J’accuse Paris

Contrariamente a quanto si pensi, la Torre Eiffel non è da sempre la protagonista del panorama cittadino di Parigi. È stata costruita soltanto alla fine dell’Ottocento, fra polemiche e petizioni contrarie. Io, personalmente, non sono mai stata una grande fan della Torre, perché sono sempre stata più attratta dai vicoletti, dai mercati, dalle piazze più nascoste delle città. Ho sempre creduto che la vera essenza di un luogo potesse scaturire dalla conoscenza della realtà, della quotidianità, più che dai grandi monumenti e dai musei. Ed ecco che la Torre Eiffel entra, per me, fra quei monumenti che rappresentano un luogo nell’immaginario popolare, ma che in realtà non ne raccontano la storia. Per questo motivo, quando ho scelto di  leggere Torre Eiffel – Due o tre cose che so di lei, ho pensato di mettermi alla prova.

Ebbene, questo piccolo testo, curato da Eusebio Trabucchi, mi ha sorpreso in positivo. Al suo interno potete trovare tantissime curiosità sulla Torre, la sua costruzione, il progetto inziale, gli aneddoti che l’hanno vista protagonista. All’interno del libro c’è un vero e proprio alfabeto e ad ogni lettera corrisponde un episodio riguardante la Torre.

Lo sapevate che la Torre Eiffel è composta da 18.000 pezzi di ferro forgiato e che i suoi ascensori percorrono circa 103.000 km l’anno, cioè due volte e mezzo la circonferenza terrestre? 

Gli ascensori, infatti, hanno un gran da fare, perché trasportano su e giù i tantissimi turisti che ogni anno visitano il monumento. Sono circa 7 milioni. Gli scalini per salire sino in cima, invece, sono 1.665. Quindi, se volete ammirare il panorama parigino senza il fiatone e le cosce doloranti, forse è meglio fare la fila, attendere pazientemente e prendere l’ascensore. 

La Torre fu progettata nel 1884 e in origine fu pensata per l’Esposizione universale di Barcellona del 1888. L’idea, però, fu considerata troppo eccentrica per la città spagnola. 

Il progetto fu poi scelto dal Comune di Parigi e costruito in occasione dell’Exposition universelle, per commemorare il centenario della Rivoluzione Francese. I lavori durarono due anni, dal 1887 al 1889. Gli ingegneri che li  guidarono e che si dimostrarono prodigiosamente veloci furono Gustave Eiffel, da cui prende nome la torre stessa, Maurice Koechlin, Émile Nouguier e l’architetto Stephen Sauvestre.

Inizialmente la torre fu concepita per poi essere smantellata vent’anni dopo la sua costruzione, ma come ben sappiamo, ciò non avvenne mai e la torre è rimasta a far sognare i parigini e i migliaia di turisti che ogni anno visitano la Ville Lumière. 

Sicuramente l’aneddoto che mi ha più divertito è stato quello riguardante la visita di Hitler alla torre nel giugno del 1940. Nel corso del suo viaggio nella capitale francese, Adolf  Hitler chiese di visitare la Torre Eiffel per poter ammirare dall’alto la città occupata dai tedeschi, come un conquistatore che si compiace del proprio bottino. I funzionari francesi addetti all’accoglienza, però, disattivarono gli ascensori, scusandosi con il Führer per l’impossibilità di riattivarli a causa degli elevati costi della guerra. Lo invitarono a salire, dunque, i 1.665 gradini, ma Hitler rinunciò, a causa dei numerosi acciacchi di cui soffriva. Dovette accontentarsi di una semplice foto ricordo, come un qualsiasi altro turista, scattata sulla terrazza del Palais de Chaillot. Quest’episodio è una chiara testimonianza del grande senso di nazionalismo che ha sempre pervaso il popolo e la cultura francesi.

Altra curiosità, a dir poco sorprendente, riguarda il truffatore Victor Lustig, che nel 1925 riuscì a vendere al chilo il ferro della Torre Eiffel. Lustig approfittò del fatto che la stampa stesse parlando in quel periodo dell’imminente smantellamento della Torre. Grazie alle sue abilità di imbroglione e a diversi complici, che gli fornirono documenti falsi, Lustig riuscì a fingersi un funzionario dello Stato francese. Convocò in un grande albergo di Parigi tutti i più importanti imprenditori dell’epoca. A cascare nella tela del raggiro fu André Poisson, il quale si spinse addirittura fino alla corruzione del pubblico funzionario (Lustig) tramite una bustarella, per potersi assicurare la vittoria nella gara d’appalto. Una volta incassata la somma pattuita, cioè una valigia piena di contanti, Lustig fuggì a Vienna con il suo complice Robert Tourbillon.

E cosa mi direste se vi raccontassi anche di un elefante che sale i gradini della Torre Eiffel?

No, non è un dipinto di Salvador Dalì  né un sogno che ho fatto dopo aver mangiato pesante.

Nel 1948, infatti, i fratelli Bouglione, che guidavano il famoso Cirque d’Hiver di Parigi, concepirono un evento alquanto singolare: condurre fino alla cima della torre il più anziano dei loro animali: un’elefantessa di 85 anni. Fu così che nel luglio del 1948 il caravanserraglio dei Bouglione sfilò per il Campo di Marte, fra lo stupore della folla e le grida di incoraggiamento dei bambini. Con lo scoccare delle fruste e qualche sacchetto di arachidi, riuscì a far salire le scale all’anziana protagonista dello spettacolo. L’impresa, però, non fu portata a termine, perché l’elefantessa, arrivata al primo piano della torre, s’impiantò e decise di non fare più un passo né per salire né per scendere. Un comportamento più che comprensibile per un animale di quell’età. 

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Ripensando alla Torre e a quando ho potuto ammirarla nelle mie visite della città di Parigi, penso che la sua bellezza risplenda nella sua completezza soprattutto di notte oppure al momento del tramonto. Un giorno, con la mia amica Carolina, ho potuto ammirare un tramonto sul Pont Des Arts, con vista su una Senna dai toni arancioni e una Torre Eiffel piccola piccola in lontananza. E devo ammettere che in quel momento alla Torre ho voluto un po’ più bene del solito! Anche se quello che diventa di notte, quando è illuminata e le sue luci cambiano colore o si accendono e spengono ad intermittenza, è lo spettacolo migliore in assoluto. È unico. 

Perché non c’è nessun altro posto oltre Parigi dove ci si può sentire come in un film romantico, in un romanzo di Émile Zola o in una poesia di Charles Baudelaire.

J’accuse Parigi di essere così seducente e la Torre Eiffel di contribuire a questo incanto.

Eusebio Trabucchi, Torre Eiffel – Due o tre cose che so di lei, p. 104, L’Orma editore

Ciao Ciao!

La mamma era una di quelle persone che va al mare con il rossetto senza  risultare eccessiva. Le aleggiava intorno giusto una sfumatura di sciatteria a causa  del suo carattere ciarliero. Una donna elegante, pensava il papà mentre guidava la  macchina, e sorrideva al ricordo dolce di tutte le volte che lei l’aveva messo in  imbarazzo con un’osservazione fuori luogo o una domanda sciocca. Una donna tenera e semplice, morbida in ogni senso, rifletteva mentre gli sudava la schiena. La  mamma continuava a parlare; forse, e anzi di certo, nessuno l’ascoltava. I due  bambini litigavano sul sedile posteriore. Il papà sospirò, già stanco al pensiero  che di lì a poco avrebbe dovuto alzare la voce. Portava la famiglia al mare.  Erano in vacanza, finalmente. Dopo tanto lavoro si fissava il primo ombrellone. 

La mamma improvvisamente tacque. Si rifaceva il trucco servendosi dello  specchietto di cortesia. Pensò, sorridendo a se stessa, che la sua vita non era  come l’avrebbe voluta, ma che almeno il tempo era bello.  

Una frenata brusca interruppe le riflessioni dei grandi e le grida dei bambini:  il mare. Erano arrivati. Che meraviglia, una scogliera di pietra candida e  appuntita disegnava un’ombra curiosa sulla mezzaluna di spiaggia di fronte al  loro appartamento. 

Anche la casa era bianca, da togliere il fiato, quasi fastidiosa alla vista. Le  pareti erano abbellite da una cascata di bouganville di un viola intenso e davanti  alla porta, nel piccolo patio, erano stati sistemati un tavolo e quattro grosse  sdraio imbottite, che avevano tutta l’aria di essere comode e avvolgenti. Il papà  pensò che avrebbero fatto delle ottime colazioni e guardò sua moglie con aria  sognante, cercando in lei la conferma dei suoi desideri. 

Faremo delle ottime colazioni, pensava sempre più intensamente, come se lei  potesse sentirlo. Ma era impegnata in altri affari e non ricambiò lo sguardo.  Spostava le valigie dentro al bagagliaio, senza criterio, sicura in fondo che a quello  avrebbe pensato il papà. Si fermò invece a fissare la scogliera aggrottando la  fronte. Fu solo un attimo, immediatamente si riscosse, diretta verso il delizioso  muretto a secco che separava la casa da quella affianco. La vicina stendeva i  panni, sarebbero presto diventate amiche: erano già impegnate in un’accesa  discussione, la mamma rideva contenta e deliziosamente sguaiata. 

Il papà sentì un lampo di apprensione accendersi dentro di lui. Non riesce  proprio a trattenersi, pensò indispettito, e ricacciò indietro l’immaginario desiderio  delle future colazioni in famiglia. Approfittando della confusione che coglie gli adulti nelle situazioni nuove, le piccole pesti saltellavano sui letti nella cameretta,  felici che fosse concesso loro qualcosa di assolutamente proibito a casa. Il papà si indispettì ancora di più, rendendosi conto di essere l’unico che  ancora non si stava divertendo, e cacciò un urlo per rimettere almeno i figli  al loro posto. Rientrò in casa, contrariato. Per sua fortuna si imbatté in un  grosso specchio a figura intera, posizionato appena all’inizio del corridoio.  Stava davvero bene nel completo estivo che gli aveva comprato la mamma. Il  blu della camicia avrebbe presto fatto risaltare un’abbronzatura da fare invidia.  I pantaloni di lino gli scivolavano addosso perfettamente, nemmeno fossero  stati confezionati su misura. 

La mamma, che rientrava in casa in quel momento, gli gettò un’occhiata  compiaciuta. L’ordine fu così ripristinato. 

La famiglia si riunì a tavola e pasteggiò allegramente. I bambini tentarono  di stabilire, gridando e spingendosi, chi dei due si sarebbe divertito di più a  cavalcare le onde sul materassino. Il più grande minacciò di non lasciar provare il più piccolo, che sbraitò dimenandosi, come se nella sua protesta fosse  accartocciato il dolore per tutte le ingiustizie del mondo. Il papà urlò di nuovo:  quel giorno avrebbero lasciato il materassino a casa, non ci avrebbe giocato  nessuno. Consumarono tutti un pasto leggero perché la mamma non avesse  modo di impedire a nessuno di gettarsi subito in acqua. Bianchi pure loro, come  la casa, come la scogliera, dovettero rassegnarsi a impastarsi di crema prima di  scendere in spiaggia. 

Avanzando sul sentiero di ciottoli che li portava fin sulla battigia, il papà  ebbe un sussulto. Un sassolino gli era entrato nella scarpa e gli aveva graffiato  il piede. Chinandosi per scacciarlo via, si ritrovò a tu per tu col fondoschiena  della mamma. Le diede un pizzicotto, proprio lì. La mamma sussultò e lanciò  un gridolino garrulo.  

 «Sei matto» disse al papà. 

 «Che schifo!» urlarono sputacchiando i bambini. 

Piantarono due ombrelloni, stesero i teli per terra, armeggiarono per montare  delle ridicole sedioline di legno. I bambini fremevano per gettarsi in acqua, ma  il papà non poteva accettare che si buttassero prima che lui avesse finito di  montare tutto quanto, così li costrinse a fissarlo con espressione infelice mentre  attendevano. 

In men che non si dica la mamma venne reclutata per una partita a carte,  qualche ombrellone più in là. Il papà sospirò. Alzò una mano, segno che i  piccoli potevano andare. Senza togliere i piedi dalle ciabatte di plastica, si lasciò  cadere su una delle sedie e aprì il giornale, sentendosi improvvisamente meglio.  Provò a interessarsi alle notizie. Gli parve di notare delle occhiate languide da  una signora di mezza età alla sua destra, che aveva il viso in parte nascosto da un  cappello a falda larga. Lusingato, sorrise e indugiò in pensieri disonesti. Come  desiderava da giorni, cadde preda di un sonno profondo e senza sogni. 

Così passarono il secondo e il terzo giorno, nemmeno fossero stati preparati  con lo stampo. Spinto da un entusiasmo paterno vecchio stile, il papà baciava  tutte le sere i suoi figli sulla fronte, per aiutarli a prendere sonno. Una volta  raggiunto il suo letto, gli pareva che la mamma profumasse più del solito. Lei  chiudeva gli occhi immaginandosi altrove, ma felice che il cuscino odorasse di  lavanda e le lenzuola fossero ben stirate. 

Si crede che il giorno di una tragedia debba essere nero come la pece, che il  vento debba soffiare, ingrossando il mare, che i fulmini seminino terrore come  grano su un campo. Pretendiamo che il mondo patisca il nostro stesso dolore e ci accompagni nel tormento. Invece quasi mai le cose stanno così. Il papà si addormentò come al solito sulla sdraio di legno, fingendo di stare  comodo. Di tanto in tanto si risvegliava a causa del ciondolare della testa. La  mamma giocava a carte e parlava, giocava e parlava, parlava e parlava, amica  ormai di ogni signora perbene che fosse in vacanza nelle vicinanze.    

Grazie all’abbronzatura, appariva anche qualche anno più giovane. Esibiva  una perfetta dizione e una sorprendente conoscenza della lingua, si compiaceva  della sua inarrivabile dimestichezza nell’arte della conversazione, lasciandosi  andare al pettegolezzo frivolo da spiaggia. Aveva collezionato qualche giovane  pretendente, da respingere con gentilezza. Non si poteva dire che fosse noiosa,  le storie le si animavano piacevolmente tra le labbra e alla fine si aveva davvero  voglia di ascoltarla. Ottimo anche il senso dell’umorismo, era una bella donna  che faceva ridere e perciò risultava quasi impossibile non rimanerne affascinati.  Inoltre, e questo era davvero sorprendente, sapeva ascoltare. 

Certo, fu proprio così che né lei né il papà si accorsero di nulla. Se lui avesse  riposato di più durante l’anno, se lei fosse stata semplicemente meno conviviale, si sarebbero accorti che in quel giorno di sole, su quel mare da favola, qualcosa  non andava. 

Avrebbero potuto chiamare aiuto, se solo se. Ma invece no. 

I bambini erano tra le onde a provare il materassino. Bisticciavano e si  divertivano a fare i cattivi. Il materassino viaggiava e loro con lui, fin dove non  si tocca e molto più lontano. Il sole calò nel cielo, furono distanti a lungo. Un  mulinello d’acqua arrabbiata si agganciò al materassino e loro non volevano  lasciarlo andare, trovandosi alleati contro un terzo pretendente che giocava  sporco. Non si accorsero subito che non sarebbero mai potuti tornare indietro  e continuarono a battersi con stizza, rivendicando ciò che era loro. Quando fu  chiaro il pericolo, gli si strinsero gli intestini e tutto quello che c’è in mezzo alle  gambe. Gridavano, agitando le mani come ali di gabbiano. 

La mamma li intercettò con la coda dell’occhio e svogliata sventolò le mani,  continuando a parlare. Ciaociao!, gridò, mentre loro andavano giù. Il papà  dormiva sereno.

Illustrazioni di Alessandra Donato

In metro a Parigi con Robert Bresson

Spanish Version

Sembra che alcune linee della metro di Parigi non siano cambiate da cinquant’anni. È come un viaggio nel tempo, per capirlo basta guardare i film Pickpocket e Le diable, probablement. Sono sempre lì, le stesse porte che si aprono troppo presto.

I primi mesi passati a Parigi arrivavo abbastanza tardi in ogni posto. Non riuscivo ad abituarmi ai tempi di arrivo, né ai cambi di linea, né allo strano gioco di vie di uscita in alcune stazioni. I corridoi mi sembravano interminabili e, sbadato come sono, finivo per perdermi o per tornare a volte allo stesso punto da dove ero partito. 

Visto che andavo sempre di fretta, di solito ero il primo nel vagone ad aprire la porta. A Madrid, se avvii la manovella quando il treno non si è ancora fermato, la porta non si apre; il gesto rappresenta una sorta di preavviso, annuncia agli altri la fuga: è un atto semplice, universale e preciso. A volte, quando la porta tarda ad aprirsi più del normale, si genera una lotta silenziosa di vari secondi tra te, che agiti la manovella compulsivamente dal vagone, e l’altro, sul binario, per vedere chi dà il colpo definitivo.

A Parigi è più facile: la sollevi e si apre, quindi viene la tentazione di saltare. Visto che ero sempre in ritardo, aprivo la porta correndo e dovevo aspettare che il treno fosse completamente fermo, perché sapevo che, se saltavo, l’inerzia e la mia goffaggine avrebbero generato un esito drammatico. 

Molte volte mi sono chiesto cosa renda un regista un gran cineasta. Ieri ho rivisto Le diable, probablement, uno dei film meno acclamati di Robert Bresson.

Ne è protagonista un giovane suicida, qualcuno che ha perso ogni legame con il mondo e lo considera un luogo ingrato e inutile, alludendo a motivazioni apocalittiche come l’imminente catastrofe ecologica ed esistenziale o il senso delle azioni reali. Sembra che sia un film sulla fine del mondo, quando in realtà racconta proprio del mondo. È stato definito “punk” o “nichilista”, invece è poetico e addirittura vitalista.

Tuttavia Bresson, che è un gran regista, non rende evidenti le sue intenzioni. È sufficiente questa scena per dimostrare come l’immagine neghi senza intromettersi  il comportamento del suo protagonista. È l’ultimo viaggio in metro di Charles, che porta in tasca una pistola e un mazzo di banconote che darà al suo boia, un amico con cui ha concordato il “suicidio” perché da solo non riesce a farlo. Sembra una normale sequenza, ma l’esitazione del compagno fa capire l’essenza del film: non sappiamo se si muove lui o lo muove il treno, se si avvicina rassegnato alla porta o se si lascia portare. È cinema, non letteratura: non possiamo entrare nella sua mente. Nonostante aprano il treno ancora in movimento, non saltano (mi ricorda Roquentin So che non salterò mai più). Nonostante sembri il contrario, non hanno fretta.

Palermo di carta, sotterranei e macerie

Entrando nel Palazzo delle Aquile, nella splendida Piazza della Vergogna a Palermo, si incontra un vecchio barbuto e incoronato. È la statua del Genio di Palermo, genius loci e sorta di patrono laico della città, complementare a Santa Rosalia. Un serpente gli morde il petto, e una scritta in latino campeggia ai suoi piedi: «Panormus conca aurea suos devorat alienos nutrit». Palermo conca d’oro divora i suoi e nutre gli stranieri.

Le sue rappresentazioni sono disseminate per i vicoli e per le piazze del capoluogo siciliano: espressione di una spiritualità popolare antica, il Genio è riuscito a intrufolarsi persino tra i maestosi mosaici della Cappella Palatina. Solo ad inseguirle tutte si potrebbe tracciare una prima mappa della città. Ciò che colpisce nella misteriosa e polivalente simbologia – associata alla fecondità e al continuo rinnovamento innescato dal contatto con diverse culture – è quel verbo, “divorare”. Un verbo che presuppone un ventre che dà alla luce e che riporta a sé ciò che ha generato, in maniera fagocitante e cannibalica.

È in quella cavità che si addentra Palermo di carta. Guida letteraria della città (2019) di Salvatore Ferlita, pubblicata da il Palindromo, e giunta alla sua seconda e aggiornata edizione “plus”. Il testo fa da apripista a una collana proposta dalla casa editrice palermitana, dedicata a una mappatura letteraria degli spazi urbani. Alla guida su Palermo sono seguite quelle su Catania, Roma, Milano, Torino, Genova e Trieste, città che attraverso la parola d’inchiostro diventano «mobili, irrequiete», venendo «riplasmate, rifondate, reinventate» da un immaginario «più resistente al passar degli anni che la loro architettura e la loro storia».

L’autore – docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università degli studi di Enna “Kore” e critico letterario – offre allora una bussola per orientarsi tra le pagine di oltre trenta scrittori, che con la loro penna sono stati capaci di interpretare la «stratificazione di significati» e la «trama sottile» del tessuto urbano.

Foto di Claudio Kamel

Utilizzando la metafora biologica suggerita da Ferlita, uno degli itinerari possibili prende avvio dalle “viscere” della città, che non sono, come si potrebbe immaginare, quelle dipinte in colori accesi nella Vucciria di Guttuso, o quelle che si trovano appese nella confusione del mercato popolare del Capo. Anche se, per una casualità ricca di suggestioni, è proprio in quest’ultimo quartiere che viene rintracciata la dimensione cupa e sotterranea del “ventre di Palermo”.

È infatti nel «sottosuolo rigoglioso della città» che, in un intrico tra sfera politica e religiosa, si muove la tenebrosa setta de I Beati Paoli, le cui gesta mirano a punire i potenti e a tutelare i deboli. Luigi Natoli attinge a un mito formatosi sul finire del diciottesimo secolo e, pubblicando il romanzo in appendice al Giornale di Sicilia tra il 1909 e il 1910 con lo pseudonimo di William Galt, ne fa un propulsore narrativo potentissimo.

Lo scrittore ricostruisce meticolosamente la topografia della Palermo settecentesca, dando vita a una città parallela e occulta, fatta di cripte e cunicoli tortuosi: il tribunale dei Beati Paoli viene collocato in una grotta nei pressi della Chiesa di Santa Maruzza, a poca distanza dal luogo in cui oggi sorge il Palazzo di Giustizia. I temibili giustizieri incappucciati vengono definiti da Natoli «uno Stato dentro lo Stato, formidabile perché occulto, terribile perché giudicava senza appello, puniva senza pietà, colpiva senza fallire»: da questo, probabilmente, deriva l’ambigua e condannabile appropriazione da parte di alcuni mafiosi – tra cui il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta – della leggenda dei Beati Paoli come mito fondativo della mafia stessa.

Foto di Claudio Kamel

Molto più interessante, per la costruzione di una “Palermo di carta”, è l’eredità letteraria di questa storia enigmatica. Il primo a raccoglierla a piene mani è Fulvio Abbate. Ale e Dario, i due protagonisti di Zero maggio a Palermo (1990), abitano nelle “zone nuove” della città – in via Sardegna e in via Monte Cuccio –, ma la curiosità per i misteri topografici di Palermo li spinge a frequenti incursioni nel centro storico. Si recano principalmente all’Albergheria, dove si svolge la maggior parte del libro di Natoli, e alle Catacombe dei Cappuccini, che con le file di mummie appese e «malridotte, con gli abiti divorati dall’umidità», rappresentano un’altra suggestiva e sotterranea fucina dell’immaginario palermitano.

Il libro di Abbate è un testo “bifronte” – come lo stesso scrittore lo definisce in una nota pubblicata tredici anni dopo la prima edizione –, in cui convivono sia l’intento sentimentale-topografico del romanzo di formazione, sia la sperimentazione di un nuovo genere narrativo, quello dell’affabulazione civile. In queste pagine, infatti, «Palermo e il sogno di un’altra vita (che qui, per brevità, chiameremo “comunismo”) sono obbligati ad abbracciarsi nello stesso condominio».

In una città colta nel mese ideale di maggio, quando il cielo azzurro si staglia oltre i palazzoni e le strade sono invase dal profumo di «gelsomino, zagara, pitosforo», Ale e Dario militano in una sezione di quartiere del PCI, all’inizio degli anni Settanta. Nel suo “quartiere senza nome”, Ale si sforza di spiegare che «tutte le rivolte sono giuste», e sul piazzale di fronte a casa vede passare e fermarsi la storia: di notte si alza dal letto e dalla finestra vede che «si spostano le truppe cinesi e sovietiche dai confini del fiume Ussuri (…), si posa la nebbia su Piazza Fontana, appare la foto del cronista de “L’Ora” scomparso a Palermo, trema Gibellina nella valle del Belice». Se i due amici sono coinvolti dalla fibrillazione che li invita a partecipare al movimento storico, allo stesso tempo sono profondamente affascinati dagli strati più arcaici e mitologici della loro città. Monte Pellegrino è infatti «un brontosauro che si stende fino a toccare il mare», e Dario certe volte ci sale fino in cima: lascia un cero a Santa Rosalia e prega proprio perché lo aiuti a trovare il tesoro dei Beati Paoli.

Foto di Claudio Kamel

L’ironia che filtra l’intero racconto di Abbate è invece assolutamente bandita dai tre ragazzini protagonisti de Il tempo materiale (2008) e dalla crudissima scrittura di Giorgio Vasta. Palermo è in questo caso selvaggia e preistorica, avvertita come un «paesaggio geroglifico». Il centro storico è «la geenna del fuoco», le balate della pavimentazione sono «sepolcri» e «pietre tombali», su cui si trovano carcasse abbandonate di animali.  

È il 1978 – anno del rapimento di Aldo Moro – quando Nimbo e i suoi compagni Bocca e Scarmiglia iniziano a subire un’irresistibile attrazione nei confronti della Capitale, di quella Roma «famelica che da mesi esplode sui giornali e in televisione». I tre undicenni cominciano così ad allenarsi a una feroce disciplina, che passa innanzitutto attraverso il linguaggio: «parlare in italiano, parlare complesso, per noi vuol dire andarcene». È la lezione dura, geometrica e ideologica delle Brigate Rosse e dei loro comunicati quella a cui si ispirano. E con i crani rasati e l’invenzione di un loro alfabeto, segnano una linea di demarcazione dagli altri palermitani «gutturali, gastrici», il cui dialetto provoca «una continua raschiatura di parole nella gola e nella pancia».

Nimbo e i suoi amici si muovono come eletti tra le strade di Palermo, la cui topografia è studiata in maniera scientifica, perché la città possa diventare «il teatro delle loro azioni». Progettando con inquietante lucidità i loro attentati, tra Villa Sperlinga, Viale delle Magnolie e “la radura”, i tre giovani riproducono in scala il peso tragico degli Anni di Piombo. L’utopia sognata dai protagonisti di Zero maggio a Palermo viene così a disgregarsi brutalmente, sostituita da un esito radicalmente distruttivo.

Foto di Claudio Kamel

La distruzione e la rovina sono forse «parte integrante dello sguardo» di chi nasce a Palermo. O almeno così scrive Davide Enia nella nota che accompagna il suo Maggio ’43 (2013). Pensato come monologo per il teatro, questo “cunto” prende avvio dal bombardamento aereo americano che il 9 maggio ’43 rade al suolo il centro storico di Palermo, al punto che «non ci sono più le case, tutte quante jittàte ‘nterra. Tutte. Tranne pochissime, in piedi per metà. Che ci si vede dentro (…). Le strade? Non ci sono più strade. È tutto un arrampicarsi, salire e scendere sopra macerie, balconi, alberi, vetri, terra. (…) A Piazza Magione sono sparite settanta case in quattro secondi».

Il corpo di Enia, in scena, si fa attraversare dalle voci protagoniste di questo racconto: nei suoi movimenti prendono vita le imprese di Gioacchino, Zu Cesare e Umbertino, le violenze della milizia fascista, la sirena che suona ogni sera, e infine la «sassuliàta di bombe», di fronte alla quale piangono anche quegli uomini che non piangono mai. Nonostante il dramma reale e simbolico, «c’è tutta una vita da vivere sotto il bombardamento», e la famiglia al centro della storia riesce a salvarsi e a “vincere” la guerra con piccoli espedienti, allo stesso modo in cui si gioca e si bara alle carte.

Foto di Claudio Kamel

Nel disegnare la «geografia martoriata» del centro, l’autore descrive il grembo della città come «un’inesausta distesa di macerie che vanno a sommarsi ad altre macerie». Ed è con le macerie stesse che i palermitani hanno cercato di suturare quella ferita che, oltre ad aver inciso tragicamente sulle loro esistenze, ha mutato per sempre l’immagine conosciuta della città: il Foro Italico è stato creato gettando in mare i detriti di quel bombardamento. Con quel gesto, Palermo «ha voltato le spalle al mare, tutt’oggi lo nega di continuo, come se avesse paura che dalla linea d’orizzonte potesse tornare la morte, ancora una volta».

Come in un paziente scavo archeologico, Salvatore Ferlita rileva dunque i molteplici strati di “carta” che si sovrappongono nella costruzione – e nella ricostruzione – dell’immaginario della città, strati in bilico tra un passato arcaico, la memoria storica e possibili futuri. Tra gli altri nomi in cui ci si imbatte in questa dettagliatissima guida – ciascuno dei quali segna un differente percorso sulla mappa di Palermo –, vanno senz’altro ricordati quelli di Roberto Alajmo, Niccolò Ammaniti, Marcello Benfante, Vincenzo Consolo, Emma Dante, Michele Perriera, Leonardo Sciascia, Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Oscar Wilde.

La letteratura palermitana sembra allora indugiare e ripiegarsi sulle miserie e sulle rovine della città e del suo ventre, per poi augurarle, con le parole di Enia, il coraggio di “tornare a guardare il mare”. Quel golfo e quella “conca aurea” che sono sinonimo di apertura, e che appartengono intimamente al corpo di Palermo e all’iconografia del suo Genio.

Foto di Claudio Kamel

L’immagine di copertina è di Claudio Kamel.

Attraversare il tempo

Ho provato a fare un esercizio: cercare di ricordare il colore della mia infanzia. Ero convinta che avrei ritrovato solo immagini piene di luce e invece, chiudendo gli occhi, non sono riuscita a distinguere niente. Ero immersa in una totale oscurità. Mi sono sentita come Alice che, dopo essersi infilata nella tana del coniglio, è sprofondata, rotolando capitombolo dopo capitombolo, giù in quello che sembrava un pozzo molto profondo. Forse Lewis Carroll immaginava così l’infanzia, come un sottosuolo in cui solo i più coraggiosi si avventurano anche dopo essere diventati adulti. Certo, è vero che dopo quella caduta che sembrava infinita, Alice raggiunge il Paese delle meraviglie, ma a quante trasformazioni deve andare incontro per superare tutte le sfide che le si presentano?

Con il romanzo Buio, pubblicato in Italia da Carbonio Editore e tradotto da Francesco Annichiarico, la scrittrice polacca Anna Kańtoch ci conduce lungo un’esperienza per certi versi simile a quella di Alice. La protagonista infatti esplora il luogo della propria infanzia attraverso la dimensione della memoria: «Ho sempre saputo che prima o poi sarei tornata a Buio. Rivivo quell’istante come se fosse appena successo».

Dalle prime pagine scopriamo che a parlare è una donna ricoverata in un sanatorio per malati di nervi sul Baltico. Questo primo luogo in cui veniamo accolti ricorda in alcune cose il film Girl Interrupted, in cui alcune ragazze ricoverate in un ospedale psichiatrico trovano conforto nei legami e nelle amicizie instaurate nei corridoi e nei pochi momenti di svago. Ma il sanatorio sul Baltico che incontriamo in Buio non ha nulla che somigli a un ospedale e forse neppure a una clinica. Sembra più evocare le atmosfere di un Hotel in cui trascorrere le vacanze.

«Il personale qui si adopera in tutti i modi per farci dimenticare la vera natura di questo posto: sembra di trovarsi in uno di quegli stabilimenti termali alla moda, abbiamo un campo da tennis e le serate di bridge, il grammofono e la radio». Apparentemente quindi il sanatorio è un luogo magnifico, quasi invidiabile, i pasti sono abbondanti e serviti su fini porcellane e le infermiere sono deliziose. Eppure i giorni sembrano identici l’uno all’altro e il tempo sospeso come in un quadro di Hopper.

Lungo il corso della narrazione la libertà delle pazienti si rivela fittizia: «Bisogna essere svegli per poter sgattaiolare fuori dal sanatorio senza che se ne accorgano. Siamo liberi di uscire quando ci pare, questo è chiaro, ma, ciononostante, capita anche che ogni volta che una di noi decide di oltrepassare il cancello d’ingresso, trovi un dottore che per per pura coincidenza va in quella medesima direzione e offre la propria compagnia».

Il soggiorno in questa gabbia dorata termina quando il fratello maggiore della donna, di cui non conosciamo il nome, viene a riprenderla. L’ avvenimento è tanto inaspettato per la paziente quanto per il lettore. E così ci lasciamo alle spalle il sanatorio e le cure del dottor Krępiński e ci dirigiamo verso Varsavia. Ma la città in cui la protagonista è cresciuta non riesce a liberarla dalle sue ossessioni, dall’altra prigione in cui è confinata, quella della memoria – unico vero luogo di tutto il romanzo.

La struttura dei capitoli riflette la percezione del tempo, in un’oscillazione continua tra Adesso e Ricordi. Il passato ha un peso così forte da impedire al presente di farsi strada – e così resta soffocato tra ciò che è stato e ciò che non può più essere. «I ricordi tornano sempre più spesso a trovarmi. Non sono io a evocarli, appaiono da soli nei momenti meno attesi».

Buio è il nome della tenuta di famiglia dove la protatagonista ha trascorso l’infanzia, dove ora vive il fratello minore. Buio è anche lo scenario della misteriosa morte dell’attrice Jadwiga Rathe. Ma soprattutto Buio è il nome di una delle più grandi paure che i bambini provano, quella di non saper più, nell’oscurità, distinguere le forme.

Anna Kańtoch, Buio, Carbonio editore, p. 183, euro 16

Un’altra via per la Cambogia

È passato già un anno dal giorno in cui ho preso il mio zaino da 40 litri, l’ho riempito di qualche maglietta, due pantaloni, un k-way, un po’ di medicine alla rinfusa e sono partita per il sud-est asiatico. Prima tappa: Cambogia. 

A volte mi sembra sia accaduto in un’altra vita, altre invece riesco ancora a sentire la terra arancione fra le dita dei piedi e l’odore delle spezie sulla pelle e non capisco come il tempo abbia potuto srotolarsi così in fretta, portandosi dietro dodici mesi di vita in un secondo.

Ad un anno dal mio viaggio mi trovo a leggere un reportage a fumetti della ventinovenne Takoua Ben Mohamed, intitolato Un’altra via per la Cambogia. Pubblicato da Becco Giallo, il libro è un vero e proprio diario di viaggio. Nata in Tunisia e cresciuta in Italia, l’autrice è partita per la Cambogia per raccontare il lavoro dei volontari della ONG WeWorld, un’organizzazione italiana che in Cambogia lavora da anni contro il traffico di esseri umani. Infatti, circa un cambogiano su quattordici si ritrova a migrare – spesso irregolarmente – nella vicina e più ricca Thailandia, dove è facile cadere vittima delle nuove forme di schiavitù.

Takoua Ben Mohamed, Un’altra via per la Cambogia, Becco Giallo editore, 18, 00 euro

Un’altra via per la Cambogia è diviso in tre sezioni, passato, presente e futuro, cosicché i lettori possano tuffarsi nel racconto del viaggio di Ben Mohamed con qualche informazione contestuale. In effetti, si capirebbe poco o niente dell’estrema povertà del Paese se non la si inquadrasse nella sanguinosa storia del secolo scorso: dalle lotte per ottenere l’indipendenza dalla Francia, alla dittatura di Pol-Pot e il genocidio di quasi 3 milioni di cambogiani.

Di questo dolore rimane qualcosa di ancora tangibile, che si manifesta nella schiettezza con cui ti accoglie il Paese, il quale non fa nulla per venirti incontro, sembra anzi pensare severamente: «Cara turista, io non ho intenzione di cambiare per te. O tu sei pronta ad accettarmi per come sono, o io non ho alcun interesse per te».

Ho viaggiato in Cambogia nello stesso periodo di Takoua Ben Mohamed, ma lei è atterrata a Siem Reap, famosa per i templi di Angkor Wat, io invece a Phnom Penh, la capitale. Avevo già viaggiato da sola, ma mai per così tanto tempo e senza sapere quale sarebbe stata la prossima tappa. Di Phnom Penh ricordo strade che non sembravano finire mai e il bagno del mio ostello, che si chiudeva con uno spazzolino da denti usurato. Ricordo il sangue che non smetteva di uscirmi dal naso per il troppo caldo e la fatica di rimanere serena nel mezzo di una città rumorosa e apparentemente inospitale. Poi, un giorno mi sono fermata sul ciglio di un grande incrocio per riprendere fiato e una sensazione di calma ha pervaso il mio corpo. Osservando, prima distrattamente, poi sempre più attentamente il traffico, in un attimo ho capito che nella sua assurda follia, tutto funzionava: i bambini di otto anni che guidavano il motorino, la totale assenza di un codice stradale, il fatto che agli incroci nessuno si fermasse, al massimo ci si schivasse con allegria, era completamente normale.

La Cambogia è così, un posto in cui si ha la perenne impressione di un’imminente catastrofe e invece non succede nulla.

Un’altra via per la Cambogia narra prima di tutto del viaggio di Takoua Ben Mohamed, le sue vicissitudini alla frontiera in quanto italiana senza cittadinanza italiana, le sue riflessioni su certe usanze, il ricordo della sincera gentilezza dei cambogiani. Mentre volto freneticamente una pagina dopo l’altra, mi trovo spesso a sorridere: il caldo asfissiante, le amache appese dappertutto – persino sui tuc-tuc; i monaci che attraversano lentamente strade caotiche e disordinate; cinque persone accroccate su uno stesso motorino; gli spiedini di scorpione come spuntino. È vero, è tutto vero! Mi ritrovo a pensare emozionata. 

Un’altra via per la Cambogia è però anche un libro corale, da cui emergono di volta in volta voci distinte: quelle delle brillanti volontarie di WeWorld, tutte giovanissime e preparatissime; quelle dei social ambassadors cambogiani, che organizzano gruppi di auto-aiuto nei villaggi più remoti per raccontare le loro esperienze, informando le comunità sul traffico di esseri umani e sul lavoro forzato. Scopo principale di questi incontri è l’alfabetizzazione ai diritti, spiegando a queste persone che c’è un’alternativa al destino di lavoratore sfruttato in Thailandia, e aiutandole a capire il processo burocratico per ottenere un permesso di soggiorno di lavoro in Thailandia. 

La parte centrale del libro è divisa in quattro sezioni, ognuna con un suo titolo – Il padre, La madre, La nonna, Il figlio. Qui si narrano le terrificante storie di uomini, donne e bambini vittime di tratta: uomini obbligati a lavorare 18 ore al giorno sui pescherecci, donne costrette al lavoro nelle fabbriche di giorno, alla prostituzione di notte. Emerge un quadro che stride con i titoli delle sezioni, che richiamano a ruoli familiari ben precisi; infatti, laddove i padri e le madri sono vittime di tratta, i figli sono orfani e  le nonne sono anziane che lavorano nelle risaie per sopravvivere. 

Io la Cambogia un po’ l’ho girata e non posso non chiedermi quante volte mi sarà capitato di incontrare una famiglia distrutta da queste forme di schiavitù moderna senza essermene resa conto. Non si può riconoscere quello che non si conosce, ed ecco perché sia il lavoro di WeWorld sia la graphic novel di Takoua Ben Mohamed sono eccezionalmente importanti. 

Eppure, pur avendo incontrato famiglie distrutte, quel che ho portato a casa è stato un senso di comunità che non mi apparteneva. Nei villaggi che si aprono sul Mekong River, dove l’acqua corrente è un lusso che quasi nessuno può permettersi e le case – anche quelle a più piani – sono fatte interamente di canne di bamboo, in quei villaggi i bambini sono figli di tutti. Si rotolano sporchi, liberi e felici nella terra dei campi coltivati; sembrano lasciati a loro stessi ma se si guarda meglio ci si accorge che c’è sempre un occhio vigile da qualche parte. In quei villaggi, il pescato del giorno, così come i prodotti della terra, sono di tutti, come viene sancito dalle lunghe tavolate in cui si cena tutti insieme serenamente. In quei villaggi, la famiglia non è di certo quella tradizionale, ma c’è, è grande, è vera.

La tensione tra le due componenti di Un’altra via per la Cambogia, quella corale da una parte, quella personale dall’altra, è rafforzata dalla presenza di pagine nere che frammezzano le storie-testimonianze. In queste pagine Takoua Ben Mohamed si riappropria del proprio punto di vista per offrirci esperienze ed emozioni sue proprie. Sono pagine crude, in cui la speranza si mescola al senso di spaesamento. Sono parole pesate, in cui il racconto in prima persona non sovrascrive le altre voci ma è in grado di dar spazio a dubbi pur rimanendo scevro da ogni giudizio. 

Nell’ultima parte del libro, quella riservata al futuro, l’autrice riflette sulla migrazione, sui privilegi, sulla propria storia di donna. Conclude con una domanda, scomoda perché puntuale e impossibile da dimenticare: «E voi, ora che avete potuto conoscere queste persone un po’ più da vicino, cosa farete per aiutarle?».

Prima di cominciare la lettura di questo libro, ero un po’ scettica. Temevo che vi avrei trovato la solita dinamica occidentale, quella per cui si va in un altro Paese per emancipare i più deboli, aiutarli, insegnar loro come si vive. Mi sbagliavo. Mi risuonano in mente le parole di Lilla Watson: «Se siete venuti per aiutarmi, perdete il vostro tempo. Ma se siete venuti perché la vostra liberazione è legata alla mia, allora lavoriamo assieme». Un’altra via per la Cambogia racconta proprio la necessità di lavorare insieme contro i soprusi e le ingiustizie, le quali, spesso, si assomigliano anche a migliaia di chilometri di distanza.

Trieste. Storia di una metamorfosi

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore […]

U. Saba

Avevo solo diciannove anni quando per la prima volta misi piede a Trieste. Senza sapere come sarebbe andata, ero felice e anche maledettamente spaventata. Quando partiamo non possiamo sapere cosa ci aspetta; pensavo proprio a questo mentre, dal sedile posteriore dell’auto di mio padre, osservavo il mondo scorrere fuori dal finestrino, rapita dall’incanto dello scintillio del sole sulla superficie del mare. Sembrava già passata una vita dal giorno della maturità, e invece erano trascorsi appena due mesi e mezzo. Chi ero io? Dove stavo andando? Sarei stata in grado di affrontare l’università, il nuovo mondo che mi aspettava? Avrei incontrato degli amici? Persa nella mia calma apparente, mi sentivo particolarmente affine al mare che vedevo sfrecciare a pochi metri da me: così placido in superficie,  nasconde sempre un caotico brulicare di vita non appena si scende in profondità. Ecco, mi sentivo esattamente così mentre percorrevo  insieme ai miei genitori gli ultimi chilometri che mi separavano dalla mia nuova avventura. 

Il mio incontro con la città fu un colpo di fulmine, abbagliante come le candide facciate dei palazzi di austroungarica memoria, come i mosaici che rivestono gli edifici che circondano Piazza Unità d’Italia, magico specchio per il sole quando, con i suoi raggi, crea una danza di riflessi aranciati. Quella notte dormii in albergo, o almeno ci provai. Dentro di me avvertivo un’aspra lotta tra sentimenti opposti: amore e paura, entusiasmo e insicurezza, follia e prudenza. La mattina dopo, in piedi su quel marciapiede, salutavo i miei genitori, già seduti a bordo di quell’auto nera che sin dall’infanzia era stata il mezzo di trasporto prediletto per i viaggi di famiglia. Ricordai i giochi e le litigate con mio fratello, le canzoni, le gare per trovare la goccia più veloce sul finestrino mentre sfrecciavamo in autostrada nei giorni di pioggia, i disegni con le dita sul vetro appannato, gli innumerevoli «Mamma, fra quanto arriviamo?». Poco dopo, vedendo l’auto dei miei diventare sempre più piccola man mano che si allontanava verso l’estremo opposto delle Alpi, ero sicura che mia madre e mio padre stessero lasciando andare le lacrime di commozione trattenute fino a quel momento. Compresi perfettamente il loro stato d’animo, e anche il mio. Fu in quel momento, esattamente in quel momento, che smisi di essere una ragazza e iniziai il percorso che mi avrebbe resa una donna.

Mi voltai e iniziai a camminare per le vie di Trieste. Tutto era surreale, eppure incredibilmente vero. Fui pervasa da un senso di pace quando misi per la prima volta piede sul Molo Audace. A pochi passi da Piazza Unità, mi attirò come una calamita. Bastava percorrerlo per l’intera lunghezza per ritrovarsi, di fatto, dentro al mare, anche se era settembre inoltrato. Allora non potevo ancora saperlo, ma quel posto avrebbe accompagnato ogni tappa della mia crescita, sarebbe stato una presenza costante nei cinque anni successivi, testimone silente di decisioni, storie d’amore, abbracci di gioia e silenziosi addii, esami passati e altri più difficili, amicizie, errori, successi e fallimenti, soddisfazioni, macigni e leggerezza. 

Proprio lì, in fondo al molo, c’è una rosa dei venti. Trieste infatti è un po’ la città dei venti, specchio di quelle anime che non finiscono mai di cercare loro stesse, con quel soffio onnipresente che porta scompiglio tra le vie e ordine tra i pensieri. La Bora è sicuramente il più famoso vento di Trieste. Quando la conobbi per la prima volta, ero quasi spaventata: le sue folate, di notte, ricordavano la colonna sonora di quei film dell’orrore che guardavamo durante i pigiama party di Halloween ai tempi del liceo. Quando finalmente arrivava la serata tanto attesa, eccoci di fronte alla nostra prova di coraggio: guardare il film per intero, sedute sul divano incollate l’una all’altra, come per farci forza insieme, sotto alla spessa coperta di lana, tra popcorn, patatine, segreti da raccontarci e, ovviamente, nessun amico o fratello maschio ammesso.

Ci volle tempo per imparare a conoscere la Bora, ma oggi posso dire con certezza che un’altra testimone della mia evoluzione è stata proprio lei: non si può arginare una forza così dirompente, non è possibile contrastarla, camminare in direzione opposta al suo incedere. Al contrario, coprendosi per bene e muovendosi nella sua direzione, è quasi piacevole lasciarsi accompagnare da lei. Trieste mi ha insegnato anche questo: l’importanza di accogliere.

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«Non è tutto bianco o nero», mi diceva sempre mia madre durante le innumerevoli discussioni in età adolescenziale. In questa città ho imparato anche che il bianco e il nero sono due facce della stessa medaglia, e che spesso coesistono in un’armonia magica. Terra di contrasti, Trieste è un ossimoro che ancora vive, dispiegando ogni giorno le sue mille sfaccettature. Sono tanti i popoli che hanno attraversato questo luogo remoto, posto ai confini dell’Italia, lasciandovi la loro eredità. Se Trieste fosse una gemma sarebbe senz’altro una pietra grezza, di quelle che cambiano colore in base a come le si osserva. Delicata come i suoi palazzi, forte come la sua zona di porto, è incastonata tra montagne e mare. Dicotomica, ma non per questo indecisa, è stata un po’ il mio specchio. Mi ha insegnato a non oppormi alle mie mille sfaccettature, neanche a quelle più grezze, accompagnando con severità e dolcezza la mia metamorfosi da bruco a farfalla. Umberto Saba la descriveva infatti come «un ragazzaccio aspro e vorace con […] mani troppo grandi per regalare un fiore». Per lui, Trieste aveva una scontrosa grazia. Mi fa un po’ pensare al tormento dell’adolescenza, quando ti senti tutto e niente; invece sei semplicemente tutto, solo che ancora non lo sai.

Cinque anni dopo, ormai donna, vedevo il mio percorso nel capoluogo giuliano giungere al termine: avevo finito l’università ed era arrivato il momento tanto temuto: quello di salutare Trieste, città che, come una madre adottiva, mi aveva presa per mano e accolta. Con amore mi aveva aiutata a crescere; con altrettanto amore mi sussurrava il suo arrivederci. Esattamente come avevano fatto i miei genitori quel giorno di settembre di cinque anni prima, Trieste mi diceva: «Va’, e segui la tua strada». Chissà se anche lei, come loro, ha pianto; io sicuramente sì, mentre la osservavo diventare sempre più piccola dietro di me. Ma sapevo che sarei tornata, e questa era la mia grande promessa. 

Writing the city: bus rides with Lauren Elkin

No. 91/92: Notes on a Parisian Commute is a collection of musings, observations, and thoughts Lauren Elkin noted on her iPhone while commuting to work by Parisian bus lines 91 and 92.

Elkin provides an accurate definition of what she wants to capture: the “poetics of the city as viewed through the bus.” But before looking out the window at the city’s hustle and bustle, it is the microcosm of the bus that Elkin keenly decrypts. Its codes are deciphered. Its internal laws, written and unwritten, are attentively dissected and questioned. Who decided that priority must be given to those who want to keep the windows closed? And why? Why do people automatically occupy the outside seat, making it difficult for another commuter to sit on the inside one? And why is there no explicit rule that forbids people from eating on the bus? 

Lauren Elkin

Elkin asks herself these questions while observing the people that crowd her daily commute from one end of Paris to the other. A girl is playing an imaginary piano, a child is humming a tune, a woman is reading a book she has wrapped in pink paper. The poetics of the bus is the poetics of the unexceptional. Drawing on George Perec’s concept of infra-ordinary, Elkin believes that “what matters is not the importance of what is observed, but its triviality.” And her moveable diary is proof of that. Elkin uncovers the ordinary marvel of the city and its inhabitants as she watches them go by from her bus seat: the tobacco shop that opens early in the morning, the owner of an upholstery store among his chairs, a man mysteriously entering the majestic porte-cochère of a Haussmannian building. 

Perec elected Place Saint-Sulpice as the observation point to scrutinize Paris, Elkin chooses the bus. A bus is indeed an unusual, fascinating point of view on the city: always moving but at a relatively slow pace (“One Haussmannian building every couple of minutes. A Parisian way of measuring speed.”), often crowded but at the same time solitary, as the people we are surrounded by are usually reluctant to interact, immersed in their smartphone activities. 

Elkin reflects that we might or might not meet those people again: daily encounters in the city result from chance. The city uncloses infinite possibilities, not only about others but especially about ourselves:

“In the city we are forever brushing sleeves with our other possible selves.”

Like Elkin, I often ask myself these kinds of questions: what if I’d taken that train five minutes earlier? What if I’d gone to that picnic?  There is a poetics of the ordinary in the city and one of the possibility too. The invisible web of possibilities continuously unfolds in the city without our knowledge. We forever pass by possible lives without noticing. 

In The Practice of Everyday Life, Michel de Certeau argues that walkers in the city write urban texts through their paths. As Elkin provides the coordinates of her urban text, I trace geographical coincidences: like her, I have lived and taught in the 7th arrondissement. Like her, I’m familiar with bus 92. Her text and my text overlap in places. As I wonder about all the people I’ve crossed paths with, I realize that existences interweave, sometimes even overlay on the city tracks. De Certeau provides an illuminating notion in this respect, when he says that while moving in the city we write “intertwining, unrecognized poems in which each body is an element signed by many others.”

In Flâneuse: Women Walk the City in Paris, New York, Tokyo, Venice and London we had known Elkin as a walker, in No. 91/92 we rediscovered her as a passenger. What is always present is her rich experience of the city, bold and free from restrictions. I make her adage my own:

“Let me always venture out of my triangle, out of my bounds.”

No. 91/92: Notes on a Parisian Commute is published on 7th September 2021 in the UK by Les Fugitives https://www.lesfugitives.com/books/lauren-elkin-notes-on-a-parisian-commute

Mosaico romano: “Le Mappe della disuguaglianza”

«Di dove sei?» «Di Roma» «Anche io! Di che zona?» «Trastevere». «Davvero? E dove andavi a scuola?». Questo scambio, negli incontri, ricorre spesso per chi è cresciuto a Roma, ed è una semplice e quotidiana testimonianza delle molteplici realtà che coesistono al suo interno. La divisione in quindici municipi non garantisce un livello di dettaglio sufficiente per cogliere l’eterogeneità della città, ragione per cui gli autori del libro Le mappe della disuguaglianza si servono di dati riferiti alle sue 155 zone urbanistiche per descriverne la geografia sociale metropolitana.

Lo sforzo meritorio dei ricercatori – Salvatore Monni, Keti Lelo e Federico Tomassi – è quello di mettere in luce le disparità sociali di Roma in una prospettiva multidimensionale. Se la diversità nelle condizioni di vita all’interno di una metropoli è naturale, a Roma si ha talvolta la sensazione che vi sia una netta separazione tra le diverse aree, raramente sintetizzata in una visione d’insieme fondata sui dati. 

Roma è il più grande comune agricolo d’Italia, la superficie non costruita occupa più di metà del territorio comunale, abitato stabilmente dal 2000 in poi da circa 3 milioni di abitanti secondo i dati anagrafici. È quindi una fake news l’aumento degli abitanti della città di cui si sente parlare? No, ad essere cresciuti però sono gli abitanti della città metropolitana, che corrisponde all’ex-provincia di Roma, passata da 3.7 milioni nel 2000 a 4.2 milioni nel 2018. Gli abitanti di Roma sono distribuiti all’interno della città in maniera tutt’altro che omogenea e i tassi di crescita della popolazione tra le varie aree seguono diversi andamenti. Gli autori del libro ci forniscono una griglia utile per comprenderli meglio.

Immaginiamo di disegnare la città in tre cerchi concentrici, il primo partendo dall’interno è delimitato dall’anello ferroviario, il secondo dal Grande Raccordo Anulare e il terzo dal perimetro comunale. Se Roma fosse abitata da 100 abitanti in totale, una minoranza composta da 18 persone vivrebbe all’interno dell’anello ferroviario, 53 persone vivrebbero tra l’anello e il GRA e 29 fuori dal GRA. Mentre gli abitanti fuori del GRA sono in crescita e hanno registrato un aumento di 184 mila persone negli ultimi vent’anni, nello stesso arco di tempo le zone all’interno del GRA hanno visto la loro popolazione diminuire. Dati ufficialmente testati e confermati ogni giorno sulla pelle dei pendolari all’ora di punta sulla metro B in direzione Colosseo.

Per capire le sfaccettature di Roma, gli autori la dividono in 155 piccole aree, per ognuna delle quali calcolano l’indicatore di interesse: tasso di disoccupazione, tasso di crescita della popolazione, livelli di istruzione, offerta di servizi e molti altri. A seconda dell’intensità del problema l’area viene riempita con una gradazione di colore più o meno marcata, in modo da evidenziare le zone del territorio in cui il problema si concentra. Prendiamo come esempio la mappa che mostra la distribuzione dell’offerta culturale in termini di cinema, teatri e biblioteche per numero di residenti.

L’efficacia di narrare le disuguaglianze tramite le mappe si esprime attraverso la possibilità di individuare dei gradienti territoriali. Solo una mappa infatti riesce a mostrare la diminuzione dell’offerta di servizi sull’asse centro periferia o la distribuzione delle persone sul territorio per fasce di età. Le mappe sulla prevalenza dei giovani e degli anziani nelle zone urbanistiche svelano un quadro ben chiaro delle caratteristiche demografiche fuori e dentro il GRA: leviamoci l’illusione di una neonata famiglia che può permettersi un appartamento dove arriva il profumo dell’arrosto cucinato dalla nonna:

Tutte le mappe e i dati sono consultabili sul sito curato dagli autori, dove potrete soddisfare le vostre curiosità. I dati, se non diversamente specificato, si riferiscono al 2011, ultimo anno per cui è disponibile il censimento Istat per zone urbanistiche. Quella presentata non è una fotografia aggiornata della città, ma un primo tentativo di fare un’analisi territoriale dettagliata. Continuerò provando a descrivere le fratture e le tendenze che riguardano la vita dei giovani adulti di Roma, senza la pretesa di riuscire a sintetizzare la visione e le numerose chiavi di comprensione offerte dalla lettura del libro.  

Proseguiamo la passeggiata nella nostra città abitata da cento romani. Le famiglie formate da un solo componente sarebbero circa 16; in numeri assoluti quasi mezzo milione di persone a Roma vive da solo nelle zone centrali, l’Eden dei single, degli studenti e dei vedovi. Il fascino del san pietrino non risparmia di certo la curia, che da secoli si immola popolando il centro città.

Le giovani famiglie romane si spostano invece sempre più verso i quartieri dove i prezzi delle abitazioni sono più contenuti e dove si sta verificando un’urbanizzazione a macchia d’olio, che ha forti ricadute sull’organizzazione dello spazio. La mappa della città per fasce d’età rivela la presenza di almeno due città: nella periferia esterna intorno al GRA risiedono in larga parte giovani e famiglie con due o più figli, nel primo Municipio e in alcune zone della periferia storica come Pietralata, Aurelio Nord e Sud, Casal Bruciato, Ostiense e Tuscolano Nord se vedi un under-30 forse è perché hai gli occhiali appannati, sistema la mascherina e guarda meglio. 

Chi non ha una casa di proprietà o non può permettersi un affitto nei quartieri centrali o semi-centrali di Roma, più o meno giovane, è andato a creare delle aree di nuovo insediamento intorno al GRA; andiamo quindi a vedere cosa offrono le diverse zone di Roma in termini di servizi, opportunità di incontro e offerta culturale. 

Solo nei quartieri centrali, nelle zone universitarie e in quartieri benestanti come Prati, Flaminio e l’Aventino cinema, teatri e biblioteche sono più di uno ogni mille abitanti; esistono invece zone prive di offerta culturale di questo tipo sia in quartieri benestanti come Medaglie d’Oro, l’Infernetto e Acquatraversa, sia in diverse aree a ridosso o fuori dal GRA e nella periferia storica. Allo stesso modo la disponibilità di negozi di quartiere e la densità di piazze dove incontrarsi diminuisce drasticamente allontanandosi dal centro, rendendo la distanza dal cuore della città sinonimo di distanza dalle opportunità culturali e di interazione sociale.

Le differenze all’interno di Roma si rilevano anche in termini di disponibilità di servizi: in varie zone intorno al Grande Raccordo Anulare – Magliana, Medaglia, Santa Palomba, La Storta, Settebagni, Santa Maria di Galeria e Prima Porta – non esiste alcun asilo pubblico o convenzionato. Le strutture sanitarie, pubbliche o private, sono concentrate nei municipi I, II, e XV e all’Eur; l’Appia Antica è il regno delle cliniche private, mentre il colore della mappa si schiarisce all’esterno del GRA, dove in 42 zone urbanistiche il numero di strutture sanitarie è pari a zero. Sembrerebbe di poter affermare che chi si trasferisce in queste zone non le scelga per la rete di servizi offerta, oggi è anche possibile togliersi ogni dubbio scaricando l’“App IO – servizi per il cittadino”.

E come passano le loro giornate i romani? Quanti hanno un lavoro, più o meno precario?  Il tasso di occupazione misura la proporzione degli occupati sul totale della popolazione che potrebbe potenzialmente lavorare, ossia le persone tra i 15 e i 64 anni. Non stupisce scoprire che tra i quartieri con maggiore partecipazione alla forza lavoro rientrano le zone tradizionalmente benestanti di Roma Nord, ma i tassi sono ancora più alti nei quartieri di nuovo insediamento a cavallo del GRA. Qui, come già anticipato, sono andate ad abitare famiglie giovani in cui entrambi i componenti lavorano: stiamo parlando della Magliana (76.6% di occupati), Malafede (73,9%), Acqua Vergine (73,1%) e Lucrezia Romana (71,6%). In queste zone il numero di occupati è di gran lunga maggiore della media in tutta la città metropolitana (53%), un dato che ci ricorda che il gradiente centro-periferia è una lente adatta a capire solo alcuni aspetti della geografia sociale di Roma. Cosa spinge la media verso un valore così basso? Le zone con maggiori difficoltà occupazionali si concentrano nel quadrante est, sul litorale di Ostia e in alcuni nuclei di edilizia residenziale pubblica, dove meno del 45% della forza lavoro è attiva. Magra consolazione: è in queste zone che sono ambientati la maggior parte dei film e delle serie TV.

Ridurre il tessuto sociale di Roma alla sua forza lavoro non le renderebbe giustizia, i pensionati, le casalinghe e gli studenti non si nascondono facilmente: erano oltre un milione di persone nel 2011! I pensionati si concentrano nella periferia storica, le casalinghe sono particolarmente presenti nella periferia più esterna, mentre nelle zone benestanti vediamo picchi di concentrazione di studenti. Le mappe sull’istruzione ci restituiscono una frattura da studiare e valutare: mentre in larga parte della città, in particolare nelle periferie, la percentuale di donne laureate supera quella degli uomini laureati, nel mercato del lavoro le donne sono ancora una componente minoritaria. Le mappe che cercano di dipingere le differenze di genere su istruzione e lavoro ci restituiscono una Roma divisa tra un centro ricco e vecchio a prevalenza di laureati maschi e una periferia giovane con una forte presenza di donne laureate

Per capire la drammaticità dei dati sull’istruzione bisogna richiamare la città eterna sul pianeta Terra e inquadrarla sul piano internazionale: secondo il censimento del 2011 a Roma il 23% della popolazione tra i 25 e i 64 anni è laureata, a Parigi il 46%, a Berlino il 37% e a Madrid il 47% degli abitanti ha attaccato la vetta dei 180 CFU. Per Roma il 23% è senza ombra di dubbio una media dei polli di Trilussa. Nei quartieri di Parioli e Salario, in alcune zone centrali, all’Eur, nei municipi II, XIV e XV la percentuale di residenti con la laurea supera il 38%, con picchi superiori al 42%. Le quote dei laureati sono invece inferiori al 9% nelle periferie esterne o prossime al GRA ad est, soprattutto nel VI municipio. I residenti con il diploma superiore come massimo livello di istruzione sono distribuiti in maniera più omogenea nella città, mentre la concentrazione di chi ha al massimo la licenza media o elementare è alta nei quadranti periferici, soprattutto nelle periferie a est (27-30%). Questa segmentazione è ancora più preoccupante se letta unitamente ai dati di Openpolis secondo cui a Roma due terzi tra i bambini con i genitori senza un diploma rimangono con lo stesso livello di istruzione della famiglia d’origine. 

La parola disuguaglianza sottintende inevitabilmente un giudizio di valore. Ognuno di noi in base al suo vissuto e alle sue opinioni è disposto a tollerare e giustificare un diverso grado di disuguaglianza nelle condizioni di vita di chi lo circonda, senza giudicarla iniqua. Gli autori del libro sospendono il giudizio sui dati presentati, cercando di offrire un quadro preciso in base al quale ognuno è libero di farsi un’idea, un punto di partenza oggettivo per conoscere la città. Alcuni collegano la parola disuguaglianza agli squilibri su scala globale, eppure le opportunità di vita di ciascuno varierebbero anche solo spostandosi qualche fermata metrò più in là. A Torino, per esempio, esiste un tram lungo il quale si perdono cinque mesi di vita al chilometro (Giuseppe Costa, 2017). Esistono alcune disuguaglianze meno esotiche, delle quali è necessario essere consapevoli.

Ci sono quartieri in cui «gli abitanti conoscono i problemi dell’Africa meglio della vita di borgata a Corcolle, [e] vengono a sapere qualcosa delle periferie solo quando i media le raccontano con i soliti stereotipi» (Walter Tocci, 2019) e quartieri come Tor Bella Monaca e Corviale, spesso fraintesi e sottovalutati, che sono luoghi di forte attivismo e sperimentazione sociale con progetti di rigenerazione riusciti. 

Il libro dimostra che a Roma una semplificazione centro-periferia è impossibile. Pur facendo riferimento a dati di quasi un decennio fa, emerge un quadro della città non scontato le cui sfaccettature sfuggirebbero anche al cittadino più attento. La buona notizia è che dal 2018 i dati censuari saranno raccolti non più a cadenza decennale ma annualmente, un’ottima occasione per aggiornare le mappe e distaccarsi dalla retorica disfattista di una Roma senza speranza. 

Se sono arrivati a dare il nome “via Mejo de gnente” a una strada da tempo attesa, ai romani non manca la motivazione per continuare ad abitare la città. Libri come questo sono fondamentali per renderci più consapevoli delle sue complessità.

Keti Lelo, Salvatore Monni, Federico Tomassi, Le mappe della disuguaglianza, Donzelli editore, pp.206, euro 22

“Le case che siamo”: l’architettura di noi stessi secondo Luca Molinari

Scrivo quest’articolo seduta alla scrivania della mia camera da letto, ormai non più propriamente infantile ma neanche pienamente adulta: la conformazione sinuosa e giocosa delle spalliere dei letti (il mio e quello di mia sorella), il cui colore verde pastello si riflette sugli armadi e infine sulle scrivanie, mescolandosi al colore rassicurante del legno, racconta ancora la precisa scelta di mia madre. La vedo in quel negozio d’arredamento, lontano nella memoria e nello spazio, scegliere accuratamente gli oggetti che avrebbero accolto il sonno – i compiti, le delusioni, le riflessioni, i successi – delle sue due figlie; se mi concentro bene posso sentirla contrattare con il venditore per il prezzo migliore, aggiudicandosi – come sempre – la partita.

Qui, sul lato sinistro della stanza, quello più a sud-ovest di tutti, la mia scrivania: il computer fisso, la libreria a scomparti rettangolari pieni zeppi di libri e cd accumulati negli anni, ma soprattutto le foto. Tra cartoline provenienti da viaggi intrapresi personalmente o ricevute da chi mi ha voluto rendere partecipe dei propri, ci sono le foto in bianco e nero dei miei nonni paterni. La prima: un giovane Giorgio (ben lontano dal diventare nonno) sorride bellissimo e vestito di tutto punto verso l’obiettivo. È seduto sul tettuccio di quella che immagino essere la sua prima auto, una cinquecento anni ’50, braccia incrociate e sigaretta alla mano. La seconda: i miei futuri nonni durante il viaggio di nozze. Lei, Flaminia, sorride avvolta in un foulard bianco, lui guarda in alto, posa d’attore. La terza, la più significativa di tutte: seduti a tavola, diciannovenni entrambi, si guardano, mentre mio nonno cinge con il braccio le spalle di mia nonna. In quello sguardo per me risiede il significato della vita.

Le ho posizionate qui come degli amuleti, che mi riportano sempre dove voglio tornare quando c’è il rischio che mi possa perdere. In loro riconosco le mie radici, la mia casa. D’altra parte lo scrive anche Guccini che la nostra casa è «la casa sul confine dei ricordi, la stessa sempre, come tu la sai e tu ricerchi là le tue radici se vuoi capire l’anima che hai». Mi sembra che ci sia una buona analogia con il lavoro che Luca Molinari, architetto, docente, scrittore e più o meno consciamente antropologo, ha realizzato con Le case che siamo, la cui prima edizione per Nottetempo risale al 2016. Come suggerisce bene il titolo, questo saggio ci spiega chiaramente che le nostre case altro non sono che la proiezione di noi stessi, ripercorrendo varie fasi storiche dell’architettura e i modelli culturali che le hanno ispirate.

La casa è habitus, che per Molinari significa «l’abitare ma anche l’abito che portiamo-ci protegge e rappresenta come persone e, insieme, come cittadini». Il nostro rifugio e allo stesso tempo il segno riconoscibile della nostra individualità che interagisce con il mondo circostante. L’habitus è un concetto principe nella cosiddetta Antropologia della contemporaneità, in cui nessun fatto culturale può prescindere dal contesto in cui viene prodotto che, a sua volta, fa parte di un contesto più ampio, globale, che ci riguarda tutti poiché strettamente interconnessi. Pierre Bourdieu, sociologo francese del secolo scorso, definisce l’habitus come struttura strutturante: il modo con cui ognuno di noi esprime attraverso azioni e pensieri il proprio posto all’interno delle relazioni sociali che compongono il nostro mondo, che, allo stesso tempo, costruiscono e influenzano questo nostro comportamento individuale. 

Il concetto di casa, e di conseguenza la sua manifestazione strutturale, è stato poco indagato dagli studi di settore, che avevano preferito, per lo meno fino all’anno di pubblicazione di questo libro, parlare di spazi pubblici, di riqualificazioni di quartieri e di intere città, porre l’attenzione sulla vita umana aldilà della soglia privata, custode di quel mistero affascinante che è la vita quotidiana di tutti noi. Molinari decide di indagare questa dimensione spaziale familiare per sviscerarne significati culturali e sociali il più delle volte lasciati riposare nell’ombra di uno scantinato o vicino al camino del salotto.

«Quando pensiamo alla parola “casa”, si materializzano sorrisi, rimpianti, dolori, odori, gesti elementari e segreti depositati nella nostra mente grazie alla consuetudine che solo la quotidianità può generare. La casa non è più solo un luogo definito ma è diventata un nuovo paesaggio, uno spazio pubblico in cui si realizzano le nevrosi e le idiosincrasie contemporanee e attraverso cui cercare di leggere frammenti possibili della nostra vita futura».

Molinari passa così dal raccontarci della casa solida, complice dell’affermarsi della classe borghese durante il XIX secolo, protagonista della fuga dalla metropoli per cercare l’illusione del ricongiungimento con una Natura finalmente addomesticata, tramite la costruzione di cottage e ville di campagna, alla casa dominante. Questa ultima, posta sul punto più alto del villaggio, poi diventato città, per il «desiderio irresistibile di innalzarsi dal suolo comune» e marcare il territorio e quindi il potere di una determinata casata o di un diritto che proveniva direttamente dalla divinità.

L’autore continua parlandoci di Thomas Jefferson, influenzato dai Quattro libri del Palladio, che si ispira alle raffinate ville venete per i primi disegni della Casa Bianca di Washington, ci introduce a quella ricerca di trasparenza raggiunta magnificamente nella Maison de Verre, costruita dall’interior designer Pierre Chareau e dall’architetto olandese Bernard Bijvoet, nel cuore della Parigi medievale nel 1926, e poi cita Le Corbusier con la finestra a nastro, ponte tra la casa tradizionale e la trasparenza assoluta. Ma Molinari ci racconta anche le concezioni democratiche nascoste dietro alla progettazione e ideazione dei quartieri popolari negli anni del boom economico, e delle case senza radici, nate per sposare il gusto per l’esplorazione dell’essere umano e costituire un rifugio sicuro seppur in movimento continuo.

Le case che siamo oggi ci parlano di un mondo interconnesso, che ha sfondato i muri portanti, scoperchiato i tetti e spalancato le finestre grazie al nostro utilizzo della rete, con tutte le semplificazioni e tutte le preoccupazioni che questo può portare. La sfera tra pubblico e privato si è assottigliata considerevolmente fino a scomparire, portandoci a viaggiare perfino in luoghi lontanissimi da noi, rimanendo comodi sulla nostra poltrona preferita. L’abbiamo capito in quest’ultimo periodo, che ci ha visti costretti a passare molto tempo nei nostri piccoli mondi privati a causa della pandemia generata dal Covid-19, facendoci scoprire segreti e storie che queste piccole mura celavano in attesa di un occhio e di un orecchio più attenti. Siamo dovuti scendere a patti con noi stessi, non siamo potuti fuggire da quei piccoli tormenti che in tempi più tranquilli potevamo affogare ubriacandoci di una collettività ricercata e indispensabile, data dalla frenesia delle nostre vite abitate fuori, nella città.

Siamo stati costretti ad abitare con noi stessi, e la rete è stata l’unico mezzo che ci ha permesso di evadere e di condividere le nostre fragilità.

«Per questa ragione a noi tutti sembra di impazzire stando nelle nostre case “sicure”: perché nel profondo sentiamo che senza la libertà della città, dei suoi limiti e delle sue possibilità, non potremmo dare un limite adeguato all’abisso infinito in cui il nostro ego rischia di cadere, se lasciato solo a gonfiarsi all’interno delle mura domestiche in costante confronto/scontro con altri ego compresenti, malgrado i vincoli di sangue ed affetto».

Case finalmente abitate e città deserte hanno messo in luce tutti quei protagonisti silenziosi che abitualmente non riconosciamo: migranti senza permesso e senzatetto che non hanno più riparo, ragazzi dei servizi di delivery e tutte quelle persone che devono continuare a lavorare per far funzionare una città in tempo di quarantena. Nell’edizione aggiornata della sua opera, pubblicata nell’estate del 2020, Molinari dà la sua personale visione delle città che saremo: concentrate sullo sviluppo delle soglie, tramutandole da aree di separazione e confine in occasioni di confronto e di comunità, come «anticorpi alla separazione e ai muri alzati in nome dell’igiene», a sancire come i luoghi e il loro senso non possano prescindere dalle relazioni sociali. E come dargli torto?

Le case che siamo-Nuova edizione ampliata, Luca Molinari, Nottetempo, Milano, 2020, 140 pagine, € 13,00