Del “passare attraverso”. Memoria, identità, esperienze a Studentenstadt di Monaco di Baviera

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Una pioggia di volantini. Era il 18 febbraio 1943 quando Sophie Scholl, studentessa ventunenne di biologia e filosofia, percorse i corridoi deserti della Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco, in compagnia del fratello Hans. Salì le imponenti scale fino alla balaustra, e da lì, dando un piccolo colpo alla risma di fogli appoggiata, lasciò cadere sugli studenti che si stavano affollando nell’atrio quello che sarebbe stato il sesto – e ultimo – volantino della Rosa Bianca.

L’azione della Rosa Bianca – die Weiβe Rose – è stata uno dei più significativi e commoventi esempi di resistenza tedesca al Terzo Reich. Un gruppo di giovani universitari, che frequentava le lezioni su Leibniz del professor Kurt Huber, e si nutriva delle pagine di Schiller, Goethe e Novalis, redasse sei volantini indirizzati agli studenti e agli intellettuali della Germania. I fogli ciclostilati si appellavano alla coscienza del popolo tedesco, al «dovere morale» di rovesciare il regime nazionalsocialista, invitando al sabotaggio, alla contrapposizione attiva e alla resistenza passiva. Scrissero “Abbasso Hitler” e “Freiheit” (libertà) sui muri dell’Università e degli edifici circostanti. «Es lebe die Freiheit!» («Viva la libertà!») è quel che gridò Hans un attimo prima di essere giustiziato in quello stesso febbraio, dopo un processo farsa, insieme alla sorella e a Cristoph Probst.

Settantacinque anni dopo sarei entrata per la prima volta nell’austera Ludwig-Maximilians-Universität, dove avrei trascorso il Sommersemester, un semestre estivo da dedicare alla tesi di laurea.

I volantini lanciati da Sophie Scholl non possono più essere spostati dal vento o essere sbiaditi dalla neve che accompagna ogni inverno tedesco: si sono fatti pietra, incastonati tra i sampietrini di fronte all’ingresso principale. Un intelligente monumento, che con discrezione, induce letteralmente chi vi si accosta ad “inciampare” nella memoria. Le due piazze speculari che ospitano i due edifici principali dell’Università si chiamano oggi Geschwister-Scholl-Platz e Professor-Huber-Platz.

I nomi degli altri ragazzi che lottarono in nome di «libertà di parola, libertà di fede, difesa dei singoli cittadini dall’arbitrio dei criminali stati fondati sulla violenza», come fondamenti per la costruzione di una «nuova Europa», sono oggi anche i nomi delle vie di Studentenstadt Freimann, il più grande complesso residenziale per studenti dell’intera Germania, costruito negli anni Sessanta.

Così, con una finestra affacciata sul Nordteil dell’Englischer Garten – la parte più selvaggia di questo immenso giardino che ad aprile si riveste di fiori gialli –, ho vissuto sei mesi in una via che porta il nome di Willi Graf.

Studentenstadt è considerato dalla maggior parte dei giovani che vi abitano come un campo di sperimentazione sociale e culturale. Si può infatti considerare come un grande esperimento di auto-organizzazione: quasi tutte le attività amministrative, la gestione dei bar e dei negozi, e l’ideazione degli eventi sono in mano all’iniziativa studentesca.

Ogni mattina scendevo veloce le scale del mio palazzo, per dirigermi verso il Brotladen: qui i ragazzi bevono caffè e fanno colazione, giocano a scacchi, suonano la chitarra. Ogni mattina si ricrea il senso di una piccola comunità attorno ai grandi tavoli di legno, senso che viene enormemente amplificato durante le giornate dello StuStaCulum. Tra fine maggio e i primi giorni di giugno gli spazi dello studentato si riempiono di palchi, graffiti e visitatori: lo StuStaCulum è infatti un vivace festival teatrale e musicale al quale prendono parte numerosi artisti indipendenti accanto a gruppi più affermati. Ogni anno, ad inizio estate, la “città degli studenti” si prepara ad accogliere “la città là fuori”, Monaco.

Studentenstadt tende a configurarsi davvero come “una città dentro la città”. E al tempo stesso, percorrendo il corridoio del piano – o Stock – in cui si abita, si ha l’impressione di poter incontrare il mondo intero. L’interagire di persone di ogni nazionalità, giunte in unico luogo da contesti culturali lontanissimi tra loro, crea quella che per Winnie è «la più brillante diversità»: un concetto che forse Studentenstadt abbraccia più di qualunque altro posto a Monaco. Winnie, studentessa tedesca trasferitasi da Braunschweig per studiare ingegneria meccanica, ha origini cinesi e delicati tratti orientali: racconta di «un enorme problema d’identità» con cui spesso si è dovuta confrontare. L’atmosfera e la sensibilità multiculturale di Studentenstadt, in cui nessuno farebbe mai un commento superficiale – o addirittura razzista – sulla sua provenienza, è il portato più prezioso della sua permanenza nello studentato.

I ragazzi intervistati parlano inglese con accenti differenti, e colorano il discorso di diverse sfumature, ma tutte le loro risposte sembrano articolarsi attorno ad un’unica parola: “identità”. Descrivono il contesto internazionale in cui si sono trovati immersi come uno “specchio”, che riflettendo lo sguardo degli altri, costringe ad interrogarsi in maniera più radicale su se stessi, rendendo al contempo maggiormente coscienti della propria struttura identitaria.

Şimal, studentessa di management e scienze informatiche originaria di Istanbul, racconta di come il cercare di comprendere la propria identità nazionale sia stato lo scoglio più arduo da affrontare. Rimanere in un contesto in cui non si ha l’impatto con alcun tipo di diversità, non consente di acquisire una corretta percezione della propria «posizione nel mondo». L’arrivare in Germania le ha invece permesso di constatare un grande divario tra il proprio “essere turca” e l’“essere turchi” della generazione di lavoratori immigrati durante gli anni Sessanta. L’aspetto più trasformativo della sua esperienza tedesca risiede quindi nell’essersi posta fondamentali domande riguardo alle possibilità di integrazione e alle proprie radici. Studiare e approfondire la storia della Turchia è diventato per Şimal un passatempo, ma anche una questione di responsabilità, scaturita dal desiderio di poter rappresentare se stessa e la propria cultura in maniera più consapevole.

Lyn, che durante gli anni trascorsi a Studentenstadt frequentava un master di Ricerca sull’insegnamento e sull’apprendimento, crede di non aver mai pronunciato le parole “sono asiatica” prima di arrivare in Germania. Prima di giungere in Europa, non aveva mai avvertito la necessità di «giustificare» la propria identità, o il bisogno di riflettere sulla “definizione” di se stessa in quanto “singaporiana” o “cinese”. Nonostante talvolta abbia avvertito anche tra gli studenti il radicamento di determinati stereotipi, ai quali inevitabilmente una realtà stratificata e complessa non corrisponde, ricorda lo studentato come un angolo «sicuro», capace di offrire una grande opportunità di crescita e costruzione personale. È un luogo che sembra restituire una sorta di «adolescenza», con il fiorente senso di possibilità che accompagna i nuovi inizi. Una città nella città che protegge dagli errori, dagli inciampi e dai giudizi.

È una città che talvolta, però, rischia di assumere le vedute e i contorni ristretti di una “cittadina”. Questa è la sensazione di Charlotte, anche lei iscritta a ingegneria meccanica. È un ambiente che tende a configurarsi esso stesso come una piccola società, la cui chiusura può dare adito al pettegolezzo e alla chiacchiera. Nonostante Charlotte arrivi da Berlino e sia avvezza ad un ambiente fortemente multiculturale, racconta di come l’incontro con le persone conosciute a Studentenstadt le abbia regalato la possibilità e il piacere di riconnettersi ancora una volta con le proprie radici francesi. Una parte di sé e della sua infanzia, messa in ombra nelle precedenti frequentazioni, ma che complica e sfaccetta un’appartenenza unicamente tedesca.

Attraversare gli spazi comuni di uno studentato equivale ad essere «esposti», e a rivelare, anche attraverso piccoli dettagli – come l’orario in cui si cena, o le spezie utilizzate mentre si cucina –, quale sia la propria provenienza.

In questo senso J.C., studente di informatica di origini cinesi, ma trasferito a Singapore da dieci anni, racconta di come in Germania si sia sentito per la prima volta «obbligato ad adattarsi ad una cultura». A Singapore si tende ad evitare il contatto visivo e ci si saluta soltanto quando la conoscenza è già approfondita: le prime conversazioni nella cucina dello studentato sono dunque state affrontate con qualche nervosismo e imbarazzo. L’essere stato in grado di abituarsi ad una nuova modalità di scambio, ed essersene profondamente innamorato, ha determinato quella che J.C. definisce “a life-changing experience”. Ricorda con nostalgia le cene organizzate e le serate passate a cantare insieme: l’esperienza a Studentenstadt, per quanto transitoria, ha permesso di stabilire connessioni profonde con le persone conosciute, che permangono e si “riattivano” anche a distanza di anni.

«Da un punto di vista antropologico, la cucina è lo spazio più importante di una casa: è un incredibile scenario in cui osservare le persone interagire». Così afferma Andres, giunto da Medellín per frequentare lo stesso master di Lyn. Andres arriva in Germania con la moglie Gloria: essere una coppia adulta a Studentenstadt, con obiettivi e propositi differenti dagli studenti con cui convivono, è una condizione molto particolare. Imbattersi in un contesto così eterogeneo si trasforma in un’occasione di conferma della loro identità culturale, che esprimono con orgoglio, riempiendo gli spazi condivisi di musica, pietanze e accoglienza. Per Andres e Gloria il periodo tedesco offre anche una conferma al loro amore e alla loro volontà di stare insieme. Il primo maggio – un giorno significativamente internazionale – nasce la loro piccola Zoe: diventare genitori in uno studentato incontra la solidarietà degli amici da cui sono circondati. L’avere attraversato un luogo simile, in cui tolleranza e cura si intrecciano, si è tradotto, al ritorno in Colombia, in uno “sguardo” trasformato nei confronti degli altri Paesi e del proprio.

Sofia studia filosofia e arriva da Maiorca. Anche lei ha origini latinoamericane: parla del suo mixed background, e di come, prima di arrivare in Germania, stesse lottando per tentare di pacificarsi con la propria identità e le proprie radici. Arrivando a Studentenstadt, ha iniziato a realizzare quanto fosse un posto sostanzialmente neutrale, capace di mettere faccia a faccia persone da luoghi lontanissimi, e regalare loro una percezione simile delle cose. Una più sottile sensibilità e comprensione delle persone, è forse il più importante lascito della sua lunga permanenza a Studentenstadt. Imparare a comunicare, adottando anche un linguaggio non verbale, è un tassello fondamentale in questa esperienza di crescita, che aiuta a dirimere i malintesi che talvolta derivano da una differente appartenenza culturale. Sofia avverte Studentenstadt come un luogo protetto che non vorrebbe lasciare, ma crede che recidere il legame e affacciarsi al mondo “là fuori” sia necessario perché la propria evoluzione non si arresti.

Parla di un «piccolo miracolo» avvenuto in questi corridoi: è un «privilegio» avere incontrato persone provenienti da tutto il mondo, avere esperito insieme questa «intersezione», nonostante ognuno, poi, allontanandosi, intraprenderà diversi percorsi.

Nelle parole di questi ragazzi risiede forse il significato più pregnante del termine “esperienza”, che in tedesco – Erfahrung – conserva intrinsecamente l’idea del “viaggio” e del “passare attraverso”.

Studentenstadt è per chiunque vi abbia abitato una tappa transitoria, ma decisiva: attraverso il contatto con un’alterità, viene a consolidarsi e ad affinarsi una soggettività più aperta, sensibile ed autocosciente. E forse, nella ricchezza di questa esperienza è possibile – raccogliendo l’eredità dei giovani della Rosa Bianca a cui queste vie sono intitolate – rintracciare le fondamenta per la costruzione di una «nuova» solidarietà europea e globale.

Pubblicato da Chiara Molinari

Nata a Brescia nel 1994. Dopo un periodo di studio a Monaco di Baviera, si laurea in Filosofia all'Università degli Studi di Padova con una tesi su Adorno. Attualmente frequenta il Master in Critica Giornalistica all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica Silvio D'Amico di Roma. Si interessa principalmente di letteratura, cinema e teatro.

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