Scene madri

Il cuculo fa covare le proprie uova ad altri uccelli, deponendole e abbandonandole nei nidi di altre specie. E i futuri genitori adottivi, pur accorgendosi della differenza, nutrono il piccolo alla pari dei loro pulcini. È al mondo animale che Guadalupe Nettel – già autrice della raccolta di racconti significativamente intitolata Bestiario sentimentale (La nuova frontiera, 2018) – si rivolge, per illuminare il tema della genitorialità ne La figlia unica (La nuova frontiera, 2020).  

Perché «la natura è una scuola di diversità», come affermato dalla scrittrice messicana durante la presentazione del suo romanzo alla Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria “Più Libri Più Liberi”, introdotta da Chiara Valerio. Guardando ad altri “regni” e ridefinendo il carattere della maternità come «permeabile», Nettel offre infatti una meravigliosa rassegna delle infinite possibilità che si accompagnano all’essere madri, o al non esserlo affatto.

Alcuni degli spettacoli teatrali e dei film a cui la nostra redazione ha assistito durante il mese di novembre – Una cosa enorme di Fabiana Iacozzilli, L’événement di Audrey Diwan e Madres paralelas di Pedro Almodóvar – sono accomunati proprio dal tentativo di esplorare la pluralità di forme attraverso le quali l’autodeterminazione femminile può esprimersi.

Di seguito, riportiamo allora tre frammenti di recensioni, nel tentativo di tracciare, nel territorio immenso della maternità, una piccola costellazione di “scene madri”.

1) “Che cos’è la maternità?”. Una cosa enorme. Così risponde una delle donne intervistate da Fabiana Iacozzilli – già autrice de La classe (2019) – durante la preparazione dello spettacolo debuttato alla Biennale di Venezia lo scorso anno e andato in scena al Teatro Vascello di Roma dal 15 al 21 novembre. Un’espressione così semplice e potente da essere adottata persino come titolo: una vox media che evoca l’eccezionalità di un evento, così come la pesantezza e la difficoltà che vi si accompagnano. E letteralmente enorme è la pancia che domina la scena, quasi che la donna che vi fa capolino (Marta Meneghetti) sia incinta da un tempo indefinito, forse addirittura da sempre. In fondo, non è proprio l’archetipo della madre quello che da millenni continua a essere imposto a qualunque donna?

Nello spazio scarno e senza tempo del palcoscenico – in cui gli oggetti rotti e le piante secche materializzano una dimensione interiore lacerata da innumerevoli dubbi –, la protagonista sembra però opporre una resistenza accanita e paradossale a quanto di più “naturale” ci si aspetterebbe dalla sua condizione: il dare alla luce il figlio che porta in grembo. In maniera controintuitiva, la maternità si associa allora a una minaccia da abbattere, proprio come la cicogna che si aggira rumorosamente sopra la testa della donna ormai stremata.

«Se voglio figli o meno è un segreto che nascondo a me stessa – scrive Sheila Heti in Maternità (Sellerio, 2019) –: è il più grande segreto che nascondo a me stessa». E proprio sull’orlo di questo enigma viscerale Una cosa enorme intende restare in equilibrio, in bilico tra performance e dimensione installativa.

Nonostante gli sforzi della donna per impedirlo, un essere viene infine generato (Roberto Montosi), e il suo corpo già consunto e incredibilmente emaciato sonda con curiosità il palcoscenico, inciampando come chi muova i primi passi in un mondo nel quale si trovi gettato all’improvviso.

«Vuoi fumare, papà?», gli domanda la donna, ormai senza pancia, stravolta da un pianto di stanchezza e rassegnazione. Ed è in questo istante che arriva un pugno nello stomaco.

I corpi si trasformano sotto gli occhi degli spettatori, e i ruoli e le aspettative si ribaltano: l’essere che abbiamo visto contorcersi in posizione fetale e spargere disordine in maniera bambinesca non è un figlio, ma un padre. Un padre anziano e malato che necessita di essere accudito come un figlio: è allora verso il tema più ampio della cura che la scrittura registica di Iacozzilli, in maniera magnifica, si dirige.

Nella lentezza esasperata di gesti minimi – in cui il tempo dello spettacolo viene a coincidere con quello dell’esistenza –, la madre-figlia assiste il figlio-padre nelle azioni più quotidiane, fino ad accompagnarlo al suo ultimo giorno.

Dare la vita significa consegnare alla morte: questa è una delle consapevolezze che silenziosamente riaffiorano in Una cosa enorme, e che probabilmente si pongono al principio di qualunque decisione di diventare madri (o di non diventarlo). Ma è proprio la portata immensa di questa scelta – non meno tragica della “necessità” secondo la quale tutto accade sulla scena – a essere tagliata fuori dalla rappresentazione.

Legando la sua riflessione a una dimensione “esistenziale”, Iacozzilli rischia di scivolare proprio sulle ottime premesse poste nella prima parte dello spettacolo e approda a quello che lei stessa, nelle note di regia, definisce un interrogativo “per nulla consolatorio”: «forse, alla fine, si è madri comunque?».

Nonostante la messinscena poetica e disarmante, Una cosa enorme dimentica di indagare qualunque forma di gioia, di desiderio e di volontà: qualunque forma di autodeterminazione che possa strappare, in maniera definitiva, non solo la nozione di “maternità”, ma anche quella di “cura” a un’interpretazione “essenzialista” e destinale.

2) «Quella malattia che colpisce soltanto le donne e le fa diventare casalinghe». Così Anne, studentessa universitaria protagonista di L’événement di Audrey Diwan – tratto dal romanzo autobiografico di Annie Ernaux (L’Orma, 2019), e vincitore del Leone d’Oro a Venezia lo scorso settembre – definisce argutamente la propria gravidanza indesiderata. Una condizione innominabile nella Rouen del 1963, dove l’aborto – chi lo compia, o lo favorisca – è ancora punito con la detenzione e sanzioni severissime: la città appare alla ragazza come «una foresta di pietre grigie», tanta è la freddezza e l’indisponibilità con la quale la sua battaglia per continuare gli studi, e diventare un giorno scrittrice, viene a scontrarsi.

L’esperienza dell’aborto vissuta quarant’anni prima viene allora dissepolta e portata a rielaborazione da Annie Ernaux attraverso la scrittura, perché «il paradosso di una legge giusta è quasi sempre quello di obbligare a tacere le vittime di un tempo, con la scusa che “le cose sono cambiate”». Ma, come ricorda Chiara Lalli su «L’Essenziale», anche nell’Italia di oggi «non c’è la libertà di abortire, non c’è un diritto forte di scegliere di interrompere la gravidanza», visti gli innumerevoli limiti della legge 194, tra i quali un’ammissione molto tollerante dell’obiezione di coscienza, che in certi casi rende complicatissimo l’accesso a servizi sanitari sicuri.

Il film di Diwan risuona dunque come potentemente attuale: la telecamera fissa sul volto della straordinaria Anamaria Vartolomei – così come l’ampio utilizzo della soggettiva e della semi-soggettiva mentre la giovane cerca di procurarsi un aborto da sola, utilizzando un ferro da maglia –, costringono gli spettatori ad avvertire la «solitudine» della clandestinità sotto la propria pelle e nella propria carne.

Il discorso sull’autodeterminazione individuale si lega infatti a una riflessione più estesa sul diritto: oggi come allora – scrive Ernaux – «si perseguitano gli scafisti, si deplora la loro esistenza come trent’anni fa quella delle mammane», ma «non si mettono in discussione né le leggi né l’ordine mondiale che ne determinano l’esistenza». È allora una presa di posizione, una responsabilità collettiva, quella che anche la regista invoca, rappresentando e dissezionando un mondo gerarchizzato, in cui «a colpi di manganello, i medici (sono separati) dagli operai e dalle donne che abortiscono, i dominanti dai dominati».

Il disprezzo e la violenza con i quali la giovane viene accolta al suo arrivo in ospedale – per un’emorragia causata dall’interruzione casalinga della gravidanza – sono infatti gli stessi riservati alle ragazze madri nei quartieri poveri di Rouen. Il trattamento “di favore” di cui Anne può godere, per il quale il suo aborto viene classificato come “spontaneo” e non “volontario” è probabilmente dovuto al suo cartellino universitario: una concessione riconosciuta «a lor signori» di collocarsi al di sopra delle leggi.

Ma è proprio con la coscienza di questo privilegio di classe – tema a cui la scrittrice è estremamente sensibile, provenendo da una famiglia di piccoli commercianti –, che Ernaux decide rendere nota la propria esperienza, schierandosi pubblicamente contro «la dominazione maschile del mondo». Ed è con la stessa consapevolezza che Audrey Diwan la rievoca, mantenendone intatta, anche a distanza di decenni, la carica di denuncia.

3) «Devi sapere dove stavano tuo padre e la famiglia di tuo padre durante la guerra, per poter decidere dove vuoi stare tu». Così Janis – interpretata da una splendida Penelope Cruz, vincitrice della Coppa Volpi – rimprovera la giovanissima e disimpegnata Ana (Milena Smit) in Madres paralelas, ultimo film di Pedro Almodóvar presentato quest’anno in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia.

A essere “parallele” non sono soltanto le due madri protagoniste – le cui vite si intrecciano dopo aver partorito lo stesso giorno –, ma anche le due riflessioni magistralmente condotte dal regista: se la maternità e il lutto individuale costituiscono il centro della narrazione, la cornice è data dal trauma storico delle fosse comuni in Spagna, in cui, durante il regime franchista, sono stati ammassati i corpi di più di centomila desaparecidos. «Finché non saranno dissotterrati i loro resti e non sarà loro data una sepoltura degna, la guerra non sarà finita», aggiunge con fervore la donna, che si batte perché vengano effettuati i lavori di scavo nei pressi del suo paesino d’origine, dove dovrebbe trovarsi anche il suo bisnonno, giustiziato sommariamente proprio agli esordi della Guerra civile spagnola.

Nel 2016 – ricorda Arturo (Israel Elejalde), padre biologico della bambina concepita da Janis – il presidente del Consiglio Mariano Rajoy decide di destinare «zero euro del bilancio statale alla memoria storica», derogando così la legge approvata nove anni prima da Zapatero, primo timido tentativo destinato a cambiare la toponomastica delle vie e delle piazze nelle città spagnole intitolate ai gerarchi della dittatura, oltre che a restituire dignità e giustizia alle sue vittime, ancora “colpevoli” da un punto di vista giuridico.

«C’è un’intesa segreta fra le generazioni passate e la nostra», scrive Walter Benjamin, suicidatosi a Portbou nel ‘40, dopo essere stato arrestato proprio dalla polizia di frontiera spagnola: la celebre immagine del suo “angelo della storia” ha lo sguardo rivolto alle rovine del passato, perché intenzionato a «destare i morti e ricomporre l’infranto».

Connettendo la memoria collettiva del passato alle battaglie del presente, il filo della genitorialità offre ad Almodóvar l’occasione per dischiudere un discorso eminentemente politico, che non teme di confrontarsi con tematiche di bruciante attualità. Non è un caso che Janis indossi una maglietta con lo slogan “We should all be feminists”, chiaro rimando al titolo della scrittrice e attivista nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie. L’esperienza di una maternità non prevista, ma alla fine accettata, che accomuna le due donne protagoniste, permette infatti di far luce sui loro vissuti, segnati dall’assenza di figure paterne di riferimento, dalla violenza di genere – Ana rimane incinta perché stuprata, dopo essere stata vittima di revenge porn –, ma anche da una decisa spinta all’autodeterminazione. Che può coincidere con la volontà di crescere un figlio da sole: senza un uomo, o al fianco di un’altra donna.

Nell’intensa scena conclusiva – che dalle coloratissime case madrilene, si sposta nei campi sterminati della provincia spagnola –, assistiamo finalmente alla riesumazione degli scheletri degli oppositori di Franco, riconosciuti grazie ai dettagli commoventi ricordati dai discendenti: un occhio di vetro, o un piccolo sonaglio per giocare con i propri bambini, dimenticato in tasca al momento del sequestro.

Nel “ricomporre” le macerie della Storia di cui sono figli, tutti i personaggi si stringono e si tengono per mano: hanno adesso la possibilità di aprirsi al futuro e di immaginare modalità “diverse” di essere padri e madri, intessendo relazioni di amore e di cura che seguono direzioni sorprendenti e impreviste rispetto a quelle dettate dai legami di sangue.

Pubblicato da Chiara Molinari

Nata a Brescia nel 1994. Dopo un periodo di studio a Monaco di Baviera, si laurea in Filosofia all'Università degli Studi di Padova con una tesi su Adorno. Attualmente frequenta il Master in Critica Giornalistica all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica Silvio D'Amico di Roma. Si interessa principalmente di letteratura, cinema e teatro.

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