Intendente

Non è difficile riconoscerlo.

Tu sei lì che hai appena tolto la schiuma dell’ennesima Superbock e ti chiedi se magari avresti le palle di creare un terzo brand di birra e così interrompere il duopolio tra le maggiori casate di luppolo lusitane: magari li faresti godere un pochino, visto che alla fine la birra locale è davvero piatta.

Nel frattempo largo Intendente è vestita di quella massa pluriforme, colorata, che vuol dire che si è già arrivati a giugno: buskers, artisti che si tormentano barbe fluenti e a tratti famiglie, tanti bambini che corrono e gente che accenna passi di swing. Musica e odore di sardine fritte già alle sette, che in questo mese accompagnano i Santi Popolari con la passione tutta profana del fumo e della cucina per strada, che ti s’attaccano addosso come una maledizione ma per cui non ti lamenterai mai: pazienza se il puzzo dovrà essere espiato in lavatrice, vale la pena.

E quasi lo senti muoversi nell’ombra, visto che non è proprio la spia più silenziosa: uscendo dall’oscurità dove spesso e volentieri aleggia e si immerge.

Sandro è uno dei tantissimi maluchinhi di Lisbona, il retaggio di una età passata che sta scomparendo. I pazzi, gli spostati, quelli da nascondere sotto il tappeto sempre più pacchiano di una città che è stata addormentata per tanti anni e ora si sta svegliando.

Un substrato rustico, una spontaneità improvvisa, un tesoro sporco da non scoprire e lasciare in fondo al Tejo a imputridirsi. Perché dare risalto alla vecchia matta che parla del figlio che vive in Alentejo e non le scrive mai, ai suoi piedi sporchi e tagliati quando invece, dopo aver dormito al Mercure o in qualche hotel di lusso, puoi sempre avere l’originalissima idea di farti una foto con la statua di Pessoa, scattata dalle unghie curate di tua moglie?

Li vedi spesso, ti colpiscono se hai la pazienza di girare la pagina e perderti tra le loro parole che non vogliono dire nulla.

Proprio due giorni prima avevo diviso una birra con un signore distinto, in giacca nera e aspetto da dopo barba messo in giornata: aveva cercato di convincermi che Gesù avesse il suo stesso colore di pelle, ci posso stare, e che fosse un pedofilo. Pur non essendo un grande fan mi erano sembrate parole poco rispettose per la memoria del Nazareno: avevo cercato una contromisura efficace ma timida e lui mi era sembrato dubbioso, prima di salutarmi per convincere le birkenstock con calzino di un ridanciano turista tedesco della venuta sempre più prossima dell’Armageddon.

Sandro invece non fa niente per mascherare il suo colpo: arriva con lo sguardo spiritato e l’irruenza del santone nel deserto. I vestiti sono in parte stracciati, tali da creare un connubio adeguato con la pelle piagata dall’eroina e da anni che sul suo corpo sembrano secoli. Attua un’elemosina aggressiva, puntando sul suo aspetto per farti cedere: è anche un accollo, come direi se ancora vivessi a Roma. Ti si attacca e inizia la sua litania: invade il tuo spazio e ti bombarda, senza però arrivare a toccarti fisicamente.

«Dai amico, mi mancano solo pochi soldi per fare gli ultimi esami…»

Schema fisso, risultato di solito garantito: pur di levartelo dai coglioni cerchi in maniera affannosa gli spicci che hai in tasca, che sei lì a goderti il tuo match su Tinder e non hai tempo da perdere.

Ma la cosa sorprendente è che te lo dice in un ottimo italiano: e magari, se avessi un cucchiaio di vetro vorresti scavare con foga nella sua memoria. Chissà, magari davvero prima di esplodere ha brillato, aveva qualcosa in più da dire e da dirsi, però il percorso di redenzione non è stato compiuto e ora dorme per Amirante Reis, tra i materassi che puzzano di urina che sorgono tra le chiese evangeliche brasiliane e quella di Scientology con il suo lampadario al neon.

Una mattina che ancora lavoravo per annebbiare l’idea del mio lavoro di merda e di altre ore a risolvere problemi altrui, camminavo in direzione di Martin Monitz: mentre albeggiava, le signore cinesi iniziavano la sessione di Tai Chi e io le fissavo rapito dall’armonia di quei movimenti lenti e precisi.

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Sandro era lì sempre a muoversi, seppur con meno foga: forse nel suo inferno aveva raffreddato un momento. 

La solita prassi, la solita scena, i soliti centesimi, il solito amico non sentito e il solito infinito esame: gli faccio: «Sandro, ma questo esame quanto è difficile?». Un sorriso per un momento sincero: «È una strada lunga, lo sai».

Conscio che sarebbe sparito e che comunque avevo tempo mi son fermato al bar per mangiare un pastel de nata e prendermi un caffè.

Vorrei, a volte, dopo più di un anno che vivo qui, mordere Lisbona e affondare in Lisbona come i miei molari cadono sulla crema del famoso dolce.

Vorrei che il sapore però fosse terribile, duro e granitico, da perdere i denti e fare una poltiglia, simile ai sorrisi delle prostitute di Mouraria così spenti da gelarti le vene.

Vorrei capire come era Lisbona cinquanta, dieci o cinque anni fa, prima che un esercito silenzioso di Airbnb la ammazzasse nel sonno, come quello che offre ai suoi turisti in cuscini di soffice piuma d’oca, mentre sfratta gente che ci ha sempre vissuto.

Vorrei prendere a pugni quelle finestre murate a Graca, rompermi le nocche, per capire quante storie vorrebbero raccontarmi e invece si tengono per loro, riservate come la maggior parte dei locali…

La Tinder tira su con la cannuccia del suo sidro, capisco che mi sono isolato un secondo di troppo: «Sai a Roma non ho mai fatto l’elemosina…». Mentre lei non capisce, Sandro è già lontano e ha già fatto un’altra vittima senza eccessivo spargimento di sangue.

Racconto di Sebastiano Bucci

Illustrazioni di Chiara Vivian

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