«Una cappelliera piena di buchi», curiosità e facezie nel pacchetto delL’orma dedicato al Colosseo

La mia famiglia si è trasferita a Roma quando ero una bambina. Nei primi mesi dopo il trasloco, i miei genitori hanno vissuto una specie di delirio turistico (comprensibile, visto che sono nati e cresciuti a Rho, che, per carità, è una piacevolissima cittadina, ma vuoi mettere?). Io ricordo poco, e spesso si tratta di dettagli inutili: la fissazione di camminare sui sanpietrini in punta di piedi per non toccare le righe, la passione di mio fratello per quei cosi gommosi pieni di farina che si compravano agli angoli delle strade, gli scherzi con l’acqua davanti ai nasoni (le mitiche fontanelle di Roma), gli stormi che facevano la cacca sull’automobile se mamma e papà la parcheggiavano sotto i platani. Tra i ricordi meno inutili, conservo quello del Colosseo: la sensazione di immensità, il chiaroscuro tra le arcate, la strana impressione di un animale invaso dalle formiche, e soprattutto la paura che mi fecero i racconti sui cristiani e i martiri trucidati dalle belve.

Ho rivissuto un po’ di quello stupore infantile quando mi è capitato tra le mani il libretto (o meglio, il pacchetto) delL’orma dedicato al Colosseo (Colosseo, due o tre cose che so di lui). Fa parte della collana I pacchetti dei luoghi (non comuni) e racconta la storia del monumento più famoso di Roma in modo insolito, mescolando riferimenti letterari, storici e pop.





Ci sono anche un sacco di immagini, per i più pigri. È piccolino, ma pieno di spunti: fa trascorrere qualche ora piacevole; meno piacevole per chi è magari costretto nella stessa stanza con chi lo legge e viene continuamente disturbato da esclamazioni di stupore, ripetuti «senti qua, ma lo sapevi che…» e non-richieste letture ad alta voce degli stralci più entusiasmanti. Per esempio, sapevate che il Colosseo è stato per secoli ricoperto di piante? Molti studiosi e botanici si sono dilettati a contarne le specie. La contessa Elisabetta Fiorini Mazzanti le repertò tutte e poi le pianse, quando nel 1871 vennero tagliate da una commissione incaricata di riportare il monumento agli antichi fasti. E lo sapevate che il Colosseo per parecchio tempo è stato una sorta di centro commerciale? Nel Medioevo era pieno di botteghe e negotii, osterie e laboratori per la produzione del vino.

Sotto Natale, libri del genere fanno venire voglia di essere regalati. Gli editori lo sanno, e inventano modi deliziosi di spingerti all’acquisto: L’orma da anni impacchetta questi libricini come se fossero lettere, in modo che si possano spedire (veramente!) via posta; ne raggruppa alcuni e li fa diventare cofanetti (come i defunti dvd delle serie tv che ancora ci ostiniamo a tenere in qualche angolo oscuro delle nostre librerie).

L’idea ha avuto talmente successo, che da circa un anno è approdata anche in Francia, dove les plis suscitano convulsi «j’aime» nei lettori francesi che vi si imbattono.

Tornando al pacchetto che ho tra le mani, le pagine finali meritano davvero: sono una curiosa rassegna di brani tratti da romanzi, raccolte poetiche, epistolari e diari di autori famosi che si sono imbattuti nel Colosseo, perlopiù ricavandone l’estasi romantica che ci si aspetterebbe, ma non sempre; Melville, per esempio, lo liquida in poche righe, più interessato al suo pranzo a base di «pane e fichi» che alla magnificenza del monumento, e Twain lo chiama «quella cappelliera piena di buchi». Joyce, dopo averlo visitato, estende il suo giudizio a tutta la città: «Roma mi sembra uno che viva esibendo ai viaggiatori il cadavere della propria nonna».

Alla fine c’è una vera chicca: un articolo di Giorgio Manganelli uscito sul Messaggero nel 1989; Manganelli parla del Colosseo come di una bestia, dando voce alla sensazione confusa e spaventosa che anch’io avevo avuto da bambina: «la sua pietra poderosa ha una fulva, feroce, qualità carnale; è selvatica, sa di cosa uscita dalla foresta, ferma nello spazio spalancato, abbagliata e tacitamente furibonda». 

Prima di chiudere dicendo che il libriccino è un oggetto divertente e faceto, ma anche denso e accurato, voglio precisare che nessun redattore è stato pagato per questa recensione, i pacchetti fanno questo effetto, bisogna accettarlo.

Passeggiata

Le lunghe notti

che con te erano giovani

ormai pensano solo

a ciò che è stato.

A via Ottaviano

invano m’aggrappo

ai rintocchi dei miei passi,

troppo fragili per il plumbeo marciapiede.

Quando assieme 

camminavamo,

vagabonda nel tuo sorriso

mandavo tutto alla malora

e la lana di lillà

intorno al tuo collo

diventava presto

il mio calore,

il mio ansimare.

Ora

il magone

è sospeso

ad ogni sibilo di vento,

come un bicchiere

che sta per cadere

in ogni secondo.

Degli occhi lucidi

è la lirica

di ciò che andava vissuto.

Tirato il colletto

della mia giacca

nero e beffardo,

mi chiedo 

quale sia stata la mia colpa

se alzo la testa

a questa veglia

per dirti in un solo sospiro

che la tua bellezza

mi ha fatto morire.

Mi è rimasto il freddo

e, di quel bacio,

il tremore.

Il silenzio è un rimpianto

nelle gocce di luce

di un lampione

ed io invece, attonita,

una folle che lo esplora.

I palazzi di fine ‘800

chiudono le finestre

per non essere giudici

nello scorrere dei secoli.

Alessia Camarda

“Io non parto più”. Ripensare la migrazione attraverso gli occhi di due cicogne

Immaginate un mondo senza frontiere, dove i confini sono al più ostacoli naturali da aggirare. Immaginate di solcare il cielo per migliaia di chilometri ogni anno, ma che per farlo non serva né visto, né permesso di soggiorno. Immaginate un mondo in cui si è liberi di andare e di tornare, di viaggiare per tanto o poco tempo: un mondo in cui si possa scegliere dove vivere, in cui non vi si chieda mai conto del vostro partire, in cui nessuno valuti le ragioni per cui rimanete, ma solamente accolga le vostre scelte con un cenno del capo. Immaginate dunque un cielo e una terra senza frontiere, dogane, confini, scartoffie burocratiche.

Immaginate che esista il diritto di migrare.

Ad alcuni di voi farà paura, altri accoglieranno questa possibilità con un sorriso di scherno: – è impossibile – diranno. Ad altri ancora si muoverà qualcosa nello stomaco, una forma di sottile gioia: libertà.

Io non parto più. Le cicogne di Marrakech, scritto da Carolina Germini e illustrato da Ginevra Vacalebre, pubblicato da Momo edizioni, è un libro per bambini, quindi parla di cose importanti, come sa chiunque abbia letto Il Piccolo Principe: un cappello non è mai solo un cappello e se si avesse il coraggio di osservare meglio, si scoprirebbe che molto spesso è un boa che ha mangiato un elefante.

Io non parto piùLe cicogne di Marrakech di Carolina Germini e Ginevra Vacalebre, Momo edizioni, 15 euro

Io non parto più è un libro minuto, di forma quadrata, non pesa nulla e sfogliandolo ci sono perlopiù immagini colorate. È, come dicevo, un libro per bambini, quindi per tutti i coraggiosi che sognano un mondo diverso – senza frontiere -, uno in cui venga garantito il diritto di autodeterminarsi, di scegliere un luogo da chiamare casa, poi di cambiare idea, di guardare un pezzettino di mondo in più, poi trovare un’altra casa… Io non parto più è un libro rivoluzionario.

La storia comincia a Delft, in Olanda. È ottobre e un gruppo di cicogne si prepara per migrare per trascorrere l’inverno in luoghi caldi. Le cicogne sono uccelli migratori e quindi in perenne viaggio; ogni anno partono e tornano, seguendo una rotta più o meno consolidata. Le cicogne del racconto seguono quella di Gibilterra, partono quindi dall’Olanda, si fermano a riposare in Puglia, poi giungono in Africa.

Illustrazione di Ginevra Vacalebre

Quest’anno però una delle cicogne più anziane, Sandy, disegnata con degli occhiali grandi e una sciarpa di lana, ha deciso di non volare; è stanca ed in fondo Delft le piace proprio. Convoca allora tutte le altre cicogne e fa loro sapere la novità: “Io non parto più”. 

È una decisione senza precedenti: gli uccelli migratori dovrebbero migrare, non restare in un luogo tutto l’anno. La cicogna più sconvolta dalla notizia è però Daisy, la figlia adottiva di Sandy, molto piccola e per questo impaurita all’idea di intraprendere un lungo viaggio senza il suo punto di riferimento. Vorrebbe restare, ma Sandy la convince che deve fare le sue esperienze, volare da sola, visitare altri cieli, scegliere liberamente come e dove vivere. Partire per Daisy significa prima di tutto diventare adulta e questo fa paura, ma è anche necessario.

Daisy parte, Sandy rimane, ma le storie si intrecciano: Sandy fa il suo nido vicino alla casa di un signore molto gentile, Adam, mentre Daisy arriva a Marrakech. Dal libro si intuisce che solitamente Marrakech non è la tappa finale ma, incuriosite – o forse confuse – dal gran frastuono, le cicogne scendono in città, dove sono travolte dall’odore delle spezie e i suoni tipici del mercanteggiare. In effetti, sebbene le cicogne siano ormai diventate uno dei simboli di Marrakech, non è stato sempre così: per molto tempo le cicogne hanno solo sorvolato il Marocco, per poi giungere alle loro destinazioni finali, il Senegal, la Nigeria, il Ciad. È solo da pochi anni che alcune di loro hanno cominciato a fermarsi a Marrakech, come se avessero scelto quella città piuttosto che un’altra. 

Illustrazione di Ginevra Vacalebre

Carolina Germini, l’autrice di questo prezioso racconto, immagina che fra queste cicogne ci sia proprio il gruppo di Daisy, che infatti lì si ferma. Daisy è felicissima, passa le giornate a volteggiare attorno al minareto, ascolta il canto del muezzin e, quando è stanca dei rumori assordanti della città, trova rifugio sui tetti dei Riad, dove può pensare in tranquillità. Un giorno, mentre osserva la città dall’alto, tutto le diventa chiaro: è a Marrakech che vuole vivere, almeno fin quando ne avrà voglia. Neanche lei partirà più!

Io non parto più è un libro avvincente, con tutti gli ingredienti tipici del romanzo di formazione: la sfida da superare per diventare adulti, la paura dell’ignoto, l’atto di coraggio finale. È però anche un libro che ribalta ogni regola, perché gli uccelli migratori protagonisti della storia, Sandy e Daisy, decidono ad un tratto di non migrare più e questo gesto, così inconsueto, è tanto potente da aprire un immenso orizzonte di discussione sul nostro modo di confrontarci con il fenomeno della migrazione.

Nessuno mette in discussione il bisogno di un uccello di migrare, è la sua natura. Ma per qualche motivo sembra che noi esseri umani abbiamo il dovere morale di rimanere incastrati laddove il caso ci ha fatto nascere, o che, se proprio vogliamo migrare, debba esserci una ragione valida per farlo. Sandy e Daisy ci mostrano il diritto di scegliere liberamente dove vivere, e simboleggiano così il potere dell’autodeterminazione: pur rimanendo uccelli migratori, decidono di non migrare più.

Daisy, che pure è nata a Delft, scopre di sentirsi davvero bene solo a Marrakech; Sandy, che per tutta la vita ha viaggiato senza sosta, sceglie di invecchiare in Olanda. Ma è così diverso da quel che succede a noi? Gli esseri umani migrano da sempre: alcuni, come Sandy, si stancano di viaggiare e si fermano in un luogo che diventa la loro unica casa; altri sentono di essere se stessi solo mentre viaggiano, non privilegiano una città ma si sentono a casa dispersi nel mondo; altri ancora partono a malincuore e non hanno la fortuna di trovare un posto che rassomigli a casa loro. Gli esseri umani, proprio come le cicogne, sono animali migratori e le frontiere, convenzioni da noi imposte, violano un diritto fondamentale, quello di attraversarlo un po’ tutto, questo pianeta su cui siamo capitati.

Non è casuale che Io non parto più sia pubblicato da Momo Edizioni, una casa editrice indipendente che da sempre lavora per raccontare il fenomeno della migrazione in modo propositivo e innovativo. Ed infatti nel libro la questione del diritto di migrare è raccontata con una tenerezza limpida, originale e quasi commovente.

La talentuosa illustratrice Ginevra Vacalebre, ha rappresentato con cura non solo l’affetto fra le cicogne protagoniste, ma anche il senso di comunità di questi uccelli: i prati a macchie sopra cui volano le cicogne, le case alte e strette tipicamente olandesi, i colori sgargianti del sud Italia e il cielo stellato su cui si stendono le Tombe Saadiane, restituiscono tutta la magia della narrazione. È difficile dire se siano le parole ad accompagnare i disegni o i disegni le parole, ma non importa: è evidente che Carolina Germini e Ginevra Vacalebre si siano espresse all’unisono, anche se ognuna nel modo che più gli appartiene – Carolina scrivendo, Ginevra disegnando – tanto da sembrare che a unirle sia lo stesso filo rosso che Sandy e Daisy legano alla zampa, per ricordarsi sempre l’una dell’altra.

Dopotutto, il messaggio del libro è che solo osservando il mondo degli animali, senza dimenticare di essere noi stessi animali, possiamo scoprire qualcosa in più su noi stessi.

Immaginate di essere voi, con le vostre braccia, le vostre gambe, i vostri piedi, i vostri occhi, ma che il mondo anche per voi, così come per le cicogne, sia senza frontiere. Immaginate di poter vivere dove volete, di migrare dall’Europa al Sud-America fino in Asia, senza che nessuno ve ne chieda conto. Immaginate un mondo in cui il Mar Mediterraneo non sia un cimitero a cielo aperto ma un crocevia di persone che vanno e vengono con grandi sogni e nessun timore. Immaginate che festa, se invece degli arroganti che urlano “tornatene al tuo Paese” le persone accogliessero chi migra con la semplicità con cui il Signor Adam costruisce il nido a Sandy una volta che lei sceglie di rimanere a Delft. Immaginate che meraviglia se le città accogliessero i migranti come Marrakech ha accolto quelle cicogne che un giorno hanno cambiato la propria rotta e si sono stabilite sui tetti di quella città.

Immaginate come sarebbe bello, colorato e ricco il mondo, se migrare fosse semplice come lo è per le cicogne. Immaginate che aria di libertà!





Mappa realizzata da Denis Borgna per illustrare il viaggio delle cicogne

Santa Monica come Castiglione della Pescaia: a Los Angeles con la regista Lucia Senesi

Lucia Senesi è una giovane regista, sceneggiatrice e scrittrice italiana. Come molti suoi coetanei, ha deciso di abbandonare l’Italia per avere quella possibilità che nel nostro Paese viene spesso negata. Attraverso un duro lavoro e molta costanza, il suo ultimo film A short story sta viaggiando per i festival di tutto il mondo. Centro della sua ispirazione: una città che è un coacervo di contraddizioni. 

Lucia, sei nata e cresciuta ad Arezzo, come ci sei finita a Los Angeles?

Ho iniziato realizzando un documentario che mi ha impegnata due anni e mezzo, quasi tre. Mi ha preso tantissimo tempo perché abbiamo girato in varie città italiane e europee. Vivevo a Roma da cinque anni e l’ultima fase del mio periodo romano è stata determinata dal documentario. Roma si ama e si odia, appena si va via manca subito, ma può diventare una città molto invadente. A un certo punto ho sentito l’esigenza di andare via. In realtà Los Angeles non era in programma, volevo andare a Parigi, era stato un mio desiderio per anni.

Nel mio lavoro cerco di portare avanti sempre insieme cinema e letteratura, ed è una cosa molto difficile da fare in Europa dove invece ti chiedono di scegliere. L’America ti dà più libertà, non sei vista male se vuoi fare più cose allo stesso tempo. Per tornare alla domanda che mi hai fatto, stavo cercando sia lavori in case di produzioni a Parigi, dove ho ambientato un film, sia lavori in case editrici. 

La scelta di Los Angeles è stata improvvisa, avevo visto una classe con un regista con cui mi interessava lavorare e  ho mandato i miei lavori. Mi hanno ricontatto un mese dopo. Mi ricordo che ero a Roma a vedere un film di François Ozon, un film bellissimo, si intitola Frantz. Alla fine della proiezione mi arrivò questa mail, con cui mi comunicavano che avevo un colloquio tre giorni dopo a Los Angeles. In quel periodo stavo lavorando al documentario Avanti. Abituata come ero a partire ogni giorno, non ho realizzato che stavo andando dall’altra parte del mondo; sono partita con il mio piccolo trolley e sono arrivata qua, che è tutto un altro mondo. Poi ci sono rimasta.

Los Angeles è un po’ come Roma, all’inizio sicuramente da europei è facile odiarla.  È una città estremamente cara e su questo non tiene il confronto con Roma. Ci sono rimasta non per la città in sé ma per il lavoro. Los Angeles, insieme a New York, altra città che conosco bene dell’America, rappresentano i fulcri estremi di quello che sta succedendo nel mondo. Sono due città dove la rappresentazione del reale è più importante del reale. Ed è agghiacciante per chi ha un background umanistico di filosofia o di letteratura, però è anche vero che è una città dove ci sono tantissime opportunità e tanta meritocrazia, che secondo me è quello che manca di più in Europa, ecco perché i giovani se ne vanno.

Cosa ti ha colpito di Los Angeles da regista, sceneggiatrice e scrittrice?

Come ti dicevo, è una città che prende molto tempo, poi non giriamoci troppo intorno…è difficile perché c’è Hollywood! Per tutti noi che abbiamo letto Guy Debord, La società dello spettacolo, è esattamente quello. Se devo paragonare Hollywood a qualcosa non  penso certo a Roma o a Parigi, ma più ad un posto come Arezzo: un luogo estremamente provinciale con un bassissimo livello di educazione, dove tutto si basa sull’immagine che loro vogliono rappresentare di sé stessi, che però non è reale. 

Poi Hollywood non è Los Angeles. È una città molto grande, quasi come fosse una regione con tante piccole città all’interno messe assieme. C’è Hollywood, che sarebbe West Hollywood, e rappresenta tutto quello di cui abbiamo parlato, poi c’è la West Side, dove vivo anche io, che è Santa Monica e Westwood, dove è situata U.C.L.A., e  l’East Side che è un po’ più intellettuale. Ad esempio, molti scrittori come Ottessa Moshfegh, hanno scelto di lasciare New York per vivere qui, poi con questa pandemia è cambiato tutto. È una città molto complessa dove puoi incontrare tantissimi tipi di persone. Il mio cortometraggio A short story è tipico della West Side perché ci sono queste contraddizioni. C’è il personaggio hollywodiano, però c’è anche la professoressa di U.C.L.A., ci sono gli studenti  e poi ci sono i camerieri di queste persone. Una cosa che io ho notato subito: la working class qua è messicana. Da noi come camerieri lavorano anche gli italiani e i bianchi, qui no. Mi sembra una cosa della società molto vecchio stile.

https://newsroom.ucla.edu/releases/ucla-more-inclusive-environment-for-black-life

Hai realizzato un cortometraggio e il documentario “Avanti” in Italia, mentre “A short story ” in America, quanto sono legati i tuoi lavori al luogo in cui li hai partoriti? 

Non potrei mai scrivere una storia che è totalmente identica in posti diversi. A short story è molto tipica di un luogo come Santa Monica, non significa che a Saint-Germain-des-Prés non potrebbe esserci qualcosa di simile, ma comunque con delle dinamiche diverse. Le mie storie sono cento per cento sempre legate al luogo dove sono pensate. Questa è una storia che ho scritto dopo un anno e mezzo che vivevo a Los Angeles, forse due.

Non scrivo mai storie senza aver prima elaborato un contesto. Una cosa che ho fatto, appena mi sono trasferita qua, è stata scrivere ad un professore di U.C.L.A. e fargli vedere Avanti. Poi ho iniziato a frequentare dei seminari sempre lì ed è stato interessantissimo perché ti ritrovi a fare lezione con Judith Butler e Wendy Brown. Così i filosofi che prima leggevo a casa erano lì davanti e puoi fare domande. La prima volta che ho visto dei ragazzi fare delle domande a Judith Butler ero sconvolta! Quindi ho utilizzato tutto quello che avevo vissuto in questo periodo: sia la mia esperienza all’interno dell’accademia, sia quella all’interno della città.  Poi le storie che mi interessano nascono sempre dal conflitto. Devo sempre cercare quell’idea di contraddizione che è all’interno di qualcosa perché altrimenti fai Disney. In questo senso città che hanno al loro interno molte contraddizioni ti aiutano nello storytelling, perché lo costruisci attorno a quelle contraddizioni. 

Ritornando al tuo documentario “Avanti”, si percepiva una forte componente europea. Passando da Madrid, a Parigi, alla Sardegna ed altro. Questa forte appartenenza europea come l’hai utilizzata in America?

Ovviamente l’America, essendo un Paese giovane, è interessata alla cultura europea, almeno per quel che riguarda il mondo intellettuale. Come dicevo prima, c’è una fortissima idea di meritocrazia. Per essere onesti dobbiamo dire che questa idea di american dream  è finta. Non esiste che vai in America e cambi vita, devi lavorare tantissimo e devi lavorare il doppio di quanto lavorano gli americani perché devi farti una vita, pagare l’affitto e così via. È molto più difficile rispetto a chi è americano, però soprattutto nel mondo intellettuale c’è grandissimo interesse per tutto quello che riguarda la nostra cultura.

Tra poco uscirà un mio articolo sulla Madonna del Parto di Piero Della Francesca, soprattutto legato ai film di Nostalghia di Tarkovskij e La prima notte di quiete di Zurlini. In America il mio primo articolo venne letto da alcuni editors  senza sapere nulla di me. In Europa non funziona così, riesci a pubblicare se hai conoscenze nell’ambiente. Non dico che in America non sia così, perché anche qua se sei la figlia di qualcuno hai il terreno spianato rispetto ad un’altra persona. In America ti pubblicano sulla base del valore di quell’articolo, non sulla base si chi sei.  Quello che fa un po’ paura dell’Italia, soprattutto ritornando al cinema, è che negli ultimi anni c’è sempre stata la stessa categoria di persone che ha accesso al poter dire qualcosa anche quando non hanno nulla da dire, ed quella è la cosa peggiore. 

Ryan Gosling in La la land diceva «Questa è Hollywood, idolatrano tutto, ma non danno valore a nulla», da italiana che fa cinema in America è vero? 

Sì, sempre in Lala land, non mi ricordo chi ad un certo punto deve andare ad una festa e c’è questa battuta «It’s always the group of social climbing» cioè  ci sono sempre gli stessi arrampicatori sociali. Non che non ci sia a Roma perché abbiamo visto con La grande Bellezza di Paolo Sorrentino. È sempre un po’ lo stesso discorso su quei gruppi che si chiamano elitari, con la differenza che negli anni settanta c’era un gruppo elitario che aveva un certo tipo di cultura. Se tu riguardi La Terrazza di Ettore Scola, che è uno dei miei film preferiti, lui è bravissimo a raccontare in modo ridicolo questo compiacimento che tutti i personaggi hanno. C’è una differenza tra l’elitario che può parlare di Nietzsche e Lenin  e quelli che non sanno neanche chi sono. Quindi è il passaggio in peggio che siamo andati a fare il vero disastro.

Parecchi tempo fa, ho letto su i tuoi social un post dove affermavi di aver incontrato più comunisti a Los Angeles in poche settimane che a Roma in cinque anni. Gli abitanti di Los Angeles nel nostro immaginario non sono proprio comunisti, che cosa hai trovato in loro che a Roma mancava?

Devo dire la verità: solo le prime due settimane. Poi è andata molto a scemare questa cosa. Avevo conosciuto questo signore che vende dischi d’epoca a Hollywood e mi aveva regalato un disco su questo film Reds, bellissimo, sulla sinistra americana. Poi ho incontrato il padre di una mia amica che ha fatto parte del partito comunista cileno. Ci sono tantissimi immigrati che per stare qui devono lavorare e con loro mi capisco di più rispetto agli americani che hanno trovato già tutto fatto da qualcun altro.  Una cosa che ho capito e che non sapevo: gli americani vivono tutti con il loro mensile, al di sopra del loro stile di vita. Adesso con la pandemia Los Angeles sta quasi diventando una città fantasma, perché se non lavorano non possono mantenere quello stile di vita. Qui loro pensano di avere un valore solo perché sono ricchi. Non importa se non hanno educazione, se non lavorano. L’unica cosa è dimostrare che tu hai dei soldi all’interno della società ed ancora peggio, una cosa che ho notato qua è il politicamente corretto: persone giovani di venti, trenta anni che non hanno un lavoro, però hanno dei padri o mariti ricchi e che quindi stanno nella piscina della villa a twittare che loro fanno beneficenza. È folle! Non lo fanno neanche con cattiveria, per loro significa davvero avere un valore.

Tu vivi a Santa Monica, ho letto in un’intervista che per te Santa Monica è come Castiglione della Peschaia, è vero?

Ovviamente, se pensi a Santa Monica o Venice Beach, quello che ti viene in mente rispetto alle immagini che girano nel resto del mondo sono queste ragazze giovanissime in bikini che pattinano tutto il giorno, i serfisti e cose così. Per me non è questo.  Penso che nei luoghi si va a cercare le cose che ci piacciono, credo che sia una cosa naturale.

Sono molto fortunata perché dal mio terrazzo si vede la spiaggia ed è un quartiere molto familiare il mio, un luogo molto sereno. Vado molto in spiaggia la mattina presto ed è una cosa bellissima perché non ci sono turisti, non ci sono tutti quei personaggi di cui parlavamo. Una mattina addirittura ho visto una cosa che non avevo mai visto prima: l’intero delfino dentro l’onda. Mia zia ha una casa a Castiglione della Pescaia quindi è un luogo che conosco molto bene. Calvino è sepolto lì, è un posto bellissimo. È un paese medievale dove sali su, c’è questo cimitero e dietro la tomba di Calvino c’è il mare ed è molto silenzioso, soprattutto la mattina presto. Mi sembra un po’ una scelta simile, se decidi di fare un lavoro creativo hai bisogno di costruirti un tuo emisfero di tranquillità. Certo per poter lavorare devi stare in mezzo a tutto quello di cui parlavamo prima: Hollywood e l’apparire, però umanamente di distrugge e poi hai bisogno di tornare a quelle che tu sai sono cose reali e tangibili. 

Progetti futuri?

Sto adattando A short story ad un lungometraggio. Credo sia molto interessante far vedere come si incontra e si scontra il mondo di Hollywood con il mondo accademico, non penso che l’abbia fatto qualcuno prima. 

Foto di Marco Tomaselli

Mi avvicino a te per zone di sole

Mi avvicino a te per zone di sole,

stupori un po’ nascosti e ritrovati

per l’aurea nebbia, che i dimenticati 

palazzi rivela. Scarta parole





con me, Ezra, tu giovane, tu vecchio,

comunque Dio ti voglia, sulla panca

di questa collinetta antica e stanca

d’istanti, ripescati in qualche secchio.





M’aidez a ricomporre quei dettagli

di quel lontano aprile, detto maggio.

Quanti doppioni, quanti falsi abbagli





dall’armatura dentro al Colosseo.

Me la indicò chi mi disse: «coraggio!».

Da allora mi sentii d’inerzia reo.





Tommaso Cavani

Del “passare attraverso”. Memoria, identità, esperienze a Studentenstadt di Monaco di Baviera

English version

Una pioggia di volantini. Era il 18 febbraio 1943 quando Sophie Scholl, studentessa ventunenne di biologia e filosofia, percorse i corridoi deserti della Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco, in compagnia del fratello Hans. Salì le imponenti scale fino alla balaustra, e da lì, dando un piccolo colpo alla risma di fogli appoggiata, lasciò cadere sugli studenti che si stavano affollando nell’atrio quello che sarebbe stato il sesto – e ultimo – volantino della Rosa Bianca.

L’azione della Rosa Bianca – die Weiβe Rose – è stata uno dei più significativi e commoventi esempi di resistenza tedesca al Terzo Reich. Un gruppo di giovani universitari, che frequentava le lezioni su Leibniz del professor Kurt Huber, e si nutriva delle pagine di Schiller, Goethe e Novalis, redasse sei volantini indirizzati agli studenti e agli intellettuali della Germania. I fogli ciclostilati si appellavano alla coscienza del popolo tedesco, al «dovere morale» di rovesciare il regime nazionalsocialista, invitando al sabotaggio, alla contrapposizione attiva e alla resistenza passiva. Scrissero “Abbasso Hitler” e “Freiheit” (libertà) sui muri dell’Università e degli edifici circostanti. «Es lebe die Freiheit!» («Viva la libertà!») è quel che gridò Hans un attimo prima di essere giustiziato in quello stesso febbraio, dopo un processo farsa, insieme alla sorella e a Cristoph Probst.

Settantacinque anni dopo sarei entrata per la prima volta nell’austera Ludwig-Maximilians-Universität, dove avrei trascorso il Sommersemester, un semestre estivo da dedicare alla tesi di laurea.

I volantini lanciati da Sophie Scholl non possono più essere spostati dal vento o essere sbiaditi dalla neve che accompagna ogni inverno tedesco: si sono fatti pietra, incastonati tra i sampietrini di fronte all’ingresso principale. Un intelligente monumento, che con discrezione, induce letteralmente chi vi si accosta ad “inciampare” nella memoria. Le due piazze speculari che ospitano i due edifici principali dell’Università si chiamano oggi Geschwister-Scholl-Platz e Professor-Huber-Platz.

I nomi degli altri ragazzi che lottarono in nome di «libertà di parola, libertà di fede, difesa dei singoli cittadini dall’arbitrio dei criminali stati fondati sulla violenza», come fondamenti per la costruzione di una «nuova Europa», sono oggi anche i nomi delle vie di Studentenstadt Freimann, il più grande complesso residenziale per studenti dell’intera Germania, costruito negli anni Sessanta.

Così, con una finestra affacciata sul Nordteil dell’Englischer Garten – la parte più selvaggia di questo immenso giardino che ad aprile si riveste di fiori gialli –, ho vissuto sei mesi in una via che porta il nome di Willi Graf.

Studentenstadt è considerato dalla maggior parte dei giovani che vi abitano come un campo di sperimentazione sociale e culturale. Si può infatti considerare come un grande esperimento di auto-organizzazione: quasi tutte le attività amministrative, la gestione dei bar e dei negozi, e l’ideazione degli eventi sono in mano all’iniziativa studentesca.

Ogni mattina scendevo veloce le scale del mio palazzo, per dirigermi verso il Brotladen: qui i ragazzi bevono caffè e fanno colazione, giocano a scacchi, suonano la chitarra. Ogni mattina si ricrea il senso di una piccola comunità attorno ai grandi tavoli di legno, senso che viene enormemente amplificato durante le giornate dello StuStaCulum. Tra fine maggio e i primi giorni di giugno gli spazi dello studentato si riempiono di palchi, graffiti e visitatori: lo StuStaCulum è infatti un vivace festival teatrale e musicale al quale prendono parte numerosi artisti indipendenti accanto a gruppi più affermati. Ogni anno, ad inizio estate, la “città degli studenti” si prepara ad accogliere “la città là fuori”, Monaco.

Studentenstadt tende a configurarsi davvero come “una città dentro la città”. E al tempo stesso, percorrendo il corridoio del piano – o Stock – in cui si abita, si ha l’impressione di poter incontrare il mondo intero. L’interagire di persone di ogni nazionalità, giunte in unico luogo da contesti culturali lontanissimi tra loro, crea quella che per Winnie è «la più brillante diversità»: un concetto che forse Studentenstadt abbraccia più di qualunque altro posto a Monaco. Winnie, studentessa tedesca trasferitasi da Braunschweig per studiare ingegneria meccanica, ha origini cinesi e delicati tratti orientali: racconta di «un enorme problema d’identità» con cui spesso si è dovuta confrontare. L’atmosfera e la sensibilità multiculturale di Studentenstadt, in cui nessuno farebbe mai un commento superficiale – o addirittura razzista – sulla sua provenienza, è il portato più prezioso della sua permanenza nello studentato.

I ragazzi intervistati parlano inglese con accenti differenti, e colorano il discorso di diverse sfumature, ma tutte le loro risposte sembrano articolarsi attorno ad un’unica parola: “identità”. Descrivono il contesto internazionale in cui si sono trovati immersi come uno “specchio”, che riflettendo lo sguardo degli altri, costringe ad interrogarsi in maniera più radicale su se stessi, rendendo al contempo maggiormente coscienti della propria struttura identitaria.

Şimal, studentessa di management e scienze informatiche originaria di Istanbul, racconta di come il cercare di comprendere la propria identità nazionale sia stato lo scoglio più arduo da affrontare. Rimanere in un contesto in cui non si ha l’impatto con alcun tipo di diversità, non consente di acquisire una corretta percezione della propria «posizione nel mondo». L’arrivare in Germania le ha invece permesso di constatare un grande divario tra il proprio “essere turca” e l’“essere turchi” della generazione di lavoratori immigrati durante gli anni Sessanta. L’aspetto più trasformativo della sua esperienza tedesca risiede quindi nell’essersi posta fondamentali domande riguardo alle possibilità di integrazione e alle proprie radici. Studiare e approfondire la storia della Turchia è diventato per Şimal un passatempo, ma anche una questione di responsabilità, scaturita dal desiderio di poter rappresentare se stessa e la propria cultura in maniera più consapevole.

Lyn, che durante gli anni trascorsi a Studentenstadt frequentava un master di Ricerca sull’insegnamento e sull’apprendimento, crede di non aver mai pronunciato le parole “sono asiatica” prima di arrivare in Germania. Prima di giungere in Europa, non aveva mai avvertito la necessità di «giustificare» la propria identità, o il bisogno di riflettere sulla “definizione” di se stessa in quanto “singaporiana” o “cinese”. Nonostante talvolta abbia avvertito anche tra gli studenti il radicamento di determinati stereotipi, ai quali inevitabilmente una realtà stratificata e complessa non corrisponde, ricorda lo studentato come un angolo «sicuro», capace di offrire una grande opportunità di crescita e costruzione personale. È un luogo che sembra restituire una sorta di «adolescenza», con il fiorente senso di possibilità che accompagna i nuovi inizi. Una città nella città che protegge dagli errori, dagli inciampi e dai giudizi.

È una città che talvolta, però, rischia di assumere le vedute e i contorni ristretti di una “cittadina”. Questa è la sensazione di Charlotte, anche lei iscritta a ingegneria meccanica. È un ambiente che tende a configurarsi esso stesso come una piccola società, la cui chiusura può dare adito al pettegolezzo e alla chiacchiera. Nonostante Charlotte arrivi da Berlino e sia avvezza ad un ambiente fortemente multiculturale, racconta di come l’incontro con le persone conosciute a Studentenstadt le abbia regalato la possibilità e il piacere di riconnettersi ancora una volta con le proprie radici francesi. Una parte di sé e della sua infanzia, messa in ombra nelle precedenti frequentazioni, ma che complica e sfaccetta un’appartenenza unicamente tedesca.

Attraversare gli spazi comuni di uno studentato equivale ad essere «esposti», e a rivelare, anche attraverso piccoli dettagli – come l’orario in cui si cena, o le spezie utilizzate mentre si cucina –, quale sia la propria provenienza.

In questo senso J.C., studente di informatica di origini cinesi, ma trasferito a Singapore da dieci anni, racconta di come in Germania si sia sentito per la prima volta «obbligato ad adattarsi ad una cultura». A Singapore si tende ad evitare il contatto visivo e ci si saluta soltanto quando la conoscenza è già approfondita: le prime conversazioni nella cucina dello studentato sono dunque state affrontate con qualche nervosismo e imbarazzo. L’essere stato in grado di abituarsi ad una nuova modalità di scambio, ed essersene profondamente innamorato, ha determinato quella che J.C. definisce “a life-changing experience”. Ricorda con nostalgia le cene organizzate e le serate passate a cantare insieme: l’esperienza a Studentenstadt, per quanto transitoria, ha permesso di stabilire connessioni profonde con le persone conosciute, che permangono e si “riattivano” anche a distanza di anni.

«Da un punto di vista antropologico, la cucina è lo spazio più importante di una casa: è un incredibile scenario in cui osservare le persone interagire». Così afferma Andres, giunto da Medellín per frequentare lo stesso master di Lyn. Andres arriva in Germania con la moglie Gloria: essere una coppia adulta a Studentenstadt, con obiettivi e propositi differenti dagli studenti con cui convivono, è una condizione molto particolare. Imbattersi in un contesto così eterogeneo si trasforma in un’occasione di conferma della loro identità culturale, che esprimono con orgoglio, riempiendo gli spazi condivisi di musica, pietanze e accoglienza. Per Andres e Gloria il periodo tedesco offre anche una conferma al loro amore e alla loro volontà di stare insieme. Il primo maggio – un giorno significativamente internazionale – nasce la loro piccola Zoe: diventare genitori in uno studentato incontra la solidarietà degli amici da cui sono circondati. L’avere attraversato un luogo simile, in cui tolleranza e cura si intrecciano, si è tradotto, al ritorno in Colombia, in uno “sguardo” trasformato nei confronti degli altri Paesi e del proprio.

Sofia studia filosofia e arriva da Maiorca. Anche lei ha origini latinoamericane: parla del suo mixed background, e di come, prima di arrivare in Germania, stesse lottando per tentare di pacificarsi con la propria identità e le proprie radici. Arrivando a Studentenstadt, ha iniziato a realizzare quanto fosse un posto sostanzialmente neutrale, capace di mettere faccia a faccia persone da luoghi lontanissimi, e regalare loro una percezione simile delle cose. Una più sottile sensibilità e comprensione delle persone, è forse il più importante lascito della sua lunga permanenza a Studentenstadt. Imparare a comunicare, adottando anche un linguaggio non verbale, è un tassello fondamentale in questa esperienza di crescita, che aiuta a dirimere i malintesi che talvolta derivano da una differente appartenenza culturale. Sofia avverte Studentenstadt come un luogo protetto che non vorrebbe lasciare, ma crede che recidere il legame e affacciarsi al mondo “là fuori” sia necessario perché la propria evoluzione non si arresti.

Parla di un «piccolo miracolo» avvenuto in questi corridoi: è un «privilegio» avere incontrato persone provenienti da tutto il mondo, avere esperito insieme questa «intersezione», nonostante ognuno, poi, allontanandosi, intraprenderà diversi percorsi.

Nelle parole di questi ragazzi risiede forse il significato più pregnante del termine “esperienza”, che in tedesco – Erfahrung – conserva intrinsecamente l’idea del “viaggio” e del “passare attraverso”.

Studentenstadt è per chiunque vi abbia abitato una tappa transitoria, ma decisiva: attraverso il contatto con un’alterità, viene a consolidarsi e ad affinarsi una soggettività più aperta, sensibile ed autocosciente. E forse, nella ricchezza di questa esperienza è possibile – raccogliendo l’eredità dei giovani della Rosa Bianca a cui queste vie sono intitolate – rintracciare le fondamenta per la costruzione di una «nuova» solidarietà europea e globale.

Nedostaješ mi, Sarajevo

Non mi permetto di giudicarti, 

come potrei? 

Però è accaduto che ti abbia incontrata;

così voglio fissare delle immagini,

nitide ed immobili 

come le stalattiti di gennaio 

che bloccano a mezz’aria il loro congedo dalle grondaie.

Ho percorso le tue stradine tortuose ed arroccate

alla fine delle quali puoi trovare una pekara,

un cane randagio, un grandioso panorama o assolutamente nulla. 

Il canto dei Muezzin, così magico e struggente

da finire col chiederti se provenga davvero da fuori

o sia dentro di te. 

La neve, la neve, la neve; 

il ghiaccio, l’ineluttabile capitombolo sul ghiaccio.

La neve. 

E poi è così strano come i tuoi cimiteri di guerra

siano quelli che mi hanno lasciata più in pace.

Elisa Bernelli

Quanto è grande un metro?

Quando abbiamo imparato a misurare lo spazio e ad accorgerci della sua esistenza? Forse tutte quelle volte in cui da bambini volevamo raggiungere delizie proibite nella credenza e, non arrivando così in alto, ci arrampicavamo su una sedia. Magari invece quando giocavamo nel cortile della scuola ad “Acchiappa bandiera” e “Guardia e ladri”. Ma è in assoluto “Un due tre stella” forse il gioco più utile tra tutti per imparare a misurarsi con lo spazio e per comprendere la sua stretta relazione con il tempo. Mentre il compagno di spalle, appoggiato al muro, conta fino a tre, gli altri devono essere rapidissimi e allo stesso tempo sapere quando è il momento giusto di fermarsi. I più coraggiosi osano e si muovono ancora quando viene pronunciato il fatidico “stella”. Ma non sempre fanno in tempo a ritrovare l’equilibro e così devono tornare indietro. Una bella lezione allora quella trasmessa da questo gioco: se non impari a misurare lo spazio e il tempo, sei costretto a ricominciare da capo.

Da qualche tempo, da quando la pandemia ha rivoluzionato le nostre esistenze, non solo i bambini ma anche gli adulti sono dovuti tornare al punto di partenza. Quanto misura un metro? Ce lo eravamo mai chiesti? Certo. E vedo già le mani alzate di qualche bambino pronto a rispondermi «100 cm». E in fondo non avrebbe tutti i torti. Ma nessuno forse, prima di questo momento, si era mai dovuto preoccupare di misurare la distanza tra sé e gli altri. Quanto devo starti lontano per proteggerti? È questa la domanda a cui prova a rispondere Un metro.

Un metro di Sara Gomel con le illustrazioni di Chiara Ficarelli, Orecchio Acerbo, euro 13

Il libro, scritto da Sora Gomel e arricchitto dalle meravigliose illustrazioni di Chiara Ficarelli, è uscito a ottobre per la casa editrice Orecchio Acerbo. Tenerlo in mano e sfogliarlo è divertente; ha le dimensioni di una piccola scatola di cioccolatini, si apre come una fisarmonica e misura esattamente un metro.

La storia ha inizio con l’annuncio di un’edizione straordinaria del telegiornale e con la notizia che una nuova legge è stata approvata. Da quel momento sarà obbligatorio tenersi a un metro di distanza. Bisognerà rinunciare agli abbracci, alle acchiapparelle e a tutte quelle cose magnifiche a cui eravamo da sempre abituati. Un gran bel cambiamento! Comincia così l’avventura della protagonista, una bambina curiosa che inizia a osservare il mondo con occhi diversi, a misurare le stelle, a domandarsi quanti gatti e quante formiche possono essere contenute in un metro. Aprendo il libro dall’altro lato, sempre come una fisarmonica, ci accorgiamo che la protagonista non è la sola ad aver iniziato a misurare tutto ciò che ha intorno. Il mondo improvvisamente sembra non pensare ad altro.

Sara Gomel costruisce attraverso queste pagine una storia originale, riuscendo a cogliere l’aspetto filosofico e vitale dell’enorme cambiamento che ha stravolto le nostre esistenze. Le illustrazioni di Chiara Ficarelli accompagnano perfettamente, con eleganza e delicatezza, la grande avventura della protagonista, che poi, pensandoci bene, è anche la nostra.

Foto di Enzo Righeschi

Milano, metropoli accidentale

La metropoli accidentale è una raccolta di conversazioni su Milano pubblicata nel 1994 da Cronopio. È il terzo titolo di Soglie (i primi due sono La città porosa su Napoli e Communis patria su Roma), collana inaugurata negli anni Novanta dalla casa editrice partenopea per indagare il tema dello spazio, la soglia come luogo fisico, e per ispirare una riflessione sul concetto di città alle porte del nuovo millennio.

Le conversazioni milanesi sono introdotte e orchestrate da Patrizia Ranzo, curatrice dell’edizione, che nel corso di 121 pagine agili e dense intervista personalità del calibro di Emilio Tadini, Andrea Branzi, Francesco Dal Co, Gabriele Salvatores, Carlo Sini. È proprio uno degli intervistati, Branzi, a dare per il capoluogo lombardo la definizione di «metropoli accidentale», regalando il titolo a questo prezioso volumetto.

La Metropoli accidentale, Cronopio, euro 11,36

Perché accidentale? Perché Milano, sostiene Branzi, si è trasformata in metropoli senza averne coscienza. È diventata una città priva di volto, che si estende da Novara a Brescia. Non possiede gli aspetti della metropoli fredda, come Tokyo, non appartiene alle metropoli ibride, come New York. Milano ha un carattere più omogeneo, che però è dato – come precisa Dal Co – dall’essere una meta, un non luogo, uno spazio disadorno e attraversabile.

Fondazione Prada

«Si nega alla percezione immediata, alla piacevolezza che è caratteristica di parecchie città italiane» afferma Sini; e quasi tutti gli intervistati concordano nel dire che Milano non è bella per ciò che è, ma per ciò che fa e diffonde.

Di conversazione in conversazione, il Sessantotto e l’inizio della Seconda Repubblica si profilano come i due estremi cronologici di questa corale meditazione milanese. In mezzo ci sono la stagione del terrorismo e quella del riflusso, la Milano armata e la Milano da bere. Un trentennio breve divide il punto di partenza della riflessione dal punto di arrivo; leggere oggi le interviste pubblicate da Cronopio nel ’94 ci permette di rispettare, anno più anno meno, lo stesso scarto temporale. Forse Milano è una città che preferisce i sostantivi, proprio per questo è interessante provare a elencare gli aggettivi che allora i cinque conversatori scelsero per raccontarla. Sfuggente, noiosa, mediocre, europea, malinconica, scostante, pratica, nebbiosa, restia (alle autorappresentazioni), moderna (in modo circospetto), chiusa, ruvida, elegante, infernale, tedesca e mediterranea, fredda e latina, rigorosa e superficiale, borghese, operaia, internazionale, costretta, libera, anti-italiana, anti-barocca, incerta, creativa, mentale, delusa.

Negli anni Novanta Milano stava attraversando una crisi d’identità. Da città industriale era diventata, come scrive John Foot in Milano dopo il miracolo, «una metropoli di immenso successo postindustriale, in una transizione meteorica che ha lasciato molti cittadini e altri gruppi sociali disorientati e persino traumatizzati». Inoltre, il collasso del sistema tangentizio e il diffuso disincanto verso la vita civile stavano consumando dall’interno il mito della capitale morale. È in questo scenario che Ranzo propone, con le sue conversazioni, un riscatto culturale del capoluogo lombardo. Agli intervistati, tutti umanisti seppure con formazioni diverse, viene chiesto di individuare alcuni connotati della milanesità, quei pregi su cui puntare per rilanciare il proverbiale dinamismo della città.

Una delle qualità che Milano non ha perso nei decenni è, tornando al titolo del libro, quella di saper vedere negli accidenti dei complici e non degli ostacoli. E poi? Cos’altro resta, oggi, della metropoli accidentale degli anni Novanta? L’austerità e la severità, certamente. Sorvegliata, contraria agli eccessi e ai facili entusiasmi, Milano lo è e lo è sempre stata. Città d’avventure, ma mai avventata. Non inizia una cosa se prima non ha fatto una stima, un’attenta valutazione. «Tutto sommato» è l’incipit de La vita agra di Luciano Bianciardi. «Tutto considerato» è la frase con cui comincia Tirar mattina di Umberto Simonetta. Nemmeno i due romanzi più scatenati sulla Milano imbizzarrita e onnivora degli anni del boom possono rinunciare a quel tipico senso ambrosiano della misura, cioè del calcolare e del ponderare, del tutto sommato e del tutto considerato.

Villa Necchi Campiglio

La parola più opportuna per Milano è probabilmente quella che usa Sini: “medietà”. Lo è per via dell’indole pacata della città. Per la sua conformazione sociale, che l’ha portata dal dopoguerra in poi a essere abitata da borghesi e operai, ma inadatta ad aristocratici e sottoproletari. Per la sua vocazione a farsi via di mezzo, crocevia tra Nord e Sud, tra Europa settentrionale e Mediterraneo. Via di mezzo però è anche il grigio, il colore più spesso associato al capoluogo lombardo. Ecco che allora, fra una conversazione e l’altra, ci viene offerto il ritratto di una metropoli rarefatta e impalpabile, fatta di indecisioni, di transizioni e distrazioni, di attese. La città della polenta: né carne, né pesce.

Questa Milano è una somma di interstizi, intervalli, intersezioni. Una conurbazione policentrica e periferica di sé stessa, perché il suo nucleo storico sembra un margine dell’hinterland. Una Babilonia modesta e minimale, che però contiene uno sterminato mondo intermedio, quello a cui Luciano Erba restituì dignità poetica con i suoi versi d’ambientazione meneghina. «Non è pittoresca» diceva Erba della Milano in cui era nato, «ma la poesia sta nel grigiore e nell’uniformità».

Colonne San Lorenzo

La poeticità della metropoli accidentale non sfugge a Tadini, che racconta la realtà milanese tra arti figurative e letteratura, e nemmeno a Salvatores, quando ricorda la gestazione del suo Kamikazen. Ed è proprio il regista premio Oscar, che nel ’94 stava lavorando a Nirvana, a esplorare nel modo più originale il tema della superficialità del capoluogo lombardo. La natura di questa città, come sostiene Sini, non sta nelle sue profondità. Traducendo l’intuizione in linguaggio cinematografico, Salvatores parla di una Milano grigio-verde, da osservare in superficie: se la filmi da dentro predomina il colore del cemento, se la riprendi dall’alto si nota maggiormente quello dei prati e dei parchi.

Biblioteca degli alberi

Nel volumetto di Ranzo, Milano è raccontata anche come città della mediocrità. “Milàn l’è un gran Milàn” recita il mantra meneghino, ma nella vulgata milanese ciò che viene detto grande è spesso caotico o pasticciato. Invece le cose fatte bene e riuscite meglio sono chiamate, in diverse varianti del lombardo, “cosine”: circoscrivibili, concluse, ridotte. Il rapporto che Milano ha con la grandezza, la propria e il concetto astratto, denuncia un’ambiguità di fondo: se da una parte la città aspira a successi e primati, dall’altra rifugge il clamore e le enormità. Questa contraddizione irrisolta sta alla radice del disincanto di cui si parlava prima; tra gli stessi conversatori prevale un senso di delusione: la grandeur ambrosiana, nel ’94, appare quasi a tutti sghemba o mutilata. È negli anni Novanta, non a caso, che nasce il contro-mito di Milano come capitale delle occasioni perse.

Da allora ne è passata d’acqua sotto ai ponticelli dei Navigli. Parlando proprio dei canali che rendono Milano una città stagionalmente liquida, ad esempio la vecchia e fatiscente Darsena è stata oggetto di un importante restyling, e oggi la nuova Darsena è uno degli spazi più battuti da meneghini e turisti. In Piazza Affari invece è comparso un dito medio in marmo alto più di dieci metri, ed è ancora là. E poi: la linea lilla, il Museo del Novecento, la rinascita della Triennale, il restauro di Casa Manzoni, BookCity, il Bosco Verticale, City Life, Expo 2015, la dimensione internazionale raggiunta dal Salone del Mobile e dal Fuori Salone, i quartieri rivoluzionati (come Portello e Isola), le piazze sospese (Gae Aulenti e Alvar Aalto), la UniCredit Tower, il nuovo Palazzo della Regione. Milano non è più la città i cui grattacieli «nemmeno sfiorano il cielo», come scriveva Carlo Castellaneta sul Corriere della Sera nel 1991.

Vista di Piazza Gae Aulenti

Il capoluogo lombardo è cambiato, e non solo nella sua fisionomia. Le mutazioni urbanistiche e architettoniche sono state causa ed effetto di un sentire nuovo: una disponibilità alla convivialità della città, dei suoi spazi esterni soprattutto, che Milano e i milanesi non avevano mai conosciuto. La metropoli abbottonata e gelosa di sé che ci viene descritta nel volumetto di Ranzo è diventata – anche drammaticamente, in questo 2020 – luogo di fermenti promiscui, di contaminazioni e contagi.Una vicenda curiosa, che racconta l’attitudine funambolica di Milano e la disinvoltura con cui la città si è reinventata nell’ultimo trentennio, è quella legata al Deposito Bulk. Nato come centro sociale occupato negli anni Novanta, in quel clima di sperimentazione e riscossa di cui le interviste pubblicate da Cronopio sono un’importante testimonianza, il Bulk è stato a lungo una delle realtà più vitali nell’underground meneghino. Dal 2013 non esiste più. Oggi, a pochi passi dal punto in cui si trovava il centro sociale, c’è il VIU, hotel a cinque stelle dotato di un mixology bar che è stato chiamato, in omaggio alla storia del quartiere in cui sorge e dei suoi luoghi, proprio Bulk.

City Life, Zaha Hadid

Questa è Milano: metropoli di accidenti e seconde vite, dove la trasformazione è moda – cambio d’abito – ed è design – ridisegnarsi. Città «utilitaria, demolita e rifatta secondo le necessità del momento, non riuscendo perciò mai a diventare antica», come scriveva Guido Piovene. Tutto considerato, anche città del rigore e della memoria (sostantivi ricorrenti nelle conversazioni trascritte da Ranzo), i cui tratti distintivi si annebbiano, si deformano e si rinnovano, tra compasso e tradizione. Senza infagottarsi negli orpelli della retorica, senza lasciarsi stingere dai colpi di spugna dell’oblio.

Vista di Milano dal Grattacielo Pirelli

L’immagine di copertina è stata scattata all’interno del Grattacielo Pirelli da Alessia Ermirio. Sue sono anche le altre foto.

Ritornare in paese: l’Italia dei borghi che stanno scomparendo

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti

Questo estratto da La luna e i falò (1950) di Cesare Pavese restituisce in modo esemplare il rapporto ambivalente con il proprio territorio d’origine che chi è cresciuto in un paese riesce a capire fino in fondo. Da una parte l’esigenza di scappare dagli orizzonti claustrofobici e dai pregiudizi di una piccola realtà, dall’altra il richiamo verso quei luoghi così familiari da essere parte di te, per quella materna accoglienza con cui nessun altro posto è in grado di riceverti.

Il pamphlet L’Italia profonda (GOG, 2019), scritto da Franco Arminio e Giovanni Lindo Ferretti, nasce da un incontro pubblico tenutosi lo scorso inverno a Palazzo dei Piceni a Roma. Franco Arminio, oltre ad essere uno scrittore e poeta, è noto a tutti come “paesologo”. Egli stesso definisce la paesologia a metà tra l’etnologia e la poesia: un atto d’amore nei confronti dei borghi italiani, destinati a diventare fantasmi se nessuno presterà loro attenzione (attenzione e non riflettori, precisa l’autore). Arminio, che viene dal piccolo paese di Bisaccia nell’Irpinia, lo sa bene. In un’epoca storica in cui le città sono la destinazione d’eccellenza per lavoratori e studenti, fulcro della produttività, Arminio vuole far riscoprire l’importanza dei paesi, luoghi considerati privi di possibilità, noiosi, fermi nel passato in un’epoca che ha perennemente lo sguardo rivolto verso il futuro.

Franco Arminio, Giovanni Lindo Ferretti, L’Italia profonda, Gog edizioni, p. 100, 9 euro

Chi è cresciuto in un paese a stento trattiene le lacrime guardando il film di Giuseppe Tornatore Nuovo Cinema Paradiso (1988). Il personaggio principale è Salvatore, regista di successo a Roma, che torna nel paese natio della Sicilia, dove la sua passione per il cinema aveva avuto inizio, grazie all’incontro con Alfredo, un proiezionista del cinema del paese. Salvatore mostra quanto sia difficile non farsi prendere dalla nostalgia quando ci manca proprio ciò da cui siamo fuggiti per una vita.

Sono tanti ormai i giovani che fanno la sua stessa scelta: partire per una destinazione lontana – che è quasi sempre una metropoli – alla ricerca di lavoro, fortuna, ma soprattutto di se stessi. Eppure, tra loro c’è chi sceglie di tornare e solamente nel “ri-torno” a casa riesce davvero a trovare ciò che cerca. Come se la risposta fosse sempre stata lì, senza che se ne accorgesse.

Ritornare vuol dire fare pace con il proprio passato, attraversare a ritroso il cammino delle proprie scelte con uno spirito più consapevole, stringere in un abbraccio i propri demoni, annodare il filo che lega il presente al già trascorso.

Le nostre origini sono un elemento imprescindibile e simbolico della nostra identità, ma allo stesso tempo sono materia e sangue, radici e ossa. Provenire da un paese vuol dire avere la possibilità di riconoscersi nella natura immutata che sembra aspettare il tuo ritorno. Anguilla, il protagonista di La luna e i falò, soffrirà per sempre il fatto di non avere questo privilegio. Lui, dalle origini ignote, non saprà mai dove ritrovare quelle radici: «Non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch’io possa dire “Ecco cos’ero prima di nascere”».

Come ben descrive Arminio nel libro Terracarne (Mondadori, 2011), visitare un paese vuol dire intrattenere un rapporto osmotico con esso: il corpo si nutre del paesaggio e il paesaggio si fa carne. È lo stesso interscambio che si produce con il luogo che abitiamo. Per questo, se un paese muore, moriamo anche noi. «Noi siamo le abitudini dentro certi luoghi. I luoghi stanno sparendo e dunque anche noi stiamo sparendo». Condannare i paesi allo svuotamento vuol dire lasciar estinguere il patrimonio culturale e sociale che rappresentano. Un paese implica tradizioni, mestieri antichi, rituali: risorse irrecuperabili. Dunque, visitare i paesi che stanno scomparendo vuol dire assumerne su di sé la malinconia e la poesia, riconoscerli con devozione e rispetto. Arminio si definisce “voyeur della desolazione”: «Io tendo a frugare più nella desolazione che nel fervore. Il fervore oggi non saprei neppure dove trovarlo. Mi pare che anche le città siano piene di desolazione».

In fin dei conti, vivere in una città che offre servizi e opportunità non vuol dire necessariamente vivere meglio. I recenti periodi di lockdown – dovuti all’emergenza sanitaria del Covid-19 – hanno messo in evidenza i grandi limiti delle giungle urbane (poco spazio, mancanza di contatto con la natura). Lo stesso Arminio, in proposito, nota che la rigenerazione dei paesi non potrà che avere benefici sulle città, fin troppo congestionate.

Ciò non vuol dire demonizzare la città, ma credere che l’Italia possa offrire due diverse modalità di abitare senza che l’una escluda l’altra, senza che si debba per forza creare economia in un paese mercificandone lo spirito attraverso un turismo patinato (nel libro si cita il caso della Costiera Amalfitana o di Civita di Bagnoregio). Arminio – ma come vedremo anche Ferretti – si concentra soprattutto sull’Italia dell’entroterra appenninico.

Le sue riflessioni sono sia di natura poetica sia strettamente politica. L’idea principale di Arminio è che ci vogliono delle politiche specifiche per ogni luogo. Non bisogna lasciar morire a poco a poco i paesi dell’Appennino e i loro relativi servizi, ma aprirvi dei buoni ospedali, delle scuole, fare manutenzione delle strade. Il Governo dovrebbe operare un “riequilibrio territoriale”: svuotare le coste per ripopolare le montagne. D’altro canto, noi cittadini dovremmo comprare olio e vino dai contadini, non badare al prezzo ma alla qualità delle risorse. Solo in questa maniera possiamo contribuire a riportare la vita nei paesi. La modernizzazione forzata e imposta, invece, cancella le peculiarità dei luoghi, il mondo contadino e i suoi usi.

Arminio, il più ottimista tra i due autori, pensa che prima o poi vi saranno delle «azioni politiche e poetiche» in grado di rendere questi territori appetibili. Non è questione di riportare in vita il passato ma creare spazio per il nuovo. Come fare? Andandoli a visitare, senza un impegno preciso. Non guardarli attraverso l’occhio del profitto: non tutti gli spazi devono essere operosi. Non avere ansia di denunciarne i disservizi e le carenze. Vedere un paese per quello che è, nei suoi umori e nei suoi silenzi. Abitare un paese con passione e pensarlo come compiuto: «Spesso i paesi sono pensati con l’idea di vedere il guasto, la cosa mancante. Il paese come città mancata». Bisogna vivere il paese avendo attenzione per gli altri, accogliendo, costruendo, credendo fermamente che anche vivendo in una piccola realtà puoi fare una grande vita e, anzi, «se la fai nel tuo paese non stai facendo solo la tua vita, stai tenendo in vita anche gli altri, anche se non lo sanno».

Giovanni Lindo Ferretti, ex cantante e paroliere del gruppo CCCP, è un personaggio complesso da inquadrare. Da una parte è riconosciuto come uno dei padri del punk italiano, dall’altra ha suscitato clamore la sua conversione al cristianesimo a seguito della lettura dei libri di Joseph Ratzinger, che considera suo maestro. Da idolo della sinistra a dichiarato estimatore di Giorgia Meloni. Da partecipante alle affollate feste dell’Unità ad amante della solitudine.

Ferretti abita a Cerreto Alpi, nell’Appennino settentrionale, il suo luogo natio. Fa parte di coloro che sono ritornati. Ha sempre vissuto come una ferita irrisolta il suo trasferimento in città, avvenuto da bambino, tanto che è tornato in paese appena ha potuto. Riconosce che la sua generazione è stata la prima ad essersi allontanata dai pascoli e dalle montagne e ad essere testimone del passaggio da paesani a cittadini «da ora et labora a produci/consuma». Se la maggior parte delle persone l’ha vissuta come una liberazione da un destino sfortunato, non è così per Ferretti. Non è stato facile da confessare visto che «tutto sembra predisposto per il contrario essendo assodato che solo un idiota può pensare di restare dove è nato a fare ciò che è sempre stato fatto».

Ritornare nel proprio paese significa anche accettare di far parte di qualcosa che c’era prima della nostra nascita e che continuerà dopo la nostra morte. Il discorso di Ferretti ha delle profonde implicazioni sociali e religiose. Per lui, gli Appennini sono il luogo di maggior vicinanza a Dio. Gli Appennini – nella loro millenaria presenza – sono geografia e storia, mitologia e religione. Solo su queste montagne si può vivere nel presente senza esserne ostaggi, custodire i misteri della vita e della morte, vivere con lentezza. Le città, invece, non hanno aloni mistici, possono tranquillamente pensarsi senza Dio. In quest’ottica, quindi, abbandonare gli Appennini vuol dire perdere il senso del sacro, smarrire la cognizione di cosa è importante, delle cose prime e delle cose ultime. 

Anche secondo Ferretti è necessario salvaguardare comportamenti e saperi dei paesi appenninici, così fuori tempo e fuori luogo. La cultura della montagna si è costruita nei vari secoli, ma si sta distruggendo a ritmi velocissimi a causa della noncuranza, del disinteresse a prendere il testimone dagli anziani. È una cultura che fa parte della cristianità d’Occidente – questo collegamento con il cristianesimo è un punto su cui Ferretti insiste molto – eppure l’abbiamo lasciata morire.

Cercare di riportare le persone in montagna viene considerato antieconomico e antisociale. Secondo l’autore, è questo il vero motivo per il quale i politici italiani cercano di scoraggiare il più possibile una rivalutazione efficace di questi territori. In fin dei conti, aiutare i piccoli paesi è uno sforzo poco remunerativo per la classe politica. Come Ferretti nota, un paese appenninico conta meno voti di un condominio di periferia di una grande città. Quindi, quelli che restano compiono un atto di arroganza nei confronti di una società che impone un modo di vivere diverso, che lascia indietro chi non vi si adegua.

L’ex leader dei CCCP denuncia gli ostacoli burocratici e la tassazione insostenibile che ha portato le vecchie botteghe degli artigiani, le trattorie e gli allevamenti a chiudere. Le attività economiche di montagna dovrebbero essere invece tutelate, considerate presidi umanistici e geologici. In più, l’abbandono della montagna e la conseguente mancanza del lavoro di arginamento dell’erosione – di cui ormai si occupano soprattutto gli abitanti rimasti – hanno provocato le varie calamità naturali avvenute in questi anni. Lo Stato pare intervenire solo per lavori sulla viabilità, per smaltire il traffico, o quando vi sono occasioni di sfruttare la montagna a fini turistici.

Nonostante tutto, l’Appennino tosco-emiliano è diventato Sito UNESCO nel 2015, riconoscimento che Ferretti, però, considera con grande diffidenza. Un apprezzamento che ha comportato convegni e qualche like sui social, ma che non ha avuto alcun risvolto tangibile nella rivalutazione della montagna se non quello di contribuire a farla divenire un grande parco, oggetto di spettacolo ma non di vita.

Opporsi al cambiamento delle cose è inutile. Il nostro modo di vivere cambia e così si modifica il nostro modo di abitare il territorio. Allo stesso tempo, però, è un dovere cercare di ripopolare i paesi sfruttando le risorse del paese stesso, senza snaturarli, provando a ricucire il tessuto sociale di piccole comunità sfilacciate. Non fare finta di niente, ma riscoprire “l’Italia profonda”, lontana dai ritmi frenetici delle coste, più introspettiva, fatta di silenzi e assenze, così importante per la nostra anima.

Le foto dei paesi, compresa l’ultima, sono state scattate ad Aliano, il paese della Lucania che Carlo Levi raccontó in Cristo si è fermato a Eboli (1945). Dal 2013 ospita il festival La luna e i calanchi, festa della paesologia, ideato da Franco Arminio.