“Ion”: lo spazio del confinamento

Il Teatro Basilica di Roma, per la rassegna “Lasciare libero il passo”, ha appena proposto “Ion”, spettacolo scritto e diretto da Dino Leopardo con Alfredo Tortorelli, Andrea Tosi e Iole Franco, vincitore come “Miglior progetto sezione teatro” della terza edizione del Festival InDivenire.

La messa in scena propone un’interessante riflessione sullo spazio e sul significato che il luogo dove viviamo assume per la nostra esistenza, diventando metafora della nostra condizione mentale. L’allestimento scenico accentua lo stile di vita del protagonista da “confinato”, da “pazzo” che trascina le sue giornate al riparo della sua stanzetta, con i suoi libri, un televisore rotto, qualche merendina e un vecchio materasso puzzolente. Eppure è all’interno di questo piccolo mondo al quale gli altri lo hanno relegato che Giovanni ha imparato a sognare e immaginare altri spazi e altri mondi, perché l’infinito è sempre al di là della siepe.

L’intero spettacolo è costruito sul rapporto tra due fratelli, uno “normale”, l’altro “malato”, come li etichetta un padre padrone insensibile e anaffettivo, vittima di pregiudizi tanto ottusi quanto inestirpabili. Paolo è normale perché gli piacciono le donne e pensa a lavorare sodo in una pompa di benzina. Giovanni è malato perché le donne non gli piacciono affatto, perché non ha un posto fisso né pensa a procurarselo, perché passa le giornate a scrivere, perché sogna in questa vita quello che non c’è. 

Se da un lato tra i due fratelli c’è un grande e sincero affetto reciproco, dall’altro Paolo non può non subire il condizionamento della famiglia e della società nel considerare il fratello un inetto, un diverso, qualcuno da punire e allontanare. È solo attraverso di lui che lo spazio esterno entra con i suoi giudizi e pregiudizi nella stanzetta magica di Giovanni, a minare il loro già precario e contrastato rapporto; Paolo vorrebbe scuotere il fratello dal torpore in cui vive ma in fondo è anche lui enormemente frustrato e rabbioso per l’esistenza alla quale è stato costretto. 

A fare da sfondo al loro rapporto ci sono le figure materna e paterna, evocate, ricordate, maledette. La madre è una visione, un’apparizione intermittente, una fantasma pieno di poesia e delicatezza, l’unica che aveva forse compreso e amato la diversità del figlio. 

In un vortice di ricordi, emozioni, colori, luci ed ombre, i due fratelli fanno i conti con ciò che sono, con ciò che sono stati, con ciò che non saranno mai e con ciò che con sempre con maggiore forza scoprono di essere: due anime fragili e sofferenti, come ciascuno di noi. Due anime che in fondo non hanno potuto né saputo sottrarsi ai condizionamenti di una società che mira a rendere tutti uguali e a relegare i diversi. Due anime e due corpi che in fondo sentono di essere inadeguati da quando sono venute al mondo, perché tutto il loro malessere è nato proprio dal luogo che avrebbe dovuto tutelarli, incoraggiarli, amarli senza condizioni: la famiglia.

Pubblicato da Isabella Delle Monache

Isabella Delle Monache, classe 1994, nata a Città della Pieve, cresciuta a Latina, attualmente vive a Roma. Si laurea in Lingue e Civiltà Orientali all'Università La Sapienza e si diploma in recitazione presso la scuola Teatro Azione, prendendo poi parte come attrice a diverse produzioni cinematografiche. Dopo essere stata ammessa alla Scuola di Sceneggiatura dell'ANAC “Leo Benvenuti”, si appassiona enormemente al racconto cinematografico e attualmente frequenta il Master in Drammaturgia e Sceneggiatura dell’Accademia d'Arte Drammatica Silvio d'Amico. Scrive da sempre poesie e racconti. Ha viaggiato tanto e tutto ciò che ha visto o anche solo immaginato nei diversi luoghi del mondo continua a ronzarle in testa finché non trova forma nelle sue parole.

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