“Molecole”: viaggio nella Venezia interiore di Andrea Segre

Intimo e personale come una pagina di diario, il film Molecole è una lettera scritta dalla mano di Andrea Segre, indirizzata al padre Ulderico, e a Venezia, città di origine della sua famiglia. La pellicola è stata presentata come film di pre-apertura alla 77esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. 

Andrea Segre, documentarista nato nel veneziano – più precisamente a Dolo – ma romano di adozione, nel febbraio del 2020 coglie l’occasione del lockdown per immergersi in un processo di ricerca sulle radici della propria famiglia. Le norme di distanziamento sociale però “bloccano” Venezia. Il momento si rivela così l’occasione giusta per indagarne il passato. Per questo, il documentario non è un opera programmata, ma è un prodotto nuovo, diverso, figlio di un periodo «in cui il tempo si è annullato, e lo spazio sospeso». Come dichiara lo stesso regista: «Molecole è sgorgato. Come l’acqua».

Per rendere tale processo più realistico, Segre decide di ripercorrere alcune tappe fondamentali: i luoghi di Venezia preferiti del padre, scomparso nel 2008, che erano stati prontamente immortalati in brevi video d’epoca girati in formato super8. Piazza San Marco, Santa Maria della Salute, Punta della Dogana, Giudecca. I video del regista così si sovrappongono alle memorie del padre, in un tentativo di collage cinematografico e sentimentale, immortalato dalla fotografia di Matteo Calore. Ma come il caìgo della laguna, sono ancora numerosi i punti foschi di questa figura paterna così significativa e allo stesso tempo sfuggente. 

Per rimettere in ordine i pensieri del passato e del presente, Segre si serve di un metodo empirico, un’osservazione dal vero della città, che fin dal suo titolo rende omaggio alla formazione scientifica del padre. Ulderico Segre è stato uno stimato docente all’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, ordinario di Chimica presso la facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali. 

Per questo, il titolo Molecole è segno prima di tutto di una metodologia che spinge il regista a guardare la città con occhi nuovi. Le molecole rimandano alla necessità di un’osservazione «della materia di cui tutti siamo fatti, ma che non possiamo vedere». Segre interpreta il movimento delle cose come un’associazione di elettroni, che è alla base di qualsiasi principio di vita e che porta inevitabilmente a un contatto, a una contaminazione. 

La parola “contaminazione” non è utilizzata per caso in un documentario che è il primo dei tanti che saranno realizzati su questo inedito momento storico che stiamo vivendo. Il famigerato lockdown culla la riflessione di Segre, che si ritrova da solo, accompagnato dalle musiche di Teho Teardo, a vagare per le calli di una città irriconoscibile, cristallizzata in un controverso limbo tra la vita di una laguna che si riscopre libera e la morte di una crisi economica inesorabile. 

Le alluvioni del 12 novembre 2019, la pandemia mondiale, il carnevale cancellato, i danni inferti dal traffico delle grandi navi: sono numerose le sfide che il mondo contemporaneo ha imposto a Venezia, che prima di essere città è un articolato arcipelago, una delle ultime roccaforti di una bellezza dal sapore antico che ha colto l’occasione della quarantena per interrogarsi sui trascorsi di una vita pre-pandemia in cui qualcosa del passato è chiaramente irrisolto.  

Oltre a Piazza San Marco e al Ponte di Rialto, Segre ci accompagna alla scoperta dei confini della città. A Sant’Erasmo, per esempio, i danni causati all’ecosistema modificano i cicli della maree, facendo sparire le caratteristiche barene, ovvero le lingue di terra che costellano la laguna e che cambiano colore a seconda della stagione. 

Le acque limpide, il silenzio della sera, il riaffermarsi della natura. Allora è così che dovrebbe essere Venezia? 

Difficile rispondere a tale domanda, quando il centro della città ormai abbandonato si costella di vetrine vuote e attività chiuse, strascichi di una crisi sanitaria, ma prima di tutto sociale ed economica. 

Segre alterna alla cronaca dell’acqua alta un momento di eccezionale bassa marea che, attraverso le riprese del regista, disvela le fragili fondamenta sui cui si fonda la città. Di sicuro, l’incertezza su cui poggia oggi Venezia non riguarda solo la laguna, ma è un monito di stampo universale, cartina di tornasole che riguarda tutte le nostre città, oggi messe in pericolo dalle tragiche conseguenze di un cambiamento climatico che imperversa e un interesse economico sempre più invasivo. Forse che la pandemia abbia solo rivelato la dolente solitudine di cui le nostre città erano già affette?

In questo caso l’isolamento della città si unisce a quello più intimo e personale del regista, entrambi orfani di presenze umane: «Cosa resta della vita quando intorno hai solo acqua e vapore freddo? Cosa puoi vedere nell’invisibile?». 

A fare eco al senso di smarrimento del regista, è la testimonianza di Elena Almansi, 24 anni, vogatrice, figlia di vogatori, una dei pochi veneziani che non sono migrati in terraferma. «Della mia classe delle elementari siamo rimasti qui solo in cinque o sei» racconta. Allora, perché restare?

La risposta si offre agli occhi di Elena ogni giorno, quando nella solitudine della sera si riappropria del Canal Grande, varcando l’imponente Ponte di Rialto, fino a raggiungere il Ponte delle Guglie. La sontuosità delle facciate dei palazzi veneziani si accompagna alla lettura de Lo straniero di Albert Camus, che, come lo studio delle molecole, aiuta Segre a far luce sul complesso rapporto tra l’uomo e il suo inevitabile destino. 

Nel silenzio più spettrale Segre incontra i pochi esseri umani che tengono oggi Venezia in vita. Nonostante gli effetti di una condizione fortemente precaria, Venezia è anche una storia di resilienza e di resistenza. Nel finale, il compleanno festeggiato via Zoom di una bambina lancia un monito di speranza, il sogno di un futuro migliore. Saranno infatti le nuove generazioni le prime eredi di una città che sta probabilmente entrando in una nuova fase della sua storia. Forza e debolezza non sono opposti per Venezia, ma impareranno a convivere, simbolo di una costante ricerca di equilibrio tra l’essere umano e la Natura, che è anche la paura di tutto ciò che è per noi inevitabile. 

“See you at Flaminio”. Appuntamento nel quartiere con l’illustratrice Ottavia Tracagni

Ci vediamo a Flaminio. See You At Flaminio: questo è il nome del progetto disegnato dall’artista e designer Ottavia Tracagni e prodotto da Studioplace, un nome che suona quasi come un appuntamento.

Le otto illustrazioni a tiratura limitata, che raffigurano scorci urbanistici e architettonici del Flaminio, sono un invito a scoprire l’anima poliedrica di questo quartiere: al contempo dinamico e romantico, moderno e ricco di storia.

Il progetto Quartiere Flaminio è nato cinque anni fa, quando Tommaso Politano – oggi partner della società di comunicazione e marketing Studioplace – ha deciso di aprire una pagina Facebook in cui fosse possibile un confronto diretto tra gli abitanti del quartiere, perché potessero aggiornarsi sulle attività e sulle novità di ogni giorno. Nonostante i numerosi luoghi di aggregazione, Tommaso constatava infatti la mancanza di un senso di comunità e di un’identità forte che permettesse ai cittadini di sentirsi parte di qualcosa.

Affascinato dal modello dell’arrondissement parigino, in particolare da Le Marais e Saint Germain, in grado di comunicare agli abitanti e ai turisti uno stile, un modo di vivere e di pensare, Tommaso ha pensato il progetto come un’opportunità per valorizzare anche all’esterno i punti di forza urbanistici, architettonici e culturali che il quartiere può offrire.

A marzo, Quartiere Flaminio è approdato a Studioplace: si è avviata così la collaborazione con Ottavia Tracagni, direttrice artistica della società, che con una grafica avvincente ha illustrato i luoghi simbolo del quartiere.

Ottavia, che finora ha esposto i suoi lavori in due mostre personali – a Roma con 88 Opere in mostra (2018), presso la Città dell’Altra Economia e a Napoli con 100 Opere al Castello (2020), presso Castel dell’Ovo –, ci ha raccontato che cosa significhi per lei disegnare, e come sono stati realizzati i poster di See You At Flaminio.

Come descriveresti la tua professione e il tuo rapporto con il disegnare?

Disegnare è una nobile mania: è il desiderio di fermare ciò che sfugge, il tentativo di spingersi ad una nuova lettura dello spazio, delle circostanze, delle relazioni e delle situazioni. Disegnare per me è poter creare qualcosa dal nulla, è il mio personale rimedio per ricordarmi che siamo altro da consumi, impegni, bisogni quotidiani e azioni automatiche. Mi piace indagare il non detto, i giochi di parole, i detti con vari significati, le associazioni inusuali e lo sguardo semplice sulle cose e i luoghi, quello che ti fa andare oltre ciò che hai di fronte.

Mi interessa l’animo umano, l’essenza dei luoghi, le paure comuni e ciò che si sente prima e oltre la parola. Mi piace invitare al gioco e disarmare chi guarda. Creo immagini per fermare su carta delle storie e consegnarle all’osservatore. Il mezzo è secondario, ma per ora ho scelto le immagini, i disegni, il collage, le vignette e a volte anche le parole.

I luoghi che avete deciso di illustrare nel progetto See You At Flaminio sembrano rispecchiare il dinamismo del quartiere, la mescolanza tra “vecchio” e “nuovo” che lo caratterizza. Come vi siete concentrati su questi posti specifici?

Tutto è iniziato quasi per gioco. Siamo partiti dai racconti delle persone che lo vivono, dalla memoria di Tommaso Politano e di Giorgio Gioacchini (fondatore di Studioplace), che sono del quartiere. Abbiamo fatto una sorta di brainstorming, che ha portato a mescolare luoghi iconici con luoghi che invece racchiudono ricordi più personali. Spesso il romano vive di meno il luogo “da cartolina” rispetto a un determinato scorcio, a luoghi che percorre ogni giorno.

Abbiamo scelto di raccontare questi posti in maniera fresca, viva, in modo da tirare fuori l’anima del quartiere che appunto è poliedrica. C’è il MAXXI in cui organizzano super mostre, ma anche il Contest di Street Art. Ci sono palazzi molto antichi, ma anche il Ponte della Musica. Con uno stile grafico abbiamo cercato di racchiudere tutto questo. Per gioco e per la community.

Le illustrazioni sono molto diverse una dall’altra. Puoi dirci qualcosa a proposito della tecnica utilizzata?

Sempre facendo riferimento allo spirito del gioco, per ogni luogo rimettevo carta bianca e mi chiedevo: “come posso raccontarlo?”. Così, per esempio, per un luogo d’incontro, con panchine, ho cercato di restituire un’atmosfera vintage, magari attraverso il contrasto tra il bianco e nero della tradizione e il colore. Per l’Auditorium ho pensato al collage, poi c’è l’illustrazione del Ponte della Musica che è molto viva, fresca, quasi futurista. Si è trattato quindi di un gioco tra varie tecniche, per adattare la tecnica dell’illustrazione alle caratteristiche del luogo.

Oltre che essere rivolto alle persone del quartiere, il progetto ha anche l’intento di coinvolgere ed incuriosire persone esterne?

Assolutamente sì. L’idea è partita proprio come il cercare di raccontare qualcosa che conosciamo, ma che possa essere fruibile anche da chi il quartiere non lo conosce. O lo conosce soltanto da una prospettiva esterna, magari dal Lungotevere o dal Ponte. Il progetto vuole essere un’occasione per valorizzare il quartiere per chi lo conosce, ma anche un invito per chi ancora non l’ha approfondito. Una scusa per scoprirlo, o per chi già lo abita, per scoprire che determinati luoghi possono essere il luogo del cuore anche di altre persone.

Pensi che questa idea possa essere estesa anche ad altri quartieri di Roma?

Sì, un domani ci piacerebbe raccontare nella sua particolarità anche l’Esquilino: io sono di là, è proprio il mio quartiere del cuore. O San Giovanni… Vorremmo estendere il progetto, ma con calma, cercando di mantenere sempre la stessa attenzione e delicatezza.

Il vostro progetto ha molta affinità con l’intento che muove Tre Sequenze. Raffigurando persone che attraversano gli spazi della città, raccontate davvero l’“abitare” attraverso l’illustrazione. Quale credi che sia la forza e l’impatto di un racconto attraverso il disegno, rispetto a quanto si possa fare con la fotografia o un altro mezzo?

Sono di parte, perché il disegno è un mondo che amo e che pratico. Quello che dico sempre è che una fotografia prende quello che è: poi puoi essere bravo a cogliere il momento giusto o la circostanza esatta per catturare quello che vuoi. Col disegno si ha un margine di libertà in più: non è importante ritrarre al centimetro quello che hai di fronte. Se l’intento è quello, con un click della macchina fotografica risparmi molto più tempo. Con il disegno si ha la possibilità di prendere, trasformare e restituire la sensazione di un posto. Un albero può essere semplicemente una nuvoletta, o il cielo può avere un colore diverso, ed essere verde, per esempio. Non è importante la raffigurazione esatta di quello che vedi, ma un’interpretazione personale, e ciò che riesci a restituire.

I coloratissimi poster intitolati Piccola Londra anche detta I Villini, Ali, IL DUE, Ponte della Musica a colori, MAXXI minimal, Sunday, La Scalinata, Perin del Vaga, sono disponibili da mercoledì 18 novembre su www.quartiereflaminio.com

“Le città metafisiche” di Ilaria Palomba: puro desiderio di rinascita

 

Pensando all’immagine delle città metafisiche, riaffiorano i dipinti di De Chirico e in particolare la serie delle Piazza d’Italia, in cui gli spazi sono definiti da prospettive multiple, con punti di fuga incongruenti tra loro. In questi quadri troviamo solitudine, silenzio e particolari inattesi, come nella tela Gioie ed enigmi di un’ora strana (1913), in cui alla classicità dell’architettura degli edifici viene contrapposta la presenza di ciminiere. Il passato e il presente si confondono, dando vita a un tempo indeterminato.

È ciò che accade anche nell’ultima raccolta di poesie di Ilaria Palomba, intitolata Città metafisiche, pubblicata dalla casa editrice Ensemble. 

L’autrice, nata a Bari nel 1987 e laureata in filosofia, vanta già diverse pubblicazioni: romanzi, poesie e saggi, tra cui Homo homini virus (Meridiano Zero, Premio Carver 2015), Disturbi di luminosità (Gaffi, 2018), Brama (Giulio Perrone, 2020), le raccolte di poesia Mancanza (Alter Ego-Augh edizioni, 2017) e Deserto (Fusibilia, 2019).

Il poeta Gabriele Galloni, caro amico dell’autrice, scomparso la scorsa estate a soli 25 anni, ha definito Città metafisiche la sua migliore prova poetica e, nella prefazione, invita il lettore a non cercare influenze esterne: è una poesia che vive di per sé stessa.

In questi versi incontriamo vari luoghi: il Castello di Otranto, la scalinata di Piazza di Spagna a Roma, il Gianicolo e anche Parigi. Si tratta di spazi deserti, spesso respingenti, come la falesia di Otranto. 

Oltre alle strade vuote e al silenzio delle corsie d’ospedale, ritorna con insistenza l’immagine della finestra, soglia tra fuori e dentro, in alcuni versi innalzata al livello di un tempio, in altri definita un mare in tempesta. La ritroviamo anche in questi versi: «Io non so dirti che finestra serrare/ se non il suono delle campane/ la notte dei Santi mentre dormiamo/ per non dormire, svegli, per non morire». Anche il tema della luce è ricorrente, come fosse l’unica presenza a resistere negli spazi ormai inabitati. La città però non è solo come appare oggi, vuota e sospesa nell’attesa di tornare a vivere, è anche il ricordo del passato:

Roma mi ha uccisa, lo ha fatto lentamente

promettendomi tesori,

aperto il baule

ho trovato serpenti,

antichi veleni

e gallerie di strappi

Gabriele Galloni ha colto il punto essenziale di questo lavoro: l’autrice dimostra in queste pagine che è ancora possibile raccontare la sofferenza di appartenere al mondo. È vero, il dolore è certamente il nucleo centrale di questa raccolta, ma, come i fiori capaci di crescere nei luoghi più inaspettati, si fa strada accanto ad esso un bisogno di rinascita:

Nella crudele bellezza del silenzio

il desiderio di una primavera.

Se le strade vuote di Roma trasformano il volto della città in uno scenario devastante, si annida in quest’angoscia la consapevolezza che:

Torneranno vivi anche

i luoghi se saremo capaci di spogliarli

del dolore di questi cento giorni

Ilaria Palomba, Città metafisiche,
Edizioni Ensemble, Euro 12

Immagine di copertina: foto di Dino Ignani

Romanzo di una crisi contemporanea: “Era una città” di Thomas B. Reverdy

Detroit una volta era una città, ma nel settembre 2008, quando il romanzo di Reverdy comincia, non ne rimane che uno sfocato ricordo: case abbandonate, fabbriche vuote, scuole chiuse. È l’effetto di una crisi finanziaria, industriale ed economica che vede la Lehman Brothers annunciare bancarotta a New York, e le grandi città industriali chiudere i battenti nel silenzio ovattato da paura e incertezza.

Scritto dal francese Thomas B. Reverdy e pubblicato in Italia nel 2017 da Edizioni Clichy, Era una città racconta di Detroit, coprendo un arco temporale di appena tre mesi, da settembre a dicembre 2008.

Che il tempo passi il lettore lo apprende però solo grazie ad alcune coordinate temporali che Reverdy cosparge qua e là: «era la notte di Halloween», «mancava una settimana a Natale…». Ciononostante rimane un romanzo puntuale, che racconta soltanto di un tempo presente da cui non si può fuggire. La pensa così Candice, la cameriera dell’unico bar ancora aperto in città, giovane, bella e con una risata contagiosa, che però, quando si guarda allo specchio, si domanda se non abbia fatto male a rimanere in una città fantasma. È bloccato nel presente anche il tenente Brown, il quale, sommerso dai fascicoli di casi di persone scomparse, non riesce a indagarne il passato né a fare previsioni future. È preda del presente Charlie, un bambino di dieci anni che vede nella deserta Detroit un parco giochi da prendere d’assalto con una gang che più che paura provoca tristezza; è ferma nel presente sua nonna Georgia, che dal momento in cui Charlie scompare non fa che aspettare un tempo che fatica ad arrivare.

L’unico a muoversi è Eugène, un francese che giunge a Detroit, trasferito dalla sua azienda, per dirigere un’ équipe che dovrebbe finalizzare l’Integrale: un’automobile definita completa dal momento che la sua struttura si declina in dozzine di modelli diversi. Non è casuale che questa automobile, considerata il compimento del progetto di Taylor, venga progettata a Detroit, capitale dell’industria automobilistica statunitense. Ma Eugène sa bene di essere stato mandato lì per esssere punito per degli errori commessi in precedenza. Ed infatti è un’impresa impossibile: la crisi imperversa, l’azienda non riceve finanziamenti e non ci sono soldi per portare avanti l’Integrale.

All’inizio del libro Eugène parla ammirato del sistema di Taylor ed è anzi contento di un modello produttivo che non lo considera insostituibile; sostiene addirittura di sentirsi sollevato dal fatto che in questo sistema l’apice della perfezione è la perdita del senso del talento individuale e delle competenze specifiche, in favore di una semplificazione della vita umana. 

Tre mesi a Detroit e un amore nuovo spingeranno Eugène a cambiare idea: l’ultimo capitolo del libro è infatti una sua lettera di dimissioni ma anche un gesto di lotta contro un sistema economico che incita gli esseri umani a spingersi costantemente oltre i propri limiti, esortandoli a correre incontro ad una felicità che si trova in fondo alla strada, ma che poi, molto prima della fine di questa, li abbandona sul suo ciglio.  

Se c’è del vero nella frase «i bambini sono il nostro futuro», allora Detroit un futuro non sembra averlo. I ragazzi scompaiono senza lasciare traccia e nella desolazione generale di una città ormai vuota, nessuno se ne accorge. La stessa Georgia aspetta un mese prima di denunciare la scomparsa di suo nipote Charlie, un po’ per quella insolita magia di un tempo fermo che non prevede nient’altro che il presente, un po’ perché della polizia lei non si fida molto. Charlie intanto si trova esattamente al centro della città, in una scuola abbandonata in cui vivono tantissimi altri bambini: la Zona. Solo quando viene trovato il cadavere di un ragazzo di tredici anni chiamato Bill, il tenente Brown riesce a smuovere le acque fino a scoprire il segreto della Zona.

I telegiornali riporteranno che questi ragazzi sono stati rapiti da un certo Max Roberts, capo di una banda che usa i bambini per trasportare la droga da una parte all’altra della città, ma le cose non stanno proprio così. Questi giovanissimi ragazzi non sono stati rapiti, sono invece scappati da chi si è dimenticato di loro e si sono così riappropriati dei propri spazi, a partire dalla scuola abbandonata al centro della città, simbolo di una società che considera sacrificabile prima di tutto il loro futuro intellettuale. Nella Zona si sono sentiti meno soli, liberi perché finalmente insieme, e hanno trovato una forma di vita comune che Detroit non offriva ormai da troppo tempo. Sebbene Charlie abbia passato giorni di terrore dopo la morte di Bill, mentre cammina verso casa alla fine del libro, non si sente né sicuro né felice ma sconfitto. La sua banda non c’è più, cosa ne sarà di lui?

Era una città è un libro ricco di inversioni semantiche. Per esempio, quando Eugène guarda Candice lavorare dietro al bancone, l’idea secondo cui si è a casa solo fra coloro che si conoscono, lascia il posto ad una nuova, particolare concezione per cui ci si sente a casa nel momento in cui si riconosce chi non si conosce davvero. Allo stesso modo è interessante riflettere sull’utilizzo che Charlie fa del termine “deserto”, che invece di essere metafora di spazio vuoto, connota un luogo in cui c’è sempre qualcuno, basta aspettare: «Detroit la notte era come un deserto. Pensi sia vuoto, il deserto, finché avanzi non incontri anima viva ma poi ti fermi e, tempo dieci minuti, qualcuno spunta da non si sa dove e si avvicina a te, senza che tu l’abbia visto arrivare». In queste inversioni semantiche c’è il cuore di un libro che, pur annunciando dall’inizio l’impossibilità di una svolta, racconta di personaggi che trovano un modo – inaudito, stravagante, capovolto – di emergere dalla solitudine. Questo romanzo sembra un monito: la crisi è più dura quando la si affronta da soli, quando si dimentica di essere città. 

Non è casuale che il momento in cui Eugène capisce che non costruirà mai l’Integrale, coincide con quello in cui incontra Candice: allora capisce che è un errore pensare di salvare una città solo con gli investimenti. E se è vero che Detroit non si salverà solo con le persone, è anche vero che non si può salvare senza di esse. 

Ed ecco che, a conclusione della sua lettera di dimissioni, c’è un’ultima inversione: non correre per aggiustare, sistemare, rattoppare, ma rimanere.

«Quelli che dovevano andarsene se ne sono andati. Vi corrono dietro. Corrono dietro alle unità di vita che voi trasferite, sempre ben tenute. […] Gli altri rimangono. Non si sono arresi. Continuano a vivere, ed è quello che ho deciso di fare».

La Detroit del 2008 sembra sconfitta, gli abitanti vi annaspano piuttosto che viverci. Per alcuni versi non è nemmeno più una città, eppure il libro si chiude con una nota di ottimismo: Candice è incinta, Charlie è tornato a casa, Eugène ha deciso di trasferirsi definitivamente lì. Certamente bisogna fare i conti con gli errori che sono stati fatti, e a questo servono le macerie di cui è inondata la città, quelle di un sistema che è collassato mostrando la propria inadeguatezza. Le macerie di Detroit sono il mondo che è stato loro lasciato, ora si deve ricominciare. 

Era una città, Thomas B. Reverdy,
Edizioni Clichy, Firenze 2017, pp. 273, euro 17,00.

Immagine di copertina: https://capx.co/why-rich-countries-have-broken-cities/

“Il mio amico” : il diritto alla sospensione del dolore

Io vorrei solo stare in barca, e esplorare il mondo per mare, invece sono in sala chirurgica ogni giorno – però il mio ospedale è un’isola, ci vado a piedi o in bici, all’alba sono sempre presente, e ho una montagna di ferie non godute. 

Mauro fa il medico anzi è un medico. Ed è attorno a questa differenza sottile, apparentemente insignificante, che ruota Il mio amico di Daniela Matronola, pubblicato da Manni editore. Si tratta di una raccolta di quattro racconti, legati tra loro dallo stesso protagonista, osservato da numerose angolazioni e presentato in diverse fasi della sua vita. 

Matronola ama muoversi attraverso delle sequenze. Potremmo dire che la sua è una scrittura  cinematografica. Questo è fortemente evidente anche nel suo libro Partite. Romanzo in quattro movimenti

Foto di Pasquale Comegna

Il mio amico si apre con Liquor, primo racconto e prima grande inquadratura. 

«Nello studio la musica non rimbalza, solo perché è intrappolata nelle cuffie». 

Isolato nel suo mondo di suoni è Mauro, anestesista presso il Fatebenefratelli, antico ospedale sull’Isola Tiberina. Ossessionato fin dai tempi dell’università dal pensiero di risparmiare ai suoi pazienti quanto più possibile il dolore, epicureo nel suo modo di concepire la sofferenza fisica, come qualcosa che deve essere di breve durata. Se Mauro porta avanti questa battaglia con tanta convinzione è perché crede fortemente che: «Il dolore è un impedimento alla guarigione, sicuramente la rallenta, rende infinitamente penoso il decorso della malattia, provoca degli shock che si oppongono addirittura al risanamento». 

Il liquido a cui fa il riferimento il titolo di questo primo racconto non è solo quello che viene prelevato a Mauro con una puntura durante una visita, ma rimanda anche al flusso delle acque del Tevere, che cullano i pazienti dell’Ospedale in un movimento continuo e rassicurante, come lo è il liquido materno. Mauro anche è a suo modo un’isola, per questa sua volontà ferrea di sospendere il dolore, spingerlo altrove, come le acque del Tevere, che proprio ai piedi dell’isola infatti scorrono inesorabili attraverso una discesa ripida, che a volte mette alla prova anche i più coraggiosi canottieri.

Nel secondo racconto, che dà il titolo alla raccolta, l’isola è già lontana. Attraverso un flashback torniamo al primo incontro di Mauro con il suo amico, a cui lo lega da subito la passione comune per la musica. Ecco, la musica è l’altro grande elemento di questa raccolta, e anche il primo che ci accoglie quando entriamo nello studio.

Ciò che colpisce di questo ultimo lavoro di Matronola è la totale centralità che viene assegnata al protagonista; il suo fascino è tale da oscurare tutto il resto. Gli altri personaggi che incontriamo gli ruotano intorno abbagliati dalla sua luce. Il mio amico ricorda per certi versi un sistema eleocentrico, tanto la scrittura di queste pagine sembra muoversi inseguendo Mauro in tutte le sue trasformazioni, con la puntualità e il rigore di una forma diaristica.

Sono diversi i luoghi nominati in queste pagine: Via delle Fornaci, il Palatino e poi Parigi, dove Mauro è stato spedito da ragazzo dal padre per perfezionare il suo francese. Il fascino che Matronola subisce per la Ville lumière emerge con forza nell’ultimo racconto, intitolato Cronaca di una spedizione.

«Rue de Verneuil è immersa nell’ombra, penetrata a fatica da qualche lama di luce».

Quest’ultimo passaggio è a tutti gli effetti un verso poetico. È così infatti che questa scrittrice lavora, incastrando poesia e prosa, e afferrandole in un unico movimento.

Il mio amico, Daniela Matronola,
Manni editore, pp. 112, euro 13

Intendente

Non è difficile riconoscerlo.

Tu sei lì che hai appena tolto la schiuma dell’ennesima Superbock e ti chiedi se magari avresti le palle di creare un terzo brand di birra e così interrompere il duopolio tra le maggiori casate di luppolo lusitane: magari li faresti godere un pochino, visto che alla fine la birra locale è davvero piatta.

Nel frattempo largo Intendente è vestita di quella massa pluriforme, colorata, che vuol dire che si è già arrivati a giugno: buskers, artisti che si tormentano barbe fluenti e a tratti famiglie, tanti bambini che corrono e gente che accenna passi di swing. Musica e odore di sardine fritte già alle sette, che in questo mese accompagnano i Santi Popolari con la passione tutta profana del fumo e della cucina per strada, che ti s’attaccano addosso come una maledizione ma per cui non ti lamenterai mai: pazienza se il puzzo dovrà essere espiato in lavatrice, vale la pena.

E quasi lo senti muoversi nell’ombra, visto che non è proprio la spia più silenziosa: uscendo dall’oscurità dove spesso e volentieri aleggia e si immerge.

Sandro è uno dei tantissimi maluchinhi di Lisbona, il retaggio di una età passata che sta scomparendo. I pazzi, gli spostati, quelli da nascondere sotto il tappeto sempre più pacchiano di una città che è stata addormentata per tanti anni e ora si sta svegliando.

Un substrato rustico, una spontaneità improvvisa, un tesoro sporco da non scoprire e lasciare in fondo al Tejo a imputridirsi. Perché dare risalto alla vecchia matta che parla del figlio che vive in Alentejo e non le scrive mai, ai suoi piedi sporchi e tagliati quando invece, dopo aver dormito al Mercure o in qualche hotel di lusso, puoi sempre avere l’originalissima idea di farti una foto con la statua di Pessoa, scattata dalle unghie curate di tua moglie?

Li vedi spesso, ti colpiscono se hai la pazienza di girare la pagina e perderti tra le loro parole che non vogliono dire nulla.

Proprio due giorni prima avevo diviso una birra con un signore distinto, in giacca nera e aspetto da dopo barba messo in giornata: aveva cercato di convincermi che Gesù avesse il suo stesso colore di pelle, ci posso stare, e che fosse un pedofilo. Pur non essendo un grande fan mi erano sembrate parole poco rispettose per la memoria del Nazareno: avevo cercato una contromisura efficace ma timida e lui mi era sembrato dubbioso, prima di salutarmi per convincere le birkenstock con calzino di un ridanciano turista tedesco della venuta sempre più prossima dell’Armageddon.

Sandro invece non fa niente per mascherare il suo colpo: arriva con lo sguardo spiritato e l’irruenza del santone nel deserto. I vestiti sono in parte stracciati, tali da creare un connubio adeguato con la pelle piagata dall’eroina e da anni che sul suo corpo sembrano secoli. Attua un’elemosina aggressiva, puntando sul suo aspetto per farti cedere: è anche un accollo, come direi se ancora vivessi a Roma. Ti si attacca e inizia la sua litania: invade il tuo spazio e ti bombarda, senza però arrivare a toccarti fisicamente.

«Dai amico, mi mancano solo pochi soldi per fare gli ultimi esami…»

Schema fisso, risultato di solito garantito: pur di levartelo dai coglioni cerchi in maniera affannosa gli spicci che hai in tasca, che sei lì a goderti il tuo match su Tinder e non hai tempo da perdere.

Ma la cosa sorprendente è che te lo dice in un ottimo italiano: e magari, se avessi un cucchiaio di vetro vorresti scavare con foga nella sua memoria. Chissà, magari davvero prima di esplodere ha brillato, aveva qualcosa in più da dire e da dirsi, però il percorso di redenzione non è stato compiuto e ora dorme per Amirante Reis, tra i materassi che puzzano di urina che sorgono tra le chiese evangeliche brasiliane e quella di Scientology con il suo lampadario al neon.

Una mattina che ancora lavoravo per annebbiare l’idea del mio lavoro di merda e di altre ore a risolvere problemi altrui, camminavo in direzione di Martin Monitz: mentre albeggiava, le signore cinesi iniziavano la sessione di Tai Chi e io le fissavo rapito dall’armonia di quei movimenti lenti e precisi.

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Sandro era lì sempre a muoversi, seppur con meno foga: forse nel suo inferno aveva raffreddato un momento. 

La solita prassi, la solita scena, i soliti centesimi, il solito amico non sentito e il solito infinito esame: gli faccio: «Sandro, ma questo esame quanto è difficile?». Un sorriso per un momento sincero: «È una strada lunga, lo sai».

Conscio che sarebbe sparito e che comunque avevo tempo mi son fermato al bar per mangiare un pastel de nata e prendermi un caffè.

Vorrei, a volte, dopo più di un anno che vivo qui, mordere Lisbona e affondare in Lisbona come i miei molari cadono sulla crema del famoso dolce.

Vorrei che il sapore però fosse terribile, duro e granitico, da perdere i denti e fare una poltiglia, simile ai sorrisi delle prostitute di Mouraria così spenti da gelarti le vene.

Vorrei capire come era Lisbona cinquanta, dieci o cinque anni fa, prima che un esercito silenzioso di Airbnb la ammazzasse nel sonno, come quello che offre ai suoi turisti in cuscini di soffice piuma d’oca, mentre sfratta gente che ci ha sempre vissuto.

Vorrei prendere a pugni quelle finestre murate a Graca, rompermi le nocche, per capire quante storie vorrebbero raccontarmi e invece si tengono per loro, riservate come la maggior parte dei locali…

La Tinder tira su con la cannuccia del suo sidro, capisco che mi sono isolato un secondo di troppo: «Sai a Roma non ho mai fatto l’elemosina…». Mentre lei non capisce, Sandro è già lontano e ha già fatto un’altra vittima senza eccessivo spargimento di sangue.

Racconto di Sebastiano Bucci

Illustrazioni di Chiara Vivian

Il segreto di un baule: Vivian Maier e la Street photography

Questa storia – la storia di un baule e della donna che lo custodì tutta la vita – ha diversi inizi e altrettanti protagonisti: nel 2007 John Maloof, un giovane americano, figlio di un rigattiere, sta svolgendo una ricerca sulla città di Chicago; un giorno, nel bel mezzo di un’asta cittadina, acquista, al prezzo di 380 dollari, un baule contenente diversi oggetti espropriati per legge ad una misteriosa donna: vestiti, cappelli, scontrini, e una quantità indefinita di negativi. 

Il giovane Maloof decide di sviluppare e stampare alcune foto reperite, le pubblica su Flickr riscuotendo interesse ed entusiasmo. In seguito ad una serie di approfondite ricerche Maloof non tarda a venire a conoscenza del nome della donna misteriosa: si chiama Vivian Maier. 

Nel 2016 Cinzia Ghigliano, fumettista italiana, ha pubblicato una biografia illustrata di Vivian Maier dal titolo Lei. Vivian Maier, edita da l’Orecchio Acerbo.

Vivian è una tata che ama trascorrere il tempo libero assieme alla sua macchina fotografica, inizialmente una Rolleiflex professionale, scattando fotografie in giro per le città: New York, Los Angeles, Chicago. 

La voce narrante è quella della macchina fotografica, l’amica del cuore di Vivian, dalla quale non si separava mai: «Ai bambini voleva bene, ma io ero il suo unico grande amore. Eccomi qua. Io, la sua macchina fotografica. Vivian mi teneva sempre accanto al cuore». 

Vivian Maier è considerata un illustre esponente della Street photography, un genere fotografico che si pone l’obiettivo di catturare momenti di vita spontanei: uomini, donne e bambini fotografati nella realtà della vita di tutti i giorni. 

Due bambine giocano in strada – i loro sorrisi testimoniano la contentezza infantile, la gioia di un gioco condiviso. La realtà della strada, la vita nel suo continuo mutare sono elementi fondativi della fotografia di Maier, l’asse intorno a cui tutto ruota, si trasforma: «Un battito del mio occhio, finta palpebra apri e chiudi, fermava il mondo che i suoi occhi scoprivano». 

La macchina fotografica è divenuta possibilità di prolungamento del corpo, un mezzo attraverso il quale l’occhio reale vede e cattura – fissandolo – un attimo vivo e pulsante della vita reale: «Nei quartieri poveri, nei mercati, seguiva suoni e odori. Odori e suoni che, nelle sue foto, sembra ancora di sentire». L’occhio umano e reale e l’occhio – irreale? – della macchina imprigionano, attraverso un gioco di luci e ombre, illusioni e allusioni, un momentaneo evento che diverrà eterno. L’occhio – osservatore attento e perspicace – si dirige, con l’ausilio della macchina fotografica, verso il successivo scenario da inquadrare: lo rileva, lo mira, lo irretisce nelle maglie della fotografia: all’angolo di un negozio due donne corrono veloce – si odono i rumori del traffico, l’odore della pioggia battente: è la fotografia di un momento apparentemente anonimo eppur ricco di magia. 

Tra il 1959 e il 1960 Vivian intraprese un lungo viaggio in giro per il mondo: visitò le Filippine, la Thailandia, l’India, lo Yemen, l’Egitto, l’Italia e la Francia. Girava in bicicletta e scattava molte foto: «Insieme abbiamo molto viaggiato su autobus, treni, navi. Sempre fotografando il mondo. Dicono fosse di poche parole, lunatica, scostante. Ma le persone per lei erano tutto. Ogni persona una storia. Vivian scattava e il nostro diario prendeva corpo. Si popolava di luoghi diversi, di personaggi strani, di gente che parlava altre lingue. Io sono la penna con cui quel diario è stato scritto. Io, l’occhio strano che ha testimoniato la straordinarietà del quotidiano». 

Ogni persona è fotografata nell’immediatezza reale, mai estrapolata dal contesto sociale: la risata di una bambina, lo sguardo torvo di uno sconosciuto, il gesto vivido e spontaneo di un ragazzo che fuma una sigaretta seduto lungo la via. 

Vivian attraversa strade, volti, suoni; è alta e sottile, desiderosa di immergersi in quel pozzo senza fondo, brulicante di desideri che è la vita: «Vivian era misteriosa. Usava limone e aceto per lavarsi i capelli, portava camicie da uomo, imprecava in francese, conosceva a memoria tutti i racconti di O. Henry, camminava come un uccello. E così, come un trampoliere dalle lunghe gambe, ha attraversato il suo tempo fotografandolo».

Maier è attenta ai dettagli, ai particolari più insoliti; il suo occhio si avvicina ad una Kodak, ad una Leica e le sue fotografie diventano a colori: catturano dettagli di una inconsueta vita quotidiana. 

Borsette colorate, fiori, piedi, tavoli… ogni oggetto è un mondo, un universo scintillante di suoni e odori, odori e suoni nei quali smarrirsi e trovarsi: «Vivian ha sempre vissuto sotto lo stesso tetto dei bambini di cui era tata. Voleva però una stanza tutta per sé con una speciale serratura che isolasse il suo regno dal resto della casa». 

Che sia stato un baule la sua stanza? Quel baule dalla serratura speciale che negli anni ha fedelmente custodito le sue memorie – il suo mondo inedito germoglio di vita e di fotografia.

Il “Día de Muertos” fra colori e ricordo

Se qualcuno mi dovesse chiedere qual è la prima cosa che mi viene in mente pensando al Día de Muertos messicano, risponderei senza dubbio Cempoalxochitl (“fiore venti” in náhuatl). L’immagine dei tipici fiori (Tagetes Erecta), che si utilizzano per adornare gli altari e per accompagnare i propri cari defunti dal Mictlan al mondo dei vivi, è prominente ed inebria la mia mente avvolgendo qualsiasi altro ricordo legato a questa festività, tingendolo di arancione.

Le strade di Cuetzalan del Progreso nello stato messicano di Puebla, dove ho avuto la fortuna di fare ricerca per la mia tesi di laurea lo scorso anno, si trasformano in questo periodo in veri e propri mercati di fiori, attraversati da un gran via vai di persone alla ricerca dei mazzi più belli, con il solo scopo di comporre l’altare migliore, pronto ad accogliere le anime di coloro che, nelle notti fra il 28 ottobre ed il 2 novembre di ogni anno, qui giungono in cerca di ristoro e di energia.

Secondo la cosmovisione degli indigeni nahua della Sierra Norte di Puebla, frutto di un sincretismo religioso fra le antiche credenze Mexica (coloro che i nostri libri di storia chiamano Atzechi) e il cattolicesimo qui importato dagli Spagnoli dopo la conquista a partire dal XVI secolo, i morti continuano a giocare un ruolo importante nella vita dei vivi pur essendo defunti, quello fondamentale di mediazione con la divinità. Qui i concetti di una separazione netta tra bene e male di cristiana memoria sfumano per lasciare spazio ad una ciclicità perpetua delle cose, in cui vi è un continuo spostamento di energia cosmica che permette di mantenere un certo equilibrio vitale. Così, proprio fra ottobre e novembre, nel periodo della raccolta di mais e di altri alimenti indispensabili per la sussistenza di queste comunità, si rende necessario ingraziarsi i propri morti saziando la loro fame, per far sì che intercedano con la Santissima Trinità affinché permetta loro di avere un buon raccolto l’anno successivo[1].

In effetti, gli indigeni ritengono che i defunti popolino un mondo parallelo a quello dei vivi, il Mictlan per l’appunto, in cui però piaceri come la luce, il calore, l’odore ed il sapore delle cose vengono loro sottratti, comportando una fame ed un appetito perenni. È per questo motivo che sugli altari preparati per l’occasione, incorniciati dai Cempoalxochitl, vengono poste le pietanze preferite dai propri cari in vita, perché questi possano saziare la loro fame e recuperare le energie perse con la perdita del corpo mortale. Le anime dei defunti ritornano dai loro famigliari in un giorno preciso, a seconda del periodo e della modalità in cui è avvenuto il trapasso: generalmente la notte fra il 31 ottobre ed il primo novembre è dedicata alle anime dei bambini; quella fra il giorno di Ognissanti e il 2 novembre a quelle degli adulti (le notti fra il 28 ed il 31 ottobre sono dedicate alle anime dei morti con modalità precise, a cominciare dalla morte violenta).

Accanto alle pietanze preparate amorevolmente, sull’altare campeggiano bevande, oggetti a cui i defunti erano legati in vita, oltre a panes de muerto (dei dolci preparati con acqua, farina, uova, burro e zucchero molto simili ai maritozzi italiani) e tamales, un piatto tipico messicano composto da una pasta di mais ripiena di carne di vario tipo e/o verdura e/o fagioli o dal ripieno dolce, avvolto in una foglia, generalmente di mais, e poi cotto al vapore. Completano il tutto i coloratissimi papeles picados, le candele, una per ciascun morto, e le foto dei defunti. Ogni casa possiede il suo altare che viene collegato agli usci da cammini composti dai meravigliosi petali arancioni, perché le anime non perdano la strada.

Trovarsi in Messico in queste giornate equivale ad entrare in una dimensione quasi magica per chi non è abituato a questi festeggiamenti, molto simile a quella ricreata nel film d’animazione Disney Pixar Coco, del 2017.

Davanti ad ogni porta si scorge l’arancione dei fiori, per ogni strada se ne sente il profumo, si rimane incollati alle vetrine delle panaderías mentre si scelgono i panes che meglio soddisfino il proprio gusto. Si aspettano le anime dei defunti con allegria e trepidazione, seppur tra orazioni e preghiere.

La morte diventa il punto di contatto tra vivi e morti e la sensazione è quella di essere invitati ad una grande festa.

Sui volti dei bambini e di qualche adulto compaiono i coloratissimi teschi messicani, famosi ormai in tutto il mondo, che ci ricollegano subito a questa festività, riconosciuta nel 2008 dall’Unesco come Patrimonio Immateriale dell’Umanità. La raffigurazione del teschio, oltre che essere un diretto richiamo al concetto di morte e di caducità dell’essere umano, in realtà assume in questo caso un richiamo a due elementi principali della cultura messicana. In primo luogo, il collegamento più o meno diretto con il Tzompantli (“fila di crani”), una specie di altare dove venivano impilate le teste dei prigionieri di guerra sacrificati in onore degli dei presso le popolazioni mesoamericane originarie e, in seconda battuta, il richiamo alla ormai famosa Catrina o Calavera Garbancera, disegnata per la prima volta nel 1910 dall’illustratore messicano José Guadalupe Posada.

Il personaggio di questo scheletro di donna, vestito secondo la moda parigina dell’Ottocento, era nato come satira nei confronti della borghesia messicana tra XIX e XX secolo, che aveva acquisito potere durante il governo di Porfirio Díaz e rinnegava le proprie origini indigene, ma fu reso celebre da Diego Rivera nel 1947 grazie al quadro Sogno di una domenica pomeriggio nel parco di Alameda, in cui viene ritratto a fianco del proprio ideatore. Un simbolo quindi pregno di storia e di cultura, che viene anche posto sugli altari, sottoforma di papel picado, di tovaglietta o perfino di dolce se pensiamo alle tante calaveras de azúcar che tanto piacciono ai bambini messicani.

Una festa colorata, sentita, piena di allegria e di vita come quella del Día de Muertos in Messico non può non lasciare un grandissimo senso di stupore e di coinvolgimento in chi la vive per la prima volta, come è successo a me lo scorso anno. Furono i miei ultimi giorni messicani prima del rientro a casa, in Italia, dopo quattro mesi vissuti intensamente, nell’immersione completa in odori, sapori, vite che fino a quel momento non mi appartenevano, e mi piace pensare che non ci potesse essere momento migliore per lasciare, almeno momentaneamente, quelle terre che, come i parenti morti per i familiari che sono ancora in vita, continuano a vivere nei ricordi e nei racconti. Ojalá che il mio sia stato soltanto un episodio di quel famoso circolo di energia che permette all’universo di sussistere e di far rincontrare, almeno una volta all’anno, i morti con i vivi.


[1] Cf. Lupo, 2020, “Comer (con) los difuntos: las ofrendas comestibles”, ECN 58, p.225-227

On “passing through”. Memory, identity, experiences at Studentenstadt in Munich

A rain of leaflets. It was on February 18, 1943 that Sophie Scholl, a twenty-one-year-old student of biology and philosophy, walked through the deserted corridors of the Ludwig-Maximilians-Universität in Munich, in the company of her brother Hans. She climbed the imposing stairs to the balustrade, and from there, giving a small blow to the ream of paper leaning against it, she dropped what would have been the sixth – and last – leaflet of the White Rose on the students who were crowding in the atrium.

The action of the White Rose – die Weiβe Rose – was one of the most significant and moving examples of German resistance to the Third Reich. A group of young university students, who attended the lectures on Leibniz by Professor Kurt Huber, and fed on the pages of Schiller, Goethe and Novalis, wrote six leaflets addressed to students and intellectuals of Germany. The cyclostyled sheets appealed to the conscience of the German people, to the «moral duty» of overthrowing the National Socialist regime, inviting sabotage, active opposition and passive resistance. They wrote “Down Hitler” and “Freiheit” (freedom) on the walls of the University and the surrounding buildings. «Es lebe die Freiheit!» («Long live freedom!»): that’s what Hans shouted just before he was executed that February, after a mock trial, along with his sister and Cristoph Probst.

Seventy-five years later I would enter for the first time the austere Ludwig-Maximilians-Universität, where I would spend the Sommersemester, a summer semester to dedicate to my thesis.

The leaflets launched by Sophie Scholl can no longer be moved by the wind or be faded by the snow that accompanies every German winter: they are turned into stone, set between the cobblestones in front of the main entrance. An intelligent monument, that with discretion literally induces those who approach it to “stumble” on the memory. The two specular squares that house the two main buildings of the University are now called Geschwister-Scholl-Platz and Professor-Huber-Platz.

The names of the other guys who fought in the name of «freedom of speech, freedom of faith, defence of individual citizens from the arbitrariness of the criminal states based on violence», as foundations for the construction of a «new Europe», give also the names to the streets of Studentenstadt Freimann, the largest student housing complex in Germany, built in the 1960s.

With a window overlooking the Nordteil of the Englischer Garten – the wildest part of this huge garden that is covered with yellow flowers in April – I lived six months in a street named “Willi Graf”.

Studentenstadt is regarded by most of its young residents as a field of social and cultural experimentation. It can be considered a great experiment of self-organization: almost all administrative activities, from managing bars and shops to organizing events are in the hands of students’ initiative. 

Every morning I went down the stairs of my building to the Brotladen: here the guys drink coffee and have breakfast, play chess, play guitar. Every morning the sense of a small community is recreated around the large wooden tables, a sense that is greatly amplified during the days of the StuStaCulum. Between the end of May and the first days of June, the student residence spaces are filled with stages, graffiti and visitors: the StuStaCulum is in fact a lively theater and music festival in which many independent artists take part alongside with more established companies and bands. Every year, at the beginning of the summer, the “city of students” prepares to welcome “the city out there”, Munich.

Studentenstadt tends to really set itself up as a “city within the city”. Walking along the corridor of the floor or Stock – where you live, you have the impression of being able to meet the whole world. The interaction of people of all nationalities, who have come in one place from very distant cultural contexts, creates what for Winnie is «the brightest diversity»: a concept that perhaps Studentenstadt embraces more than any other place in Munich. Winnie, a German student who moved from Braunschweig to study mechanical engineering, has Chinese origins and delicate eastern traits: she tells of «a huge identity problem» that she’s often had to deal with. The multicultural atmosphere and sensibility of Studentenstadt, in which no one would ever make a superficial – let alone racist – comment on her origin, is the most precious aspect of her stay in the student residence.

The interviewed guys speak English with different accents, and color the speech of different shades, but all their answers seem to articulate around a single word: “identity”. They describe the international context in which they found themselves immersed as a “mirror”, which, reflecting the gaze of the others, forces them to question themselves in a more radical way, while making them more aware of their own identity structure.

Şimal, a student of management and computer science from Istanbul, tells how trying to understand her national identity was the most difficult obstacle to face. To remain in a context in which one does not have an impact with any kind of diversity, does not allow to acquire a correct perception of one’s «position in the world». On the other hand, the arrival in Germany allowed her to see a big gap between her “being Turkish” and the “being Turkish” of the generation of immigrant workers during the Sixties. The most transformative aspect of her German experience therefore lies in having asked herself fundamental questions about the possibilities of integration and her own roots. To study and deepen the history of Turkey has become a hobby for Şimal, but also a question of responsibility, stemming from the desire to be able to represent herself and her culture in a more conscious way.

Lyn, who attended a Master’s Degree in Research on Teaching and Learning during her years in Studentenstadt, believes that she never uttered the words “I’m Asian” before arriving in Germany. Before arriving in Europe, she had never felt the need to «justify» her own identity, or the need to reflect on the “definition” of herself as “Singaporean” or “Chinese”. Although she has sometimes felt among students the roots of certain stereotypes, to which a stratified and complex reality inevitably does not correspond, she remembers the student residence as a «safe» place, capable of offering a great opportunity for growth and personal realization. It is a place that seems to give back a sort of «puberty», with the flourishing sense of possibility that accompanies new beginnings. A city in the city that protects from mistakes, stumbling and judgements.

It is a city that sometimes, however, risks to take the narrow views and contours of a “town”. This is the feeling of Charlotte, who is also a student of mechanical engineering. It is an environment which itself tends to be a small society, whose closure can give rise to gossip. Although Charlotte comes from Berlin and she is accustomed to a highly multicultural environment, she tells how the meeting with people she met in Studentenstadt gave her the opportunity and the taste to reconnect once again with her French roots. A part of herself and her childhood, overshadowed in her previous companies, but that makes her German belonging multifaceted. 

Crossing the common spaces of a student residence is equivalent to being «exposed», and to revealing, even through small details – such as the time at which dinner is prepared, or the spices used while cooking – what their origin is. 

In this sense, J.C., a student of computer science of Chinese origins, but who has been in Singapore for ten years, tells how in Germany he felt for the first time «obliged to adapt to a culture». In Singapore people tend to avoid eye contact and they only say “hello” when the knowledge is already in depth: the first conversations in the kitchen of the student residence were therefore faced with some nervousness and embarrassment. Being able to get used to a new mode of exchange, and being deeply in love with it, determined what J.C. calls “a life-changing experience”. He remembers with nostalgia the dinners organized and the evenings spent singing together: the experience at Studentenstadt, although transitory, has allowed to establish deep connections with the people known, which remain and “reactivate” even after years.

«From an anthropological perspective, the kitchen is the most important space in a house: it is an incredible scenario in which to observe people interact». So tells Andres, who came from Medellín to attend the same master as Lyn. Andres arrives in Germany with his wife Gloria: being an adult couple in Studentenstadt, with goals and intentions different from the students with whom they live, is a very special condition. Encountering such a heterogeneous context turns into an opportunity to confirm their cultural identity, which they express with pride, filling the shared spaces with music, dishes and hospitality. For Andres and Gloria the German period also offers a confirmation to their love and their will to be together. On May 1 – a significantly international day – their little Zoe was born: becoming parents in a student residence meets the solidarity of the friends they are surrounded by. Having crossed a similar place, in which tolerance and care are intertwined, has translated, on returning to Colombia, in a transformed “look” towards other countries and their own.

Sofia studies philosophy and comes from Mallorca. She also has Latin American origins: she talks about her mixed background, and how she was struggling to reconcile with her own identity and roots, before arriving in Germany. Upon arriving at Studentenstadt, she began to realize how it was a fundamentally neutral place, able to put people from far away places eye-to-eye, and give them a similar perception of things. A more subtle sensibility and understanding of people is perhaps the most important legacy of her long stay at Studentenstadt. Learning to communicate, also adopting a non-verbal language, is a fundamental element in this experience of growth, which helps to resolve the misunderstandings that sometimes arise from a different cultural belonging. Sofia feels Studentenstadt as a protected place that she would not want to leave, but she also believes that severing the link and entering world “out there” is necessary for her own evolution not to stop.

She speaks of a «small miracle» that took place in these corridors: it is a «privilege» to have met people from all over the world, to have experienced this «intersection» together, despite the fact that everyone, then, moving away, will take different paths.

In the words of these guys lies perhaps the most pregnant meaning of the term “experience”, which in German – Erfahrung – inherently retains the idea of “journey” and “to pass through”.

Studentenstadt is for anyone who has lived there a transitional stage, but decisive: through contact with an otherness, a more open, sensitive and self-conscious subjectivity is consolidated and refined. And perhaps, in the richness of this experience it is possible – by collecting the legacy of the young people of the White Rose to whom these streets are dedicated – to retrace the foundations for the construction of a «new» European and global solidarity.

La Lisbona di Luiz Ruffato, narratore della saudade

Col caldo, Lisbona odora di sardine e col freddo di castagne al forno, l’ho scoperto andando su e giù per la città, in metropolitana, in tram, in autobus, in treno, a piedi, da solo o in compagnia di Sheila.

Luiz Ruffato

Un titolo ingannevole quello scelto dallo scrittore brasiliano Luiz Ruffato per la sua opera Sono stato a Lisbona e ho pensato a te, pubblicata dalla casa editrice La Nuova Frontiera, che ha il merito di aver tradotto e lanciato questo autore in Italia. Il lettore che afferra il libro tra  le mani potrebbe pensare che ad attenderlo vi sia una storia d’amore e in effetti questa idea non si rivela poi così sbagliata. Ma di quale storia d’amore si tratti lo capiamo forse solo alla fine. Una cosa però è certa: queste pagine incarnano in tutta la loro essenza il sentimento della saudade e riescono fino in fondo ad esprimere la sua ineffabilità, descritta magnificamente da Fernando Pessoa in una poesia del 1930. 

Vivere è sentire saudade 

Non so quale vita sia la mia 

ché oggi ho saudade soltanto

di quando avevo saudade. 

Vissi lontano nel mondo 

e sono come il mondo mi ha fatto 

ma serbo nel profondo dell’anima

la mia anima di portoghese. 

E il portoghese è saudade. 

Perché solo la può sentire 

chi possiede questa parola

per dire che ha saudade 

E Serginho, protagonista delle pagine di Ruffato, sa bene cosa significhi. Nato e cresciuto a Cataguases, sperduta cittadina brasiliana, decide un giorno di partire per il Portogallo in cerca di una vita migliore. Il signor Oliveira, sentita la notizia, lo incoraggia: «Il futuro è in Portogallo!». E così Serginho parte. Ma ciò che la città di Lisbona gli offre è deludente, soprattutto per uno come lui, che sognava di riscattarsi all’estero e tornare in Brasile acclamato da tutti i suoi concittadini. 

È difficile definire a quale genere letterario appartenga questo lavoro. Potremmo immaginarlo come una raccolta di due racconti o addirittura come una lettera. Sono stato a Lisbona e ho pensato a te si presenta come una lunga confessione, come quella che si potrebbe fare ad un amico che non vediamo da anni. Luis Ruffato, nella nota iniziale, definisce il suo libro una testimonianza, leggermente modificata, di Sérgio de Souza Sampaio, annotata in quattro incontri, avvenuti tutti rigorosamente di sabato pomeriggio, nel ristorante Solar do Duque, situato in cima alle scalinate della Calçada do Duque, zona storica di Lisbona. 

Questo espediente letterario funziona perfettamente. Il lettore ha l’impressione di essere proprio lì, seduto accanto a Serginho, pronto ad ascoltarlo. 

La veste grafica scelta da La Nuova Frontiera per questa edizione contribuisce a rendere ancora più vero il contatto tra noi, Serghino e l’autore. Le linee bianche, rosse e celesti stampate sul bordo della copertina richiamano le buste da lettera usate per le spedizioni internazionali. Il timbro con sopra scritto Lisboa ci illude fino in fondo che Ruffato abbia scelto di consegnare proprio a noi la storia di Serghino.

Diviso in due parti intitolate Come ho smesso di fumare e Come ho ricominciato a fumare, questo libro  ricorda per alcuni aspetti l’indolenza del protagonista de La coscienza di Zeno di Italo Svevo. La famosa “ultima sigaretta” di Zeno è un po’ come quella che Serginho si accende alla fine, come segno di resa alla vita e ai suoi tentativi di renderla migliore. 

Serghino, nel modo che ha di abitare la città di Lisbona, somiglia ad un cane randagio, che vagabonda per le strade in attesa che un passante o una signora gli offra un pezzo di pane. L’inquietudine e l’attesa scandiscono le sue giornate. La rassegnazione e la delusione di non aver trovato in Portogallo la fortuna di cui parlava il signor Oliveira e la preoccupazione per un futuro incerto non gli permettono di godere appieno della città. 

E così, quello che aveva l’aria di essere un viaggio e la più incredibile delle avventure, finisce per rivelarsi un esilio. 

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Sono stato a Lisbona e ho pensato a te, Luiz Ruffato, Nuova Frontiera, pg. 96, Euro 12