Padova, anima

Ne abbiamo corse, anima mia, strade ciottolate, scivolose, dure. Passavamo i ghiaioni lucidati dalla pioggia, e come lucevano, contro il loro sfondo scuro, le nostre perle di sorrisi. Sfrenati ci lanciavamo giù per la contrada tra due file di casamenti e per i cortili facevamo correre le galline picchiando le suole sui lastroni delle trottatoie. Facevamo con loro gara a starnazzare, e vincevamo. Ci piaceva il gallo – ne ricordo uno che si era scelto uno scarto di mattone forato per podio, e ci restava impettito e così ridicolo, spennacchiata la coda, il petto bianco arruffato, due stecchi per gambe. Ma anche lui cantava tutta la notte, e come ci piaceva.

Tu eri tutte queste cose. Quando le tue risate fresche come l’aria che tagliavano tornavano indietro con l’eco,  mi voltavo a guardare i tuoi spilli brillanti di occhi, le tue pietre nere. Le mie pietre nere.

Mi illuminavi. Per me ripetevi: luce, e cavavi l’universo dal nulla, ancora una volta, e però nuovo, fatto piccolo, che mi entrava in tasca. Come avrei voluto allora trarti fuori dalla cornice, fuori dalla sciocca messinscena in cui si consumava il resto del mondo e levarti, dietro le quinte, la maschera ostinata che vestivi in superficie. Mi pare ancora di vederti, anima mia, a qualche angolo di strada; persino qui, così lontano; piccola cosa imbronciata, il mio angelo buffo, eterno fuoco fatuo.

Lasciai perdere, in ogni caso. Non correremo più. Non io, almeno. Non con te.

Tu sei tutte le cose che ho perso.

*

Sogno solo di tormentare i tuoi sogni; non voglio altro. Non pretendo che ti ricordi di me quando sei sveglia. Non sarò lì quando morirai; non sarai qui quando morirò. Perché tu sei su al paese, protetta dalle montagne e io in questa città così grande, chiuso in una casa che io ho scelto e che odio. Come mi condanno sempre da me, con le mie angosce, i miei soliti vecchi tic. Con questa bestia che mi abbraccia stretto come un figlio e mi chiude a chiave in questa gabbia e la gabbia sono io. Voce che sibila tra denti digrignati: sono io… Lavoro nel buio il macramè dei miei pensieri, tento di comporre in una logica il loro ritmo ossessivo e discorde. Mi illudo. Se una forma esiste per me, è questa cella di convento che mi sono scelto per essere dimenticato.

Ma i piani sono altri, la vita richiama: viene il mio vicino di stanza. Picchia piano, una nocca, tre tocchi. Mette naso nella mia camera, invade il portacenere in cui vivo acquattato. Convulsa come una radice la sua mano artiglia il legno della porta; discreto e straziato a un tempo, vuole e non vuole essere lì. La luce lo prende alle spalle e lascia che dapprima io lo indovini soltanto come una macchia scura, come un difetto nella mia retina. È magro, altissimo, un dio egizio. Due buchi per occhi: terribili.

«Senti» mi dice, e la voce è meno di un soffio, affilata come un aculeo buca da dietro la testa e s’infigge nel mio cervello inerme – «Vieni con me. Vuoi? Fammi un poco compagnia».

Cerca la compagnia di un cadavere. Lo vedo muovere le sue ossa – non so come stiano su – come se dovesse spostarle meticolosamente una a una, ponendo mente all’intero processo per non slogarsi dal teschio ai piedi. Affaticato, fragilissimo, soggetto di una fisica improbabile. Le sue dita ossute mi tirano via dal mio buco e mi costringono alla luce.

Per la strada sembriamo due scheletri, non meno sottili delle nostre ombre appiattite sull’asfalto. Posso immaginare il terrore che facciamo alla gente. Due pinocchi scappati di casa, sagome affilate e senza giunture come statuette etrusche. Ci muoviamo non come forme che riempiono lo spazio, ma facendo il vuoto nella materia, come solchi che avanzano. Portiamo il nulla come portassimo il santissimo in processione.

Mi fanno cenno dai cantoni le nere sagome allungate del becco di secenteschi medici di peste. Questa è l’unica complicità che mi è concessa, questa è la città per me. Una Padova di spettri. Se mi passasse accanto il monatto sferragliando, vagheggio, mi consegnerei a lui. Mi aggiro così, vedovo di me stesso per questi viali, tra queste pareti, come chi ha niente e pure lo deve perdere.

Via Facciolati si stende assurda e lunghissima, un elastico teso a un millimetro dalla rottura. Ci camminiamo incerti come acrobati sgraziati. Come svoltiamo, il 12 ci vola accanto con il suo carico di vecchi e via Cavazzana lo accoglie nel suo fastello di luci.

Prato della Valle non lo possiamo nemmeno guardare. Bocca spalancata al cielo, famelica e insensata. Un cratere lì lì per vomitare o ingoiarci tutti. I portici bassi ci schiacciano dandoci un poco di sollievo. Imploro il mio compagno che non prendiamo via Roma, per carità: troppo allegra. Voltiamo a sinistra, via Barbarigo ci terrà nascosti. Così ci muoviamo circospetti, con lunghe zampe d’insetto nelle rovine di un viridario infestato di piante carnivore affamate, e queste piante hanno facce umane.

Come ti si fa dentro una città: mentre la cammini un cartografo spettrale ti incide le vie nello stomaco. Finisce che le sapresti anche al buio come sai lo scorrere del tuo sangue. Anche radessero al suolo la città, e ne facessero un enorme vuoto, ti muoveresti nello spazio seguendo le strade di un tempo come seguissi un arabesco in punta di dito.

Fino a che luoghi pur familiari ci colgono impreparati: le piazze si schiudono troppo al sole, e ci fa male. A noi la città piace quando si fa di maglia fitta e indistricabile, non quando si aprono impietosi questi spazi come ferite.

Ci rifugiamo nel buio del quartiere ebraico. Perdo per un attimo il mio compagno, lo scambio per un altro, gli dico: «Mi scusi»… Mi accorgo poi dell’errore, e lui mi sorride divertito, quasi paterno. Sei troppe persone, tutte insieme – gli vorrei dire per scusarmi. E mi tiro tutto in un sorriso, ma lo sforzo mi strazia.

L’aria è gelida e si carica di pioggia, in un istante. Si abbassa una nebbia che è difficile travedere cosa che sia nel suo fosco. Qui mi lego: al primo palo che vedo mentre il vuoto si fa pieno, di cose dimesse da tempo. Questa nebbia non copre, ma svela. Mette davanti agli occhi anticaglie, fa vecchi.

Allora, mentre io vorrei perdermi come una cosa tra altre, lui parla, e dice – Vedi come si alzano questi palazzi come le tue Alpi… Non somigliano ad un paese, queste quattro strade?

Anima mia, mi hanno montato la testa al contrario, che il passato continua a starmi di fronte…

*

Ci trasciniamo in una bettola, scegliendo accuratamente la più squallida. Mi sistemo in una sediaccia, tutto contorto. I grossi vetri opachi danno un colore verdegiallo, nauseante. Eppure devo essere grato: così le nostre facce sono meno pallide.

«Vuoi bere?» – dice il mio compagno, con un gesto, due dita traverse. «A me andrebbe un goccio…».

Come si bagna la lingua, d’improvviso ha gran voglia di parlare.

«Mi trovo»  – inizia a dire  – «Mi trovo spesso a pensare in questi giorni alle due forme dell’universo: l’una, squadernata nello spaziotempo, che viviamo; e la stessa (compresa la parte ancora a noi nascosta, e la già sommersa) tenuta interamente in un incomprensibile inesteso punto. Entrambe forme vere e compresenti».

Dice tutto questo come si parlasse allo specchio, e io lo ascolto così così. Ma mi dico: due forme soltanto? No, molte di più, forse infinite. Tante almeno quanti i suoi osservatori. E nel mentre sorrido pensando che qualcuno, in questo momento, stia guardando questo nostro universo all’indietro.

E veda la mia vita procedere verso la grazia: veda me che infine ti incontro, invece che perderti. Mi veda rimangiarmi ogni parola sbagliata, cancellare una ad una le lettere di questa pagina. E veda le sigarette che si allungano, i capelli scurirsi, e ci veda tornare fanciulli, impicciolirci finché non ci rifugiamo negli uteri.

«A volte non riesco a ricordare quanti anni ho», dice infine il mio amico, alzando le spalle, come in conclusione. «Importa?» gli faccio io. 

Questi discorsi non servono a nulla.

È allora che mi succede: in un momento casuale, come mille altre volte. Mi monta dentro questa rabbia che conosco bene, e immagino di dargli in testa il bicchiere. Lo vedo serrare gli occhi e contrarsi tutto in una smorfia ridicola. Mostra i denti. Si riassume tutto in un solo dolore. E io lo vedo come fosse vero, come se d’un colpo tornassi dai morti, sorgessi dalla mia tomba e gli entrassi in casa, la notte, e strisciassi nella sua stanza e gli tirassi i piedi mentre dorme. Un incubo, e io il mostro che lo abita.

Gli metto in volto la morte come una mano di vernice. Tutto questo in un baleno, nel mio occhio, dura meno della metà di un secondo. Ma sulla mente pesa un quintale. Di nuovo l’angelo della devastazione, che viene a squarciarmi. Parte di me che non posso sconfiggere, o negare, irreale, ma non so per quanto ancora. Sarà un giorno di questi: questa parte vincerà sull’altra.

Lui mi parla, ed è allegro; non sa che io sogno di sfigurarlo con un vetro. Se immaginasse quale mostro si nasconde dietro il mio volto di marmo, dietro il mio mezzo sorriso, forse avrebbe paura di me quanta io ne ho di me stesso.

Cerco un modo di vedermi in viso, per cogliere quanto vasto sia lo stupore che mi ha invaso, ma quando mi spio nel vetro del bicchiere, la sola cosa a cui penso è sistemarmi i capelli.

*

E poi piano mi accorgo che il mio amico ha lavorato, nel frattempo, a farmi una rete in cui rotolarmi dentro. Tu questa città – mi dice – non l’hai mai avuta per tua. Non l’hai mai accolta nella tua anima.

Parla della mia anima, e non sa che sei tu. Dovrei mandarlo a farsi fottere.

«Hai avuto paura» – continua – «che se le avessi dato un briciolo di te questa città come un cancro ti si sarebbe spansa dentro e ti avrebbe invaso tutto, e ti avrebbe rubato l’anima e te l’avrebbe strappata via da dove tu avevi deciso che doveva restare, al paese. Hai alzato tutte le tue difese perché non avvenisse, hai tenuto con i denti».

Capisco che ha ragione. Non ho avuto tempo per questa città, ero preso in altra ragnatela, in altro dedalo.

«E ora» – sibila infine lui, e mi trafigge – «puoi dire di averla ancora, un’anima?».

Ho disegnato, a passi lenti, il limite della voragine, l’ho ammirata dai suoi spalti. Mi accorgo, ora, che è stato sciocco non buttarmi giù. Nel buio, mi sarei trovato. Ma sono rimasto in bilico tra due punti d’appoggio, il vecchio e il nuovo, e ora non sono di paese e non sono di città; ho nostalgia dappertutto. Non so cosa sia casa.

Forse, mi dico, c’è ancora tempo per buttarsi, tempo perché accetti che la mia anima la devo abbandonare e che sono a mio agio nell’ombra. Mi accorgo che a farmi male non era la disperazione; ma all’opposto, il pungolo di speranza che ancora avevo fisso nel cuore.

È così e mi sento libero, finalmente, da ogni promessa, da ogni attesa, da ogni gioia futura. Questa disperazione è la mia salvezza.

Devo uscire, penso. Uscire per il camino, per uno spiffero della porta, infilarmi in una crepa, attraversare la parete. Non visto, potrei esser di fuori in un attimo: vagherei per l’aria, portato in uno sbuffo di vento. Mi dissolverei nei fumi della città; mi schianterei sui tetti dei palazzi e morirei nei gas degli autobus. Mi penso così leggero, fatto di niente; potrei essere la nebbia o il raggio di sole.

Ma quando provo a tirarmi in piedi, questa grazia è svanita, e sono solo goffo e ridicolo. Sono sempre io: una tetra bestia spelata, orrida, scheletrita, piena di fame. Sono così lontano da quel che ero con te, da quando ruzzavamo allegri noi e le galline; ora sono un animale feroce, e le sbranerei d’un morso.

Rimango così, in piedi a metà, queste immagini negli occhi, uno sgomento di vecchio. Mi salva il mio compagno, che mi implora di restare, ancora un po’; perfino, mi sfiora il braccio.

In effetti, perché? Dove andrei? Ogni ombra è buona, per sprofondare. E allora sii lodata, ombra, mormoro a me stesso, giaculatoria: Tu sei la mia città; i miei giorni sono nelle tue mani.

Ricado nella sedia. Che io sia la peste, se devo esserlo; ma sarò la peste nel deserto, dove non posso piagare una vita non mia. Se non quella di qualche altro scellerato eremita: ci scambieremmo un saluto, e continueremmo per la nostra strada di sabbia. Nessun miraggio, nessuna città. Nessun volto. A volte, un vecchio scorpione. Senza più veleno. Il sole a picco farebbe un barbaglio del mio corpo; della mia ombra, un’anima immortale.

Tutte le foto sono di Elisa Chiari

Pubblicato da pierfrancescofranzoni

Nasce in Val Camonica nel 1995. Si laurea in filosofia a Padova, con una tesi sull'ontologia degli individui biologici. Attualmente frequenta il master in Drammaturgia e Sceneggiatura dell'Accademia Silvio d'Amico di Roma.

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