Il tempo simbolico delle città secondo Anselm Strauss

«Quando una città cambia, quanto grande deve essere il cambiamento prima di poter proclamare legittimamente, e sostenere con sicurezza, l’acquisizione di un nuovo stadio nel suo sviluppo? Quando una città smette di essere giovane e diviene adolescente?».

A questi e altri simili interrogativi, il sociologo americano Anselm Strauss prova a fornire una risposta all’interno del libro Il tempo simbolico della città, uscito in Italia grazie alla curatela di Giuseppina Cersosimo. Inserita convenzionalmente nel campo degli studi urbani, la riflessione di Strauss si caratterizza per un’attenzione specifica al ruolo che le immagini e l’immaginazione svolgono nell’analisi dello spazio (in particolare quello americano).

Cristallizzando il flusso del tempo nell’eternità di un singolo momento, l’immagine fotografica è in grado di offrire una testimonianza precisa del periodo storico che l’ha generata, permettendo così di cogliere più facilmente mutamenti e trasformazioni. L’elemento visivo è dunque per Strauss un supporto indispensabile alla sua idea di sociologia urbana. Talvolta l’immaginazione può rivelarsi ingannevole, portando a convinzioni erronee sull’età effettiva di un centro abitato.  

Nelle prime pagine del volume, il sociologo rivolge l’attenzione alle immagini di alcune note città degli Stati Uniti, in cui «l’inizio di un’epoca o la fine di un’altra»  si determina nel passaggio da una dimensione prevalentemente rurale a una realtà industrializzata e metropolitana.  Prendiamo ad esempio la città di Detroit, capoluogo della contea di Wayne nello stato del Michigan, conosciuta generalmente per i suoi grattacieli, il suo centro finanziario e la sua industria automobilistica (Chrysler, Ford).

Strauss evidenzia come Detroit conservi l’appellativo di «dinamica», «giovanile», «vigorosa», sebbene la sua storia mostri periodi di sviluppo piuttosto lunghi. Pensiamo poi alla metropoli più rappresentativa di tutti gli Stati Uniti, New York City. La vitalità e l’energia che contraddistinguono la Grande Mela conducono i suoi abitanti a considerazioni temporali inesatte. Scrive a tal proposito l’autore: «In una città come New York, che sembra in continua trasformazione fisica, demografica e sociale, la sua età effettiva sembrerebbe lontana dalla realtà di gran parte dei suoi abitanti». 

La seconda parte del libro è volta a indagare più a fondo il contrasto tra modernità e tradizione, ricordando la persistenza di numerosi dualismi all’interno delle città. Utilizzando il metodo e gli strumenti propri del simbolismo urbano, Strauss si sofferma sulle «ambiguità fondamentali» che coinvolgono i valori americani.  La mancanza di un sistema omogeneo di valori si riflette chiaramente nelle discussioni riguardanti il titolo di “città più americana” del paese. Naturalmente, scrive Strauss, «gli ammiratori di Chicago, New York, Kansas City e Detroit rivendicano onori per la città da loro indicata» (p. 34). È innegabile che se esistesse un complesso di doti culturali e morali condivise, non avrebbe senso stilare una simile graduatoria. Le pagine finali sono dedicate ancora una volta a New York, simbolo americano per antonomasia: nonostante le ripetute accuse di materialismo, di eccessivo dinamismo e di aggressività, essa rimane in ogni caso «il posto dove le persone di spirito sono attirate come da una calamita».

Il libro di Strauss analizza con rigore i differenti modi di concepire lo spazio e il tempo tra gli abitanti di una città. Attraverso il ricorso alle immagini e all’immaginazione, l’autore illustra interessanti spunti per una riflessione che non appare legata in maniera esclusiva al campo della sociologia urbana, ma si apre al dialogo con altre discipline, consentendo così al lettore e alla lettrice di individuare la propria chiave di accesso. In generale, le argomentazioni di Strauss si rivelano particolarmente efficaci nel mettere in evidenza la difficoltà che emerge nel momento in cui si vuole determinare con esattezza l’età di un centro abitato. Riducendo ai minimi termini il discorso del sociologo, si può affermare allora che ogni città presenta sostanzialmente due età distinte: un’effettiva (oggettiva) e un’altra percepita (soggettiva). Quest’ultima si rivela meritevole di un’attenzione speciale: vediamo perché. 

Non esiste, per Strauss, «un modo unico di essere americane»: ogni città, anche la più piccola e a prima vista insignificante, ha le proprie caratteristiche peculiari, i propri elementi di forza e le proprie debolezze. Spesso, i cittadini elogiano «l’atteggiamento sperimentale» di una città; altre volte, invece, ne esaltano l’aspetto conservatore o le origini antiche, arrivando addirittura a tenere insieme tutti questi elementi apparentemente inconciliabili. A una tale simbolizzazione, è opportuno ricordare che assai di frequente i centri abitati sono percepiti come più vecchi o più giovani di quanto siano in realtà.

Come è possibile tutto ciò? La città, è evidente, sfugge a ogni tentativo di definizione unitaria. Forse, è proprio in questa mescolanza, in questa eterogeneità di condizioni che risiede il fascino e l’attrazione esercitata dalle piccole e grandi città americane.

Anselm Strauss, Il tempo simbolico della città, Mimesis, 6 euro

Pubblicato da gioiasili

Nata a Roma nel 1994. Laureata in Scienze Filosofiche con tesi in Estetica, i suoi principali interessi di ricerca sono: il rapporto tra filosofia e psicoanalisi, l’estetica interculturale, la teoria dell’immagine.

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