Il “Día de Muertos” fra colori e ricordo

Se qualcuno mi dovesse chiedere qual è la prima cosa che mi viene in mente pensando al Día de Muertos messicano, risponderei senza dubbio Cempoalxochitl (“fiore venti” in náhuatl). L’immagine dei tipici fiori (Tagetes Erecta), che si utilizzano per adornare gli altari e per accompagnare i propri cari defunti dal Mictlan al mondo dei vivi, è prominente ed inebria la mia mente avvolgendo qualsiasi altro ricordo legato a questa festività, tingendolo di arancione.

Le strade di Cuetzalan del Progreso nello stato messicano di Puebla, dove ho avuto la fortuna di fare ricerca per la mia tesi di laurea lo scorso anno, si trasformano in questo periodo in veri e propri mercati di fiori, attraversati da un gran via vai di persone alla ricerca dei mazzi più belli, con il solo scopo di comporre l’altare migliore, pronto ad accogliere le anime di coloro che, nelle notti fra il 28 ottobre ed il 2 novembre di ogni anno, qui giungono in cerca di ristoro e di energia.

Secondo la cosmovisione degli indigeni nahua della Sierra Norte di Puebla, frutto di un sincretismo religioso fra le antiche credenze Mexica (coloro che i nostri libri di storia chiamano Atzechi) e il cattolicesimo qui importato dagli Spagnoli dopo la conquista a partire dal XVI secolo, i morti continuano a giocare un ruolo importante nella vita dei vivi pur essendo defunti, quello fondamentale di mediazione con la divinità. Qui i concetti di una separazione netta tra bene e male di cristiana memoria sfumano per lasciare spazio ad una ciclicità perpetua delle cose, in cui vi è un continuo spostamento di energia cosmica che permette di mantenere un certo equilibrio vitale. Così, proprio fra ottobre e novembre, nel periodo della raccolta di mais e di altri alimenti indispensabili per la sussistenza di queste comunità, si rende necessario ingraziarsi i propri morti saziando la loro fame, per far sì che intercedano con la Santissima Trinità affinché permetta loro di avere un buon raccolto l’anno successivo[1].

In effetti, gli indigeni ritengono che i defunti popolino un mondo parallelo a quello dei vivi, il Mictlan per l’appunto, in cui però piaceri come la luce, il calore, l’odore ed il sapore delle cose vengono loro sottratti, comportando una fame ed un appetito perenni. È per questo motivo che sugli altari preparati per l’occasione, incorniciati dai Cempoalxochitl, vengono poste le pietanze preferite dai propri cari in vita, perché questi possano saziare la loro fame e recuperare le energie perse con la perdita del corpo mortale. Le anime dei defunti ritornano dai loro famigliari in un giorno preciso, a seconda del periodo e della modalità in cui è avvenuto il trapasso: generalmente la notte fra il 31 ottobre ed il primo novembre è dedicata alle anime dei bambini; quella fra il giorno di Ognissanti e il 2 novembre a quelle degli adulti (le notti fra il 28 ed il 31 ottobre sono dedicate alle anime dei morti con modalità precise, a cominciare dalla morte violenta).

Accanto alle pietanze preparate amorevolmente, sull’altare campeggiano bevande, oggetti a cui i defunti erano legati in vita, oltre a panes de muerto (dei dolci preparati con acqua, farina, uova, burro e zucchero molto simili ai maritozzi italiani) e tamales, un piatto tipico messicano composto da una pasta di mais ripiena di carne di vario tipo e/o verdura e/o fagioli o dal ripieno dolce, avvolto in una foglia, generalmente di mais, e poi cotto al vapore. Completano il tutto i coloratissimi papeles picados, le candele, una per ciascun morto, e le foto dei defunti. Ogni casa possiede il suo altare che viene collegato agli usci da cammini composti dai meravigliosi petali arancioni, perché le anime non perdano la strada.

Trovarsi in Messico in queste giornate equivale ad entrare in una dimensione quasi magica per chi non è abituato a questi festeggiamenti, molto simile a quella ricreata nel film d’animazione Disney Pixar Coco, del 2017.

Davanti ad ogni porta si scorge l’arancione dei fiori, per ogni strada se ne sente il profumo, si rimane incollati alle vetrine delle panaderías mentre si scelgono i panes che meglio soddisfino il proprio gusto. Si aspettano le anime dei defunti con allegria e trepidazione, seppur tra orazioni e preghiere.

La morte diventa il punto di contatto tra vivi e morti e la sensazione è quella di essere invitati ad una grande festa.

Sui volti dei bambini e di qualche adulto compaiono i coloratissimi teschi messicani, famosi ormai in tutto il mondo, che ci ricollegano subito a questa festività, riconosciuta nel 2008 dall’Unesco come Patrimonio Immateriale dell’Umanità. La raffigurazione del teschio, oltre che essere un diretto richiamo al concetto di morte e di caducità dell’essere umano, in realtà assume in questo caso un richiamo a due elementi principali della cultura messicana. In primo luogo, il collegamento più o meno diretto con il Tzompantli (“fila di crani”), una specie di altare dove venivano impilate le teste dei prigionieri di guerra sacrificati in onore degli dei presso le popolazioni mesoamericane originarie e, in seconda battuta, il richiamo alla ormai famosa Catrina o Calavera Garbancera, disegnata per la prima volta nel 1910 dall’illustratore messicano José Guadalupe Posada.

Il personaggio di questo scheletro di donna, vestito secondo la moda parigina dell’Ottocento, era nato come satira nei confronti della borghesia messicana tra XIX e XX secolo, che aveva acquisito potere durante il governo di Porfirio Díaz e rinnegava le proprie origini indigene, ma fu reso celebre da Diego Rivera nel 1947 grazie al quadro Sogno di una domenica pomeriggio nel parco di Alameda, in cui viene ritratto a fianco del proprio ideatore. Un simbolo quindi pregno di storia e di cultura, che viene anche posto sugli altari, sottoforma di papel picado, di tovaglietta o perfino di dolce se pensiamo alle tante calaveras de azúcar che tanto piacciono ai bambini messicani.

Una festa colorata, sentita, piena di allegria e di vita come quella del Día de Muertos in Messico non può non lasciare un grandissimo senso di stupore e di coinvolgimento in chi la vive per la prima volta, come è successo a me lo scorso anno. Furono i miei ultimi giorni messicani prima del rientro a casa, in Italia, dopo quattro mesi vissuti intensamente, nell’immersione completa in odori, sapori, vite che fino a quel momento non mi appartenevano, e mi piace pensare che non ci potesse essere momento migliore per lasciare, almeno momentaneamente, quelle terre che, come i parenti morti per i familiari che sono ancora in vita, continuano a vivere nei ricordi e nei racconti. Ojalá che il mio sia stato soltanto un episodio di quel famoso circolo di energia che permette all’universo di sussistere e di far rincontrare, almeno una volta all’anno, i morti con i vivi.


[1] Cf. Lupo, 2020, “Comer (con) los difuntos: las ofrendas comestibles”, ECN 58, p.225-227

Pubblicato da Lavinia Micheli

Mi piacciono le cose semplici perché credo fortemente che da esse si sprigionino i valori più grandi. Cerco di applicare questa stessa filosofia al mio modo di comunicare scrivendo: "Le parole sono importanti!" ed una buona comunicazione è alla base di qualsiasi rapporto, da quello lavorativo a quello amoroso. Sono incuriosita dai meccanismi sociali e cerco di apprendere da tutto ciò che la vita può offrirmi, per questo sono laureata in Cooperazione Internazionale e Sviluppo e in Antropologia Culturale. Amo viaggiare (spesso con la mente) e scoprire altre sensibilità, altri punti di vista sul mondo e sulla vita. Ho vissuto per quattro mesi nella Sierra Norte di Puebla (Messico) per la ricerca della mia tesi di laurea sull'empowerment femminile delle donne indigene del luogo. Non smetto mai di stupirmi e di sorridere.

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