Santa Monica come Castiglione della Pescaia: a Los Angeles con la regista Lucia Senesi

Lucia Senesi è una giovane regista, sceneggiatrice e scrittrice italiana. Come molti suoi coetanei, ha deciso di abbandonare l’Italia per avere quella possibilità che nel nostro Paese viene spesso negata. Attraverso un duro lavoro e molta costanza, il suo ultimo film A short story sta viaggiando per i festival di tutto il mondo. Centro della sua ispirazione: una città che è un coacervo di contraddizioni. 

Lucia, sei nata e cresciuta ad Arezzo, come ci sei finita a Los Angeles?

Ho iniziato realizzando un documentario che mi ha impegnata due anni e mezzo, quasi tre. Mi ha preso tantissimo tempo perché abbiamo girato in varie città italiane e europee. Vivevo a Roma da cinque anni e l’ultima fase del mio periodo romano è stata determinata dal documentario. Roma si ama e si odia, appena si va via manca subito, ma può diventare una città molto invadente. A un certo punto ho sentito l’esigenza di andare via. In realtà Los Angeles non era in programma, volevo andare a Parigi, era stato un mio desiderio per anni.

Nel mio lavoro cerco di portare avanti sempre insieme cinema e letteratura, ed è una cosa molto difficile da fare in Europa dove invece ti chiedono di scegliere. L’America ti dà più libertà, non sei vista male se vuoi fare più cose allo stesso tempo. Per tornare alla domanda che mi hai fatto, stavo cercando sia lavori in case di produzioni a Parigi, dove ho ambientato un film, sia lavori in case editrici. 

La scelta di Los Angeles è stata improvvisa, avevo visto una classe con un regista con cui mi interessava lavorare e  ho mandato i miei lavori. Mi hanno ricontatto un mese dopo. Mi ricordo che ero a Roma a vedere un film di François Ozon, un film bellissimo, si intitola Frantz. Alla fine della proiezione mi arrivò questa mail, con cui mi comunicavano che avevo un colloquio tre giorni dopo a Los Angeles. In quel periodo stavo lavorando al documentario Avanti. Abituata come ero a partire ogni giorno, non ho realizzato che stavo andando dall’altra parte del mondo; sono partita con il mio piccolo trolley e sono arrivata qua, che è tutto un altro mondo. Poi ci sono rimasta.

Los Angeles è un po’ come Roma, all’inizio sicuramente da europei è facile odiarla.  È una città estremamente cara e su questo non tiene il confronto con Roma. Ci sono rimasta non per la città in sé ma per il lavoro. Los Angeles, insieme a New York, altra città che conosco bene dell’America, rappresentano i fulcri estremi di quello che sta succedendo nel mondo. Sono due città dove la rappresentazione del reale è più importante del reale. Ed è agghiacciante per chi ha un background umanistico di filosofia o di letteratura, però è anche vero che è una città dove ci sono tantissime opportunità e tanta meritocrazia, che secondo me è quello che manca di più in Europa, ecco perché i giovani se ne vanno.

Cosa ti ha colpito di Los Angeles da regista, sceneggiatrice e scrittrice?

Come ti dicevo, è una città che prende molto tempo, poi non giriamoci troppo intorno…è difficile perché c’è Hollywood! Per tutti noi che abbiamo letto Guy Debord, La società dello spettacolo, è esattamente quello. Se devo paragonare Hollywood a qualcosa non  penso certo a Roma o a Parigi, ma più ad un posto come Arezzo: un luogo estremamente provinciale con un bassissimo livello di educazione, dove tutto si basa sull’immagine che loro vogliono rappresentare di sé stessi, che però non è reale. 

Poi Hollywood non è Los Angeles. È una città molto grande, quasi come fosse una regione con tante piccole città all’interno messe assieme. C’è Hollywood, che sarebbe West Hollywood, e rappresenta tutto quello di cui abbiamo parlato, poi c’è la West Side, dove vivo anche io, che è Santa Monica e Westwood, dove è situata U.C.L.A., e  l’East Side che è un po’ più intellettuale. Ad esempio, molti scrittori come Ottessa Moshfegh, hanno scelto di lasciare New York per vivere qui, poi con questa pandemia è cambiato tutto. È una città molto complessa dove puoi incontrare tantissimi tipi di persone. Il mio cortometraggio A short story è tipico della West Side perché ci sono queste contraddizioni. C’è il personaggio hollywodiano, però c’è anche la professoressa di U.C.L.A., ci sono gli studenti  e poi ci sono i camerieri di queste persone. Una cosa che io ho notato subito: la working class qua è messicana. Da noi come camerieri lavorano anche gli italiani e i bianchi, qui no. Mi sembra una cosa della società molto vecchio stile.

https://newsroom.ucla.edu/releases/ucla-more-inclusive-environment-for-black-life

Hai realizzato un cortometraggio e il documentario “Avanti” in Italia, mentre “A short story ” in America, quanto sono legati i tuoi lavori al luogo in cui li hai partoriti? 

Non potrei mai scrivere una storia che è totalmente identica in posti diversi. A short story è molto tipica di un luogo come Santa Monica, non significa che a Saint-Germain-des-Prés non potrebbe esserci qualcosa di simile, ma comunque con delle dinamiche diverse. Le mie storie sono cento per cento sempre legate al luogo dove sono pensate. Questa è una storia che ho scritto dopo un anno e mezzo che vivevo a Los Angeles, forse due.

Non scrivo mai storie senza aver prima elaborato un contesto. Una cosa che ho fatto, appena mi sono trasferita qua, è stata scrivere ad un professore di U.C.L.A. e fargli vedere Avanti. Poi ho iniziato a frequentare dei seminari sempre lì ed è stato interessantissimo perché ti ritrovi a fare lezione con Judith Butler e Wendy Brown. Così i filosofi che prima leggevo a casa erano lì davanti e puoi fare domande. La prima volta che ho visto dei ragazzi fare delle domande a Judith Butler ero sconvolta! Quindi ho utilizzato tutto quello che avevo vissuto in questo periodo: sia la mia esperienza all’interno dell’accademia, sia quella all’interno della città.  Poi le storie che mi interessano nascono sempre dal conflitto. Devo sempre cercare quell’idea di contraddizione che è all’interno di qualcosa perché altrimenti fai Disney. In questo senso città che hanno al loro interno molte contraddizioni ti aiutano nello storytelling, perché lo costruisci attorno a quelle contraddizioni. 

Ritornando al tuo documentario “Avanti”, si percepiva una forte componente europea. Passando da Madrid, a Parigi, alla Sardegna ed altro. Questa forte appartenenza europea come l’hai utilizzata in America?

Ovviamente l’America, essendo un Paese giovane, è interessata alla cultura europea, almeno per quel che riguarda il mondo intellettuale. Come dicevo prima, c’è una fortissima idea di meritocrazia. Per essere onesti dobbiamo dire che questa idea di american dream  è finta. Non esiste che vai in America e cambi vita, devi lavorare tantissimo e devi lavorare il doppio di quanto lavorano gli americani perché devi farti una vita, pagare l’affitto e così via. È molto più difficile rispetto a chi è americano, però soprattutto nel mondo intellettuale c’è grandissimo interesse per tutto quello che riguarda la nostra cultura.

Tra poco uscirà un mio articolo sulla Madonna del Parto di Piero Della Francesca, soprattutto legato ai film di Nostalghia di Tarkovskij e La prima notte di quiete di Zurlini. In America il mio primo articolo venne letto da alcuni editors  senza sapere nulla di me. In Europa non funziona così, riesci a pubblicare se hai conoscenze nell’ambiente. Non dico che in America non sia così, perché anche qua se sei la figlia di qualcuno hai il terreno spianato rispetto ad un’altra persona. In America ti pubblicano sulla base del valore di quell’articolo, non sulla base si chi sei.  Quello che fa un po’ paura dell’Italia, soprattutto ritornando al cinema, è che negli ultimi anni c’è sempre stata la stessa categoria di persone che ha accesso al poter dire qualcosa anche quando non hanno nulla da dire, ed quella è la cosa peggiore. 

Ryan Gosling in La la land diceva «Questa è Hollywood, idolatrano tutto, ma non danno valore a nulla», da italiana che fa cinema in America è vero? 

Sì, sempre in Lala land, non mi ricordo chi ad un certo punto deve andare ad una festa e c’è questa battuta «It’s always the group of social climbing» cioè  ci sono sempre gli stessi arrampicatori sociali. Non che non ci sia a Roma perché abbiamo visto con La grande Bellezza di Paolo Sorrentino. È sempre un po’ lo stesso discorso su quei gruppi che si chiamano elitari, con la differenza che negli anni settanta c’era un gruppo elitario che aveva un certo tipo di cultura. Se tu riguardi La Terrazza di Ettore Scola, che è uno dei miei film preferiti, lui è bravissimo a raccontare in modo ridicolo questo compiacimento che tutti i personaggi hanno. C’è una differenza tra l’elitario che può parlare di Nietzsche e Lenin  e quelli che non sanno neanche chi sono. Quindi è il passaggio in peggio che siamo andati a fare il vero disastro.

Parecchi tempo fa, ho letto su i tuoi social un post dove affermavi di aver incontrato più comunisti a Los Angeles in poche settimane che a Roma in cinque anni. Gli abitanti di Los Angeles nel nostro immaginario non sono proprio comunisti, che cosa hai trovato in loro che a Roma mancava?

Devo dire la verità: solo le prime due settimane. Poi è andata molto a scemare questa cosa. Avevo conosciuto questo signore che vende dischi d’epoca a Hollywood e mi aveva regalato un disco su questo film Reds, bellissimo, sulla sinistra americana. Poi ho incontrato il padre di una mia amica che ha fatto parte del partito comunista cileno. Ci sono tantissimi immigrati che per stare qui devono lavorare e con loro mi capisco di più rispetto agli americani che hanno trovato già tutto fatto da qualcun altro.  Una cosa che ho capito e che non sapevo: gli americani vivono tutti con il loro mensile, al di sopra del loro stile di vita. Adesso con la pandemia Los Angeles sta quasi diventando una città fantasma, perché se non lavorano non possono mantenere quello stile di vita. Qui loro pensano di avere un valore solo perché sono ricchi. Non importa se non hanno educazione, se non lavorano. L’unica cosa è dimostrare che tu hai dei soldi all’interno della società ed ancora peggio, una cosa che ho notato qua è il politicamente corretto: persone giovani di venti, trenta anni che non hanno un lavoro, però hanno dei padri o mariti ricchi e che quindi stanno nella piscina della villa a twittare che loro fanno beneficenza. È folle! Non lo fanno neanche con cattiveria, per loro significa davvero avere un valore.

Tu vivi a Santa Monica, ho letto in un’intervista che per te Santa Monica è come Castiglione della Peschaia, è vero?

Ovviamente, se pensi a Santa Monica o Venice Beach, quello che ti viene in mente rispetto alle immagini che girano nel resto del mondo sono queste ragazze giovanissime in bikini che pattinano tutto il giorno, i serfisti e cose così. Per me non è questo.  Penso che nei luoghi si va a cercare le cose che ci piacciono, credo che sia una cosa naturale.

Sono molto fortunata perché dal mio terrazzo si vede la spiaggia ed è un quartiere molto familiare il mio, un luogo molto sereno. Vado molto in spiaggia la mattina presto ed è una cosa bellissima perché non ci sono turisti, non ci sono tutti quei personaggi di cui parlavamo. Una mattina addirittura ho visto una cosa che non avevo mai visto prima: l’intero delfino dentro l’onda. Mia zia ha una casa a Castiglione della Pescaia quindi è un luogo che conosco molto bene. Calvino è sepolto lì, è un posto bellissimo. È un paese medievale dove sali su, c’è questo cimitero e dietro la tomba di Calvino c’è il mare ed è molto silenzioso, soprattutto la mattina presto. Mi sembra un po’ una scelta simile, se decidi di fare un lavoro creativo hai bisogno di costruirti un tuo emisfero di tranquillità. Certo per poter lavorare devi stare in mezzo a tutto quello di cui parlavamo prima: Hollywood e l’apparire, però umanamente di distrugge e poi hai bisogno di tornare a quelle che tu sai sono cose reali e tangibili. 

Progetti futuri?

Sto adattando A short story ad un lungometraggio. Credo sia molto interessante far vedere come si incontra e si scontra il mondo di Hollywood con il mondo accademico, non penso che l’abbia fatto qualcuno prima. 

Foto di Marco Tomaselli

Pubblicato da Alessandra De Gennaro

Nata a Benevento nel 1996. All'età di diciannove anni si trasferisce a Roma per conseguire la laurea in filosofia alla Sapienza. Ossessionata fin da piccola dal cinema, parallelamente agli studi, segue dei laboratori di recitazione e scrittura cinematografica. Attualmente sta completando il suo percorso accademico con laurea magistrale alla Sapienza.

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