Un’altra via per la Cambogia

È passato già un anno dal giorno in cui ho preso il mio zaino da 40 litri, l’ho riempito di qualche maglietta, due pantaloni, un k-way, un po’ di medicine alla rinfusa e sono partita per il sud-est asiatico. Prima tappa: Cambogia. 

A volte mi sembra sia accaduto in un’altra vita, altre invece riesco ancora a sentire la terra arancione fra le dita dei piedi e l’odore delle spezie sulla pelle e non capisco come il tempo abbia potuto srotolarsi così in fretta, portandosi dietro dodici mesi di vita in un secondo.

Ad un anno dal mio viaggio mi trovo a leggere un reportage a fumetti della ventinovenne Takoua Ben Mohamed, intitolato Un’altra via per la Cambogia. Pubblicato da Becco Giallo, il libro è un vero e proprio diario di viaggio. Nata in Tunisia e cresciuta in Italia, l’autrice è partita per la Cambogia per raccontare il lavoro dei volontari della ONG WeWorld, un’organizzazione italiana che in Cambogia lavora da anni contro il traffico di esseri umani. Infatti, circa un cambogiano su quattordici si ritrova a migrare – spesso irregolarmente – nella vicina e più ricca Thailandia, dove è facile cadere vittima delle nuove forme di schiavitù.

Takoua Ben Mohamed, Un’altra via per la Cambogia, Becco Giallo editore, 18, 00 euro

Un’altra via per la Cambogia è diviso in tre sezioni, passato, presente e futuro, cosicché i lettori possano tuffarsi nel racconto del viaggio di Ben Mohamed con qualche informazione contestuale. In effetti, si capirebbe poco o niente dell’estrema povertà del Paese se non la si inquadrasse nella sanguinosa storia del secolo scorso: dalle lotte per ottenere l’indipendenza dalla Francia, alla dittatura di Pol-Pot e il genocidio di quasi 3 milioni di cambogiani.

Di questo dolore rimane qualcosa di ancora tangibile, che si manifesta nella schiettezza con cui ti accoglie il Paese, il quale non fa nulla per venirti incontro, sembra anzi pensare severamente: «Cara turista, io non ho intenzione di cambiare per te. O tu sei pronta ad accettarmi per come sono, o io non ho alcun interesse per te».

Ho viaggiato in Cambogia nello stesso periodo di Takoua Ben Mohamed, ma lei è atterrata a Siem Reap, famosa per i templi di Angkor Wat, io invece a Phnom Penh, la capitale. Avevo già viaggiato da sola, ma mai per così tanto tempo e senza sapere quale sarebbe stata la prossima tappa. Di Phnom Penh ricordo strade che non sembravano finire mai e il bagno del mio ostello, che si chiudeva con uno spazzolino da denti usurato. Ricordo il sangue che non smetteva di uscirmi dal naso per il troppo caldo e la fatica di rimanere serena nel mezzo di una città rumorosa e apparentemente inospitale. Poi, un giorno mi sono fermata sul ciglio di un grande incrocio per riprendere fiato e una sensazione di calma ha pervaso il mio corpo. Osservando, prima distrattamente, poi sempre più attentamente il traffico, in un attimo ho capito che nella sua assurda follia, tutto funzionava: i bambini di otto anni che guidavano il motorino, la totale assenza di un codice stradale, il fatto che agli incroci nessuno si fermasse, al massimo ci si schivasse con allegria, era completamente normale.

La Cambogia è così, un posto in cui si ha la perenne impressione di un’imminente catastrofe e invece non succede nulla.

Un’altra via per la Cambogia narra prima di tutto del viaggio di Takoua Ben Mohamed, le sue vicissitudini alla frontiera in quanto italiana senza cittadinanza italiana, le sue riflessioni su certe usanze, il ricordo della sincera gentilezza dei cambogiani. Mentre volto freneticamente una pagina dopo l’altra, mi trovo spesso a sorridere: il caldo asfissiante, le amache appese dappertutto – persino sui tuc-tuc; i monaci che attraversano lentamente strade caotiche e disordinate; cinque persone accroccate su uno stesso motorino; gli spiedini di scorpione come spuntino. È vero, è tutto vero! Mi ritrovo a pensare emozionata. 

Un’altra via per la Cambogia è però anche un libro corale, da cui emergono di volta in volta voci distinte: quelle delle brillanti volontarie di WeWorld, tutte giovanissime e preparatissime; quelle dei social ambassadors cambogiani, che organizzano gruppi di auto-aiuto nei villaggi più remoti per raccontare le loro esperienze, informando le comunità sul traffico di esseri umani e sul lavoro forzato. Scopo principale di questi incontri è l’alfabetizzazione ai diritti, spiegando a queste persone che c’è un’alternativa al destino di lavoratore sfruttato in Thailandia, e aiutandole a capire il processo burocratico per ottenere un permesso di soggiorno di lavoro in Thailandia. 

La parte centrale del libro è divisa in quattro sezioni, ognuna con un suo titolo – Il padre, La madre, La nonna, Il figlio. Qui si narrano le terrificante storie di uomini, donne e bambini vittime di tratta: uomini obbligati a lavorare 18 ore al giorno sui pescherecci, donne costrette al lavoro nelle fabbriche di giorno, alla prostituzione di notte. Emerge un quadro che stride con i titoli delle sezioni, che richiamano a ruoli familiari ben precisi; infatti, laddove i padri e le madri sono vittime di tratta, i figli sono orfani e  le nonne sono anziane che lavorano nelle risaie per sopravvivere. 

Io la Cambogia un po’ l’ho girata e non posso non chiedermi quante volte mi sarà capitato di incontrare una famiglia distrutta da queste forme di schiavitù moderna senza essermene resa conto. Non si può riconoscere quello che non si conosce, ed ecco perché sia il lavoro di WeWorld sia la graphic novel di Takoua Ben Mohamed sono eccezionalmente importanti. 

Eppure, pur avendo incontrato famiglie distrutte, quel che ho portato a casa è stato un senso di comunità che non mi apparteneva. Nei villaggi che si aprono sul Mekong River, dove l’acqua corrente è un lusso che quasi nessuno può permettersi e le case – anche quelle a più piani – sono fatte interamente di canne di bamboo, in quei villaggi i bambini sono figli di tutti. Si rotolano sporchi, liberi e felici nella terra dei campi coltivati; sembrano lasciati a loro stessi ma se si guarda meglio ci si accorge che c’è sempre un occhio vigile da qualche parte. In quei villaggi, il pescato del giorno, così come i prodotti della terra, sono di tutti, come viene sancito dalle lunghe tavolate in cui si cena tutti insieme serenamente. In quei villaggi, la famiglia non è di certo quella tradizionale, ma c’è, è grande, è vera.

La tensione tra le due componenti di Un’altra via per la Cambogia, quella corale da una parte, quella personale dall’altra, è rafforzata dalla presenza di pagine nere che frammezzano le storie-testimonianze. In queste pagine Takoua Ben Mohamed si riappropria del proprio punto di vista per offrirci esperienze ed emozioni sue proprie. Sono pagine crude, in cui la speranza si mescola al senso di spaesamento. Sono parole pesate, in cui il racconto in prima persona non sovrascrive le altre voci ma è in grado di dar spazio a dubbi pur rimanendo scevro da ogni giudizio. 

Nell’ultima parte del libro, quella riservata al futuro, l’autrice riflette sulla migrazione, sui privilegi, sulla propria storia di donna. Conclude con una domanda, scomoda perché puntuale e impossibile da dimenticare: «E voi, ora che avete potuto conoscere queste persone un po’ più da vicino, cosa farete per aiutarle?».

Prima di cominciare la lettura di questo libro, ero un po’ scettica. Temevo che vi avrei trovato la solita dinamica occidentale, quella per cui si va in un altro Paese per emancipare i più deboli, aiutarli, insegnar loro come si vive. Mi sbagliavo. Mi risuonano in mente le parole di Lilla Watson: «Se siete venuti per aiutarmi, perdete il vostro tempo. Ma se siete venuti perché la vostra liberazione è legata alla mia, allora lavoriamo assieme». Un’altra via per la Cambogia racconta proprio la necessità di lavorare insieme contro i soprusi e le ingiustizie, le quali, spesso, si assomigliano anche a migliaia di chilometri di distanza.

Pubblicato da martacerreti

Nata a Roma nel 1995, si laurea in Filosofia alla Sapienza Università di Roma con una tesi in Filosofia e Letteratura. Nell'ultimo anno è stata borsista all'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e ha viaggiato in Sud-Est Asiatico. Le piace leggere più che scrivere e disegnare più che fotografare.

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