«L’eccezionale nel reale». “È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino

Non ha mai frequentato una scuola di cinema, eppure tutti lo chiamano maestro. Voleva iscriversi alla facoltà di filosofia, ma ha frequentato la facoltà di Economia e Commercio, abbandonandola a pochi esami dalla laurea. Durante il suo lavoro di assistente di produzione, una volta ha perso l’intero girato (la peggior cosa che possa capitare a chi fa questo mestiere), per poi ritrovarlo. È l’ultimo italiano ad aver vinto l’Oscar per il miglior film. Questo è Paolo Sorrentino.  

Foto di Gianni Fiorito

«A tien’ ‘na cosa ‘a raccuntà?» chiede, nel film È stata la mano di Dio, il regista Antonio Capuano a Fabietto, un adolescente innamorato del cinema. Di fronte a questa domanda il ragazzo si zittisce e fatica a rispondere. Ma vent’anni fa Sorrentino ha trovato qualcosa da raccontare e da quel momento non ha mai smesso di farlo.

Nel 2001 esordisce infatti con L’uomo in più, film acclamato dalla critica e vincitore di numerosi premi. Da qui avvia il lungo sodalizio con Toni Servillo e una carriera tutta in ascesa verso il podio che lo consacra a tutti gli effetti tra i migliori registi italiani.  Nel 2004 scrive e dirige Le conseguenze dell’amore, presentato a Cannes, a cui segue L’amico di famiglia (2006) e poi, nel 2011, This must be the place, primo film in lingua inglese, con un cast internazionale e Sean Penn come protagonista.

La Capitale è lo scenario di due dei suoi film più celebri: ne Il divo (2008) assistiamo alle manovre di un politico misterioso e dal tono innocuo che, come un burattinaio, muove i fili di questo paese sullo sfondo di una Roma angusta. Si tratta di Giulio Andreotti, che in maniera significativa nel film afferma: «perpetuare il Male per garantire il Bene». Ne La grande bellezza (2013), invece, il tetto celeste di una stanza diventa un mare blu acceso e Jep Gambardella dice: «è tutto un trucco». Le giraffe scompaiono e Roma sembra essere l’unica vera bellezza che accoglie un branco di uomini meschini, ipocriti e falsi.

Se tutti ricordano che con quest’ultimo film Sorrentino ha vinto la statuetta più ambita dai registi, in pochi sanno che Il divo ha ricevuto la candidatura agli Oscar per il miglior trucco grazie ad Aldo Signoretti e Vittorio Sodano. 

Lavoratore inarrestabile, Sorrentino dirige anche due serie: The young pope (2016) e The new pope (2020), entrambe con protagonista Jude Law.

Nell’attesa, tra una ripresa e l’altra, ha anche il tempo di scrivere il suo primo romanzo: Hanno tutti ragione, con cui arriva finalista nella cinquina del Premio Strega nel 2010. Insomma, qualsiasi cosa abbia in mente quest’uomo siamo sicuri che riuscirà a sbalordire. A chi sono dedicate tutte queste opere? «A Daniela che mi ha salvato» – scrive il regista nel suo libro –, sua moglie e musa ispiratrice da più di vent’anni.

Che sia cinema, televisione o letteratura, ci sono dei temi centrali all’interno della visione di Sorrentino: l’alienazione e la solitudine dell’essere umano, il peso della notorietà, un certo cinismo verso la realtà, la costruzione di personaggi enigmatici e il luogo come personaggio fondante della narrazione.

Hitchcock affermava che il cinema è la vita a cui sono state tagliate le parti noiose. Sorrentino ha messo in pratica questo messaggio da sempre. Il suo stile è immaginifico. Il fotogramma, nelle sue mani, diventa una perfetta composizione armonica. Come nella poetica del collega americano Wes Anderson, i colori e le linee dei luoghi e dei soggetti inquadrati sono frutto di uno studio meticoloso.

Lo stupore è l’ingrediente principale che non deve mai mancare nei suoi film: «il cinema è eccezionale nel reale», insieme alla musica «è il mezzo più immediato per veicolare delle emozioni. Un film deve offrire prima di tutto un grande spettacolo», dice Sorrentino. 

A chi lo accusa di voler copiare Fellini, lui risponde: «Tutto quello che posso dire è citare Radiguet: bisogna provare ad imitare i capolavori e nella misura in cui non ci si riesce si diventa originali. Dato che mi avete sempre detto che non riesco ad imitare queste persone, mi dovete almeno concedere che sono originalissimo».

Lo scrittore Italo Moscati, nel suo libro The young Sorrentino, il ragazzo vissuto su una panchina (2017), scrive: «Nessuno come lui, da anni ormai, è riuscito a catalizzare attenzione, suscitare polemiche, controversie, rancori, interesse».

«È un uomo con notevole capacità di lavoro e di concentrazione – prosegue –. È uno di quei napoletani che non hanno nulla in comune con quegli altri napoletani, abituati, come scrive in L’armonia perduta Raffaele La Capria, a “una spettacolarizzazione di sé”, a esibirsi sempre per proteggersi, sedurre, incantare».

È stata la mano di Dio, vincitore del Leone d’argento a Venezia, è un tuffo nell’adolescenza di Sorrentino, nel quale veniamo a conoscenza dei suoi dolori e dei suoi traumi, senza sentimentalismi.

Quest’ultimo lavoro si propone come molto diverso dagli altri, segnando l’inizio di una nuova era per la filmografia del regista. Fabietto, il protagonista, è un adolescente che vive a Napoli con una famiglia quasi rocambolesca. È timido, è un osservatore e un gran curioso degli altri e della vita. A un certo punto, a causa di un evento drammatico, si trova a dover diventare subito adulto, rimanendo in uno stato di libertà opprimente, non chiesta e non desiderata: troppo giovane per essere autonomo veramente, troppo grande perché la memoria non sia scalfita da quel dolore e da quel lutto, e perché il suo atteggiamento futuro nei confronti della vita non sia condizionato.

Il film si divide in due parti. Nella prima avviene il racconto di questa famiglia attraverso una narrazione comica, quasi come in un film di Lina Wertmüller. 

In una danza di valzer ci sono tutti i colori di Napoli, che accompagnano l’intera vicenda.

Nella seconda parte Fabietto è alla ricerca di una realtà che lo possa salvare, perché quella attuale non gli piace più. Ed è qui che scopriamo l’amore di Sorrentino per il cinema, per quei mondi immaginari che si offrono come migliori quando «la realtà è scadente».

Ogni componente della famiglia è un personaggio caratteristico con delle sue peculiarità e sfumature. Sicuramente colpisce l’interpretazione magistrale di Luisa Ranieri: l’anima di “zia Patrizia”– il suo personaggio – può essere racchiusa nella celebre frase di Nietzsche, per la quale «tutto ciò che soffre vuol vivere». 

Poi c’è Maradona e tutta la sua potenza a Napoli, dove più che essere considerato un calciatore viene invocato con la stessa speranza e dedizione con cui ci si rivolge alla Madonna. D’altronde, è lui a compiere il vero e unico miracolo all’interno del film. 

C’è Napoli in tutta la sua dinamicità e irruenza, c’è la natura partenopea rappresentata dal Vesuvio come una forza che abbraccia e contamina tutto ciò che le sta intorno. È presente il regista Antonio Capuano (che è realmente stato uno dei primi maestri di Sorrentino): un uomo diretto, anche brutale, pronto a mettere sempre in gioco la realtà e a cercare lo stimolo, il conflitto come motore per progredire. Capuano, proprio come Sartre, pensa che essere vivi significhi essere perennemente in conflitto.

E poi c’è una fuga, verso i propri sogni, verso il futuro: «Verso la città delle illusioni. Non a caso qui c’è la Chiesa, il governo, il cinema, tutte cose che producono illusione», come dice un personaggio all’interno nel film Roma diretto da Fellini, uscito nel 1972. È sempre una promessa d’amore che ci porta ad abbandonare la strada vecchia per quella nuova, lo stesso amore che Fabietto prova nei confronti della settima arte, lo stesso amore che gli servirà per l’elaborazione del dolore. Uno si potrebbe chiedere: ma quindi basta fare un film per liberarsi dal dolore? La risposta di Sorrentino a questa domanda posta da una giornalista è negativa, ma almeno, come dice Marchino, fratello di Fabietto, «ti distrae dalla realtà». 

«La panchina fu lo stretto spazio in cui Paolo cercava qualcosa che non sapeva dire, non riusciva a pensare. (…) Non è una fiaba, è una rivoluzione», scrive Moscati.  Questa è la storia di un ragazzo da panchina, che ha passato la sua giovinezza a osservare e ha saputo trovare nel futuro una forma di riscatto.

In The young Sorrentino Moscati conclude: «Ogni storia di un ragazzo che vuole fare cinema si somiglia. Poi accade qualcosa di straordinario, quasi mai si sa perché».

Pubblicato da Alessandra De Gennaro

Nata a Benevento nel 1996. All'età di diciannove anni si trasferisce a Roma per conseguire la laurea in filosofia alla Sapienza. Ossessionata fin da piccola dal cinema, parallelamente agli studi, segue dei laboratori di recitazione e scrittura cinematografica. Attualmente sta completando il suo percorso accademico con laurea magistrale alla Sapienza.

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