“See you at Flaminio”. Appuntamento nel quartiere con l’illustratrice Ottavia Tracagni

Ci vediamo a Flaminio. See You At Flaminio: questo è il nome del progetto disegnato dall’artista e designer Ottavia Tracagni e prodotto da Studioplace, un nome che suona quasi come un appuntamento.

Le otto illustrazioni a tiratura limitata, che raffigurano scorci urbanistici e architettonici del Flaminio, sono un invito a scoprire l’anima poliedrica di questo quartiere: al contempo dinamico e romantico, moderno e ricco di storia.

Il progetto Quartiere Flaminio è nato cinque anni fa, quando Tommaso Politano – oggi partner della società di comunicazione e marketing Studioplace – ha deciso di aprire una pagina Facebook in cui fosse possibile un confronto diretto tra gli abitanti del quartiere, perché potessero aggiornarsi sulle attività e sulle novità di ogni giorno. Nonostante i numerosi luoghi di aggregazione, Tommaso constatava infatti la mancanza di un senso di comunità e di un’identità forte che permettesse ai cittadini di sentirsi parte di qualcosa.

Affascinato dal modello dell’arrondissement parigino, in particolare da Le Marais e Saint Germain, in grado di comunicare agli abitanti e ai turisti uno stile, un modo di vivere e di pensare, Tommaso ha pensato il progetto come un’opportunità per valorizzare anche all’esterno i punti di forza urbanistici, architettonici e culturali che il quartiere può offrire.

A marzo, Quartiere Flaminio è approdato a Studioplace: si è avviata così la collaborazione con Ottavia Tracagni, direttrice artistica della società, che con una grafica avvincente ha illustrato i luoghi simbolo del quartiere.

Ottavia, che finora ha esposto i suoi lavori in due mostre personali – a Roma con 88 Opere in mostra (2018), presso la Città dell’Altra Economia e a Napoli con 100 Opere al Castello (2020), presso Castel dell’Ovo –, ci ha raccontato che cosa significhi per lei disegnare, e come sono stati realizzati i poster di See You At Flaminio.

Come descriveresti la tua professione e il tuo rapporto con il disegnare?

Disegnare è una nobile mania: è il desiderio di fermare ciò che sfugge, il tentativo di spingersi ad una nuova lettura dello spazio, delle circostanze, delle relazioni e delle situazioni. Disegnare per me è poter creare qualcosa dal nulla, è il mio personale rimedio per ricordarmi che siamo altro da consumi, impegni, bisogni quotidiani e azioni automatiche. Mi piace indagare il non detto, i giochi di parole, i detti con vari significati, le associazioni inusuali e lo sguardo semplice sulle cose e i luoghi, quello che ti fa andare oltre ciò che hai di fronte.

Mi interessa l’animo umano, l’essenza dei luoghi, le paure comuni e ciò che si sente prima e oltre la parola. Mi piace invitare al gioco e disarmare chi guarda. Creo immagini per fermare su carta delle storie e consegnarle all’osservatore. Il mezzo è secondario, ma per ora ho scelto le immagini, i disegni, il collage, le vignette e a volte anche le parole.

I luoghi che avete deciso di illustrare nel progetto See You At Flaminio sembrano rispecchiare il dinamismo del quartiere, la mescolanza tra “vecchio” e “nuovo” che lo caratterizza. Come vi siete concentrati su questi posti specifici?

Tutto è iniziato quasi per gioco. Siamo partiti dai racconti delle persone che lo vivono, dalla memoria di Tommaso Politano e di Giorgio Gioacchini (fondatore di Studioplace), che sono del quartiere. Abbiamo fatto una sorta di brainstorming, che ha portato a mescolare luoghi iconici con luoghi che invece racchiudono ricordi più personali. Spesso il romano vive di meno il luogo “da cartolina” rispetto a un determinato scorcio, a luoghi che percorre ogni giorno.

Abbiamo scelto di raccontare questi posti in maniera fresca, viva, in modo da tirare fuori l’anima del quartiere che appunto è poliedrica. C’è il MAXXI in cui organizzano super mostre, ma anche il Contest di Street Art. Ci sono palazzi molto antichi, ma anche il Ponte della Musica. Con uno stile grafico abbiamo cercato di racchiudere tutto questo. Per gioco e per la community.

Le illustrazioni sono molto diverse una dall’altra. Puoi dirci qualcosa a proposito della tecnica utilizzata?

Sempre facendo riferimento allo spirito del gioco, per ogni luogo rimettevo carta bianca e mi chiedevo: “come posso raccontarlo?”. Così, per esempio, per un luogo d’incontro, con panchine, ho cercato di restituire un’atmosfera vintage, magari attraverso il contrasto tra il bianco e nero della tradizione e il colore. Per l’Auditorium ho pensato al collage, poi c’è l’illustrazione del Ponte della Musica che è molto viva, fresca, quasi futurista. Si è trattato quindi di un gioco tra varie tecniche, per adattare la tecnica dell’illustrazione alle caratteristiche del luogo.

Oltre che essere rivolto alle persone del quartiere, il progetto ha anche l’intento di coinvolgere ed incuriosire persone esterne?

Assolutamente sì. L’idea è partita proprio come il cercare di raccontare qualcosa che conosciamo, ma che possa essere fruibile anche da chi il quartiere non lo conosce. O lo conosce soltanto da una prospettiva esterna, magari dal Lungotevere o dal Ponte. Il progetto vuole essere un’occasione per valorizzare il quartiere per chi lo conosce, ma anche un invito per chi ancora non l’ha approfondito. Una scusa per scoprirlo, o per chi già lo abita, per scoprire che determinati luoghi possono essere il luogo del cuore anche di altre persone.

Pensi che questa idea possa essere estesa anche ad altri quartieri di Roma?

Sì, un domani ci piacerebbe raccontare nella sua particolarità anche l’Esquilino: io sono di là, è proprio il mio quartiere del cuore. O San Giovanni… Vorremmo estendere il progetto, ma con calma, cercando di mantenere sempre la stessa attenzione e delicatezza.

Il vostro progetto ha molta affinità con l’intento che muove Tre Sequenze. Raffigurando persone che attraversano gli spazi della città, raccontate davvero l’“abitare” attraverso l’illustrazione. Quale credi che sia la forza e l’impatto di un racconto attraverso il disegno, rispetto a quanto si possa fare con la fotografia o un altro mezzo?

Sono di parte, perché il disegno è un mondo che amo e che pratico. Quello che dico sempre è che una fotografia prende quello che è: poi puoi essere bravo a cogliere il momento giusto o la circostanza esatta per catturare quello che vuoi. Col disegno si ha un margine di libertà in più: non è importante ritrarre al centimetro quello che hai di fronte. Se l’intento è quello, con un click della macchina fotografica risparmi molto più tempo. Con il disegno si ha la possibilità di prendere, trasformare e restituire la sensazione di un posto. Un albero può essere semplicemente una nuvoletta, o il cielo può avere un colore diverso, ed essere verde, per esempio. Non è importante la raffigurazione esatta di quello che vedi, ma un’interpretazione personale, e ciò che riesci a restituire.

I coloratissimi poster intitolati Piccola Londra anche detta I Villini, Ali, IL DUE, Ponte della Musica a colori, MAXXI minimal, Sunday, La Scalinata, Perin del Vaga, sono disponibili da mercoledì 18 novembre su www.quartiereflaminio.com

Pubblicato da Chiara Molinari

Nata a Brescia nel 1994. Dopo un periodo di studio a Monaco di Baviera, si laurea in Filosofia all'Università degli Studi di Padova con una tesi su Adorno. Attualmente frequenta il Master in Critica Giornalistica all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica Silvio D'Amico di Roma. Si interessa principalmente di letteratura, cinema e teatro.

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