“White noise”o di come Baumbach ha conquistato Venezia

Dopo Marriage Story il regista americano Noah Baumbach torna a dirigere Adam Driver e il risultato è, ancora una volta, sorprendente. White Noise, scelto come film di apertura della 79edizione della Mostra del Cinema di Venezia, è l’adattamento dell’omonimo romanzo di De Lillo, lo scrittore che più di tutti ha saputo raccontare il fallimento del sogno americano.

Dalla prima scena siamo già immersi nella vita di Jack Gladney, professore universitario che gode di grande prestigio grazie ai suoi studi sulla figura di Adolf Hitler, sul quale sta per organizzare un convegno a cui prenderanno parte studiosi da tutto il mondo. È in funzione di questo evento che il tempo sembra dispiegarsi, come se rappresentasse una svolta per il protagonista, il punto di arrivo di una vita dedicata alla ricerca, che ora finalmente non solo i suoi colleghi ma tutto il mondo accademico è pronto a riconoscergli. Le sue lezioni, grazie al suo carisma e alla sua teatralità, sono dei veri e propri happening. La sua famiglia lo adora, dimostrandogli sempre grande affetto e stima. È infatti quello che si definirebbe un buon padre. È innamoratissimo della moglie, Babette, e lei lo è di lui. Cos’altro può desiderare?

Una sera, però, prima di addormentarsi i due si confidano. Sì, Babette e Jack sono una di quelle coppie che ama raccontarsi continuamente e che non sopporta l’idea di avere segreti. Entrambi hanno paura di perdersi, temono che l’altro possa morire per primo. A Babette l’esistenza senza Jack appare come una voragine spaventosa, a Jack un vero e proprio abisso. Eppure, quando li vediamo spingere un carrello al supermercato, circondati da merce sfavillante che chiede solo di essere comprata promettendo in cambio un’assoluta felicità, per un momento dimentichiamo quella paura. Morire non sembra neanche lontanamente possibile tra quelle confezioni colorate e quei prodotti che ricordano per la loro perfezione i quadri di Andy Warhol, in cui l’oggetto del consumo è esaltato in tutto il suo potere estetico. 

È ciò che Baumbach ricrea perfettamente in questo film e ciò che De Lillo esprime così: 

Mi parve che Babette e io, nella massa e varietà dei nostri acquisti, nella grassa abbondanza suggerita da quei sacchetti – il peso, le dimensioni e il numero, i disegni familiari delle confezioni e la vivacità dei caratteri, le scatole giganti, i formati famiglia con il contrassegno fosforescente dell’offerta speciale – nonché nella sensazione che provavamo di esserci riempiti di scorte – il senso di benessere, la sicurezza e l’appagamento che quei prodotti apportavano a una sorta di casetta annidata nel nostro intimo -, mi parve, dicevo, che avessimo conseguito una pienezza dell’essere che doveva risultare ignota a coloro che hanno bisogno di meno, si aspettano di meno, incentrano tutta la loro vita su solitarie passeggiate serali.

Quella pienezza dell’essere che Jack crede di aver raggiunto attraverso un benessere che tanto lo rassicura, si rivela soltanto un’illusione. Non solo i beni materiali non possono frenare la morte, né la sua né quella di Babette, ma finiscono per svelarne l’ineluttabilità. Proprio come una qualsiasi confezione di biscotti, anche Jack andrà incontro, con il tempo, al deterioramento.

Baumbach è capace più di ogni altro regista nel mostrare come i cambiamenti, soprattutto nei rapporti umani, siano sempre il risultato di un lungo processo. Quelle che all’inizio possono sembrare apparenti e insignificanti microfratture, leggeri cedimenti, si rivelano il preludio di un’inevitabile catastrofe. Ed è così che, mentre Jack è impegnato all’università nel tenere una lezione su come Hitler sia stato capace di incantare le masse, un camionista ubriaco che trasporta materiale infiammabile colpisce in pieno un treno carico di liquidi tossici. L’esplosione è immediata e in poche ore una nube ha già coperto la città, minacciando l’esistenza di Jack e della sua famiglia.

È una corsa contro il tempo, un disperato tentativo collettivo di sopravvivenza. Babette e Jack questa volta saranno costretti a fare davvero i conti con quella paura che, proprio come la nube tossica, minaccia le loro vite. E sarà proprio svuotando un secchio pieno di rifiuti – gli stessi che fino a poco tempo prima in tutta la loro bellezza e promessa di salvezza occupavano gli scaffali di un supermercato – che Jack scoprirà il punto di rottura, la frattura da cui bisogna ripartire per tenere unita, ancora una volta, la sua famiglia.

Pubblicato da Carolina Germini

Nata Roma il 24/09/1993. Si laurea in Filosofia alla Sapienza con una tesi su Gilles Deleuze lettore di Proust. Durante l'Università fa due esperienze Erasmus presso École normale supérieure di Parigi, dove si trasferisce dopo la laurea e dove insegna Filosofia ai bambini. Collabora e scrive regolarmente per diverse testate e riviste e ha da poco fondato Tre Sequenze.

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