In buona sostanza, appena possibile alleghiamo una mappa ai nostri libri, elemento che ormai ci caratterizza molto anche agli occhi dei lettori.
Si capisce che dietro a ogni titolo de il Palindromo c’è un grande lavoro di redazione, progettuale e artigianale. Com’è cambiato il vostro mestiere di editori da quando siete partiti, circa dieci anni fa, ad oggi?
Ci fa molto piacere sapere che la cura e la passione che mettiamo nella realizzazione dei nostri libri venga recepita dai lettori. Per la piccola editoria indipendente è un valore irrinunciabile se vuole provare a ritagliarsi uno spazio in un settore, come quello editoriale, sovraffollato e molto concentrato. In dieci anni il nostro lavoro è cambiato e cresciuto in consapevolezza. Avendo imparato dagli errori, inevitabili, abbiamo capito via via sempre meglio cosa vogliamo che il Palindromo sia. Pur mantenendo attivo il ruolo di filtro culturale, che ogni editore necessariamente deve applicare nel momento in cui decide cosa immettere nel mercato e cosa no, il nostro lavoro si concentra oggi molto di più sulla fase progettuale: gran parte dei libri nascono concettualmente in casa editrice, dal quotidiano lavoro di progettazione e di ricerca. In questo un ruolo importante lo svolgono i già citati direttori di collana, coi quali c’è un confronto costante e fruttuoso, e il direttore artistico Simone Geraci che supervisiona l’aspetto grafico dei nostri libri (oltre a realizzare le copertine della collana “Le città di carta”).
Non c’è una formula standard, può succedere che si cerchi un autore per sviluppare un’idea o per curare una riedizione, o viceversa che si ricami un progetto su un determinato autore credendo che sia già nelle sue corde. Ma prima di ogni cosa dobbiamo innamorarci dell’idea del libro, della sua “essenza in potenza” per così dire, per poi svilupparlo nelle sue varie fasi con tutto il tempo necessario per i lavori di editing e di grafica, che vogliamo svolgere nel modo più accurato possibile. Ogni nostro libro deve essere visibilmente parte del più grande progetto marchiato il Palindromo, un tassello di un insieme coerente, secondo le coordinate di cui abbiamo parlato prima.
La vostra casa editrice ha un legame importante con la Sicilia e con Palermo. Quali sono le peculiarità di questa regione e di questa città di cui volete farvi interpreti con il Palindromo?
Palermo e la Sicilia sono il nostro osservatorio sul mondo. Ci siamo formati fuori, ma abbiamo scelto di tornare e avviare qui l’esperienza editoriale perché consideriamo un valore aggiunto, sul piano creativo, il vivere su quest’isola, incessante bacino di storie e di relazioni. Gli immaginari generati dalla Sicilia sono il serbatoio da cui scaturiscono diversi progetti editoriali che poi, molto spesso, si discostano geograficamente dall’isola ma conservano quel gene primordiale che affonda le radici nella fertile Trinacria.
Oggi è la Giornata mondiale del libro. Come la festeggerete?
Nell’unico modo possibile, cioè con una nuova uscita. Oggi lanciamo 101 scorie zen. Foto e haiku per una via poetica all’ecologia di Martino Lo Cascio, un viaggio visivo attraverso centouno scatti di scarti che l’autore ha realizzato nei litorali di Togo e Benin, ai quali sono affiancati gli haiku di vari esponenti del mondo culturale e letterario, da Robero Alajmo a Stefania Auci, passando per Paolo Di Paolo, Emauele Trevi, Fabio Stassi, Stefano Bollani, Claudio Magris, e molti altri.
Sebbene profondamente radicato nel contesto della bonifica ferrarese e dell’Italia degli anni Trenta e Quaranta, Rubens giocava a pallone, romanzo di esordio di Stefano Muroni, racconta, come tutte le grandi opere, una storia universale, riconoscibile in ogni epoca e ogni latitudine: quella di un bambino con un sogno nel cuore. Si sa, chi nasce con un sogno giunge su questa terra con un dono che dovrà proteggere con tenacia da un mondo che troppe volte si rivelerà incapace di riconoscerlo e sostenerlo.
Rubens giocava a pallone racconta la storia di Rubens Fadini, la più giovane vittima della più grande tragedia sportiva italiana. 4 maggio 1949: l’aereo che trasporta la squadra del Grande Torino, di ritorno da Lisbona dopo un’amichevole contro il Benfica, si schianta contro la collina di Superga, alle porte della città. Rubens, che giocava nella squadra più forte d’Italia da appena pochi mesi, sparisce nel cielo sopra Torino lasciando pochissime tracce di sé, se non la consapevolezza, indiscussa che, da giovane promessa, si stava già trasformando in grande campione, prima che la sua prematura scomparsa giungesse inattesa a decretarlo campione per sempre.
L’autore tenta dunque di mettere insieme le poche fonti disponibili e di ricucire una vicenda umana profonda e complessa intorno alla leggendaria figura del calciatore. Rubens Fadini era nato nel 1927 a Jolanda di Savoia, in provincia di Ferrara. Dal Veneto i Fadini, come tante altre famiglie di contadini, erano arrivati nel Ferrarese nel pieno periodo della bonifica di quel territorio che culla e fa da sfondo ai sogni di un bambino diverso dagli altri.
I capitoli del romanzo, ventuno come gli anni di Rubens, raccontano saghe familiari tragicomiche e tenere, evocando la coralità contadina e l’epopea dell’esodo in cerca di lavoro tipiche di Steinbeck e ancora di più di Pennacchi, con il quale, oltre a uno stile diretto e incisivo, l’autore condivide il fortissimo legame con la propria terra.
Le atmosfere della bonifica dell’Agro Pontino, protagonista di Canale Mussolini di Pennacchi, sono le stesse che accompagnano la vicenda di Rubens e della sua famiglia nelle campagne ferraresi: le difficoltà ma anche la solidarietà dell’estrema condivisione, i rituali contadini, le leggende e, soprattutto, il legame con i morti. «Dalle nostre parti si dice che per il due novembre i morti ritornino a dormire nei loro letti»: l’incipit del romanzo di Muroni restituisce immediatamente quell’orizzonte di magica corrispondenza con l’aldilà che mantiene i contadini inesorabilmente legati ai propri morti, perché non si muore davvero finché c’è qualcuno che ancora sente il calore di chi è scomparso.
Mutuando un meccanismo di nuovo caro a Pennacchi, l’autore presenta il racconto come il resoconto di un personaggio a un interlocutore, in questo caso di una vecchia a un maresciallo giunto a interrogarla su quella strana abitudine di piazzarsi in mezzo a un campo su un materasso di foglie antiche di granoturco ogni due novembre. Quella vecchia è stata una giovane innamorata che non ha mai smesso di andare a trovare il suo caro Rubens ogni anno nel giorno in cui i morti tornano a dormire nei loro letti. Giustina è il più grande regalo di Madre Bonifica a Rubens: una bambina nata nel suo stesso giorno, nel podere adiacente, alla quale Rubens resterà legato da un filo rosso per tutta la vita, nonostante gli anni vissuti a distanza, quando la famiglia di Giustina lascia il Ferrarese per bonificare la Sardegna e i Fadini partono alla volta di Milano, in un’Italia che sta già iniziando a trasformarsi da contadina a operaia.
Foto gentilmente concessa dalla famiglia Rubens
Tuttavia Rubens e la sua famiglia resteranno sempre ancorati agli anni in Bonifica, in quel territorio che, nonostante i grandi sacrifici che esigeva, permetteva ai suoi lavoratori di perdersi tra il cielo e l’orizzonte infinito della pianura tutte le volte che lo desideravano, in una connessione con la natura e il ciclo della vita che i Fadini invano cercheranno tra il cemento di Milano, fino a decidersi a tornare indietro quando le fabbriche milanesi inizieranno ad essere bombardate.
D’altra parte Madre Bonifica è una progenitrice in grado di accogliere tutti i suoi figli in un grande abbraccio che li avvolge per sempre, ovunque essi si trovino. Allo stesso tempo, acquista le connotazioni di una madre creatrice che dà e toglie a suo piacimento: è forse lei l’artefice dell’innato talento di Rubens per il pallone, ma anche di tutte le sue agonie. Se non fosse nato in Bonifica, da un padre contadino totalmente avverso al suo sogno, Rubens non avrebbe forse sofferto così a lungo prima di affermarsi, o chissà che invece non avrebbe mai avuto modo di farlo: è sempre in Bonifica infatti che Rubens inizia a frequentare il Tresigallo Calcio e a calciare per la prima volta un pallone in un vero campo.
È lì che ha le sue prime visioni, che fa i suoi progetti, che sogna e pianifica; è in parte comprensibile l’avversione di un padre di fronte a un figlio visionario che sembra preannunciare un mondo nuovo dal quale le vecchie generazioni non possono che restare escluse. Tutte le sere Rubens guarda fuori dalla finestra mentre i suoi fratelli dormono, pensa e programma mentre gli altri si accontentano di ciò che è capitato loro, ché avere un buono stipendio e una donna da sposare non è mica da tutti. Rubens però sa che per lui c’è dell’altro e ha la pazienza, eroica, di aspettare. È un bambino che ci insegna a proteggere i propri sogni, a saperli mettere da parte quando tira un vento cattivo continuando a custodirli nel proprio cuore, lì dove lui ha sempre saputo chi voleva essere: un calciatore per sempre. E anche se travolto da un destino crudele, è stato proprio morire da eroe ad averlo reso immortale come il suo sogno.
Stefano Muroni, Rubens giocava a pallone, Pendragon, pp. 270, euro 18
Mi sono addentrata nell’ultima raccolta del poeta Charles Simic con lo stesso sentimento che ho provato a Parigi nel trovarmi per la prima volta davanti alla statua Écoute, di fronte alla Chiesa di Saint-Eustache. L’opera, dell’artista Henri De Miller, raffigura la testa di un uomo che porge una mano vicino all’orecchio nel tentativo di ascoltare. Essendo le dimensioni della statua piuttosto grandi, capita spesso di incontrare bambini che vi si arrampicano sopra, divertiti all’idea di salire su quella strana creatura adagiata a terra, che sembra chiamarli a sé.
Nell’insieme ha qualcosa di magnetico e alla fine è difficile non cedere alla tentazione di avvicinarsi ad ascoltare.
Avvicinati e ascolta è il titolo dell’ultima fatica del poeta americano Charles Simic.
La raccolta è stata pubblicata dall’editore Tlon in una bellissima edizione sulla cui copertina è raffigurata la facciata di un palazzo con tante finestre. Da una di queste sporge una sagoma, forse qualcuno intento ad ascoltare i rumori della gente in strada.
Charles Simic nasce nel 1938 a Belgrado, dove vive un’infanzia segnata dalla guerra. Costretto spesso ad abbandonare la sua casa per sfuggire ai bombardamenti, ricordando quel periodo dirà: «My travel agents were Hitler and Stalin».
All’età di quindici anni, con la madre, lascia il suo Paese per emigrare a Parigi. Dopo un anno abbandona anche la Francia per ricongiungersi con il padre, che nel frattempo ha raggiunto gli Stati Uniti. Questi continui spostamenti e l’abbandono della terra di origine, provocano in lui, uomo e poeta, una forte lacerazione, di cui possiamo ritrovare tracce anche in quest’ultimo lavoro e soprattutto nella poesia che dà il titolo alla raccolta.
Sono nato – non so a che ora –
mi hanno dato una pacca sul sedere
e mi hanno passato in lacrime
a uno morto da parecchi anni, in una nazione
che non è più sulle carte geografiche
La nazione è la Jugoslavia, scomparsa dalle mappe nel 1992. Più difficile invece identificare la figura dell’uomo “morto da parecchi anni” – forse un riferimento al padre, che non c’è più nel momento in cui Simic scrive questi versi.
L’America, seconda patria del poeta, è anche il luogo della sua formazione. A Chicago frequenta il College. Nel 1961 viene arruolato nell’esercito americano. Si sposta poi a New York, dove per pagarsi gli studi universitari, lavora di notte. Consegue il Bachelor of Arts alla New York University e dopo la laurea comincia a tradurre le opere dei poeti jugoslavi in inglese.
Nel 1967 esordisce come poeta con la raccolta What the Grass says, ben accolta dalla critica, che notò come le sue immagini attingessero più ai paesaggi rurali ed europei che a quelli americani. Numerosi i riconoscimenti ricevuti, tra questi il Wallace Steven Award, la Frost Medal e nel 1990 il premio Pulitzer per la poesia.
Nella raccolta Avvicinati e ascolta siamo di fronte a una totale desolazione. I paesaggi urbani hanno l’aspetto di luoghi infernali. A renderli tali è la gente che li abita, descritta come Mad People, espressione che dà anche il titolo a una poesia. Di fronte a tanto sconforto, il poeta trova nella natura una forma di consolazione, una possibilità di salvezza.
Di questi giorni solo gli uccelli e gli animali
sono sani di mente e vale la pena parlarci.
Non mi spiace aspettare che un cavallo
smetta di brucare e mi dia retta.
Capiamo allora che quell’invito ad avvicinarsi e ad ascoltare non può provenire dagli esseri umani, i quali al contrario vivono con fastidio l’esistenza dei loro simili, cercando di far stare zitti gli altri. Nessuno però conosce il valore del silenzio. Il poeta mostra tutta la sua insofferenza per questa condizione nella poesia che ha il nome di un suono: Psst.
Non farmi psst
con un dito
sulle labbra,
tu seduto dietro di me al cinema,
e in chiesa
dove chino la testa per pregare
Tutti pronti ad ammonire, quindi, ma nessuno ad ascoltare. In questo deserto urbano gli uccelli si rivelano presenze rassicuranti. Ricorrono così spesso in questa raccolta di Simic da ricordare un’opera di Olivier Messiaen, compositore e ornitologo francese: il Catalogue d’oiseaux.
Convinto che gli uccelli fossero i più grandi musicisti sulla terra, Messiaen, nei suoi numerosi viaggi, ne registrò il canto e poi lo trascrisse per pianoforte, dando vita a un’opera monumentale. Simile l’operazione di Simic, che traduce in versi le sue sensazioni. Agli uccelli è dedicata anche la prima poesia di Avvicinati e ascolta.
Alcuni uccelli cinguettano
Altri non hanno niente da dire.
Li vedi zampettare avanti e indietro,
ciondolano la testa a ogni passo.
Deve essere qualcosa di enorme
che li fa uscire di senno –
la vita in generale, l’essere uccelli.
Questo non è l’unico caso della raccolta in cui il titolo coincide con il primo verso. Così come non c’è voce che annunci il canto degli uccelli, allo stesso modo irrompe questa lirica.
Tra gli animali c’è una coralità e un’armonia che manca agli umani e inoltre loro hanno una consapovolezza del mondo che noi abbiamo dimenticato.
«Perfino gli uccelli detestano la poesia»,
ricordo che ha detto qualcuno
proprio mentre zittivano
e le ombre si stendevano sull’acqua
spegnendo i fuochi.
A salvare il mondo dalla desolazione però non sono solo gli animali, ma anche chi ha ancora la pazienza di prestare loro attenzione.
Questo banchetto
di briciole di torta dorate
sparse sul tavolo della nostra colazione
potrebbe sfamare
uno stormo di uccelli selvatici
Dovremmo
scuotere la tovaglia
in giardino
e rimetterci a letto
lasciandoli
a cinguettare per la buona sorte
I versi di Simic si presentano come un antidoto all’angoscia di vivere. Anche nei luoghi ormai più miseri, la sua poesia individua un elemento che dà speranza, magari qualcuno che anche nel caos più totale riesce a trovare il suo angolo di pace.
Una grande città era ridotta in rovine
mentre tu ti cullavi sull’amaca
chiudendo gli occhi e lasciandoti
cadere di mano giù a terra
il giornale che stavi leggendo
Paesaggi bellici e situazioni di emergenza si sovrappongono a scene di vita quotidiana.
Le camicie si sono sollevate sul filo del bucato
di un vicino, un paio cercando di volare,
quando tre camion dei pompieri sono sfrecciati
per andare a salvare una chiesa in fiamme
Ecco quello che Simic sembra suggerire con questi ultimi versi e con questa raccolta: solo la poesia, come il canto degli uccelli, può salvarci.
Charles Simic, Avvicinati e ascolta, Edizioni Tlon, p. 184, 16 euro
“La volpe è l’animale selvatico più domestico o l’animale domestico più selvatico?”. Questa è la prima di tante questioni – apparentemente giocose, ma non di semplice soluzione – che accompagnano il lavoro delle Volpi Metropolitane, collettivo artistico con base a Torino, pronto però a fare un agile balzo anche in altre città. “Erbacce Perenni” è il primo progetto multidisciplinare di arti visive e performative a cui stanno dando vita: attraverso l’intersezione tra teatro, danza e arti multimediali, si propongono di esplorare il “corpo come paesaggio in movimento”. È proprio nell’analogia e nella relazione tra corpo e paesaggio che intravedono una risorsa per riscoprire un movimento ludico e spontaneo, in grado di sottrarsi a quei gesti automatici e codificati che compiamo ogni giorno.
Al centro della loro ricerca troviamo concetti come il “Terzo Paesaggio” – con il quale Gilles Clément designa tutti i “luoghi abbandonati dall’uomo”–, e il recupero della pratica della “deriva”, tecnica di esplorazione psicogeografica teorizzata e sperimentata dal gruppo d’avanguardia dei situazionisti.
Le Volpi Metropolitane intendono allora indagare la vita lungo i margini, tra i luoghi incolti e dimenticati – tanto dello spazio urbano, quanto dello stesso corpo –, per recuperarne l’immensa ricchezza.
Abbiamo seguito le impronte delle loro zampe fino alla loro tana, per farci raccontare quali riflessioni si nascondano dietro all’immaginario “tenero” e scherzoso – o almeno, così è stato percepito dai più – che avvolge le loro comunicazioni. Dietro ai baffi vibranti e lucenti, ecco quindi svelati i volti di Valentina Bosio – performer, coreografa e autrice – e di Nicolas Toselli – attore, autore, e videomaker del progetto.
Foto di Volpi Metropolitane
Per iniziare, vi va di raccontare come è nato il progetto di “Erbacce Perenni”?
Nicolas: Il confronto fra noi è nato successivamente al primo periodo di quarantena, che dal punto di vista corporeo, muscolare, a tratti pareva insostenibile. Valentina, infatti, mi raccontava che faticava ad addormentarsi perché, anche a letto, pensava assiduamente a danzare, a muoversi. Quindi, un elemento di partenza è stato sicuramente la nuova condizione di staticità, che ci ha fatto rendere conto di quanto non possiamo fare a meno di muoverci. Anche se il non muoverti o il muoverti male finisce per essere qualcosa a cui ti abitui. Per quel che mi riguarda, poi, sono sempre stato molto affascinato dalla disciplina dell’attore. Per molti studiosi il processo di studio attoriale è un processo inverso: torni come eri bambino, impari a camminare come sapevi camminare prima, a stare dritto come sapevi stare dritto prima. In un certo senso, ancora prima di pensare a un prodotto artistico, avevamo l’esigenza di ripercorrere all’indietro abitudini che erano diventate o meccaniche – perché confinate a specifici momenti di ricreazione –, o inesistenti. E credo che la maggior parte delle persone che si occupano per lavoro del proprio corpo si siano poste domande simili nel corso dell’ultimo anno: nonostante la possibilità di scambio sia stata molto minore, credo si sia assistito a un processo di riflessione condiviso.
Valentina: Una delle prime questioni da noi affrontate riguarda la percezione. Spesso avevo la sensazione che le persone non possedessero una reale percezione del loro essere in uno spazio e del loro essere in mezzo ad altri corpi, e durante la pandemia l’esigenza di soffermarsi su ciò che viviamo in prima persona tutti i giorni si è fatta ancora più urgente. In queste “derive”, in queste esplorazioni che abbiamo fatto per la città, abbiamo iniziato a porci domande inusuali: sul come siamo, in un certo senso, obbligati a vivere e a muoverci. Perché ci sono strade con carreggiate enormi per le macchine e un marciapiede minuscolo per le persone? O perché ci sono delle linee dritte e non si può tagliare la strada in diagonale? Questo ripensamento ha investito tanto il luogo fisico in cui siamo immersi, quanto il nostro stesso corpo: perché dobbiamo compiere movimenti sempre identici? Certo, esistono degli scopi, delle utilità, ma riflettere su questi aspetti può portare a conoscersi, e a indagare se, al di là delle funzioni a cui “dobbiamo” assolvere, esistano movimenti liberi e inaspettati, dei quali stupirsi. Relativamente all’idea dell’attore bambino, ci siamo confrontati su alcuni giochi che facevamo da piccoli, e abbiamo scoperto, per esempio, che entrambi ci mettevamo sdraiati sul divano a gambe all’aria, immaginando di camminare sul soffitto. In un momento come questo, in cui siamo costretti a stare in chiusi in un determinato spazio e a rispettare norme ancora più rigide del solito, abbiamo trovato una spinta ancora maggiore nel ricercare il gioco e il divertimento in quello che viviamo. Perché c’è un mondo dietro e dentro tutto, in una stanza o anche soltanto dentro di noi. Allo stesso modo in cui esiste un angolo della tua città e del tuo paese che non hai mai esplorato o non hai mai guardato con certi occhi, sicuramente esiste una parte del tuo corpo che magari non ricordi o non sai come funziona. Per questo abbiamo intrapreso una ricerca sull’analogia tra paesaggio e corpo: un corpo che di fatto è un paesaggio immenso.
Foto di Volpi Metropolitane
Nei contenuti che finora avete pubblicato avete disseminato citazioni di autori legati a contesti molto differenti, ma che in qualche modo sembrano rimbalzarsi le questioni. Da quale riferimento siete partiti, e come si sono dischiusi tutti gli altri?
Valentina: Nell’estate del 2018 avevo iniziato alcune sperimentazioni di danza e pittura con un’amica, ed è lì che ho incontrato i primi testi di Gilles Clément –l’architetto, paesaggista, urbanista francese –, e quindi mi si era già aperto questo mondo legato al discorso sul “Terzo Paesaggio” e sul “Giardino in movimento”. Il riferimento chiave per l’ideazione del primo frammento del progetto è stato, però, In territorio selvaggio di Laura Pugno, anche se più a livello suggestivo, per poi scoprire che lei stessa interpellava Clément. È stato molto curioso e stimolante notare come le stesse questioni tornassero in tantissimi autori in cui ci siamo imbattuti: è stata in qualche modo una conferma della direzione che stavamo tracciando. Tra i riferimenti centrali, c’è stato per esempio il lavoro di Anna e Lawrence Halprin, le loro ricerche tra architettura e danza, per esplorare la relazione che c’è tra lo spazio collettivo e il movimento collettivo e individuale. E in generale, fondamentali sono stati i concetti di “residuo”, di “territorio incolto”: un territorio abbandonato che però al suo interno contiene una ricchezza immensa.
Nicolas: L’incolto, in un certo senso, sono tante zone del tuo corpo. Noi stessi, a livello performativo, ci ritroviamo ad avere una certa abilità o scioltezza in alcune parti del corpo, a scapito di moltissime altre. Laura Pugno si chiedeva: “La poesia può essere il Terzo Paesaggio della letteratura?”. Come appunto ciò che cuce tutto quello che è già determinato, canonizzato della letteratura. E così ci siamo detti: “Possiamo trovare un Terzo Paesaggio in alcune zone del corpo, che non sono rifunzionalizzate dal punto di vista performativo?”. In quanto attore, spesso ti viene chiesto di scavare nella tua “animalità” per produrre una verità teatrale. Ma anche in questo caso si tratta di formule già canonizzate, per le quali sei costretto ad appoggiarti all’erotismo che confluisce in zone determinate del corpo. Dunque, volevamo anche scardinare questa abitudine artistica e cercare di fare lavorare delle zone in modo diverso. A partire da queste domande si sono dischiusi i riferimenti: la psicogeografia teorizzata dai situazionisti per me è definitiva (ride). Debord diventa utile dal punto di vista sociologico: il discorso sulle geometrie delle strade a cui accennavamo, se lo metti in una prospettiva più scientifica diventa un problema oggettivo, che si connette, per esempio, alla storia dell’automobile. L’impresa automobilistica ha trasformato il tessuto urbano: comprando e vendendo appalti ha davvero cambiato l’urbanistica delle città. Il primo libro che però abbiamo condiviso insieme è stato Le visionarie, un’antologia di racconti di fantascienza femminista pubblicata da Nero Edizioni: anche lì torna il tema del selvaggio, l’alterità della donna in conflitto con la società.
Foto di Volpi Metropolitane
Il nome del collettivo, Volpi Metropolitane, sembra ridefinire confini e mettere a contatto immaginari diversi, accostando la dimensione urbana a quella del selvaggio. Nella sua semplicità sembra conservare una forte stratificazione, in cui l’elemento giocoso si mescola a richiami politici.
Nicolas: È proprio così. Nella stratificazione rientra il discorso sugli autori di prima: bisogna porre l’attenzione sul fatto che tutte le cose siano in relazione. Che gli autori si rimbalzino le questioni, che le parole si rimbalzino gli immaginari è fisiologico. Diciamo però che, cronologicamente, la consapevolezza di questa stratificazione è stata assunta nel tempo, non è stata studiata, nonostante metta bene insieme i nostri immaginari. E, come si è creata da sé, noi l’abbiamo spontaneamente accolta; giocavamo a chiamarci fra di noi volpi, quasi per scherzo, poi a ritrovare questo rimando animale sempre più spesso, un po’ ovunque, ma mai casualmente. Il riferimento agli “indiani metropolitani” è quella parte della stratificazione che ha a che fare con la presa d’atto di una condizione storica, politica. E rappresenta il fatto che ci piacerebbe essere l’ala creativa del movimento (ride).
Valentina: In qualche modo, oltre ad una stratificazione, è anche una contraddizione. Che però fa parte della realtà che viviamo. Riprendendo lo stimolo di Laura Pugno, il selvaggio inizia ad esistere una volta che sei tu a chiudere la porta e a creare un “dentro” e un “fuori”. Il “dentro” diventa quindi la “tana sicura”, e il “fuori” diventa il “selvaggio”. Allora ci siamo chiesti, “e se invece questa porta la si apre”? Oppure: “se il dentro e il fuori fossero in realtà l’opposto di quello che pensiamo”? Nel nome è quindi racchiusa la riflessione sulla coesistenza e sulla contraddizione – che poi, appunto, contraddizione non è –, tra questi luoghi: sul fatto che questi confini netti non esistano più. Da qui la domanda un po’ provocatoria sulla volpe, “l’animale domestico più selvatico, o l’animale selvatico più domestico”. La volpe che è un animale astuto, furbo …ma anche molto carino (ride).
Foto di Volpi Metropolitane
La ricerca di un movimento ludico, sottratto agli scopi e all’utilità, sembra anche voler scardinare la retorica della produttività. Se il livello politico è evidente, quanto è presente, invece, la tematica ecologica?
Nicolas: In un certo senso è inevitabile che il discorso abbia a che fare con l’ecologia, perché è una problematica molto presente nella nostra vita quotidiana. Facendo riferimento a Clément, però, il paradosso è che le zone più ricche dal punto di vista della biodiversità non sono le riserve naturali, ma proprio quegli spazi ai quali non è destinata una cura, ovvero il Terzo Paesaggio. Il rapporto con l’ecologia è in questa domanda, più che nelle risposte. La soluzione è il non prendersi cura delle cose, piuttosto che curarle. Secondo me, quindi, l’ecologia rimane in questo lavoro come paradosso. A livello politico, il discorso egemone è anche un discorso di facciata ecologista: di fatto ci si preoccupa di mantenere inalterata la temperatura terrestre per poter continuare a produrre. È chiaro che questo non è il discorso dei veri militanti ecologisti, ma credo che questa tematica oggi rischi di avere un portato di restaurazione spaventoso.
Valentina: Riprendendo il discorso de Il giardiniere planetario di Clément, noi stessi siamo paradossali nella misura in cui non vogliamo essere ecologici. Decidere consciamente di occuparsi di qualcosa con uno sguardo ecologico, in realtà, è al tempo stesso una costrizione, una schematizzazione, che porta a sviluppare delle differenze che non sono spontanee. Nel progetto parliamo delle erbacce perenni che crescono casualmente, sui muri o nelle zone abbandonate: sono brutte, nessuno ci fa caso, nessuno se ne preoccupa. Non c’è un’intenzionalità nel loro sorgere se non la sopravvivenza, un vivere a modo loro. Ed è un po’ quello che cerchiamo di fare sia esplorando la città, attraverso la deriva psicogeografica – vagando senza un percorso prestabilito, lasciandoci guidare dai dettagli più inaspettati –, sia esplorando il corpo. Perché in effetti, l’improduttività sta anche qui: nel trovare un movimento che non abbia scopo, utilità, magari anche esteticamente non interessante. È semplicemente un lasciar germogliare qualcosa e vedere cosa accade.
Foto di Volpi Metropolitane
Dopo una fase più teorica di studio e preparazione, intendete procedere con una pratica laboratoriale. A cosa mirate aprendo questo progetto a una dimensione collettiva? E soprattutto, come pensate di riuscire a “far passare” i concetti su cui avete lavorato?
Valentina: Nonostante il riferimento a numerosi autori e concetti, le domande che ci poniamo partono davvero da situazioni e dati molto reali, che qualunque essere umano vive. Per questo per noi è molto importante riuscire a rendere questa pratica laboratoriale accessibile a tutti. Infatti non è un corso, non c’è la volontà di insegnare una tecnica o qualcosa di specialistico, ma piuttosto il desiderio di riflettere insieme a persone di qualunque età e provenienza su quello che stiamo vivendo, in quanto esseri umani, in determinati spazi e determinati luoghi. La dimensione ludica –che stiamo cercando di mantenere anche nella comunicazione – è essenziale: ancora una volta il tornare bambini, il gioco, è una risorsa che può permettere anche agli adulti di staccarsi dagli schemi e dai ritmi quotidiani, per provare a stravolgere il punto di vista su se stessi e su ciò che li circonda. La relazione che si stabilisce tra il corpo e un determinato luogo può essere utilizzata nella pratica laboratoriale come uno strumento che permette di slegare le varie parti dall’automatismo, dalle funzioni prestabilite e dalla gerarchia a cui le associamo. Siamo abituati a pensare con la testa e camminare portati dal movimento delle gambe, ma non è detto che debba essere sempre così: potrebbe essere la tua pancia, per esempio, a volerti condurre. In questo senso, immaginare il corpo come un paesaggio, trovare analogie tra la forma della spalla e una collina, è un qualcosa che permette davvero a tutti di arrivare alla consapevolezza di essere composti da micromondi e micropaesaggi.
Nicolas: Vorremmo condividere le derive con i partecipanti al laboratorio, e contemporaneamente condurli in sala esplorando il movimento, aiutandoci anche con alcuni esercizi di training autogeno, mimetizzandoci con alcune immagini che ci siamo creati. Semplicemente, avendo a che fare con la forza del paesaggio e la forza del proprio movimento – quando è libero da obiettivi performativi –, quelle domande ce le si pone. La deriva psicogeografica, per i situazionisti, prevedeva di costruire delle unità di ambienti differenti tra loro. Un passaggio successivo all’esperienza diretta sarebbe quindi quello di ricostruire quelle unità percepite attraversando la città: ridisegnare la cartina secondo quello che si è vissuto e che si ricorda, e contemporaneamente disegnare il proprio corpo prima e dopo queste fasi di laboratorio. Questo consente di vedere su carta – nel caso del disegno – l’immagine della percezione mentale che si possiede di se stessi, in qualche modo sempre estremamente deformata dalla realtà. In questo modo si iniziano a integrare le due forme di esplorazione del corpo e del paesaggio. A questo discorso si lega anche il video, perché è la prima forma che abbiamo trovato per restituire una sovrapposizione di piani. Immaginiamo che nella fase laboratoriale ci sarà la nostra guida, ma sarebbe bello se gli smartphone degli utenti potessero creare queste mappature, costruendo una narrazione video dell’esperienza. Questi strumenti sono effettivamente quelli che oggi permettono di comunicare: sono ormai protuberanze del nostro corpo, ed elaborare una cartografia del proprio corpo e del paesaggio può essere un modo per ampliarne la funzione.
Foto di Volpi Metropolitane
A livello pratico, come avete sperimentato e come avete intenzione di sperimentare la “deriva”?
Nicolas: La fase della deriva che secondo Debord è necessaria –solo secondo lui tra i situazionisti –, ovvero quella di ricostruire una narrazione oggettiva dopo l’esperienza, è una fase di cui non ci occupiamo. Anche perché la stiamo facendo da “pirati” (ride), dal momento che secondo lui in due non si potrebbe fare. Se non ricerchiamo l’oggettività, però è vero che, concluso il percorso, cerchiamo di confrontarci sul nostro stato d’animo, sul modo in cui ci siamo sentiti. Poi prestiamo molta attenzione nel restituirci l’esperienza rispetto alla fluidità con cui la conduciamo. Il tentativo è sempre quello di restare a mezza via tra l’esperienza e la documentazione: se documenti troppo ovviamente esperisci poco, e viceversa. Quindi ci confrontiamo su impressioni psicologiche che i quartieri ci danno: se nel centro storico di Torino abbiamo avuto molta più ansia, l’esperienza in Barriera, nonostante il quartiere fosse meno addobbato, è stata molto più fluida, e sentivamo un’allegrezza maggiore. Finora, elaborando il pensiero a esplorazione conclusa, ci siamo sempre trovati concordi rispetto alle sensazioni provate, ma appunto non si tratta di una ricostruzione oggettiva dell’esperienza.
Valentina: È anche curioso riflettere su come ogni volta veniamo portati a documentare in un modo diverso le cose: se in Barriera abbiamo vissuto la deriva più a livello esperienziale, nel centro storico siamo stati portati ad impiegare molto tempo al telefono, probabilmente per l’eccessiva proliferazione di negozi, luci e oggetti colorati. Questo vagare senza meta, senza progettualità, attirati di volta in volta dai cornicioni o altri particolari, ci consente di darci delle regole che sono sempre diverse, scelte sul momento, in modo istintivo. Abbiamo deciso di condurre l’esperienza insieme, documentando entrambi, perché il percorso può essere identico e le sensazioni concordi, ma in realtà non puoi mai sapere qual è il dettaglio che l’altro sta cogliendo. Sarà interessante proporre di sperimentare la deriva a piccoli gruppi, perché la documentazione restituirà una geografia del luogo composta da diverse sfaccettature di quello stesso spazio, che in realtà lo fanno diventare un altro spazio rispetto a quello che è.
Foto di Volpi Metropolitane
Avete in progetto di portare la pratica laboratoriale anche fuori Torino, proponendola in altre città?
Nicolas: La deriva è un’esperienza che varia moltissimo, anche soltanto rispetto a come conosci la città, e che si presta a diversi linguaggi di restituzione. Valentina, per esempio, ormai conosce benissimo Torino, mentre io che sono arrivato da poco tendo a non orientarmi, e non riesco a provare quel piacere di perdermi in qualcosa di conosciuto. Abbiamo realizzato un crowdfunding proprio per poter portare questa pratica anche nelle altre città, ed evitare che qualcuno debba pagare per fare un’esperienza simile. L’intenzione è quella di comunicare con gli spazi artistici e sociali del paese, appoggiarsi a loro, e da lì proporre microlaboratori, itinerando in tutte le città.
Valentina: Vogliamo anche cercare di problematizzare un aspetto che la pandemia ha amplificato, per il quale si è legittimati ad uscire di casa solo se si va a consumare: chi vive in città, in un appartamento, si è trovato a vivere una situazione molto più difficile rispetto a chi, per esempio, ha la fortuna di avere una casa in campagna. Vorremmo rendere accessibile a tutti questa esperienza, per cercare di innescare in tutte le persone la consapevolezza che non c’è bisogno di nulla per farsi…“un gran viaggio” (ride). Portando il laboratorio nelle altre città, ci piacerebbe – anche se per ora è tutto a livello progettuale –, riuscire a costruire una mappa di un nuovo corpo, grandissimo, costituito da tutti questi corpi, esperienze, racconti, documentazioni fatte dai partecipanti, sotto forma di un sito internet interattivo, in costante espansione e cambiamento: insomma, far proliferare le erbacce, ovunque.
Sarà di domenica. Una mattina d’aprile luminosa di un futuro sbiadito. Ismaele e Sara porteranno le fedi. Saranno già nati entrambi. Sarà più bello così.
Sarà nella chiesetta di Camaldoli, quella che piace tanto anche a te, piccola e accogliente come i luoghi che nessuno sa. Sarò vestita di bianco sporco come la nonna al suo matrimonio del ’63. Sarò bellissima, perché tu mi vedrai così. Sarà come lo avevo immaginato da bambina, con le azalee lillà e la torta arcobaleno. Ci saranno tutti, ci sarai anche tu.
Sarai tornato solo per il matrimonio, la mamma non te l’avrebbe perdonato se non l’avessi fatto. Sarai tornato consumato dalla tua Africa proprio come eri la prima volta che sei arrivato qui, svuotato del superfluo, incapace di scegliere un giocattolo di cui non avevi bisogno. Eri rimasto un’ora di fronte allo scaffale delle macchinine mentre io avevo riempito il carrello di bambole. Poi avevi scelto solo le bolle di sapone, perché quelle svaniscono e non resta niente, come delle persone.
Per giorni avevi continuato a soffiare nel cerchietto magico, come lo chiamavo io. Mi sfidavi a creare la bolla più grande del mondo. Eppure anche la più bella e la più rotonda si schiantava troppo presto. E allora il tuo sguardo si rabbuiava un poco in un’ombra di quella tua malinconia che non ho capito mai, che forse se ne è andata solo ora che te ne sei andato anche tu. Soffiavi e soffiavi ancora, lo facevi per interi pomeriggi quando tornavamo da scuola e di studiare quella lingua che non era la tua non volevi proprio saperne. In fondo le parole tra noi non sono servite mai, non si poteva dare un nome a quell’intesa sconosciuta che pretendeva di esser chiamata fratellanza.
Poi finalmente un giorno scrivesti un tema sul mare, dicevi che il mare è la casa dei pesci, una casa grande senza confini, e che avresti voluto essere un pesce per nuotare dove volevi tu. La mamma si commosse, legge quel tema ancora oggi quando la tua assenza pesa un po’ di più, poi lo ripone con cura nel primo cassetto del suo comodino, insieme alle lettere che continui a scriverle ogni mese. All’inizio ero gelosa, perché non le scrivevi a me. Poi mi sono detta che anche se l’avessi fatto, non avrei saputo cosa risponderti. Vorrei solo chiederti cosa mangi al mattino e se sei felice, ma non lo faccio perché temo che diresti di sì.
Sarai seduto sulla prima panca, ma non alzerai mai lo sguardo verso la croce. Non hai bisogno di Dio, tu. Me lo avevi detto una sera in cui mi rannicchiavo sotto le coperte per la paura del temporale. Fissavi spavaldo i fulmini dal balcone, poi contavi fino a tre e aspettavi il tuono. Tanto la natura è più forte, mi avevi detto che in Kenya questo si sa. Ti avevo chiesto come fosse, questo paese che portavi nel tuo DNA così diverso dal mio. Ci avevi pensato a lungo, poi avevi solo detto che in Kenya si vedeva sempre l’orizzonte, che non esistevano ostacoli tra il tuo sguardo e quella linea piatta di pace. Alla fine ti eri deciso a infilarti sotto le coperte e solo allora avevo potuto prendere sonno, confortata dall’idea di saperti lì a schermirti dai tuoni come facevo io. Invece eri più forte tu, forte di quella forza che viene a chi ha vissuto per sopravvivere, a chi anche solo per un momento non ha avuto niente da perdere. Mi sono sempre chiesta come sei sopravvissuto alla fame, ma non l’ho mai chiesto a te. Mi sono risposta che forse è più facile rinunciare all’amore se si è già rinunciato a tutto.
Sei tornato in Kenya perché la fame non deve patirla più nessuno, avevi risposto alla mamma che fingeva di non capire. All’inizio mi dicevo che avevamo sacrificato la nostra intesa per una buona causa. Due cuori feriti sono meno importanti di tante pance vuote. Sarebbe stato ingiustamente duro ammettere che quell’intesa non avrebbe potuto evolversi, né regredire, intrappolata nelle briglie di una fratellanza ineludibile. Eri quel fratello imposto che solo fratello non è stato mai, perché profumavi di esotico, dei segreti di una terra lontana dove tutto è più vero e più puro, mobile come il tuo sguardo liquido, grande come le tue mani sporche che rivedo ogni volta che chiudo gli occhi.
Sarai l’unico senza cravatta, ma il più bello dentro la chiesa semibuia che nasconderà un po’ le nostre paure. Sentirò il tuo sguardo fisso sulla mia nuca scoperta dai capelli intrecciati e immaginerò il soffio del tuo fiato solleticare le mie scapole, prima fresco e poi sempre più tiepido, in un sibilo che vorrò rendere eterno.
La prima volta che l’avevi fatto eravamo al mare, condividevamo un asciugamano troppo piccolo per i nostri corpi sempre più grandi. Mi addormentai cullata dal tuo fiato che mi solleticava la schiena tentando di liberarla dai granelli di sabbia appiccicosi. Avevo la brezza marina e avevo il respiro dell’Africa, avevo tutto. Mi svegliai con la tua guancia appoggiata al mio petto. Ero sudata, ti guardai a lungo. Il sole sbatteva sulla tua pelle scurissima e tornava indietro ancora più luminoso.
Mi avevi detto che avrei dovuto svegliarti al tramonto, se ti fossi addormentato. Non lo feci. Restai a guardare te invece del sole che andava a sciogliersi nel mare. Allungai il collo come meglio potevo, poggiai le mie labbra alle tue, delicatamente. Ti sfiorai per ritrarle subito. Sembrava non ti fossi accorto di nulla. Provai di nuovo, appoggiandole davvero, e ti baciai. Apristi gli occhi di colpo, sorridesti, e mi baciasti. Mi baciasti mentre il sole spariva all’orizzonte. Mentre salivamo sul motorino sentivo quella strana euforia di quando ci si sente al sicuro con ciò che si prova perché si sa di essere già in due. Mi sbagliavo, per te non era cambiato nulla. Mi strinsi forte al tuo petto mentre percorrevamo la litoranea quasi deserta. Poi riconobbi gli occhi di mio fratello quando mi spogliai davanti a te in camera la sera. Alla casa al mare avevamo una sola stanza con un letto matrimoniale che condividevamo da quando condividevamo le nostre vite. Quello notte ti girasti dall’altra parte e prendesti sonno ancora prima del solito. Non era cambiato nulla. Ero tua sorella, una sorella alla quale si può dare un bacio mentre si diventa grandi insieme.
Non mi farai da testimone, non te lo chiederò. La mamma insisterà. È il tuo unico fratello, dirà. Non è mio fratello, risponderò. La ferirò, non capirà. Capirai tu, tu che te ne sei andato di soppiatto quella sera piena di neve, prima che sbocciassero tutti i fiori della nostra primavera. La valigia l’avevi pronta da un po’, forse ho avvicinato di nuovo le mie labbra alle tue per poterti lasciare finalmente andare. Non avevo considerato che da allora avrei continuato a fare l’amore con il tuo ricordo. Non saprò mai se è stata la gratitudine o l’ingratitudine a spingerti via. Troppo grato alla mamma per poter amare sua figlia, in fondo ingrato per essere scappato da chi ti aveva dato tutto. Solo ora so che di quel tutto non avevi poi così bisogno tu.
Non ti commuoverai mentre la mamma si asciugherà una lacrima guardando me, guardando te. Per qualche istante penserò di non essere al mio posto. Lo guarderò, mi guarderà. Sorriderò e mi volterò, incrociando i tuoi occhi pieni di fiera rassegnazione, che non lasceranno scampo a dubbi ingrati. Il tuo sorriso scoprirà i tuoi denti bianchi e la tua fragilità, ti torturerò ancora per poco prima di tornare a guardarlo ubbidiente. Ho sempre avuto bisogno della tua approvazione da quando ci sei stato. Sapevo di ballare bene perché c’eri tu ad applaudirmi in prima fila e vedevo la mia eleganza riflessa nel tuo sorriso. Mi sentivo bella guardandomi nei tuoi occhi sempre così pieni di stupore per quella nuova realtà che tu imparavi a conoscere attraverso i miei. Mi sentivo importante, ti mostravo il mio mondo senza rendermi conto che eri tu a insegnarmi come andasse affrontato. Mi sentivo pienamente in vita solo quando ero con te.
Ti batterà un po’ più forte il cuore quando starò per dire sì alla vita che hai scelto per me. Non ti sentirai in colpa, perché anche la tua era stata scelta da chi ti aveva portato lontano, ma tanto tu il tuo paese non l’avresti tradito mai. Sono sempre stata gelosa di quella donna dal nome Africa che ti richiamava sempre più forte a sé. Non venni con voi quell’estate in Kenya perché avrebbe fatto troppo male accompagnarti tra l’odore della tua terra e sentire che era tanto più forte del mio. Papà era l’unico ad averlo compreso e per questo fu tanto clemente con me in quegli anni di ribellione. La mamma invece era sempre inevitabilmente dalla tua parte. Credo ce l’abbia ancora un po’ con me per quel viaggio mancato, per averle rovinato l’idillio della famiglia perfetta che perseguiva come il più bello dei suoi sogni di bambina. Ci ama esattamente nello stesso modo, ma quello senza difetti sei tu. Forse ora può finalmente darti una colpa, quella di averla lasciata a trascorrere la sua vecchiaia tra un uomo poco attento e una figlia inconcludente che non vede l’ora di maritare.
Poi mi abbraccerai quando ti verrò incontro lasciandomi l’altare alle spalle, ancora aggrappata al suo braccio solido. «Sarai felice» mi sussurrerai, solleticandomi il collo con il tuo fiato caldo. Non saprò cosa dire, mi scenderà una lacrima che bagnerà anche il tuo volto. Ti stringerò, affondando le narici nel tuo collo lungo, e la tua pelle nera profumerà di tutte le cose che non sono state, che hanno aleggiato un poco sopra le nostre teste e poi sono svanite in un soffio, come le bolle di sapone.
Ognuno deve fare i conti con il proprio passato. Ripensare a ciò che ci ha preceduto è fondamentale per comprendere noi stessi e il mondo. È quello che sembra dirci Perché Istanbul ricordi di Ahmet Ümit, un giallo che si muove dentro la memoria. Come afferma il protagonista: «Credo che chiunque abiti in questa città dovrebbe amare la storia, altrimenti non saremmo mai in grado di apprezzare il valore di Istanbul».
Ümit è uno scrittore e poeta turco nato negli anni Sessanta. Non molto conosciuto in Italia, gode di grande fama in Turchia ed è famoso principalmente per i suoi noir. Fin da giovane si occupa di politica, appoggiando il partito comunista turco, e le sue esperienze da attivista diventano un serbatoio per la sua scrittura.
Istanbul è una città che nel corso del tempo si è trasformata, accogliendo al suo interno realtà molto diverse. Fondata dalla figura leggendaria di Re Byzas, è stata prima Bisanzio e poi Costantinopoli. Cultura islamica e cultura cristiana si sono fuse al suo interno per dar vita a un’unica forma, ineguagliabile al resto del mondo per bellezza e fascino. Dieci Zibaldoni non basterebbero per raccontare tutte le storie su questa metropoli.
Ma che cosa succede quando il peso della storia di questa città entra prepotente nei vari omicidi del commissario Nevzat Akmon?
Un uomo sulla cinquantina viene trovato con le braccia tese sopra la testa, le mani legate, palmi uniti come in preghiera e un dettaglio particolare: una moneta, un simbolo lasciato dal killer alquanto insolito. In una facciata dell’antico pezzo di metallo la scritta di Bisanzio è incisa con l’alfabeto greco, nell’altra vi è una donna di profilo con i capelli raccolti.
Nel secondo omicidio la moneta ritorna, ma questa volta appartiene a un’altra storia. C’è il volto di un uomo, probabilmente dell’imperatore Costantino. Gli omicidi si susseguono e in totale arrivano a sette, accompagnati da sette monete con un unico filo rosso: la storia e i luoghi di Istanbul.
Sembra che l’esecutore stia lanciando un messaggio attraverso i suoi delitti, commessi in luoghi accuratamente ricercati con una funzione ben precisa all’interno della cronologia della città turca. Le varie monete appartengono a epoche storiche diverse. Passando da Costantino, che consacrò Bisanzio come la “nuova Roma”, venendo ricordato come l’uomo che cambiò la storia, a Giustiniano, colui che rese grande Istanbul agli occhi di tutto il mondo, portandola al suo massimo splendore. Così, proprio come in un rebus, il commissario Akmon e la sua squadra cercano di anticipare la strategia del nemico rileggendo la storia della propria città. Ma il lavoro che si prospetta non è per nulla semplice: «rappresentazioni storiche mescolate agli omicidi ci offuscavano la mente. La prima cosa che dovevamo scoprire era dove avrebbero lasciato la prossima vittima».
Allora la porta Aurea, la colonna di Cemberlitas, la Cisterna Yerebatan e tantissimi altri luoghi diventano un punto d’incontro con il passato e il tassello da aggiungere al grande mosaico di cui fanno parte i sette omicidi.
Oltre a presentarsi come un viaggio nel tempo, il romanzo scava nell’anima dei personaggi. Il commissario Akmon vive bloccato all’interno dei suoi ricordi. Tutto ciò che è vecchio deve essere conservato scrupolosamente per mantenere intatta la memoria della moglie e della figlia. Lacerato da un trauma difficile da cicatrizzare, il passato può essere molto più ingombrante del previsto.
Avere a che fare con i vivi dà a loro la priorità, ma ogni legame con una persona nuova, dopo la scomparsa dei propri cari, sarà veicolato dalla presenza dei morti: «L’amore che si prova per gli altri non deve affievolire il legame con quelli che non ci sono più. Sapevo che accettando questo ingannavo me stesso. La vita dà la precedenza ai vivi. Le sembianze, le voci, i profumi, i ricordi e le tracce di chi non c’è più, piano piano si cancellano e svaniscono».
Allo stesso modo, per il commissario turco vige una legge che forse è universale: le persone che entrano nelle nostre vite, dopo un grave lutto, possono essere delle vere e proprie oasi su cui approdare. Avendo un rapporto farraginoso con il nostro passato, sono in grado di donare luce a quelle vicende che in tanti anni di vita non abbiamo capito. Così Perché Istanbul ricordi è un affascinante giro di ruota panoramica sulle memorie della città e dei suoi esseri umani.
Perché Instanbul ricordi di Ahmet Ümit, Ronzani Editore, p. 560, 18 euro
Per raccontare la storia del collettivo Tessuto Urbano, bisogna partire da Macomer, paese nell’entroterra della Sardegna, in provincia di Nuoro. È qui che l’APS ProPositivo porta avanti dal 2015 il Festival della Resilienza, principale incubatore del progetto “Trasformare la crisi in opportunità”, con l’obiettivo di creare un modello replicabile di sviluppo resiliente per le comunità locali, visibilmente colpite dal fenomeno dello spopolamento. Fondamentale, in questa ricerca, è il progetto “Esperienza di Resilienza artistica” (E.R.A): forma sperimentale di residenza, che ha come scopo principale quello di produrre delle iniziative sociali e culturali per il territorio ospitante. L’idea è creare un laboratorio partecipativo, che coinvolga appassionati di ogni disciplina artistica, che vogliono indagare il ruolo sociale dell’arte, intesa come processo sociale, educativo. In questi cinque anni sono state sperimentate residenze legate al campo scientifico, teatrale, cinematografico, fotografico, musicale, al mondo delle arti visiv e e della street art.
La parola Resilienza si è intrecciata, nell’ultimo anno, ad un’altra: Resistenza. Il Festival infatti non ha rinunciato alla sua sesta edizione, proponendo forme nuove e innovative durante l’agosto del 2020. È proprio in questa cornice che le attrici e perfomer Azzurra Lochi, originaria di Macomer, e Gabriella Indolfi – già specializzate nella creazione di drammaturgie site-specific, immersive e multisensoriali – e la fotografa Ilaria Giorgi, anche fotografa ufficiale del Festival, si sono ritrovate dopo il lungo lockdown e hanno deciso di unire il proprio lavoro artistico dando vita al collettivo Tessuto Urbano, un progetto under 35 tutto al femminile, che si occupa di curare la relazione tra luoghi, parole e comunità, attraverso interventi artistici performativi e creazioni multidisciplinari sul campo.
La loro residenza si è concentrata sul tema dello spopolamento, attraverso l’esplorazione del territorio ospitante e del suo patrimonio storico e tradizionale e l’interazione con la sua comunità. L’obiettivo del collettivo Tessuto Urbano era provare a raccontare il fenomeno dalla parte di chi resta, di chi vede allontanarsi i suoi concittadini, parenti, amici, con la speranza che facciano prima o poi ritorno. Qual è il filo rosso che tiene insieme le persone di questa comunità? E così, a partire da queste suggestioni, Azzurra, Gabriella e Ilaria hanno cominciato la loro avventura.
Prima tappa: esplorazione di Bosa, in provincia di Oristano, borgo sul mare diviso in due dal fiume Temo, all’interno della regione storica della Planargia. Il viaggio è cominciato lì e in particolare a Sa Costa, uno dei quartieri storici, che si affaccia sul Temo. Qui hanno scoperto e approfondito la lunga tradizione che le donne del posto continuano pazientemente a tramandare: il filet. L’origine di questo ricamo è profondamente intrecciata al mondo maschile della pesca. È proprio dalle reti dei pescatori infatti che le donne hanno appreso quest’arte. Passeggiando per le stradine di Bosa, è ancora possibile trovare le signore fuori dalle porte di casa a ricamare. Ed è proprio con loro che Azzurra, Ilaria e Gabriella si sono fermate a parlare, scoprendo la tecnica del filet: un vero e proprio ricamo a rete.
Per realizzarlo infatti è necessario creare con i fili una rete, utilizzando un tipo di telaio rettangolare, che può avere varie dimensioni, con tre lati fissi e uno mobile.
Solo a quel punto si può cominciare a fare il ricamo. Accanto alla tradizione del filet, prettamente femminile, vi è quella maschile della lavorazione delle nasse: reti simili a un cesto, intrecciate dai pescatori con l’utilizzo di un filo rosso. Uno di loro le ha accolte nel suo laboratorio proprio nel momento in cui stava insegnando la tecnica ad una ragazza. È affascinante vedere come ci sia ancora un interesse nell’apprendere una tecnica così antica e altrimenti destinata a scomparire.
Ed è proprio da qui, dall’osservazione di ricami, intrecci e nasse che la metafora ha preso vita: rinforzare reti, costruire nuovi legami con il territorio.
Dopo questa prima esplorazione di Bosa, l’itinerario è proseguito verso l’entroterra, fino a raggiungere Macomer, nella regione storica del Marghine, in provicina di Nuoro. Qui la ricerca è proseguita in modo diverso, a partire dai luoghi abbandonati, vere e proprie tracce della storia del territorio. Macomer, anche grazie alla sua posizione strategica – trovandosi al centro della Sardegna – è stata per decenni cuore industriale dell’isola, tanto da essere definita “la piccola Milano”. Verso la fine degli gli anni ’80 una forte crisi ha colpito queste attività, costringendo molti caseifici e industrie tessili a chiudere. Tra queste vi era anche il Gruppo Lanario Sardo Alas.
Ecco una differenza tra Bosa e Macomer. La prima è ancora fortemente legata alla sua tradizione artigianale, mentre a Macomer compaiono, come ombre, gli scheletri di vecchi edifici che ricordano il suo passato industriale. Ne è un esempio l’edificio abbandonato del Caseificio Dalmasso, in cui le ragazze si sono addentrate.
Macomer resta comunque ancora molto legata alla storia del tessuto, che rimane parte dell’identità del territorio. Qui però è più difficile trovare donne che ricamano. Ma le ragazze del collettivo non si sono arrese: hanno cercato, incontrato e coinvolto cittadini, ex lavoratori dello stabilimento, artigiani locali e operatori culturali alla ricerca di materiali storici e biografici. Sono state anche accolte nel laboratorio di una sarta, che ha donato loro alcuni tessuti, che sono serviti poi nella realizzazione di un progetto che ha coinvolto la comunità.
Sono inoltre entrate in contatto con un falegname di Macomer, un ragazzo che ha il suo laboratorio all’interno degli stabilimenti delle industrie abbandonate, poiché alcuni di questi edifici sono stati riutilizzati. Ed è stato sempre questo artigiano a realizzare per loro un pannello in legno, che è stato inserito all’interno di un’installazione, creata per coinvolgere gli abitanti di Macomer nel senso più profondo del loro viaggio.
Al termine della residenza infatti, il collettivo ha creato un’installazione partecipativa site-specific che aveva precisamente il fine di unire la storia del territorio a quella della comunità, a cui veniva rivolta una domanda precisa: «Perché vivi ancora qui?». Sul pannello erano posizionati dei pioli e ad ognuno di questi corrispondeva una possibile risposta alla domanda: famiglia, lavoro, terra ma anche paura o “perché non ho scelta”. A quel punto, una volta individuata le parole più adatte a sé, ognuno doveva legare con il filo il punto a cui corrispondevano. I diversi colori dei fili sono stati divisi in base alla fascia di età dei partecipanti. Il risultato è stato sorprendente: ha dato vita ad una vera e propria mappatura statistica artigianale, una trama, come quella delle nasse e del filet di Bosa. In questo intreccio di fili c’è la storia di una comunità.
Ilaria, la fotografa del gruppo, durante il viaggio nei luoghi abbandonati, ha fotografato diversi muri di Macomer. Di questi ne sono stati selezionati nove, di cui sono state stampate le fotografie. Agli abitanti è stato chiesto di scegliere un muro da “adottare”, sul quale è stata cucita la loro foto, rafforzando così ancora di più l’idea della loro appartenenza a quei luoghi.
L’esperienza itinerante si è dimostrata talmente positiva da spingere Azzurra, Gabriella e Ilaria a proseguirla. Fare rete, costruire legami, intrecciare luoghi e persone ed intessere nuove storie sono diventati gli obiettivi centrali del collettivo Tessuto Urbano, mosso dal desiderio di sostenere – attraverso interventi artistici sul campo – i comuni italiani più piccoli, meno turistici, a volte del tutto sconosciuti, per contribuire a contrastare il fenomeno dello spopolamento e dare vita a nuove possibilità di narrazione delle comunità locali.
Nei mesi successivi però, l’emergenza sanitaria è tornata a imporre nuove restrizioni e nuove chiusure dei luoghi della cultura e degli spazi di aggregazione sociale, rendendo sempre più difficile la possibilità di incontrarsi, progettare e costruire legami in presenza. Le ragazze, provenienti da tre regioni diverse (Sardegna, Puglia e Toscana) hanno continuato a lavorare a distanza, dando vita nel periodo natalizio al loro primo progetto online come collettivo: Ragioni di Necessità, una chiamata pubblica per uno scambio epistolare in tutta l’Italia, che ha avuto come destinazione la storica libreria Emmepi Ubik di Macomer, unica libreria della città.
Al termine dell’iniziativa sono arrivate – in forma digitale e cartacea – più di quaranta lettere, piene di speranza, ottimismo, nostalgia, ma anche paura, rabbia, solitudine; storie autentiche, bellissime e commoventi, scritte da partecipanti di età e provenienze molto diverse, che hanno permesso loro di intrecciare legami anche a distanza nel delicato passaggio da un 2020 impossibile da dimenticare ad un 2021 già sovraccarico di responsabilità.
Le lettere raccolte, nel rispetto della privacy dei partecipanti, in questi mesi stanno diventando parte drammaturgica e scenografica della prossima produzione artistica e multidisciplinare del collettivo, che debutterà nei territori del Marghine, nell’estate 2021, proprio dove la storia di Tessuto Urbano ha avuto inizio.
Tutte le foto presenti nell’articolo sono di Ilaria Giorgi
«Esisteva effettivamente Napoli, nel marzo 1947?». Questa è la domanda che accompagna Giuseppe Marotta nel suo viaggio di ritorno nella città natale, dopo vent’anni di assenza. Vent’anni nel corso dei quali sono piovuti i bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale, che hanno cambiato per sempre il volto della Napoli conosciuta durante la giovinezza, lasciando al suolo una distesa di macerie e di miseria.
«Dissi di no – si risponde immediatamente l’autore –; dissi che Napoli è una città inventata». Agli occhi di Marotta, Napoli è infatti continuamente riplasmata dagli «innumerevoli Eduardi e Peppini e Titine De Filippo» che si muovono sullo sfondo di edifici distrutti, allo stesso modo in cui gli attori recitano davanti alle quinte teatrali: uno scenario che in questo caso è simile a un telone squarciato da qualcuno che non abbia apprezzato la rappresentazione.
Foto di Elisa Chiari
San Gennaro non dice mai no, comparso per la prima volta nel ’48, e ripubblicato lo scorso 19 settembre (proprio in occasione del “miracolo” compiuto dal patrono) dalla piccola e coraggiosa Polidoro Editore, è allora il personale contributo di Marotta all’“invenzione” di Napoli: una «rozza cantilena» dedicata alla sua città – come scrive nella nota introduttiva – suonata con intenzioni «oneste e affettuose».
«Esistono tante diversissime gocce d’acqua quanti sono coloro che guardano una goccia d’acqua – continua lo scrittore –figuriamoci una città e un popolo come Napoli e i suoi abitanti». La città che emerge dalle pagine di San Gennaro non dice mai no è quindi un ulteriore tassello che va ad arricchire –insieme a La Capria, Rea e Ortese, tra gli altri – quel mosaico di letteratura che, cercando di dire Napoli, è consapevole di non poterla esaurire.
Marotta – firma del «Corriere della Sera», e già autore de L’oro di Napoli (1947), portato sul grande schermo da Vittorio De Sica – si aggira per i vicoli, tra le botteghe, arriva persino ad intrufolarsi negli appartamenti privati di Pallonetto, armato del piglio da giornalista d’inchiesta: quello che viene restituito, con lucidità e tenerezza, è un affresco corale, composto da innumerevoli storie e ritratti di mendicanti, delinquenti, pupari, mariuoli, vedove di poeti e musicisti. Con incredibile tocco impressionistico, lo scrittore racconta gli espedienti con i quali la gente del popolo prova ad arrangiarsi e a sopravvivere, a partire dai piccoli furti degli scugnizzi fino al mercato nero di Forcella, in cui si rivendono le merci acquistate dagli Alleati. Ma Napoli è anche la città di «una sfortunata, poco nota, lunga, mesta e rassegnata bravura», dove gli artigiani lavorano «col pollice e con l’anima», e i pescatori praticano la pesca con la dinamite, perché è una «pesca leale», che riduce ad un’unica battaglia l’eterna guerriglia tra uomini e pesci.
Foto di Elisa Chiari
In ogni caso, se Napoli è inventata, «il dolore dei napoletani di tutti i ceti è purtroppo autentico». Come fosse per loro necessario mettersi a soffrire di fronte a uno specchio, i napoletani «si raccontano con qualche enfasi, con qualche compiacimento; ma trovano sollievo e consolazione in questo recitarsi». Ed è emblematico, in questo senso, il momento in cui sulle panche dell’“Opera dei pupi” vengono riconosciuti quegli stessi mendicanti che durante il giorno toccano il braccio dei passanti in cerca di un’offerta: in un gioco di rispecchiamenti, appunto, questi poveri cercano una liberazione e un riscatto dalle loro sofferenze nel lieto fine delle vicende messe in scena.
In questa grande “rappresentazione” napoletana, dove il termine conserva tutta la sua ambivalenza, un ruolo di primo piano viene giocato da alcuni «personaggi» illustri come il contraddittorio Giuseppe Navarra, «Re di Poggioreale» – benefattore malavitoso che nel ’61 ispira anche un film diretto da Duilio Coletti e sceneggiato da John Fante –, o Giuseppe Rossetti, narcisistico autore della fortunata canzonetta Catena.
Foto di Elisa Chiari
Disseminata in tutti i “bozzetti” è poi la schiera di santi che abitano Napoli – dal «distratto» San Giuseppe a Sant’Antonio che protegge Posillipo, fino a San Pasquale che veglia su Chiaia –, di cui il «supremo e volubile» San Gennaro si fa capofila. Santi che non vengono lasciati tranquilli nelle loro edicole votive, o chiusi tra le quattro mura di una chiesa, ma che vengono interpellati anche solo per una raccomandazione o un consiglio, perché percepiti come consanguinei, come «autorevoli congiunti del popolo». Ma la verità – commenta Marotta – è che i napoletani svuoterebbero il portafoglio dei pochi soldi che ci sono dentro, e «si leverebbero il pane di bocca per accrescere il loro benessere». A partire dalla descrizione dei sontuosi festeggiamenti al rione Stella dedicati a San Vincenzo, fino alla divertita constatazione degli sguardi languidi scambiati tra i giovani durante le celebrazioni ecclesiastiche, lo scrittore delinea i tratti di questa fede e questo amore popolare. Un credo che antepone la stima per il Figlio a quella per il Padre e per lo Spirito Santo: «Napoli è devota a Gesù Bambino – spiega Marotta con grandissima ironia – non solo perché si tratta di Nostro Signore, ma perché Egli, venendo alla luce, fece fesso Erode».
Se un chirurgo intervistato afferma con sicurezza che «Dio è indiscutibilmente napoletano», Alessio Forgione, nella sua bellissima introduzione al volume, si spinge ancora oltre. «Napoli è Dio – scrive infatti –, e San Gennaro non dice mai no è la messa gospel, cantata in un italiano smangiucchiato e lirico che Giuseppe Marotta ha messo su per tutti quanti noi, con il suo gusto neo-classico».
Foto di Elisa Chiari
C’è un’ulteriore, silenziosa presenza che agisce nella Napoli dipinta da Marotta: il mare, che viene definito come «il libro di tutte le favole». Il mare «esiguo e domestico di Santa Lucia, di Coroglio e di Posillipo», che consuma Castel dell’Ovo e il Palazzo Donn’Anna; quello che dalla gente di Capodimonte, dell’Arenella e della Sanità viene percepito soltanto per l’odore nel vento «che fa impennare la biancheria tesa ad asciugare fra muro e muro». Ma soprattutto il mare che non smette di tornare a interrompere i pensieri dello scrittore nei suoi anni milanesi, sotto forma di riflesso o di sensazione uditiva: in una parola, come nostalgia.
E proprio con l’immagine di una creatura marina si conclude il testo di Marotta. Se il suo viaggio ha inizio a marzo, «il mese che più fedelmente riproduce Napoli coi suoi guai e i suoi piaceri fulminei», l’ultimo “quadro” che l’autore ci offre è quello di una Napoli nella fervente attesa del Natale, dei suoi presepi, e del capitone che non può mancare in tavola la sera del 24 dicembre.
Il capitone, grossa anguilla che non si rassegna a morire, teatralmente brandito dai venditori tra i banchi in via Santa Brigida: è questa la metafora finale che Marotta utilizza per raccontare Napoli e i napoletani. Quella gente «non meno infelice e strenua di lui», che sbattuta e fatta a pezzi dalle disgrazie e dalla povertà, si dimena tuttavia in ogni suo pezzo, morendo «solo quanto basta per essere benedetta e seppellita, facendosi, così, meglio gustare nel ricordo».
Giuseppe Marotta, San Gennaro non dice mai no, Alessandro Polidoro Editore, Napoli 2020. 16 euro.