Come le bolle di sapone

Sarà di domenica. Una mattina d’aprile luminosa di un futuro sbiadito. Ismaele e Sara porteranno le fedi. Saranno già nati entrambi. Sarà più bello così.

Sarà nella chiesetta di Camaldoli, quella che piace tanto anche a te, piccola e accogliente come i luoghi che nessuno sa. Sarò vestita di bianco sporco come la nonna al suo matrimonio del ’63. Sarò bellissima, perché tu mi vedrai così. Sarà come lo avevo immaginato da bambina, con le azalee lillà e la torta arcobaleno. Ci saranno tutti, ci sarai anche tu.

Sarai tornato solo per il matrimonio, la mamma non te l’avrebbe perdonato se non l’avessi fatto. Sarai tornato consumato dalla tua Africa proprio come eri la prima volta che sei arrivato qui, svuotato del superfluo, incapace di scegliere un giocattolo di cui non avevi bisogno. Eri rimasto un’ora di fronte allo scaffale delle macchinine mentre io avevo riempito il carrello di bambole. Poi avevi scelto solo le bolle di sapone, perché quelle svaniscono e non resta niente, come delle persone.

Per giorni avevi continuato a soffiare nel cerchietto magico, come lo chiamavo io. Mi sfidavi a creare la bolla più grande del mondo. Eppure anche la più bella e la più rotonda si schiantava troppo presto. E allora il tuo sguardo si rabbuiava un poco in un’ombra di quella tua malinconia che non ho capito mai, che forse se ne è andata solo ora che te ne sei andato anche tu. Soffiavi e soffiavi ancora, lo facevi per interi pomeriggi quando tornavamo da scuola e di studiare quella lingua che non era la tua non volevi proprio saperne. In fondo le parole tra noi non sono servite mai, non si poteva dare un nome a quell’intesa sconosciuta che pretendeva di esser chiamata fratellanza. 

Poi finalmente un giorno scrivesti un tema sul mare, dicevi che il mare è la casa dei pesci, una casa grande senza confini, e che avresti voluto essere un pesce per nuotare dove volevi tu. La mamma si commosse, legge quel tema ancora oggi quando la tua assenza pesa un po’ di più, poi lo ripone con cura nel primo cassetto del suo comodino, insieme alle lettere che continui a scriverle ogni mese. All’inizio ero gelosa, perché non le scrivevi a me. Poi mi sono detta che anche se l’avessi fatto, non avrei saputo cosa risponderti. Vorrei solo chiederti cosa mangi al mattino e se sei felice, ma non lo faccio perché temo che diresti di sì. 

Sarai seduto sulla prima panca, ma non alzerai mai lo sguardo verso la croce. Non hai bisogno di Dio, tu. Me lo avevi detto una sera in cui mi rannicchiavo sotto le coperte per la paura del temporale. Fissavi spavaldo i fulmini dal balcone, poi contavi fino a tre e aspettavi il tuono. Tanto la natura è più forte, mi avevi detto che in Kenya questo si sa. Ti avevo chiesto come fosse, questo paese che portavi nel tuo DNA così diverso dal mio. Ci avevi pensato a lungo, poi avevi solo detto che in Kenya si vedeva sempre l’orizzonte, che non esistevano ostacoli tra il tuo sguardo e quella linea piatta di pace. Alla fine ti eri deciso a infilarti sotto le coperte e solo allora avevo potuto prendere sonno, confortata dall’idea di saperti lì a schermirti dai tuoni come facevo io. Invece eri più forte tu, forte di quella forza che viene a chi ha vissuto per sopravvivere, a chi anche solo per un momento non ha avuto niente da perdere. Mi sono sempre chiesta come sei sopravvissuto alla fame, ma non l’ho mai chiesto a te. Mi sono risposta che forse è più facile rinunciare all’amore se si è già rinunciato a tutto. 

Sei tornato in Kenya perché la fame non deve patirla più nessuno, avevi risposto alla mamma che fingeva di non capire. All’inizio mi dicevo che avevamo sacrificato la nostra intesa per una buona causa. Due cuori feriti sono meno importanti di tante pance vuote. Sarebbe stato ingiustamente duro ammettere che quell’intesa non avrebbe potuto evolversi, né regredire, intrappolata nelle briglie di una fratellanza ineludibile. Eri quel fratello imposto che solo fratello non è stato mai, perché profumavi di esotico, dei segreti di una terra lontana dove tutto è più vero e più puro, mobile come il tuo sguardo liquido, grande come le tue mani sporche che rivedo ogni volta che chiudo gli occhi.

Sarai l’unico senza cravatta, ma il più bello dentro la chiesa semibuia che nasconderà un po’ le nostre paure. Sentirò il tuo sguardo fisso sulla mia nuca scoperta dai capelli intrecciati e immaginerò il soffio del tuo fiato solleticare le mie scapole, prima fresco e poi sempre più tiepido, in un sibilo che vorrò rendere eterno.

La prima volta che l’avevi fatto eravamo al mare, condividevamo un asciugamano troppo piccolo per i nostri corpi sempre più grandi. Mi addormentai cullata dal tuo fiato che mi solleticava la schiena tentando di liberarla dai granelli di sabbia appiccicosi. Avevo la brezza marina e avevo il respiro dell’Africa, avevo tutto. Mi svegliai con la tua guancia appoggiata al mio petto. Ero sudata, ti guardai a lungo. Il sole sbatteva sulla tua pelle scurissima e tornava indietro ancora più luminoso. 

Mi avevi detto che avrei dovuto svegliarti al tramonto, se ti fossi addormentato. Non lo feci. Restai a guardare te invece del sole che andava a sciogliersi nel mare. Allungai il collo come meglio potevo, poggiai le mie labbra alle tue, delicatamente. Ti sfiorai per ritrarle subito. Sembrava non ti fossi accorto di nulla. Provai di nuovo, appoggiandole davvero, e ti baciai. Apristi gli occhi di colpo, sorridesti, e mi baciasti. Mi baciasti mentre il sole spariva all’orizzonte. Mentre salivamo sul motorino sentivo quella strana euforia di quando ci si sente al sicuro con ciò che si prova perché si sa di essere già in due. Mi sbagliavo, per te non era cambiato nulla. Mi strinsi forte al tuo petto mentre percorrevamo la litoranea quasi deserta. Poi riconobbi gli occhi di mio fratello quando mi spogliai davanti a te in camera la sera. Alla casa al mare avevamo una sola stanza con un letto matrimoniale che condividevamo da quando condividevamo le nostre vite. Quello notte ti girasti dall’altra parte e prendesti sonno ancora prima del solito. Non era cambiato nulla. Ero tua sorella, una sorella alla quale si può dare un bacio mentre si diventa grandi insieme. 

Non mi farai da testimone, non te lo chiederò. La mamma insisterà. È il tuo unico fratello, dirà. Non è mio fratello, risponderò. La ferirò, non capirà. Capirai tu, tu che te ne sei andato di soppiatto quella sera piena di neve, prima che sbocciassero tutti i fiori della nostra primavera. La valigia l’avevi pronta da un po’, forse ho avvicinato di nuovo le mie labbra alle tue per poterti lasciare finalmente andare. Non avevo considerato che da allora avrei continuato a fare l’amore con il tuo ricordo. Non saprò mai se è stata la gratitudine o l’ingratitudine a spingerti via. Troppo grato alla mamma per poter amare sua figlia, in fondo ingrato per essere scappato da chi ti aveva dato tutto. Solo ora so che di quel tutto non avevi poi così bisogno tu.

Non ti commuoverai mentre la mamma si asciugherà una lacrima guardando me, guardando te. Per qualche istante penserò di non essere al mio posto. Lo guarderò, mi guarderà. Sorriderò e mi volterò, incrociando i tuoi occhi pieni di fiera rassegnazione, che non lasceranno scampo a dubbi ingrati. Il tuo sorriso scoprirà i tuoi denti bianchi e la tua fragilità, ti torturerò ancora per poco prima di tornare a guardarlo ubbidiente. Ho sempre avuto bisogno della tua approvazione da quando ci sei stato. Sapevo di ballare bene perché c’eri tu ad applaudirmi in prima fila e vedevo la mia eleganza riflessa nel tuo sorriso. Mi sentivo bella guardandomi nei tuoi occhi sempre così pieni di stupore per quella nuova realtà che tu imparavi a conoscere attraverso i miei. Mi sentivo importante, ti mostravo il mio mondo senza rendermi conto che eri tu a insegnarmi come andasse affrontato. Mi sentivo pienamente in vita solo quando ero con te.

Ti batterà un po’ più forte il cuore quando starò per dire sì alla vita che hai scelto per me. Non ti sentirai in colpa, perché anche la tua era stata scelta da chi ti aveva portato lontano, ma tanto tu il tuo paese non l’avresti tradito mai. Sono sempre stata gelosa di quella donna dal nome Africa che ti richiamava sempre più forte a sé. Non venni con voi quell’estate in Kenya perché avrebbe fatto troppo male accompagnarti tra l’odore della tua terra e sentire che era tanto più forte del mio. Papà era l’unico ad averlo compreso e per questo fu tanto clemente con me in quegli anni di ribellione. La mamma invece era sempre inevitabilmente dalla tua parte. Credo ce l’abbia ancora un po’ con me per quel viaggio mancato, per averle rovinato l’idillio della famiglia perfetta che perseguiva come il più bello dei suoi sogni di bambina. Ci ama esattamente nello stesso modo, ma quello senza difetti sei tu. Forse ora può finalmente darti una colpa, quella di averla lasciata a trascorrere la sua vecchiaia tra un uomo poco attento e una figlia inconcludente che non vede l’ora di maritare. 

Poi mi abbraccerai quando ti verrò incontro lasciandomi l’altare alle spalle, ancora aggrappata al suo braccio solido. «Sarai felice» mi sussurrerai, solleticandomi il collo con il tuo fiato caldo. Non saprò cosa dire, mi scenderà una lacrima che bagnerà anche il tuo volto. Ti stringerò, affondando le narici nel tuo collo lungo, e la tua pelle nera profumerà di tutte le cose che non sono state, che hanno aleggiato un poco sopra le nostre teste e poi sono svanite in un soffio, come le bolle di sapone.

Le illustrazioni sono di Laura Ciriello

Pubblicato da Isabella Delle Monache

Isabella Delle Monache, classe 1994, nata a Città della Pieve, cresciuta a Latina, attualmente vive a Roma. Si laurea in Lingue e Civiltà Orientali all'Università La Sapienza e si diploma in recitazione presso la scuola Teatro Azione, prendendo poi parte come attrice a diverse produzioni cinematografiche. Dopo essere stata ammessa alla Scuola di Sceneggiatura dell'ANAC “Leo Benvenuti”, si appassiona enormemente al racconto cinematografico e attualmente frequenta il Master in Drammaturgia e Sceneggiatura dell’Accademia d'Arte Drammatica Silvio d'Amico. Scrive da sempre poesie e racconti. Ha viaggiato tanto e tutto ciò che ha visto o anche solo immaginato nei diversi luoghi del mondo continua a ronzarle in testa finché non trova forma nelle sue parole.

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