Rubens Fadini e quel sogno di giocare a pallone

Sebbene profondamente radicato nel contesto della bonifica ferrarese e dell’Italia degli anni Trenta e Quaranta, Rubens giocava a pallone, romanzo di esordio di Stefano Muroni, racconta, come tutte le grandi opere, una storia universale, riconoscibile in ogni epoca e ogni latitudine: quella di un bambino con un sogno nel cuore. Si sa, chi nasce con un sogno giunge su questa terra con un dono che dovrà proteggere con tenacia da un mondo che troppe volte si rivelerà incapace di riconoscerlo e sostenerlo.

Rubens giocava a pallone racconta la storia di Rubens Fadini, la più giovane vittima della più grande tragedia sportiva italiana. 4 maggio 1949: l’aereo che trasporta la squadra del Grande Torino, di ritorno da Lisbona dopo un’amichevole contro il Benfica, si schianta contro la collina di Superga, alle porte della città. Rubens, che giocava nella squadra più forte d’Italia da appena pochi mesi, sparisce nel cielo sopra Torino lasciando pochissime tracce di sé, se non la consapevolezza, indiscussa che, da giovane promessa, si stava già trasformando in grande campione, prima che la sua prematura scomparsa giungesse inattesa a decretarlo campione per sempre.

L’autore tenta dunque di mettere insieme le poche fonti disponibili e di ricucire una vicenda umana profonda e complessa intorno alla leggendaria figura del calciatore. Rubens Fadini era nato nel 1927 a Jolanda di Savoia, in provincia di Ferrara. Dal Veneto i Fadini, come tante altre famiglie di contadini, erano arrivati nel Ferrarese nel pieno periodo della bonifica di quel territorio che culla e fa da sfondo ai sogni di un bambino diverso dagli altri. 

I capitoli del romanzo, ventuno come gli anni di Rubens, raccontano saghe familiari tragicomiche e tenere, evocando la coralità contadina e l’epopea dell’esodo in cerca di lavoro tipiche di Steinbeck e ancora di più di Pennacchi, con il quale, oltre a uno stile diretto e incisivo, l’autore condivide il fortissimo legame con la propria terra. 

Le atmosfere della bonifica dell’Agro Pontino, protagonista di Canale Mussolini di Pennacchi, sono le stesse che accompagnano la vicenda di Rubens e della sua famiglia nelle campagne ferraresi: le difficoltà ma anche la solidarietà dell’estrema condivisione, i rituali contadini, le leggende e, soprattutto, il legame con i morti. «Dalle nostre parti si dice che per il due novembre i morti ritornino a dormire nei loro letti»: l’incipit del romanzo di Muroni restituisce immediatamente quell’orizzonte di magica corrispondenza con l’aldilà che mantiene i contadini inesorabilmente legati ai propri morti, perché non si muore davvero finché c’è qualcuno che ancora sente il calore di chi è scomparso.

Mutuando un meccanismo di nuovo caro a Pennacchi, l’autore presenta il racconto come il resoconto di un personaggio a un interlocutore, in questo caso di una vecchia a un maresciallo giunto a interrogarla su quella strana abitudine di piazzarsi in mezzo a un campo su un materasso di foglie antiche di granoturco ogni due novembre. Quella vecchia è stata una giovane innamorata che non ha mai smesso di andare a trovare il suo caro Rubens ogni anno nel giorno in cui i morti tornano a dormire nei loro letti. Giustina è il più grande regalo di Madre Bonifica a Rubens: una bambina nata nel suo stesso giorno, nel podere adiacente, alla quale Rubens resterà legato da un filo rosso per tutta la vita, nonostante gli anni vissuti a distanza, quando la famiglia di Giustina lascia il Ferrarese per bonificare la Sardegna e i Fadini partono alla volta di Milano, in un’Italia che sta già iniziando a trasformarsi da contadina a operaia.

Foto gentilmente concessa dalla famiglia Rubens

Tuttavia Rubens e la sua famiglia resteranno sempre ancorati agli anni in Bonifica, in quel territorio che, nonostante i grandi sacrifici che esigeva, permetteva ai suoi lavoratori di perdersi tra il cielo e l’orizzonte infinito della pianura tutte le volte che lo desideravano, in una connessione con la natura e il ciclo della vita che i Fadini invano cercheranno tra  il cemento di Milano, fino a decidersi a tornare indietro quando le fabbriche milanesi inizieranno ad essere bombardate. 

D’altra parte Madre Bonifica è una progenitrice in grado di accogliere tutti i suoi figli in un grande abbraccio che li avvolge per sempre, ovunque essi si trovino. Allo stesso tempo, acquista le  connotazioni di una madre creatrice che dà e toglie a suo piacimento: è forse lei l’artefice dell’innato talento di Rubens per il pallone, ma anche di tutte le sue agonie. Se non fosse nato in Bonifica, da un padre contadino totalmente avverso al suo sogno, Rubens non avrebbe forse sofferto così a lungo prima di affermarsi, o chissà che invece non avrebbe mai avuto modo di farlo: è sempre in Bonifica infatti che Rubens inizia a frequentare il Tresigallo Calcio e a calciare per la prima volta un pallone in un vero campo. 

È lì che ha le sue prime visioni, che fa i suoi progetti, che sogna e pianifica; è in parte comprensibile l’avversione di un padre di fronte a un figlio visionario che sembra preannunciare un mondo nuovo dal quale le vecchie generazioni non possono che restare escluse. Tutte le sere Rubens guarda fuori dalla finestra mentre i suoi fratelli dormono, pensa e programma mentre gli altri si accontentano di ciò che è capitato loro, ché avere un buono stipendio e una donna da sposare non è mica da tutti. Rubens però sa che per lui c’è dell’altro e ha la pazienza, eroica, di aspettare. È un bambino che ci insegna a proteggere i propri sogni, a saperli mettere da parte quando tira un vento cattivo continuando a custodirli nel proprio cuore, lì dove lui ha sempre saputo chi voleva essere: un calciatore per sempre. E anche se travolto da un destino crudele,  è stato proprio morire da eroe ad averlo reso immortale come il suo sogno.

Stefano Muroni, Rubens giocava a pallone, Pendragon, pp. 270, euro 18

Pubblicato da Isabella Delle Monache

Isabella Delle Monache, classe 1994, nata a Città della Pieve, cresciuta a Latina, attualmente vive a Roma. Si laurea in Lingue e Civiltà Orientali all'Università La Sapienza e si diploma in recitazione presso la scuola Teatro Azione, prendendo poi parte come attrice a diverse produzioni cinematografiche. Dopo essere stata ammessa alla Scuola di Sceneggiatura dell'ANAC “Leo Benvenuti”, si appassiona enormemente al racconto cinematografico e attualmente frequenta il Master in Drammaturgia e Sceneggiatura dell’Accademia d'Arte Drammatica Silvio d'Amico. Scrive da sempre poesie e racconti. Ha viaggiato tanto e tutto ciò che ha visto o anche solo immaginato nei diversi luoghi del mondo continua a ronzarle in testa finché non trova forma nelle sue parole.

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