Le strade della mia città portano tutte a te

Svolto l’angolo che affaccia sulla piazza, quella davanti alla cattedrale, e salgo i gradoni per entrare in chiesa. Faccio spazio tra le signore che escono dopo il rosario. Con l’andatura di un mendicante raggiungo l’altare. 

Bestemmio il tuo nome ma con le mani giunte. 

Vado a sedermi di fronte al quadro, lo stesso che ti faceva impressione. Dall’ovale si vede ancora il viso della Madonna che ti guarda, la stessa che secoli fa è stata ritrovata in un pantano avvolta da sette veli. La osservo, non capisco come mai ti generasse turbamento. È la faccia microscopica di una donna che non hai conosciuto, lontanissima da te, che come un protestante hai negato a voce alta davanti a un gruppo di fedeli. Spero ti venga a cercare, che appaia in un sogno da cui non ti puoi svegliare. 

Cammino verso la villa, calpesto il corso nascondendomi nella sciarpa che mi hai regalato tu. Incedo a passo svelto in mezzo alle persone che non ti hanno mai conosciuto; vado controsenso. Succede nella mia testa che mi accascio a terra, mi calpestano, chiedo aiuto ma non mi sentono. Sono un barbone di cui non frega niente a nessuno, un bastardo lasciato vicino a un palo fulminato circondato da un ronzio fastidioso. 

Davanti al semaforo ti penso, le strade della mia città portano ancora a te. 

Ti siedi su questo marciapiede a luglio, il caldo ha scolpito la tua sagoma ricurva qui.

«Impazzisco per l’odore della benzina» dicevo, tu fumavi la sigaretta e ripetevi che era l’ultima. Ti appoggiavo una mano sulla coscia, accarezzavo la pelle dentro lo strappo del tuo pantalone, stendevo la testa sulla tua spalla, si sentiva l’odore del deodorante che evaporava sotto il solleone. 

Piazza Umberto Giordano, sono qui, ma non ti aspetto; so già che non tornerai. Non sarà come l’ultima volta. Seduto di fronte alle statue delle opere di Giordano, le ammiro. C’è la gelateria che ti piace tanto, ha cambiato nome. Ti immagino ancora lì a mangiare una coppetta al limone mentre  ti guardo e lecco il bordo del mio cono che si scioglie al suolo. Sono ancora attratto da tutto ciò che ti appartiene, non riesco a valutare altre cose. Ho la musica in testa che ascoltavi in una cuffia sola, la frase del libro che hai sottolineato con la penna blu.

Il parco dove ci incontravamo da clandestini adesso è pieno di bottiglie vuote e carte sporche, sento l’odore dei torcinelli sulla brace e ci rivedo a parlare dietro il chioschetto, sopra la panchina al buio. Hai la risata più disturbante di tutte, mi fanno male le orecchie solo a pensarci. Ti volevo spingere fuori da quella panchina dove sopra c’era scritto “Bari merda”, tu che non tifavi niente e che ridevi quando vedevi i tifosi ammassarsi e prendersi a parolacce davanti allo Zaccheria. 

Dove hai messo la maglia rosso nera, quella che ti ho regalato a Natale e che tu avresti usato come pigiama?

Sulla collina del parco i cani fanno la corsa, c’è un giovane che suona la chitarra e una signora che canta stonata. «La tua scrittura è gonfia» dicevi in un dialetto che non so ripetere. «Devi imparare a farlo meglio; è l’unica cosa che hai», io restavo in silenzio come davanti a tutte le cose vere. Mi concentravo sulle tue labbra che avrei voluto spolpare, mi sarei fermato un attimo prima di provarci. Tu invece no. 

Sono il bambino di sette anni, a cui il nonno regala una caramella prima di morire. Sono il ragazzo che dopo essere stato accanto per molto tempo, viene liquidato con un «Sono in ritardo, scusa, devo scappare». Sono l’uomo con i fiori poggiati sul tavolo e un invito non corrisposto. Sono l’anziano che raccoglie la palla del nipotino prima di scoprire che è finita vicino a una siringa usata. Se gli raccontassi di te non mi crederebbero, quando per poco siamo stati felici. Ora che invece non ci sei più, io sento il mio dolore, e il loro. E so già che lo curerò con un’altra persona che sarà la copia, della copia sbiadita dell’originale. 

«Signore, fammi tornare indietro», resto seduto sulla panchina a mangiare da solo il panzerotto come mi hai insegnato tu, ho dimenticato i fazzoletti. Sta salendo un rigurgito amaro, il giubbotto adesso puzza di olio fritto. Un passante mi sfiora lasciandosi dietro una nuvola di nicotina, lì ci sei tu. In ogni cosa che nuoce, nelle cose che per una vita mi hanno vietato di fare. Mi alzo di scatto: la sciarpa l’ho lasciata lì. 

«Voglio andarmene da Foggia, questa città consuma» dicevi, e io ascoltavo desiderando quello che volevi tu. «Pure io», e ti arrabbiavi. «Partiamo?» replicai «Andiamocene via insieme» non hai risposto. Chissà se ritornerai a camminare per queste strade, alla tua famiglia non ci pensi? Li hai delusi, lo sai che non gli manchi. Ritorno verso casa, spero ci sarà la tua bicicletta ferma davanti alla porta a farmi una sorpresa. 

Anche la strada di casa, quella che percorrevi col fanale spento, conserva il tuo profumo tra le foglie degli ulivi. Vienimi incontro; ti cerco nel buio. Spara un bengala nel cielo così posso capire dove sei, anche se ci sono rimasto male, e l’affetto che provo per te si è sbriciolato tra le dita fino a rimanere niente. 

Ti mando il mio amore. 

Ovunque tu sia.   

Pubblicato da Pierluigi Mantova

Nasce a Foggia nel 1996. Da sempre il suo giardino segreto è il cinema. Recita in teatro fino alla maggiore età, dopo si laurea in Filologia moderna, e dopo ancora consegue un Master in sceneggiatura e drammaturgia. Scrivere? È una semplice connessione tra lui e la realtà, un tentativo di capirci di più senza farsi troppe aspettative. Si chiede spesso il perché delle cose. Chissà perché.

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