UAU il festival: un nuovo modo di abitare la città

Un nome che sprigiona energia, che descrive la potenza dell’immaginario e del possibile, un’onomatopea che afferma con decisione la volontà di creare e non arrendersi mai, mantenendo sempre viva la capacità di sorprendersi. UAU il festival di illustrazione & cose belle arriva alla sua sesta edizione e la dedica al tema della Città e dell’abitare. Si svolgerà dal 25 al 27 giugno a Bergamo, la città che da sempre lo ospita e resterà fedele alla sua natura itinerante, mettendo per qualche giorno radici nel Parco Ermanno Olmi. Il padre del regista, ferroviere, abitava nelle case popolari del quartiere della Malpensata. Il parco, chiuso all’inizio della pandemia, non è mai stato riaperto. Sarà possibile tornarci a partire dal 23 giugno, in occasione del Baleno festival, che ospiterà al suo interno UAU il festival.

Come mi racconta Andrea Arnoldi, ideatore di UAU, ad ispirare l’edizione di quest’anno è stata una riflessione di Italo Calvino su Le città invisibili in risposta a un questionario che gli sottopose L’Europeo nel 1980.

Abitare… Uno strano verbo a pensarci bene. Si associa agli abiti e alle abitudini. Mi piacerebbe che ogni città fosse come un abito; la si indossa, poi se ne esce e la si posa su una sedia, facendo attenzione che non si sgualcisca per poter tornare a indossarla. Una città è fatta anche di abitudini; ogni città comporta abitudini diverse per la stessa persona. Una città è anche un posto che serve a nascondersi. 

Su questo divertente gioco linguistico il festival ha costruito la sua programmazione. Immaginare, seguendo le parole dello scrittore, che l’abitare sia come indossare un vestito, ci permette di identificarci con lo spazio urbano, renderlo nostro, riconoscendo che è al suo interno che le nostre abitudini prendono vita e forma.

Il desiderio di lavorare su Le città invisibili era già da un po’ nella mente di UAU ma in questa edizione sceglierlo è stato ancora più necessario: dopo un lungo letargo abbiamo tutti bisogno di risvegliare la nostra capacità di muoverci nello spazio e abitarlo.

Ogni anno UAU dedica il festival a un’illustratrice emergente con cui progetta e realizza la serata inaugurale. Giada Fuccelli accoglierà i visitatori all’interno di una drawing performance accompagnata dalla musica del duo sperimentale OTU. Questa è la sua illustrazione dedicata al festival.

Oltre a Giada Fuccelli, a guidare i partecipanti in questo processo creativo di riscoperta della città saranno due illustratori: Gianni Puri e Lucio Schiavon, che terranno due workshop per riflettere sul rapporto tra città e abitanti. Per partecipare non è necessario avere speciali competenze artistiche, basta solo avere voglia di sperimentare e mettersi in gioco.

Il workshop di Gianni Puri, dal titolo Habitanti, unisce le due parole Habitat e Abitare e prende spunto da una riflessione dell’architetto Aldo Rossi, il quale paragonò la città a un palcoscenico e le sue architetture ad un insieme di personaggi, di cui noi facciamo esperienza mettendo insieme i caratteri. Ogni edificio, piazza, strada e oggetto della città racconta tante storie quanti sono i suoi abitanti. La narrazione dello spazio urbano si intreccia a quella di chi lo vive. Il laboratorio sarà diviso in due parti: nella prima si lavorerà sulle storie e nella seconda sul ritratto per mostrare come il luogo sia il ritratto di chi ci abita, come mostra quest’illustrazione di Gianni Puri.

Una città visibile ovvero come ti senti città? è il nome del workshop a cura di Lucio Schiavon, che nasce dall’idea di interrogare la città sul suo stato attuale. Se, come scrive Calvino, le città sono un insieme di tante cose, di memoria, di desideri, di segni d’un linguaggio, per abitarle allora dobbiamo metterci in ascolto. Potremmo soprenderci scoprendo quanto la sua storia racconti anche di noi. I partecipanti del workshop realizzeranno un manifesto originale sperimentando la tecnica del collage

Lucio Schiavon ha dedicato alla città diversi suoi lavori, che sono state esposti in una mostra dal titolo Le città immaginarie.

In questi suoi disegni su carta emerge un aspetto interessante dello spazio urbano: il suo essere aggrovigliato, intrecciato su se stesso, la molteplicità di abitazioni ed esistenze in continuo movimento. La città appare come un organismo pulsante in continua trasformazione. Ed è proprio sugli elementi dell’interazione, scambio e partecipazione che UAU il festival accoglie i suoi visitatori portando avanti un’idea precisa: la città è in continuo divenire, spetta a noi costruirla e ricostruirla ogni giorno.

L’illustrazione in copertina è di Alicia Baladan

Per iscriversi agli eventi gratuiti di UAU il festival: https://tantemani.it/

Per iscriversi ai due workshop scrivere a uauilfestival@gmail.com

Louise Glück e l’attività della mancanza

«Sono stata giovane qui. Prendevo/ la metropolitana col mio libretto / come per difendermi contro / questo stesso mondo: / non sei sola, / diceva la poesia / nel buio del tunnel».

Così la poetessa statunitense Louise Glück – insignita del premio Nobel per la letteratura lo scorso anno – descrive uno di quei «luoghi in cui entri ragazza, /da cui non ritorni mai». È infatti attraverso immagini quotidiane – e assolutamente americane – che viene riattivata la densa stratificazione di significati mitici legati all’Averno, lago craterico nei Campi Flegrei che dà il titolo alla raccolta del 2006 – pubblicata nella traduzione italiana di Massimo Bagicalupo da Dante&Descartes, e riedita ora da Il Saggiatore –: proprio qui, secondo gli antichi, erano collocate le porte d’ingresso per l’oltretomba.

Il “passaggio” da una dimensione all’altra – dalla terra agli inferi, dalla vita alla morte, dal corpo all’anima – offre allora un modello di comprensione per gli innumerevoli cambiamenti che costellano l’esistenza di ognuno, e diviene la struttura archetipica che sostiene l’intera scrittura di Glück.

Se ogni mutamento provoca una ferita e una perdita, al tempo stesso si lega anche a una promessa e a una speranza: «Certi giorni il lago era una lastra di vetro. / Sotto il vetro, il futuro produceva / suoni sommessi, invitanti: / dovevi fare uno sforzo per non ascoltare». Per quanto appaia insondabile e «illeggibile», il mondo fuori – sempre percepito attraverso una superficie gelida e trasparente – è un mondo che attende, che non cessa di chiamare Glück a sé: «Ricordo / della musica da una finestra aperta. / Vieni a me, disse il mondo». Ed è quello stesso richiamo a imporre una brusca e letterale fuoriuscita dalle mura domestiche: una frattura dolorosa che per la poetessa coincide con l’abbandonare la condizione di ragazza e abbracciare quella di donna.

La rilettura del mito di Persefone – figura del “passaggio” per eccellenza – offre allora l’occasione per riflettere su quella «spaccatura dell’anima umana / che non fu costruita per appartenere / interamente alla vita». La giovane – che viene sottratta da Ade, il signore degli inferi, alla madre Demetra, dea della terra – è contesa tra due forze che vogliono averla: il suo “errare” tra la dimensione terrena e quella dell’aldilà – all’origine del ciclo delle stagioni – corrisponde di fatto a un oscillare tra gli attributi di “figlia” e di “amante”.

Se la madre incarna la «profonda violenza della terra», che non riesce a tollerare l’indipendenza delle proprie creature, il rapimento di Persefone viene interpretato da Glück nei termini di una forza trascinante, che le consente di strapparsi di dosso l’«orribile mantello/ di essere figlia». È allora l’esperienza del desiderio – nel suo essere terrificante e magnifica – a diventare la forma emblematica dell’incontro con l’altro, con quell’alterità rappresentata da Ade e poi riassunta nei sostantivi di «morte, marito, dio, sconosciuto».

«Ciò che altri hanno trovato / nell’amore umano, io l’ho trovato nella natura», sente però il bisogno di aggiungere la poetessa, a cui il cosiddetto “colpo di fulmine” ricorda piuttosto gli effetti di una sedia elettrica. Ed è proprio di fronte alle manifestazioni naturali che la voce scabra ed essenziale di Glück sembra subire una battuta d’arresto: la parola si spegne in un trattino, rinunciando alla verbalizzazione della bellezza e del mistero. Seguendo quanto Kamilla Denman dice a proposito di Emily Dickinson – autrice alla quale Glück è stata più volte paragonata –, si potrebbe parlare di una “punteggiatura vulcanica e disruptiva”, in grado di far riverberare con ancora maggiore potenza quel che viene eliso e non detto.

La ciclicità della natura – e il suo essere irrimediabilmente altra rispetto alla caducità dell’uomo – è anche al centro dei componimenti de L’iris selvatico (1992), raccolta vincitrice del Premio Pulitzer e pubblicata da Il Saggiatore lo scorso anno, sempre nell’accurata traduzione di Bagicalupo. Come in uno spettacolo teatrale, tra le pagine si alternano le voci dei fiori che abitano il giardino, le preghiere-proteste della loro giardiniera Glück, e i brevi monologhi di un Dio sbrigativo, che sembra osservare l’intera scena di cui è artefice da dietro le quinte.

Allo stesso modo in cui Demetra rimarca il proprio possesso su Persefone, il Dio – Grande Giardiniere de L’iris selvatico non si astiene dal ribadire agli uomini la ragione profonda della loro sofferenza: «non dimenticate mai che siete miei figli. / Non state soffrendo perché vi siete toccati / ma perché siete nati, / perché pretendevate vita / separata da me». È un Dio che lamenta la poca fede delle proprie creature, incapaci di comprendere il mutare del suo umore, la tenerezza che soffia nella brezza d’estate, e la collera che si scioglie insieme all’inverno.

Dal canto suo, Glück si rivolge a quel Signore – in cui probabilmente non crede, ma che non smette di chiamare in causa – per rimproverargli l’assordante silenzio che induce a dubitare della sua esistenza. «Dubito / tu abbia un cuore, nel senso che intendiamo / noi», sembra provocarlo la poetessa, dopo aver fallito nella coltivazione dei pomodori. E ancora, lo invita ad alcune sfide, a degli esperimenti, piantando un fico che non riesce a sopravvivere nella «terra senza estate» del Vermont: «Stando a questa logica, non esisti. / O esisti / esclusivamente in climi più caldi, / la fervente Sicilia, il Messico, la California», conclude con umorismo. Ma al tempo stesso, la poetessa non può fare a meno di confessargli la sua storia, ammettendo per esempio di stare «cercando coraggio» mentre finge di diserbare: per Glück, Dio è anche un «caro compagno tremante» di cui cerca la complicità, nella commozione di fronte al bagliore di quella terra che si suppone abbia creato.

Sono infine le stesse piante a contribuire a questa riflessione teologica corale: le viole vorrebbero insegnare al «dio triste» che le coltiva quale sia la natura dell’anima, così come l’iris selvatico – che dà il titolo alla raccolta – riesce a ricordare che cosa sia stata la morte, sopravvissuto «come coscienza / sepolta nella terra scura».

Proprio come ogni tipologia di fiore, anche gli uomini hanno un tratto distintivo che li rende riconoscibili– si affretta a specificare Dio con una certa insofferenza –: «Il dolore è distribuito / fra voi, fra tutta la vostra specie». E di questo marchio, Louise e il marito John – chiamato per nome in alcuni componimenti – si fanno rappresentanti e testimoni, con il loro matrimonio e i loro litigi, novelli Adamo ed Eva nel loro giardino-Eden nel New England.

Con la cicatrice del primo uomo la poetessa si identificava già in Ararat, raccolta dal titolo biblico appena pubblicata da Il Saggiatore nella traduzione di Bianca Tarozzi: «Come Adamo, / io ero nata per prima. / Credimi, non si guarisce mai, / non si dimentica mai il dolore al fianco, / nel punto dove qualcosa è stato tolto / per fare un’altra persona».

In quest’opera del 1990 Glück ripercorre con estrema lucidità e durezza le relazioni che secondo Freud sono all’origine di tutti i traumi: quelle familiari. L’immagine della finestra dalla quale il mondo richiama la scrittrice in Averno è allora già presente in Ararat, ma sin dalla prima poesia le veneziane rimangono socchiuse: l’analisi spietata dei rapporti deve concentrarsi unicamente tra le stanze di casa.

Il monte Ararat che presta il nome alla raccolta è il monte sul quale l’arca di Noè approda dopo il diluvio universale: la vicenda personale di Glück viene allora riletta alla luce delle storie e degli archetipi delle Sacre Scritture.  Il lutto legato alla morte del padre si connette di pagina in pagina a un’altra perdita, che lascia segni ancora più profondi nell’esistenza dell’intero nucleo familiare: quella della sorella maggiore, scomparsa prima della nascita della poetessa. «È sempre un sollievo seppellire un adulto, / una persona distante, come mio padre. / È il segno che il debito è stato finalmente pagato», scrive la poetessa, aggirandosi tra le lapidi di un cimitero, e aggiunge: «come la terra stessa, qui ogni pietra / è dedicata al dio ebreo / che non esita a strappare / un figlio alla madre».

Il distacco del padre – che la tiene sulle spalle in modo da non poterla guardare –, viene raccontato con versi scarni, che insistono sul turbamento annidato nelle situazioni più quotidiane: «quel che lui voleva / era stare sdraiato sul divano / con il Times / sulla faccia, / così che la morte, se fosse venuta, / non sarebbe sembrata un cambiamento significativo». Al contrario, la madre è colta nel triste rapporto preferenziale che la vincola alla terra: il suo cuore è freddo e rigido «come un minuscolo pendaglio di ferro», attratto dal corpicino della figlia perduta, capace di esercitare la stessa forza di «un magnete».

Se gli amici del padre che escono in fila dalla camera mortuaria incominciano un «esodo», il proverbiale giudizio di Salomone – che sa decidere quale di due donne sia la vera madre del bambino conteso – viene invocato per un analogo dilemma messo in campo da Glück: «supponi / di vedere tua madre / divisa tra due figlie: / cosa potresti fare / per salvarla se non essere/ disposta a distruggere / te stessa – lei capirebbe / quale bambina è la sua, / quella che non può sopportare / di dividere la madre». È la divisione – e la condivisione – ad essere alla base del rapporto con la sorella, con la quale viene spartito un «magro pascolo» affettivo, nell’oscura coscienza di essere «in troppi / per sopravvivere».

Le ferite emotive inflitte durante l’infanzia – sembra sostenere la poetessa – tendono drammaticamente ad essere reiterate nelle relazioni instaurate nell’età adulta: così, se per la sorella l’amore coincide con «un viso che si gira dall’altra parte», Glück non può fare a meno di ripetere nei confronti del figlio gli errori rimproverati alla madre.

La generazione alla quale la poetessa appartiene è infine avvertita come una generazione di «amazzoni, / una tribù senza futuro»: il suo nome è infatti destinato a sparire, come fosse scritto con un soffice gessetto. Sono versi che sembrano anticipare la splendida immagine delle ragazze in viaggio verso il lago Averno, entusiaste per le vacanze e forse ancora troppo giovani per comprendere che già al ritorno non saranno le stesse di prima: «Scrivono i loro nomi nella condensa sul finestrino di un treno. / Voglio dire, siete brave ragazze, / che cercate di lasciare i vostri nomi». In Ararat sono dunque già presenti in nuce quei temi che, declinati ogni volta attraverso un filtro mitologico differente, raggiungono la loro più piena espressione nella raccolta dedicata alla crescita e al cambiamento innescato dall’incontro con l’altro.

A questo proposito, è significativo che a fare da sfondo alla silloge del ‘90 sia anche il mito platonico dell’androgino – riportato in esergo –, per il quale «la natura umana era originariamente una sola e noi eravamo interi; il desiderio e la ricerca dell’intero si chiama amore». Lo sguardo su quella spaccatura originaria, che ogni volta ci fa percepire come separati ed incompleti, viene allora a capovolgersi al termine della raccolta (e della rielaborazione del lutto): la ferita subita può infatti tramutarsi in “attività della mancanza”.

E quello che assomiglia a un Primo ricordo può essere riletto alla luce di una nuova consapevolezza nel componimento conclusivo: «fin dai primi tempi, / da bambina, pensavo / che il dolore volesse dire / che non ero amata. / Voleva dire che amavo».

“Ion”: lo spazio del confinamento

Il Teatro Basilica di Roma, per la rassegna “Lasciare libero il passo”, ha appena proposto “Ion”, spettacolo scritto e diretto da Dino Leopardo con Alfredo Tortorelli, Andrea Tosi e Iole Franco, vincitore come “Miglior progetto sezione teatro” della terza edizione del Festival InDivenire.

La messa in scena propone un’interessante riflessione sullo spazio e sul significato che il luogo dove viviamo assume per la nostra esistenza, diventando metafora della nostra condizione mentale. L’allestimento scenico accentua lo stile di vita del protagonista da “confinato”, da “pazzo” che trascina le sue giornate al riparo della sua stanzetta, con i suoi libri, un televisore rotto, qualche merendina e un vecchio materasso puzzolente. Eppure è all’interno di questo piccolo mondo al quale gli altri lo hanno relegato che Giovanni ha imparato a sognare e immaginare altri spazi e altri mondi, perché l’infinito è sempre al di là della siepe.

L’intero spettacolo è costruito sul rapporto tra due fratelli, uno “normale”, l’altro “malato”, come li etichetta un padre padrone insensibile e anaffettivo, vittima di pregiudizi tanto ottusi quanto inestirpabili. Paolo è normale perché gli piacciono le donne e pensa a lavorare sodo in una pompa di benzina. Giovanni è malato perché le donne non gli piacciono affatto, perché non ha un posto fisso né pensa a procurarselo, perché passa le giornate a scrivere, perché sogna in questa vita quello che non c’è. 

Se da un lato tra i due fratelli c’è un grande e sincero affetto reciproco, dall’altro Paolo non può non subire il condizionamento della famiglia e della società nel considerare il fratello un inetto, un diverso, qualcuno da punire e allontanare. È solo attraverso di lui che lo spazio esterno entra con i suoi giudizi e pregiudizi nella stanzetta magica di Giovanni, a minare il loro già precario e contrastato rapporto; Paolo vorrebbe scuotere il fratello dal torpore in cui vive ma in fondo è anche lui enormemente frustrato e rabbioso per l’esistenza alla quale è stato costretto. 

A fare da sfondo al loro rapporto ci sono le figure materna e paterna, evocate, ricordate, maledette. La madre è una visione, un’apparizione intermittente, una fantasma pieno di poesia e delicatezza, l’unica che aveva forse compreso e amato la diversità del figlio. 

In un vortice di ricordi, emozioni, colori, luci ed ombre, i due fratelli fanno i conti con ciò che sono, con ciò che sono stati, con ciò che non saranno mai e con ciò che con sempre con maggiore forza scoprono di essere: due anime fragili e sofferenti, come ciascuno di noi. Due anime che in fondo non hanno potuto né saputo sottrarsi ai condizionamenti di una società che mira a rendere tutti uguali e a relegare i diversi. Due anime e due corpi che in fondo sentono di essere inadeguati da quando sono venute al mondo, perché tutto il loro malessere è nato proprio dal luogo che avrebbe dovuto tutelarli, incoraggiarli, amarli senza condizioni: la famiglia.

MaTeMù: l’arteducazione alla vita nel cuore di Roma

Spesso capita di vivere in una città da molto tempo e di non riuscire a conoscerla per intero. Nelle grandi città, poi, la questione si complica. Prendete Roma: sono venuta a conoscenza delle attività di MaTeMù solo recentemente, ma comunque non ne conoscevo la potenza e il valore finché non mi sono recata sul posto ad ammirare da vicino questo progetto, nato in seno al Cies Onlus-Centro Informazione Educazione allo Sviluppo. L’unica scuola d’arte gratuita d’Italia, per dirla con le parole di Alessandro Baricco, e centro di aggregazione giovanile. Ma MaTeMù non è solo questo: è soprattutto un’interazione di persone e culture diverse volta alla ricerca del bello. Ne ho parlato con la coordinatrice Dina Giuseppetti e con Gabriele Linari, regista, autore ed attore della scena teatrale romana che proprio qui ha fondato la Compagnia Teatrale MaTeMù nel 2017.

Cominciamo da te, Dina, com’è nata l’idea di MaTeMù?

Allora, nasce come centro di aggregazione giovanile. Alcuni di noi lavoravano già come educatori ed educatrici di strada con ragazzi e ragazze di questa zona, in particolare con alcuni e alcune di loro che ballavano la break dance vicino alla stazione Termini. Questi ragazzi e queste ragazze provenivano da diversi Paesi e tra di loro c’erano anche moltissimi ballerini professionisti. Ad un certo punto è arrivata l’esigenza di cercare un posto dove ritrovarsi e fare attività con loro: abbiamo vinto un bando di gara ed è cominciata l’avventura di MaTeMù.

Che in realtà nasce nell’ambito del CIES Onlus…

Sì, infatti io sono arrivata al CIES proprio per gestire questo spazio. Oggi MaTeMù non è più soltanto un centro di aggregazione giovanile perché si è evoluto nel tempo: è qualcosa che ancora non esisteva all’epoca, perciò l’abbiamo chiamato “Spazio giovani e scuola d’arte”, un nome che racchiude tutte le anime di questo luogo. È uno spazio, rivolto a ragazzi e ragazze dai 10 ai 25 anni, che si propone di rimuovere le disparità di accesso alla cultura e all’arte. Alla base c’è l’idea che la cultura e l’arte siano dei bisogni primari, non dei lussi ma dei diritti, che quindi devono essere di tutti. Questo spazio è il risultato di anni di lavoro passati a renderci conto che non è così. L’accesso alla cultura e all’arte è profondamente elitario e non solo per motivi economici: un altro aspetto fondamentale è quello socioculturale. Se tu nasci e cresci con difficoltà socioeconomiche non riesci neppure ad immaginare, per esempio, di andare a teatro. O comunque pensi che quella realtà non abbia nulla a che fare con te, quindi la escludi automaticamente dai tuoi desideri senza averla mai sperimentata. Un conto è vivere in una casa piena di libri con genitori che ti portano al cinema o a teatro, che hanno tutti gli strumenti per scegliere le possibilità migliori, ed un altro è non avere la possibilità di scegliere. Quindi abbiamo cominciato a fare questi corsi di attività artistiche, tutti gratuiti, ma tenuti da professionisti nella loro disciplina. Quindi il livello di qualità è molto alto.

E che corsi si possono frequentare attualmente a MaTeMù?

Attualmente i corsi sono 12: strumenti musicali (chitarra, batteria, tromba, pianoforte e alfabetizzazione musicale); canto, rap, break dance, fumetto e arti grafiche e tre corsi di teatro. Tutto completamente gratuito. Siccome la nostra impressione è che il problema di accesso a queste discipline non sia soltanto economico, abbiamo affiancato a questi corsi una scuola di italiano per stranieri, il supporto scolastico gratuito, il supporto psicologico, l’orientamento alla formazione e al lavoro e anche uno spazio ludico-ricreativo (biliardino, ping pong, il cortile ecc.). In questo modo anche i ragazzi che sono più in difficoltà si avvicinino a MaTeMù tramite questa via: spesso vengono per imparare l’italiano, avere un supporto psicologico oppure per trovare lavoro. Vengono per questi motivi più pratici e così incontrano gli altri ragazzi, che magari frequentano il corso di tromba o il corso di teatro e quindi poi si creano delle intersezioni tra estrazioni sociali e culturali completamente diverse. Ad esempio, ci sono ragazzi e ragazze della Saint Louis e del conservatorio che vengono a MaTeMù perché c’è quell’insegnante di pianoforte o di tromba e allo stesso tempo c’è il ragazzo o la ragazza della casa-famiglia o del centro di accoglienza che frequenta la stessa lezione.

Una bella sinergia…

Sì, infatti si creano dei circuiti di aiuto e di supporto tra le famiglie dei ragazzi benestanti e quelli che sono più in difficoltà. In questo modo si creano degli stimoli reciproci che poi riassumono l’intento di MaTeMù: rendere la cultura accessibile a tutti e a tutte.

E perché questo nome, MaTeMù? Cosa significa?

Una delle fondatrici del Cies, Maria Teresa Mungo, aveva il sogno di creare una scuola popolare nel quartiere Magliana qui a Roma, che fosse inclusiva per tutti i ragazzi e le ragazze. Ci provò per molto tempo e purtroppo morì senza poter vedere il progetto realizzato. Dopo qualche tempo il CIES, avendo creato questo spazio, decise di dedicarlo a lei: il nome non è composto altro che dalle sillabe iniziali del suo nome e del suo cognome. La cosa incredibile è stata scoprire, grazie ai primi ragazzi con origini africane che sono arrivati qui, che Matemu è anche il nome di una maschera africana che simboleggia la prosperità.

Beh, una bellissima coincidenza! Dopo questo bell’aneddoto quasi mi dispiace tornare ad aspetti un po’ più burocratici benché interessanti. Come viene scelto il personale di MaTeMù?

Lo staff è interprofessionale: c’è uno staff artistico composto dagli insegnanti delle varie discipline e uno staff socioeducativo formato da educatori, psicologi e operatori sociali. Queste due anime diverse lavorano sempre insieme: partecipano insieme alle riunioni e alle supervisioni. Tutto questo perché, come già ho accennato prima, sui ragazzi si lavora sotto due punti di vista differenti. Li arruoliamo semplicemente tramite il curriculum che deve avere due caratteristiche principali: da una parte la persona che si propone deve essere un artista professionista nella sua disciplina che si esibisce, dall’altra è utile che il suo percorso intersechi il sociale o il lavoro con i ragazzi.

E come vi finanziate?

Tramite il CIES che partecipa a bandi di gara impartiti dalla Comunità Europea, da fondazioni o da altri enti come la Regione Lazio. Ultimamente anche grazie a donazioni private.

C’è un tipo di pedagogia particolare su cui si fonda la metodologia di MaTeMù?

Sì, la pedagogia del desiderio. L’abbiamo imparata in Brasile durante un periodo di formazione promosso da una fondazione che ci finanziava. Questa stessa fondazione finanziava anche un progetto, il Projeto Axé, dedicato ai meninos de rua a Salvador de Bahía, che lavora con questo metodo molto particolare. Hanno una scuola d’arte con diverse unità artistiche, dalla capoeira alle percussioni passando per danza oppure moda, in cui permettono a ragazzi e ragazze con cui vengono in contatto per la strada ‒ i meninos de rua appunto ‒ di compiere un percorso di tipo professionale, tant’è che questi ragazzi e queste ragazze hanno partecipato a performance di artisti del calibro dei Pink Floyd, o di artiste come Fiorella Mannoia. La frequenza ai corsi d’arte è prevista in orari compatibili con la scuola dell’obbligo vera e propria. L’approccio del Projeto Axé è proprio quello della pedagogia del desiderio, pensata dal fondatore Cesare de Florio La Rocca, che si propone di riattivare il desiderio nei ragazzi di strada, che nascono e crescono senza alcun tipo di prospettiva lavorativa o artistica. Il principio è che l’educatore desidera il desiderio del ragazzo, che deve prima di tutto riuscire ad immaginare che sia possibile raggiungere una situazione migliore rispetto a quella di disagio che sta vivendo. Secondo questo progetto non c’è mezzo più potente di riaccensione del desiderio dell’arte, che diventa essa stessa educazione, o meglio, arteducazione. Noi di MaTeMù ci siamo subito resi conto che era la metodologia perfetta per quello che stavamo creando: de Florio La Rocca aveva dato una definizione ed un linguaggio a quello che volevamo realizzare!

Come vi siete organizzati durante la pandemia?

Durante le zone arancioni e gialle siamo stati aperti seguendo tutte le misure igieniche e di sicurezza necessarie, con ingressi contingentati e lezioni più che altro individuali o con gruppi molto ristretti. Per quanto riguarda le zone rosse, durante il primo lockdown abbiamo svolto tutte le attività in modalità telematica via Zoom mentre gli insegnanti caricavano anche dei contenuti online sui social: ricordo in particolare l’insegnante di sax che caricò una serie di video sulla storia del jazz o l’insegnante di canto che si concentrò sulle cantanti donne nel corso della storia. Ovviamente abbiamo continuato a seguire i ragazzi con più difficoltà tramite telefono, portando loro a casa gli strumenti musicali necessari per seguire i corsi, comprando tablet, assicurandoci che potessero connettersi ad internet e sostenendoli anche con la spesa. Nel secondo lockdown invece abbiamo svolto la DAD assistita in presenza: abbiamo realizzato che molti dei nostri ragazzi con la DAD avrebbero smesso di frequentare la scuola perché non possedevano gli strumenti né si trovavano nelle condizioni adatte a svolgerla, per questo abbiamo scelto di creare qui a MaTeMù delle postazioni di DAD distribuendo i ragazzi che ne avevano più bisogno uno per stanza su turnazione, con computer e cuffie, alla presenza di due operatori per qualsiasi esigenza.

Certo che qui a MaTeMù chiunque può fare tante cose sentendosi molto supportato! Da quello che mi racconti non ci sono molti posti come questo nei dintorni. Come vi ha recepito la città di Roma? La vostra attività è abbastanza conosciuta?

Secondo me siamo conosciuti ma non quanto dovremmo, nel senso che siamo molto conosciuti nell’ambiente del sociale e nell’ambiente del teatro ‒ ad esempio teatro India, teatro Argentina, Carrozzerie n.o.t.‒ ma abbiamo una visibilità limitata per la gente comune o le grandi fondazioni che potrebbero finanziarci. Me ne rendo conto perché spesso passano per MaTeMù personalità famose che rimangono stupefatte dal nostro lavoro. Una volta Alessandro Baricco, che ha tenuto delle lezioni qui, ha detto: «Questa è l’unica scuola d’arte gratuita in Italia. Com’è possibile che non sia conosciuta in tutt’Italia?». Per cui credo che continuare a lavorare sulla comunicazione sia necessario.

Cosa significa gestire ragazzi e ragazze di origine e culture molto diverse tra loro?

Io faccio questo lavoro di educatrice e counselor da oltre vent’anni e ho cominciato occupandomi di ragazzi e ragazze delle periferie romane quindi, quando nel 2010 ho iniziato a lavorare qui non sapevo davvero cosa aspettarmi. All’inizio ho lavorato molto con ragazzi e ragazze migranti che oltre ad avere problemi di altro tipo erano molto miti rispetto ai ribelli a cui ero abituata (ride n.d.r.)! La cosa difficile per me, che lavoro con le parole, era che con loro non potevo utilizzarle perché non parlavo la loro stessa lingua. Perciò ho pensato di concentrarmi solo sui ragazzi italiani lasciando ragazzi e ragazze migranti o che semplicemente parlavano un’altra lingua agli altri collaboratori e alle collaboratrici. Ma poi ho imparato che non è possibile allontanarsi dai ragazzi qui a MaTeMù: sono loro stessi ad entrarti dentro.

C’è qualche episodio particolare che vuoi raccontare?

Mi ricordo di questo ragazzo curdo, A., che entra in ufficio e mi inizia a raccontare la sua storia. Non c’erano altre operatrici o altri operatori in quel momento, perciò ho dovuto tenerlo con me. Nel raccontarmi le motivazioni della sua migrazione verso l’Italia mi dice di questi militari turchi che erano andati a casa sua e di fronte alla sua famiglia avevano esclamato: «Si sente che anche il cane in questa stanza è curdo!» per poi sparare al cane. Per questo i genitori avevano deciso la mattina dopo di farlo partire. Io lì per lì rimango senza parole e non so che fare. Lui si accorge della situazione e mi dice: «Però ci sono anche cose belle a casa mia!» come se in quel momento fosse lui a consolare me. Allora io rispondo: «Per esempio?». E lui: «La primavera». Mi è rimasto molto impresso perché c’è un film del 2006 che si chiama Primavera in Kurdistan e rivedendolo ho constatato che la primavera in Kurdistan è pazzesca! Quindi non mi aveva detto una cosa a caso ma mi ha parlato di una cosa veramente bella della sua terra d’origine. Così ho ragionato sul fatto che tutte queste differenze hanno dei punti in comune, come la primavera.

Che fine ha fatto A.?

Adesso sta lavorando, sta a Milano. Abbiamo provato a farlo studiare per diventare mediatore culturale però era troppo difficile per lui da un punto di vista emotivo. Era il nostro desiderio non il suo. Ha fatto svariati lavori e adesso sta benissimo anche perché ha imparato molto bene l’italiano.

Ho letto che il CIES gestisce anche un ristorante dove fa lavorare i ragazzi e le ragazze, vero?

Sì, si chiama Altrove, promuove l’utilizzo di alimenti provenienti da una filiera etica e dà lavoro principalmente a ragazzi rifugiati e a ragazze rifugiate. C’è sia cucina italiana che di altre parti del mondo e si trova a Roma nel quartiere Ostiense.

Progetti per il futuro di MaTeMù?

Prima del Covid avevamo in mente di creare più MaTeMù in giro per la città o per l’Italia, di trasformarlo in uno spazio aperto dalla mattina alla sera per tutte le fasce d’età, ecc. Con il Covid purtroppo si è creato un grande momento di crisi, perciò adesso siamo in difficoltà, anche economicamente. Speriamo che presto la situazione migliori. Nel frattempo è positivo che il centro abbia riaperto e che ci siano tutte le attività.

Adesso passiamo a Gabriele: come nasce la tua collaborazione con MaTeMù?

In realtà è nata un po’ per caso: loro cercavano un regista per portare avanti degli spettacoli teatrali. All’epoca non c’era un vero e proprio laboratorio teatrale, precedentemente avevano collaborato con una regista esterna per costruire uno spettacolo in cui avevano rappresentato le eccellenze dei ragazzi e delle ragazze o dei e delle peer educator con esperienze teatrali. Da quel momento però, i collaboratori e le collaboratrici del centro hanno avuto l’idea di consolidare la questione teatrale, che doveva produrre uno spettacolo estivo di fine anno nato proprio all’interno di MaTeMù da portare all’esterno, su un palco anche prestigioso, che comprendesse tutte le discipline arteducative del centro: musica, danza, arte, recitazione. E così è stato: Altrove, il primo vero e proprio spettacolo di MaTeMù scritto in parte da me e in parte dai ragazzi e dalle ragazze del laboratorio, andò in scena nel giugno del 2012. Mentre nel 2017 è nata la Compagnia Teatrale MaTeMù.

Con cui immagino avete cominciato ad occuparvi più esclusivamente di recitazione…

Esattamente, perché fino al 2016 io mi occupavo della parte teatrale della rappresentazione di fine anno ma coordinavo anche la regia della parte musicale o di danza. Quindi dovevo gestire questi Kolossal per intero, diciamo (ridiamo n.d.r.)! La Compagnia MaTeMù è formata da chi ha già qualche esperienza teatrale ed è aperta anche a chi è esterno al centro, per esempio ci sono ragazzi del Liceo Aristofane di Roma in cui organizzo laboratori da anni. Generalmente la fascia media d’età dei ragazzi e delle ragazze con cui lavoro va dai 14 ai 25 anni. Ultimamente però Il Cies ha vinto un bando del progetto DOORS per fare arteducazione con bambini e bambine dai 10 ai 14 anni, per cui adesso gestisco anche il laboratorio teatrale 10-14.

Come si sposa la disciplina del teatro con la realtà multiculturale di MaTeMù?

Io dico sempre che quello dell’attore è un mestiere prima di tutto pratico. E nell’esercizio della pratica siamo tutti e tutte fatalmente uguali: abbiamo un determinato obiettivo e lo dobbiamo ottenere. Quindi l’importante è raggiungerlo a prescindere dalle modalità e dai tempi propri di ogni persona, che allo stesso tempo si trova all’interno di un gruppo. Qui a MaTeMù ho visto crearsi molti gruppi di teatro multiculturali, dove varie culture migranti si sono alternate, in base ai vari flussi migratori nel tempo, e si sono incrociate con ragazzi italiani con altri tipi di storie. Per esempio, nell’ultimo spettacolo che abbiamo messo in scena con la Compagnia nel 2019, Marzapane, abbiamo raccontato esperienze differenti: da ragazzi e ragazze di Corviale, quartiere periferico di Roma, a ragazzi e ragazze dell’Aristofane con famiglie anche facoltose alle spalle. C’era anche un ragazzo pakistano pieno di voglia di fare e di scrivere, che sogna di fare l’attore, che si è integrato alla perfezione. Perché la questione non è più l’integrazione, ma l’interazione, che è la cosa più importante. Il contributo di diverse culture ha sempre arricchito l’esperienza del laboratorio con tutte le difficoltà, linguistiche e culturali, che questo può comportare.

Per esempio?

Beh, ci è capitato di interrogarci anche su questioni molto semplici come per esempio il senso dell’umorismo. Una volta eravamo con degli attori e abbiamo detto ad un ragazzo curdo: «Sei proprio un cane!», intendendo scherzosamente che non fosse portato per la recitazione. Lui si è arrabbiato moltissimo perché nella sua cultura essere chiamato cane è l’offesa peggiore! E poi sono successe altre cose straordinarie: un tempo organizzavamo dei campus di due/tre giorni per preparare gli spettacoli. Una volta lo abbiamo fatto all’inizio di gennaio; i ragazzi hanno partecipato ad una riffa e hanno vinto un prosciutto. In quell’occasione abbiamo capito di aver raggiunto il livello massimo di integrazione quando Mohammed, un ragazzo musulmano, per la gioia si è fatto le foto con il prosciutto in mano!

Incredibile! Come sono andate avanti le attività teatrali durante il lockdown?

Nel primo lockdown abbiamo condiviso dei podcast: uno sul racconto di Kafka, La Tana, e altri che si intitolavano di_stanze, presenti anche su Spotify, in cui abbiamo raccontato a modo nostro quel periodo di chiusura. Ad esempio facevamo parlare le stanze. Ne sono nati una serie di monologhi con cui abbiamo creato dei cortometraggi, anche se ci piacerebbe farne uno spettacolo teatrale vero e proprio. Tutto ciò risponde anche alla mia idea di affrontare con questi ragazzi temi che non siano per forza la rappresentazione didascalica della migrazione o del loro vissuto tragico. Hanno il diritto, il bisogno e il dovere di andare oltre. In questo senso il titolo del primo spettacolo, Altrove, è emblematico e comunque rappresentava il tema del viaggio. Poi siamo passati a La Tempesta di Shakespeare e a Furore di Steinbeck e piano piano ci siamo diretti verso altri argomenti. Il primo spettacolo in assoluto della Compagnia MaTeMù è stato #loro, incentrato sull’ hate-speech ed ha avuto un grande successo soprattutto nelle scuole. L’idea dello spettacolo mi è stata suggerita da Elisabetta Bianca Melandri, presidentessa del CIES, durante la riunione organizzativa di inizio anno. Visto il successo ottenuto, aveva ragione!

Foto di Carolina Germini e Compagnia MaTeMù

Il tempo simbolico delle città secondo Anselm Strauss

«Quando una città cambia, quanto grande deve essere il cambiamento prima di poter proclamare legittimamente, e sostenere con sicurezza, l’acquisizione di un nuovo stadio nel suo sviluppo? Quando una città smette di essere giovane e diviene adolescente?».

A questi e altri simili interrogativi, il sociologo americano Anselm Strauss prova a fornire una risposta all’interno del libro Il tempo simbolico della città, uscito in Italia grazie alla curatela di Giuseppina Cersosimo. Inserita convenzionalmente nel campo degli studi urbani, la riflessione di Strauss si caratterizza per un’attenzione specifica al ruolo che le immagini e l’immaginazione svolgono nell’analisi dello spazio (in particolare quello americano).

Cristallizzando il flusso del tempo nell’eternità di un singolo momento, l’immagine fotografica è in grado di offrire una testimonianza precisa del periodo storico che l’ha generata, permettendo così di cogliere più facilmente mutamenti e trasformazioni. L’elemento visivo è dunque per Strauss un supporto indispensabile alla sua idea di sociologia urbana. Talvolta l’immaginazione può rivelarsi ingannevole, portando a convinzioni erronee sull’età effettiva di un centro abitato.  

Nelle prime pagine del volume, il sociologo rivolge l’attenzione alle immagini di alcune note città degli Stati Uniti, in cui «l’inizio di un’epoca o la fine di un’altra»  si determina nel passaggio da una dimensione prevalentemente rurale a una realtà industrializzata e metropolitana.  Prendiamo ad esempio la città di Detroit, capoluogo della contea di Wayne nello stato del Michigan, conosciuta generalmente per i suoi grattacieli, il suo centro finanziario e la sua industria automobilistica (Chrysler, Ford).

Strauss evidenzia come Detroit conservi l’appellativo di «dinamica», «giovanile», «vigorosa», sebbene la sua storia mostri periodi di sviluppo piuttosto lunghi. Pensiamo poi alla metropoli più rappresentativa di tutti gli Stati Uniti, New York City. La vitalità e l’energia che contraddistinguono la Grande Mela conducono i suoi abitanti a considerazioni temporali inesatte. Scrive a tal proposito l’autore: «In una città come New York, che sembra in continua trasformazione fisica, demografica e sociale, la sua età effettiva sembrerebbe lontana dalla realtà di gran parte dei suoi abitanti». 

La seconda parte del libro è volta a indagare più a fondo il contrasto tra modernità e tradizione, ricordando la persistenza di numerosi dualismi all’interno delle città. Utilizzando il metodo e gli strumenti propri del simbolismo urbano, Strauss si sofferma sulle «ambiguità fondamentali» che coinvolgono i valori americani.  La mancanza di un sistema omogeneo di valori si riflette chiaramente nelle discussioni riguardanti il titolo di “città più americana” del paese. Naturalmente, scrive Strauss, «gli ammiratori di Chicago, New York, Kansas City e Detroit rivendicano onori per la città da loro indicata» (p. 34). È innegabile che se esistesse un complesso di doti culturali e morali condivise, non avrebbe senso stilare una simile graduatoria. Le pagine finali sono dedicate ancora una volta a New York, simbolo americano per antonomasia: nonostante le ripetute accuse di materialismo, di eccessivo dinamismo e di aggressività, essa rimane in ogni caso «il posto dove le persone di spirito sono attirate come da una calamita».

Il libro di Strauss analizza con rigore i differenti modi di concepire lo spazio e il tempo tra gli abitanti di una città. Attraverso il ricorso alle immagini e all’immaginazione, l’autore illustra interessanti spunti per una riflessione che non appare legata in maniera esclusiva al campo della sociologia urbana, ma si apre al dialogo con altre discipline, consentendo così al lettore e alla lettrice di individuare la propria chiave di accesso. In generale, le argomentazioni di Strauss si rivelano particolarmente efficaci nel mettere in evidenza la difficoltà che emerge nel momento in cui si vuole determinare con esattezza l’età di un centro abitato. Riducendo ai minimi termini il discorso del sociologo, si può affermare allora che ogni città presenta sostanzialmente due età distinte: un’effettiva (oggettiva) e un’altra percepita (soggettiva). Quest’ultima si rivela meritevole di un’attenzione speciale: vediamo perché. 

Non esiste, per Strauss, «un modo unico di essere americane»: ogni città, anche la più piccola e a prima vista insignificante, ha le proprie caratteristiche peculiari, i propri elementi di forza e le proprie debolezze. Spesso, i cittadini elogiano «l’atteggiamento sperimentale» di una città; altre volte, invece, ne esaltano l’aspetto conservatore o le origini antiche, arrivando addirittura a tenere insieme tutti questi elementi apparentemente inconciliabili. A una tale simbolizzazione, è opportuno ricordare che assai di frequente i centri abitati sono percepiti come più vecchi o più giovani di quanto siano in realtà.

Come è possibile tutto ciò? La città, è evidente, sfugge a ogni tentativo di definizione unitaria. Forse, è proprio in questa mescolanza, in questa eterogeneità di condizioni che risiede il fascino e l’attrazione esercitata dalle piccole e grandi città americane.

Anselm Strauss, Il tempo simbolico della città, Mimesis, 6 euro

Ancona, ti voglio ancora

Marco aveva conosciuto una su Tinder, ma ad Ancona. Lui era di Roma, eppure l’idea di fregare la localizzazione sull’app era già di per sé una conquista, metà dell’eccitazione. Gli era bastato mettere un VPN sul telefono, impostare la località desiderata e il gioco era fatto. La trasgressione geografica era in corso. 

Aveva scelto Ancona perché non c’era mai stato e mai avrebbe voluto andarci in un’altra occasione. Era il capoluogo più anonimo e insignificante, talmente banale che tutti, quando scoprivano che era sul mare, se ne meravigliavano. «Ancona sul mare? Neanche fosse Amalfi o Portofino». Il nome stesso era un limbo, un’eco sorda, un non-luogo difficilmente collocabile (perlomeno chi sentiva “Aosta” aveva subito chiaro dove fosse). Nel suo essere un guscio vuoto, Ancona emanava un alone magico, un brivido caldo in cui, in quei pomeriggi d’aprile, Marco avrebbe voluto perdersi per sempre. Partire all’avventura verso la città più sconosciuta era l’espediente perfetto per incontrare una ragazza piena di mistero. 

Andò da Debora con un Intercity, quelli che una volta avevano ancora gli scompartimenti, e oggi non hanno più la carrozza bar. Sul treno ascoltava Max Lame, anche se gli avevano detto che l’indie era finito nel 2018. La fregatura era stata che lui aveva cominciato a sentirselo giusto quell’anno. Di solito si metteva le cuffie mentre beveva una birra a cavallo di un muretto a Circo Massimo. Poi si accendeva una sigaretta, ma non prima di essersela poggiata sul labbro superiore per sentirne il profumo. Amava farlo, era il preludio fondamentale al pezzo successivo. Dopo il fumo metteva in bocca una liquirizia, che durava sempre troppo, tranne quando passava una con la caviglia scoperta tra il pantalone e la scarpa. In quel caso la scioglieva subito.  

«Sei tu la liquirizia/sei la donna che mi vizia» cantava Max Lame in cuffia. Si rendeva conto lui stesso che effettivamente gli ultimi album, suoi e non solo, erano tutta roba derivativa, con autotune già sentiti, scelte più pop, e soprattutto una produzione scarna (qualsiasi cosa significasse). Era meglio nel 2018, si disse. Almeno la musica indie. Tinder no, comunque non in Italia, ci trovavi solo le badanti rumene all’epoca, non certo una ragazza come Debora. Però l’indie era al suo apice, e Marco avrebbe voluto incontrare la Debora di adesso, con la musica di prima. Sarebbe stata la sincronia perfetta. Che pezzo le avrebbe dedicato? Meglio: se avesse trovato l’ispirazione dei cantanti di allora, che pezzo le avrebbe scritto? Primo: doveva essere una canzone sulla città, come il genere dettava. Sarebbe stata l’occasione per dare ad Ancona la sua prima espressione artistica degna di nota (negli ultimi cent’anni almeno). Secondo: avrebbe usato la musica e le parole per mettere completamente a nudo la sua voglia di lei, quel piacere che lo consumava fino alle viscere. 

Il desiderio che Marco aveva dentro era infatti una strana contraddizione.  Somigliava a un cane rabbioso che tentava di uscire allo scoperto, ma che veniva frenato ogni volta da un guinzaglio a catena, e se ne tornava bastonato nel suo cantuccio. Quanto più il cane era aggressivo, tanto più la catena lo ricacciava indietro, e quindi il povero Marco non scodinzolava mai libero. Era la foga di questo cane che avrebbe voluto, in maniera meno animalesca, esprimerle. Le avrebbe dichiarato quanto la voleva, quanto il desiderio lo consumava come fosse…«Fuoco, magari?» pensò di scrivere, perché sicuro lo bruciava dentro. Voleva comunicarle questa sua brama, questa sua voglia, insomma tutto, il bel tempo e il…«No, già sentita». Purtroppo, come ai cantanti indie adesso mancavano le parole, nemmeno lui le trovava. Per quanto si sforzasse, la sua fame non incontrava mai pane per i suoi denti canini, e Marco trovava un rifugio soltanto nella nostalgia, accennata in un ritornello sconsolato. Faceva pressappoco così: «Ancona, ti voglio ancora…». 

*** 

Lei arrivò con i suoi sabot estivi e il cappello a tesa larga. Si muoveva staccheggiando sulle piastrelle della piazza nel suo vestitino marrone liquirizia, con un’eleganza che la rendeva appetitosa come un pasto caldo. Il cane, nel vederla, si scioglieva nella sua acquolina. 

«Certo che voi romani siete alti» gli disse Debora. 

«Certo che voi marchigiane siete fregne» non le disse lui. Avrebbe voluto, ma il guinzaglio lo tirò indietro. Effettivamente fu meglio. Forse.

Debora era diversa di persona, aveva il viso più emaciato che sui social. Era diversa soprattutto da quelle prime foto su Facebook, quelle del 2009 o giù di lì, quelle di bassa qualità del camposcuola a Praga, che Marco aveva stalkerato per capire se anche da più piccola, scema e con l’acne avrebbe voluto divorarla come pappa nella ciotola. Naturalmente sì.  

Presero un gelato, e quello di Marco era alla liquirizia come il vestito di Debora. Lo presero con la panna, su consiglio di lui che potè poi fare la battuta su come avrebbero dovuto camminare insieme molto più a lungo per smaltirla. 

«Almeno quattro ore, diceva una mia vecchia professoressa di ginnastica». 

«Quattro ore insieme?? Non ci vorrai mica provare? Mh mh!» fece lei per stuzzicarlo. 

A Debora piaceva uscirsene con queste provocazioni per tenerlo sempre all’erta. Era come se agitasse una salsiccia sul muso del mastino, per poi tirarla via all’improvviso. Ma Marco sentiva che, sotto quel velo di sfida, lei aveva una dolcezza che migliorava tutto. Glielo diceva il sorriso di quegli occhi castani, che si affacciava dopo ogni istigazione. Se solo fosse riuscito a squarciare quel velo!  

Ma qualcosa frenava la ricerca di una qualche vicinanza, e lo portava ogni volta in una spirale di amari botta e risposta. Forse il cane era convinto che, anche se trovata, quella dolcezza nascosta si sarebbe rivelata un cioccolato velenoso per quelli della sua specie. 

«Senti ma a parte l’altezza voi romani che c’avete? Non è che puoi venì qui e non portare gnente». Debora imitava quello che credeva fosse il suo accento. Marco era diviso tra il replicare freddamente in italiano, per schermarsi, e il tirare fuori una parolaccia, per farle vedere che il romano lo parlava meglio lui. Decise di darle una risposta a tono, sforzandosi però di non essere volgare: «‘A simpatia». Non capiva perché si sentisse inevitabilmente trascinato a difendersi, a ribattere sarcasticamente per deviare l’attacco, invece di farsi colpire e stare al gioco. Ma non c’era niente da fare: tirata la palla, il segugio correva inevitabilmente a riportarla alla padrona. 

«‘A simpatia? Nun me pare», rispose lei, gli occhi castani sullo sfondo, palle anche loro, ma queste più difficili da agguantare. 

La prima volta che non la baciò fu quando, appoggiati alla base di una statua, le chiese di provare il suo gelato. Lei acconsentì, ma soprattutto fece la cosa sperata: volle provare il suo. Accettò volentieri la sua saliva, e disse con disinvoltura che era «buona». La liquirizia. Ma poi lui la guardò incerto e lei, che aveva ricambiato il gelato, non ricambiò lo sguardo, non permettendogli di trovare quel coraggio così terribilmente agognato. 

La seconda volta che non la baciò fu sulla panchina. Con l’eccitazione scarsamente frenata in corpo, Marco non vedeva l’ora di lanciarsi. Ma la catena lo tirava così tanto che diventò tutto rosso. A quel punto smise di ascoltare Debora e continuò ad agitarsi dentro, mentre fuori era come il suo gelato: tenuto freddamente nella mano come il collo nel guinzaglio. 

A un certo punto capì che lei si era accorta del suo dilemma, cosa che si guardò con tutte le forze dal farle intendere. Fallendo miseramente. 

«Perché sei così rosso e mi guardi tipo incazzato? Non vorrai mica tirarmi un pugno» gli disse lei col sorriso di chi aveva già capito tutto. 

«No no tranquilla, che scherzi?». 

«Mm. Ma tu sei uno di quelli che in gelateria ci mettono sempre mezz’ora a scegliere che gusto prendere, vero? Non ti butti mai. E scommetto che alla fine prendi sempre lo stesso». 

Cazzo, pensò lui. Era bruciato. Doveva darsi un tono. 

«Eh sì. Mi ci vuole un po’ a ricordarmi che la liquirizia è sempre la migliore». 

«Che banale…» disse lei sarcasticamente, sorridendo con un po’ di malinconia. La cosa più terribile per lui fu che, quando si salutarono, si vedeva che era rassegnata, anzi risoluta, come una ragazza che ti ha appena offerto un’amica al suo posto. 

*** 

Dopo quell’incontro, Marco si consumò di rimpianti. Rannicchiato sul letto pensava che, invece di fare la battuta sulla passeggiata, avrebbe dovuto usare la panna come scusa per pulirle le labbra sporche. Quella sarebbe stata buona! Ma il levriero ormai aveva perso lo scatto per arrivare al traguardo. Non sembrava esserci più quella finestra necessaria ad agire, e Marco capì che l’unica cosa che poteva fare adesso era cercare ancora quella melodia che avrebbe dovuto mettere insieme la Debora di Ancona con la sua fame romana, fino al perfetto accordo finale. 

E non c’era alcun romanticismo in questo. Marco non voleva piangere i suoi fallimenti in musica, bensì usare la canzone per incantare Debora e attrarla nelle sue braccia: avrebbe avuto la musica e la donna, questa volta! Ma prima di tutto era impaziente di baciarla. Sul treno di ritorno già le aveva scritto: «La prossima volta mi butterò e sceglierò un gusto che non ti aspetti, vedrai». «Sorprendimi!» aveva risposto lei. 

Quella notte a Roma la pensò, e Debora si scioglieva sui suoi desideri come un gelato alla liquirizia. Max Lame gli tornò utile in proposito: «Ancona, ti voglio ancora/ sei la mia àncora di salvezza/ti sciogli come liquirizia./ Ancona, un solo nome/ temperatura di fusione». 

Sciolto il gelato, sarebbe stato sciolto finalmente anche il cane? 

*** 

Quella sera doveva andare a prendere una birra con Giovanni, suo amico storico per tutta l’università, fin dal liceo e oltre. Ultimamente si seccava a starci insieme, gli era storto e invadente, ma tutti gli altri erano già impegnati. E c’era qualcosa di più. Anche se non voleva veramente uscire con lui, si sentiva come obbligato. Lo odiava nella stessa misura in cui dipendeva dalla sua opinione: era bloccato in questa tenaglia. Avete presente quei pitbull a Tor Bella Monaca, che stanno soli nelle macchine parcheggiate, e si fiondano paonazzi contro i finestrini quando si avvicina un passante? Solo a Tor Bella può succedere. Can che abbaia è coatto. Ma non morde. Per quanto abbaino forte, quelle belve stanno sempre rinchiuse in macchina. E in una simile prigione di latrati si trovava Marco. 

Come oggi: «Se beccamo ae 6?» gli fece Giovanni. 

«Ehm…va bene dai». Assolutamente no!!, avrebbe voluto dirgli. Ma con che faccia rifiutare l’invito? E ormai gliel’aveva confermato. Con che faccia rimangiarsi la parola data? Non voleva certo perdere la stima dell’amico. 

Ora, Marco sapeva che uscire insieme a Giovanni significava adottare una lingua tutta particolare (il romano, in primis), un codice con le sue usanze. A cominciare dal luogo. «Andare in birreria – diceva Giovanni – è come trovà posto a ‘na grigliata: devi cercà uno spazio non ancora occupato dae sarsicce». Marco odiava le sue battute, che erano passate di moda dal ‘18 (Novecento, in questo caso). Quindi rise come sempre. 

Scelto il locale, il posto a sedere era di vitale importanza per l’amico. Ogni volta Giovanni obbligava Marco a cercare un equilibrio fra il proprio tavolo e quelli degli altri, quasi che la distanza minima dovesse misurarsi con un metro di alluminio. Troppo vicino, «aggredisci», troppo lontano, «non scopi». Si doveva trovare la sintesi giusta per poter «fare er fico, piacergli prima che capiscano il tuo interesse per loro», così gliela vendeva. Le domande a quel punto erano: come avvicinarsi alle ragazze? Come parlargli? Giovanni azzardava le sue teorie etologiche in proposito: «Stanno sempre chiuse a cerchio come pecore nel recinto, e noi pastori tedeschi che gli corriamo dietro. L’unica è isolarle, separarle: le cesse a sinistra, le fregne a destra, così poi le attacchi dai fianchi e so inermi. Devi sapè sceglie zì, è questa la chiave. “Divide et provola”. Per esempio, quelle turiste russe all’angolo, te ‘ndo le metteresti?».  

Giovanni gli disse queste parole come se provenissero da un’antica saggezza di vita più vissuta della sua. Marco si sentiva sempre costretto a credere di avere molto da apprendere, ma in fondo odiava il suo compare per quella supponenza, che veniva fuori nell’annusare la sigaretta prima di fumarla, poggiandosela sui baffi di schiuma appena formati dalla birra. Anche lui, come al solito, avrebbe voluto farlo, ma non voleva dargli la soddisfazione di sapere che quel gesto, che odiava così tanto nell’amico, piacesse anche a lui. Mosso da questi contrasti, cominciò a quel punto a sentire quella repulsione verso Giovanni che lo portava in genere a raccontargli tutto, a vuotare il sacco delle proprie giornate come risarcimento per l’astio provato dentro. Si sa che i cani ben addestrati, dopo essere scappati, tornano a casa con gli occhioni pieni di pentimento, desiderosi di essere puniti. 

«Ho conosciuto una che è la fine del mondo» si liberò.  

«E dove, su Tinder?» chiese Giovanni.  

«No no, tramite quest’amica mia». Mai avrebbe voluto ammettere che l’aveva trovata su Tinder, e non solo, ma che l’intero processo gli era piaciuto da matti. Era un segreto terribile, perché sicuramente per Giovanni Tinder era per i disagiati e i morti di fica, categorie che Marco avrebbe voluto contestare all’amico, se non fosse stato troppo occupato a non rientrarci mai e poi mai. Solo cani di razza, si poteva essere. Solo nella vita reale, si poteva cacciare. 

«E com’è andata?? Avete già…eheheh!» affondò Giovanni con il suo savoir faire.

«Ancora niente, era un po’ così, vediamo la prossima volta». La prossima volta che le scrivo su Tinder, coglione!, si permise di chiosare Marco dentro di sé. 

«Non aspettà troppo zi, che se no questa se stufa. Te devi svejà un po’ su ste cose. Devi esse più sconsiderato. Appena puoi scrivije, vai, fai…». 

Come cazzo Giovanni si permettesse di essere così saccente era una domanda alla quale Marco non trovava risposta. Si chiedeva in alternativa perché, oltre a nascondergli di Tinder, non gli aveva nascosto anche tutto il resto. Peggio pe me, si rispondeva da solo. 

Una cameriera si avvicinò e chiese se volevano già ordinare.  

«Cosa ci consigli?» fece Giovanni. 

Un altro metodo di approccio, stupido, pensò Marco. 

«Allora c’è l’IPA, la Pils…» rispose lei. 

«Possiamo assaggiarla per decidere?» osò Giovanni.  

Il «temo di no» della cameriera fu a quel punto un esplicito palo in faccia, che ridusse il muso di Giovanni a una fisarmonica da bulldog. Ma nonostante ciò l’amico non si limitò a stare legato per un po’ al suddetto lampione. Subito dopo, sentendo il «Da, da, da» delle turiste russe, il cane da pastore dovette uscirsene con una sparata finale: «Hai sentito Marchì? Quella ha detto che te la dà dà dà». 

*** 

Il giorno dopo Marco decise di scrivere a Debora non perché l’inerzia, come sempre, ruggiva per trasformarsi in azione, ma perché gliel’aveva detto Giovanni, o meglio perché aveva deciso di rendere suo quel desiderio suggerito dall’amico. In questo modo: facendo esattamente ciò che gli aveva detto l’amico. Stavolta si sarebbe svegliato, le avrebbe scritto, si sarebbero visti, e l’avrebbe baciata per davvero. 

Prima di pranzo prese il telefono per mandarle un messaggio sopra le righe (“non da sottone”, voleva dire per Marco). Voleva sorprenderla, come gli aveva detto lei. Peccato che fu lei a sorprendere lui. Andando nella loro chat, Marco vide che l’immagine del profilo di Debora non compariva più. Provò a inviarle un messaggio («Ehi non ti vedo, ahah»), ma niente seconda spunta. Aspettò un’ora, ma niente. Dopo due ore, fu triste di scoprire che le persone si possono bloccare anche su Tinder. Avrebbe voluto bestemmiare e ululare, ma avendo dentro soltanto un cane, si accontentò della prima. 

Il suo fallimento era cocente quanto lo era stata la sua voglia. Gli rodeva tanto dentro. Perché, soprattutto si chiedeva perché. Com’era potuto succedere? Perché Debora non gli aveva dato un’altra opportunità? È vero, era stato indeciso; aveva esitato, va bene; ma perché tagliare corto così presto? La sua frustrazione per averla persa “sul più bello” (ne era convinto), proprio quando sarebbe riuscito a combinarci qualcosa, lo torturava. Debora se n’era andata come una delle salsicce che gli metteva davanti al muso: ritirandosi di getto. 

Resosi conto che non l’avrebbe mai più rivista, fanciullescamente pensò alla cosa meno rilevante, come quando, dopo la fine di una relazione, il pensiero va subito a quegli amici dell’altra persona che non incontreremo più. Pensò: «E ora, che ne sarà della mia canzone su Ancona?». Il suo dilemma possiamo ritrovarlo nelle rime di quel ritornello rimasto monco. Lei non lo voleva più, e invece lui la voleva ancora. 

*** 

«Oh bravo, devi prende il cous cous, la pizza colla zucca, e poi devi provà ASSOLUTAMENTE i carciofi alla giudìa come li fanno qui» lo istruiva Giovanni. 

Marco, che amava così tanto quei carciofi, di fronte al tono dell’amico sentiva che quella sera, tornato a casa, sarebbe andato dritto a vomitarli al cesso. Erano andati a uno di quegli eventi che sono una parola composta, e riflettono quindi quel combinato di delusione, scarsa voglia di vivere, scazzo e ostinazione a stare insieme agli amici che tutti, prima o poi, avranno provato: andarono a un aperi-cena. 

Lì Giovanni continuava a istruirlo sull’opulenza di quel buffet: «Vedi Marchì, te piji un piattino, dieci euro, e lo riempi quante vorte vòi. Che t’ha fatto?». 

Schifo, pensò Marco, ma il piattino lo prese comunque, e si riempì già il primo fino all’orlo. Giovanni (sto porco, osservò l’altro) fece lo stesso. E poi continuò a usare il suo solito paternalismo caciarone per insegnargli che cibo prendere: «Marchì, al solito te vedo troppo timido. Svejate, non te pijà sempre ‘e stesse cose! Cioè famme capì, tu stai di fronte a ‘sta tavola imbandita, c’hai tutto sto ben di Dio davanti, stai a sbavà come ‘n cane, e ogni vorta piji a polenta coi piselli? Ma quanno te sveji?». Marco, che si sarebbe invece mangiato volentieri l’amico pur di farlo a brandelli, provò molto timidamente a tenergli testa: «Perché, te come fai?». 

«Io? Io guardo bene e scelgo: questo me piace, questo non me piace. Questo sì, questo no. Come su Tinder. ‘O dovresti provà». 

Giovanni se n’era uscito così, soprendendo Marco che fino a quel momento mai avrebbe pensato che il primo potesse riferirsi all’app, se non per disprezzarla. A quanto pare, per la sua solita ignavia, Marco non aveva potuto vedere che anche l’amico usava Tinder. 

Eppure, nemmeno in quel momento stette al gioco. Invece di ammettere che anche lui lo usava, di mettersi alla pari almeno in questo, si nascose per l’ennesima volta dietro a un commento sprezzante rivolto a Giovanni: «Lo saprai te, io mai usato». 

«Sì infatti, e guarda come stai ridotto, a batte i pezzi a quella! Almeno provace co’ Tinder. Lì funziona come t’ho detto io: le cesse le metti a sinistra, le fregne a destra. Tinder è ‘a palestra mijore pe fa la selezione. Te insegna a sceje benissimo. Il cibo. E la fregna. Prendi me, io senza non avrei mai saputo che queste olive ascolane non saranno mai buone come ad Ancona». 

«Vuoi dire ad Ascoli…?». 

Se non altro, il segugio aveva conservato una certa finezza nell’udito. 

«Per carità zi, non confonde le due città che se odiano. È ad Ancona che l’ho provate, e so’ sicuro mejo de qua. La fregna pure è da panico. Ma te che ne sai Marchì, delle varietà enogastrognocchiche? Quanno t’emparerai a sceje? Svejate e scaricate Tinder». 

*** 

Quella sera, Marco avrebbe voluto assicurarsi che l’accostamento di Tinder e Ancona fosse una pura casualità, e che non avesse nulla a che fare con l’ipotesi che, magari, Debora l’avesse bloccato per scegliersi un altro romano. Infatti il bracco, messo al muro, aveva cominciato a pensare che quella fosse la chiave per risolvere l’enigma della sparizione. Per confermare il sospetto, Marco avrebbe voluto allacciarsi al commento di Giovanni, e dire che quella con cui stava uscendo era (fatalità!) proprio di Ancona. Poi piano piano avrebbe voluto tirarne fuori il nome. Così, i due avrebbero potuto scoprire se erano interessati alla stessa ragazza e, in quel caso, avrebbero capito platealmente che entrambi sapevano dell’altro, e che non rimaneva altra scelta che giocarsi la partita. Sarebbe stato il migliore dei combattimenti tra cani, aperto alle scommesse di tutti. 

Il problema era che il cane di Marco, ultimamente più volte castrato, non aveva in quel momento più le forze per sollevare i dubbi che lo tormentavano. Se mai le aveva avute. Quieto e rantolante, aveva finito l’aperi-cena nel suo solito cantuccio, timoroso di ogni possibile conflitto. Da lì aveva fatto: «Beh, se lo dici te che le olive so mejo lì. Io mai stato ad Ancona, non so proprio com’è». Quest’ultima cosa, in realtà, non era stata del tutto una menzogna. 

Perché la città gli era rimasta in fondo sconosciuta, non inquadrabile, non pervenuta a visite turistiche o segnali satellitari. La questione se proprio loro tre si fossero incrociati in un triangolo diabolico sarebbe rimasta immersa in quell’indecifrabile algoritmo della localizzazione, in quell’alone di mistero che Ancona aveva infuso nelle loro vite canine, catturate nell’infinito gioco che aveva trovato il suo teatro perfetto in una città anonima come la vita. 

Nel ronzio ultrasonico di qualche altra cazzata detta dall’amico mentre chiedeva il conto, la delusione di Marco era diventata una rabbia atroce che lo aveva portato sul punto di aggredire Giovanni. Gli avrebbe finalmente scatenato contro la sua ferocia e via!, invece di comporre quella canzone fallita avrebbe aperto l’eterna danza della natura. Proprio in quel momento Giovanni si era messo la solita sigaretta sul labbro superiore, come un cane che tiene l’osso sul muso prima di addentarlo. Marco si era trattenuto a stento dal dargli un pugno in faccia, per poter azzannare quell’osso da sé. Lo aveva guardato tutto arrossito mentre l’altro stava bevendo un sorso di birra, la schiuma bianca come panna. «Ah ah, che te guardi il baffetto Marchì. Non vorrai mica pulirmelo con un bacio». 

Forse ogni cane trova ovunque lo stesso osso, sempre uguale, in qualsiasi luogo esso sia, nella capitale o ad Ancona. A volte per averlo deve inventarsi uomo, amico, perfino musicista. Trovata la sua tibia, deve tentare di soffiarci dentro la melodia perfetta, arrangiarsi al meglio con quei vecchi album ormai scordati, cercare di farne combaciare finalmente tutti i pezzi. E i suoi simili devono provare allo stesso modo, e tutti devono spappolarsi a vicenda per far risuonare la loro vittoria, morsicandosi l’un l’altro in un concerto di abbai. A volte (quelle più misteriose) è come fosse l’osso a dare la caccia a ognuno di loro, a inseguirne le tracce in una corsa all’ultimo respiro, una fuga dalle note stridule, come fosse l’osso a sentirsi già parte di quella bocca, di quella cassa che rimbomba sottoterra, di quel mondo grande come una cuccia.

L’illustrazione è di Maria Paola Marciano

Herlitzka legge Dante

Ecco la fiera con la coda aguzza,
che passa i monti e rompe i muri e l’armi!
Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!

È con la prima terzina del XVII canto dell’Inferno che la scorsa domenica Roberto Herlitzka ha rotto il silenzio del Teatro Basilica, quasi a voler esorcizzare “colei che tutto ‘l mondo appuzza” e che per tanto tempo ha impedito ai teatri di accogliere ed essere luogo di incontro.
La sua lettura è un fiume di parole ininterrotto che sa evocare con rara delicatezza l’universo poetico di Dante e restituirlo intatto al pubblico. L’attore si rende pura voce, una voce pulita e soave che sembra provenire direttamente da settecento anni fa ma che ci parla ancora di noi e della realtà che stiamo vivendo.

Poggiata su una poltrona rossa e quadruplicata in un gioco di specchi, la figura esile di Herlitzka ricorda quella di un’anima dantesca alla quale non restano che le parole.

Il Teatro Basilica, punto di riferimento sempre più importante per la scena teatrale romana, mantiene la sua vocazione di raccontare la deformazione della nostra contemporaneità, inserendola nel solco della tradizione. È infatti situato nel cuore della città, nella navata centrale della cripta della Scala Santa, in un suggestivo spazio senza tempo, con pareti in mattoni a vista ed ampi archi. A gestirlo è il “Gruppo della Creta”, una compagnia di giovani attori e addetti ai lavori che custodisce nel suo nome l’essenza stessa del teatro, qualcosa che si può fare e disfare senza mai cristallizzarsi in una forma definitiva e che proprio di questo potere magico fa il suo punto di forza.

Perché il teatro è diverso ogni sera, perché noi lo siamo e forse nessuno di noi potrà mai dire di aver davvero visto lo stesso spettacolo. Dall’incontro scontro tra questa giovane generazione e  le esperienze di artisti come Antonio Calenda o Roberto Herlitzka non può che nascere una ricca realtà teatrale, in grado di accogliere stili e linguaggi differenti.

La lettura di Herlitzka riprende dal 28 al 30 maggio, alle ore 19.00, concludendo i canti dell’Inferno e tornando sui più belli. Al Teatro Basilica vi aspetta un attore che, nonostante i suoi ottantatré anni, sa ancora dare tutto se stesso al teatro e al suo pubblico, di fronte al quale, a fine spettacolo, non può rinunciare ad inchinarsi.

Foto di copertina: Tommaso Le Pera

Vincenza

L’assolo di civette snellisce la lama già sottile,

si stringe lo spazio tra un filo d’erba e l’altro.

Una signora anziana sale lentamente tre gradini,

i suoi passi lasciano impronte nell’aria.

Indugia sul pianerottolo,

sotto una fioca lampadina,

dentro la cornice del portico.

E si guarda indietro un istante.

La riesco a ricordare solo piegata dalla sua gobba

di fatiche, mai lamentate;

comprava da me le tagliatelle all’uovo,

qualche detersivo,

un po’ di formaggio;

nei giorni di festa il suo cortile si affollava di auto

e mia madre le vendeva l’arrosto girato.

Il nostro abitare il mondo è abitare delle intercapedini.

Spegne la luce e rientra in casa.

di Fabrizio Sani

L’opera in copertina è di Anita Zanetti

Fabrizio Sani

Dialogo tra mindscape e landscape nella poesia di Simone Biundo

 

Simone Biundo nasce nel 1990 a Genova, dove insegna in una scuola secondaria. È editor della rivista «VP Plus» ed è ricercatore indipendente di storia dell’editoria e della letteratura. Ha pubblicato saggi su Biagio Marin, Vanni Scheiwiller, Francesco Biamonti e Juan Rulfo. Ha scritto poesie apparse su «Neutopia», «Margutte», «Poesia del nostro tempo», «Poesia Inverso», «Medium Poesia» e «Nuovi Argomenti». Per Interno Poesia è uscito il suo primo libro, Le anime elementari (2020). Nello stesso anno, per Festa Mobile, ha tradotto con Paola Fossa una selezione di poesie di Louis Brauquier: Approdi. Vivremo fino al mattino. Con il poeta Damiano Sinfonico e l’attrice e linguista Sara Sorrentino cura la rassegna di poesia contemporanea, poet. – nella libreria Falso Demetrio di Genova.

Le anime elementari è il tuo libro d’esordio. Come l’hai costruito? Com’è nato e cresciuto?

Il libro, in quanto libro esordio, è nato come una ricerca di stile. Sono partito da esigenze non solo personali ma anche esperienziali. In sostanza ho cercato un modo per poter dire quello che volevo sia dei pensieri che dei luoghi sia delle persone che dei vuoti.

Io sono un camminatore e spesso parlo dei posti che ho attraversato, una o centinaia di volte e in anni o in giorni diversi. E chiaramente quando sono in questi luoghi mi capitano delle cose o semplicemente mi capita di pensare a qualcosa. Stare in un luogo scatena un’infinita serie di associazioni che si tramutano in parole.

Dicevi che torni spesso nei luoghi. Questo si riflette anche sulla costruzione delle poesie stesse? Come avviene il processo creativo?

L’atto del tornare non influisce sulle poesie dopo che, almeno in parte, sono state scritte. Piuttosto, come ti dicevo, a volte succede che un dettaglio di un luogo che ho visto tante volte o anche una sola volta mi spalanchi, con la percezione, l’attenzione. E in questo caso fortuito, se mi è già capitato di stare in quel luogo, tutto ciò che ho captato in precedenza si ricostituisce.

Se nel testo si affaccia con prepotenza il paesaggio è perché qualcosa nel suo mostrarsi mi rivela una parola che con la sua stessa precisione è in grado di denotare la realtà. A questa mi aggrappo per poi lasciare spazio alla versificazione che si struttura naturalmente. Abbandono poi per due o tre settimane gli appunti. Passato quel tempo, li riprendo, ci lavoro moltissimo, e infine, dopo un ulteriore periodo di riposo, ci lavoro una terza volta. 

Questo processo si è verificato, per esempio, con Madonna della Guardia dove l’elaborazione intellettuale mi è servita per individuare la giusta collocazione delle parole rispetto al mio intento iniziale.

Italo Calvino in una nota a una raccolta di Giuseppe Conte afferma: «Trasformare il paesaggio in ragionamento; forse è questo il vero tema che la Liguria proponeva e continua a proporre ai suoi poeti e ai suoi scrittori, quanto più la precarietà del paesaggio s’accentua». Matteo Meschiari racconta come, secondo Kennet, sia possibile stabilire un’equazione tra mindscape e landscape, cioè di come la topografia di un luogo possa aiutare a costruire una topografia mentale. Sei d’accordo?

Sì. Ne Le anime elementari, in effetti, il landscape è un mindscape e viceversa. 

Che ruolo ha per te il paesaggio? Nella raccolta emerge il tuo interesse topologico

Principalmente mi interessa la geografia dello spazio. La sua morfologia. Il suo strutturarsi in infinite e finite combinazioni che mi fanno pensare naturalmente alla lingua.

E quindi tra la morfologia del territorio e della parola esiste una somiglianza?

Penso di sì. Mi appassiona pensare alla lingua e alla poesia come a un paesaggio. Costruirne i rilievi e i piani, i vuoti e i pieni. Costruirne, alla fine, la topologia morfologicamente collocando le parole, attraverso la prosodia, nel punto che mi sembra più giusto. Ai vari livelli del paesaggio e della realtà corrispondono i livelli dell’atto poetico e della scrittura.

Il paesaggio che racconti è quello che transiti, quello che hai transitato. Damiano Sinfonico nella prefazione al tuo libro scrive: «Nel tragitto dall’occhio alla memoria alla lingua i fenomeni prolungano la loro visibilità, acquisiscono una nuova durata, si illuminano di una luce limpida». Mi hanno colpito questi versi della poesia Preferisco sentire se mi parli dalle nuvole, che si riagganciano al tema della memoria, presente nella tua raccolta…

Chissà come sarà fra trent’anni 

chissà com’è ricordare

per chi sa più di qualcosa

e ritornare in un posto

e trovarlo diverso

senza niente 

perché non c’è mai stato niente 

solo credere di avergli appartenuto. 

Un luogo è sempre attraversato dallo spazio e dal tempo. E il tempo si vede, o meglio dà adito all’immaginazione. Le cose, infatti, danno conto della presenza dell’uomo nel tempo, del suo lavoro, delle sue emozioni e della sua devastazione. Danno conto della morte e della rinascita. Nella geografia modulata dalla storia, lo spazio si può intuire almeno fino a un certo punto per quello che è e per quello che è stato.

E anche questo si riflette nel linguaggio. Anche la lingua è stratificazione e ogni discorso rimanda a un altro, studiato, letto, ascoltato con attenzione o anche solo percepito. 

Abbiamo parlato dell’interrelazione tra parola e luogo. Sempre riferendoci alla stratificazione, ci parleresti dei vari livelli interpretativi?

I testi hanno vari livelli di lettura. Dal palese, chiaro, intelligibile e che già è compiuto e bastevole a quello che si può afferrare solo se si conoscono i riferimenti storici, geografici o linguistici.

Per esempio Monte labbro partecipa di questo procedimento: un testo composto da soli due distici (la rosa canina | è a guardia del sagrato || non vuole che si guardi | dietro il suo rossore), e il cui titolo è un’indicazione topografica, vorrebbe evocare la figura di Davide Lazzaretti – definito il Cristo dell’Amiata – che proprio sul monte Labbro nella seconda metà dell‘800 aveva fondato la chiesa Giurisdavidica, una comunità cristologica e socialista. Sul culmine di questo monte c’è un tempio, sottoterra. Un ammasso di pietre, che è un sagrato. E una rosa canina che, con il suo rossore, allude sia ai ministri del culto del predicatore sia ai carabinieri inviati a reprimere quell’esperienza straordinaria e che nel 1878, durante una processione, uccisero il Cristo. Molte poesie hanno dietro queste storie che sono inattingibili, almeno a una prima lettura.

Tu qui parli di spazi abbandonati (ad esempio in Giardino U). Leggendo la raccolta non può non venire in mente Gilles Clément e il suo Manifesto del Terzo Paesaggio

Giardino U è infatti un omaggio al terzo paesaggio elaborato da Clément. Diciamo che il Manifesto del Terzo paesaggio è un po’ una mia ossessione. È un libro oggi molto letto, c’è una generazione che lo sta scoprendo o riscoprendo – anche grazie alla bella traduzione di Quodlibet – perché c’è evidentemente la necessità di riscoprire i luoghi abbandonati da un’altra prospettiva rispetto a quella pura e semplice della distruzione. È un libro potente sia a livello filosofico che poetico e credo lo si possa leggere anche in maniera allegorica. In un certo senso ha dato una sistematizzazione architettonica a quello che avvertivo. 

Hai cercato di raggiungere la connotazione attraverso la precisione linguistica, creando una mappa interna…

Sì, attraverso la precisione denotativa e il meccanismo della polisemia. Quello della polisemia è un meccanismo quasi miracoloso, poiché, attraverso la semplicità e la precisione, si può arrivare a una complessità di pensiero vertiginosa che si nutre di allegorie che dialogano, all’interno di un libro e di un macrotesto, le une con le altre.

Sempre riferendoci alla stratificazione, vorrei parlare dei tuoi modelli. Abbiamo già parlato di Gilles Clément, mi vengono in mente Biamonti e Caproni. Quali sono stati altri autori imprescindibili?

Ci sono testi con cui devi semplicemente dialogare. Non puoi fare a meno di seguirli, di ripercorrerli, di segnarli. 

Se penso a un modello, anzi a una carta, penso a Sorapis, 40 anni fa di Eugenio Montale (Diario del ’71 e del ’72). E poi al Caproni de Il franco cacciatore de Il conte di Kevenhuller, a Giorgio Orelli. E, certo, al modo con cui Biamonti ha raccontato il paesaggio…

Ancora tre autori fondamentali: Peter Handke con Lento ritorno a casa e Nei colori del giorno Max Frisch con L’uomo nell’olocene e il messicano Juan Rulfo…

Qual è il rapporto tra morte e paesaggio?

La morte è il termine del transito, in un certo senso, e il principio di una nuova trasformazione. All’interno del paesaggio è tutto ciò che finisce e poi si rigenera. Tutto il paesaggio mi sembra alluda alla morte. Quando si torna in un luogo dove si era stati con qualcuno che non c’è più, questi in realtà c’è ancora in te e nelle cose, anche se sono cambiate, anche se quel luogo lì non è tuo e di nessuno… C’è questa discrepanza tra il riproporsi vivido dell’immaginazione e la coscienza del nulla, del crollo, dell’abbandono. 

L’elemento mortuario è permeante, è dappertutto ma in questo non c’è nulla di pessimistico. Per me è un dato di fatto. La morte è una denotazione. Spaventosa perché reale. Senza grido, perché essente.

Parlando di morte, mi è venuto in mente un saggio di Enrico Testa sull’animismo delle piante, in riferimento al poeta Vittorio Sereni. Anche lui è un modello?

Sì, certo. Un altro grande maestro ineludibile è Vittorio Sereni. Mi viene in mente ora anche Giampiero Neri. In particolare quest’ultimo per il lavoro a togliere che ha fatto sulla lingua. Ma vorrei citare anche altri due poeti che ho studiato molto: Azzurra D’Agostino e Yari Bernasconi.

Nella prefazione Damiano Sinfonico definisce il tuo lavoro come «un registro animato, un archivio dove sfarfallano i cimeli, ma è anche una mappa che ricostruisce nello spazio gli andirivieni tra luoghi abitati, visitati o attraversati». Nell’ottica di mappare lo spazio, della precisione sono presenti vari toponimi…

Cosa c’è più di simbolico ma anche ancorato al referente reale del toponimo? Un toponimo designa un luogo, è quel luogo, ma allo stesso tempo è una costruzione linguistica: è simbolo e al contempo realtà effettiva…

Nelle tue poesie, come in quelle di Caproni, l’uso dei toponimi è preciso, non vi è un tentativo di usare toponimi inventati, che rimandino a quelli reali, come ad esempio Biamonti nel L’Angelo di Avrigue

Il toponimo, atto creativo di una comunità nel tempo, basta a se stesso e quindi, almeno per ora, basta anche a me. I toponimi, poi, sono funzionali. Uno degli obiettivi di questa raccolta è stato anche ricostruire una mappa dei luoghi attraversati.

In conclusione, se si rilegge la raccolta come una mappa, balza all’occhio che è presente il paesaggio ligure ma non solo. In realtà i luoghi che citi sono molti. Ammetto che a una prima lettura ho dato quasi per scontato l’equazione Liguria-paesaggio…

C’è la Liguria, sì. Ma sono presenti anche molti altri luoghi che dalle Alpi percorrono la dorsale appenninica diramandosi poi fino al Salento e alla Calabria. Le prime due sezioni sono principalmente ambientate a Genova e in Liguria. Dopo, con l’allargarsi dei temi e dei motivi, lo sguardo delle altre due sezioni si allarga per includere altri paesaggi. Altre storie. È come se la poesia si svincolasse. E, libera, se ne andasse per conto suo, a spasso.

Voci e storia di un quartiere: Ina-Casa Tuscolano

Per quella domenica avevano annunciato pioggia da una settimana, scoraggiando così il nostro progetto di girare il primo documentario della rivista nel quartiere di Roma Ina Casa Tuscolano. E così eravamo, per un momento, quasi sul punto di arrenderci e rimandare. Ma poi un inaspettato timido sole si è fatto avanti e senza pensarci un momento tutta la redazione ha raggiunto di corsa Largo Spartaco. È qui che è cominciata la nostra avventura.

Clara Corsetti, giovane storica cresciuta in questo quartiere di Roma, ha pubblicato recentemente un libro intitolato Ina Casa. Voci e storia edito da L’Incisiva edizioni. Ed è stata proprio lei a guidarci nelle strade e tra gli edifici, raccontandocene la storia e il passato.

Oggi possiamo mostrarvi il risultato del nostro lavoro.