Visages Villages: il potere dell’immaginazione di JR e Agnès Varda

Quando l’arte esce dallo studio, dalla galleria e dal museo per entrare nella strada, entrano in gioco nuove dimensioni. Pur interessandomi di graffiti e di arte di strada fin dagli anni liceali, è stato solo con l’incontro con lo street artist NemO’s ad un festival di arte urbana nel 2015, che ho compreso il vero senso di questa manifestazione artistica, che viene svelato nel momento in cui entra in relazione diretta e forte con lo spazio urbano che occupa. 

Potrà sembrare una considerazione ovvia ma prima di quest’esperienza ero più propensa a considerare la Street Art come arte presentata su un supporto pubblico, fuori da confini istituzionali, senza riflettere sulla ragione concreta per cui si sceglie di creare arte usando un medium diverso dalla tela, dal foglio di carta o dal gesso o dalla creta della scultura. 

Nel viaggio raccontato nel film Visages Villages che la regista, fotografa e sceneggiatrice Agnès Varda e lo street artist JR compiono in giro per alcuni paesi francesi, viene esplorata a pieno la relazione tra l’immagine, in questo caso il collage fotografico, e l’edificio o oggetto su cui l’immagine viene applicata. Le persone che abitano o lavorano in quei luoghi diventano, forse per la prima volta, i protagonisti dello spazio che occupano quotidianamente

Il viaggio, intrapreso all’insegna del caso, “suo miglior assistente”, a  detta  della regista, riunisce le volontà e le aspirazioni di due personalità solo all’apparenza opposte. Abbiamo JR, Street Artist trentenne dall’abbigliamento minimale che non ama liberarsi di quella che Agnès definisce una “maschera”, ovvero i suoi occhiali da sole e un cappello, che lavora con la tecnica del collage, incollando su supporti diversi fotografie in bianco e nero in grande formato aiutato da una squadra operativa di molte persone. Poi c’è Agnès Varda, regista decisiva nello sviluppo della Nouvelle Vague, maestra nella creazione di immagini fisse e in movimento, ottantenne e amante del colore, che sfoggia nei suoi vestiti vivaci. 

Il pellegrinaggio di Visages Villages rappresenta per JR una continuazione del progetto “Inside Out”, iniziato nel 2011 dopo la vittoria del premio TED, con lo scopo di dare a tutti l’opportunità di condividere con il mondo il proprio ritratto e una dichiarazione in cui credono. Per Agnès Varda invece l’obiettivo è quello di viaggiare e raccogliere immagini prima che la vista le abbandoni completamente a causa di una malattia degenerativa che colpisce i suoi occhi. Ed è proprio sulla tematica della vista che avviene l’incontro di intenti più profondo e intimo dei protagonisti, che funge da scheletro di tutta la narrazione del film. 

Nelle esplorazioni dei protagonisti, i luoghi visitati sono i “villages”, paesini sparsi per la Francia caratterizzati dalla presenza di piccole comunità legate strettamente ad un particolare contesto lavorativo. Viene proposta l’esperienza di persone apparentemente comuni e ordinarie, difficili da immaginare in un ambiente cittadino e forse per quello interessanti agli occhi di JR e Agnès Varda. L’apparente ordinarietà di questi personaggi è subito smentita dalla carica di significato dei loro racconti, che esprime un legame indissolubile con il territorio e con il proprio lavoro. JR si concentra proprio sull’ importanza e sul ruolo di quelle persone prima invisibili e la riflette nella scala mastodontica dei ritratti in forma di poster degli abitanti e dei lavoratori di quei luoghi. 

L’operazione di JR, accompagnata da Agnès Varda, indispensabile per la narrazione delle storie dei personaggi, è un’azione di salvaguardia di quelle realtà che sembrano continuare a sopravvivere quasi per miracolo nell’accelerata società contemporanea. Questo concetto è esemplificato al massimo nella scena in cui viene mostrato un paese fantasma, riabitato simbolicamente grazie all’intervento dei protagonisti, temporaneamente dalle persone prima, attraverso l’organizzazione di un pic-nic, e per un periodo più lungo dalla fotografia di JR.  Si preserva l’identità delle persone e del loro lavoro attraverso la messa in mostra della loro immagine, che diventa vero e proprio strumento di protezione di questi paesi. 

La fotografia di ritratto, storicamente, aveva proprio questa funzione in ambito familiare: conservare la memoria del passato attraverso la produzione di un’immagine. Un tempo la pittura ricopriva questo ruolo, ma era destinata prevalentemente, per la maggior parte della produzione artistica, a fasce limitate della popolazione. Ciò che la fotografia compie è una graduale diffusione in senso democratico della possibilità di avere immagini ritraenti la propria famiglia, data dalla progressiva accessibilità all’apparecchio fotografico da parte di tutte le classi e all’interesse crescente dei fotografi nella documentazione della vita di tutte le fasce della popolazione. 

JR sembra raccogliere questa eredità antica per trasferirla nell’ambiente contemporaneo in cui, paradossalmente, per l’elevato numero di immagini che circolano oggi grazie alle funzionalità del proprio telefono, posseduto quasi da tutti, emergere sembra impossibile. L’immagine viene quindi trasformata dall’intangibilità e caducità del digitale alla concretezza e alla dimensione ingrandita della carta del collag, che JR e la sua squadra operativa compongono. Salvando il ritratto dalla circolarità veloce dell’immagine contemporanea ed esponendolo alla visione di tutti per dare voce ad una piccola realtà

I personaggi con cui JR e Agnès Varda interagiscono testimoniano una resistenza allo scorrere del tempo. Tra questi vi sono una delle ultime abitanti delle vecchie case dei lavoratori della miniera, ormai quasi completamente abbandonate, che racconta le fatiche e i sacrifici di un tempo passato, un agricoltore che spiega come l’automazione nel settore della coltivazione dei campi, abbia trasformato uno sforzo collettivo di una comunità di lavoratori in un lavoro solitario in cui le macchine hanno sostituito l’uomo, dei pronipoti che rivivono il ricordo della storia d’amore dei loro bisnonni, una barista che, grazie all’impegno collettivo della comunità, si trasforma in star del piccolo paese in cui lavora, un’ allevatrice di capre che sceglie il benessere dell’animale a discapito di una minore produttività di latte e le mogli degli scaricatori di porto. 

Ogni storia dei personaggi che viene narrata nel racconto offerto ai protagonisti si concretizza nell’opera finale, nel loro gigantesco ritratto che rende il luogo di vita e lavoro un tutt’uno con la loro persona. 

Qual è quindi l’interpretazione proposta da JR della relazione tra l’opera, il ritratto e il luogo in cui viene realizzata, o meglio incollata? Alcune opere di Street Art si concentrano sul rapporto visivo diretto tra l’immagine che intendono creare e l’edificio, o il muro, o la struttura che le deve ospitare, utilizzando gli elementi architettonici e urbani per completare il pezzo, rendendo l’operazione unicamente realizzabile in quel determinato luogo e non con medium tradizionali. In Visages Villages il rapporto tra spazio e opera è sicuramente anche visivo, garantito dalla scala di realizzazione dei ritratti in perfetta proporzione con il supporto, ma è soprattutto simbolico. 

Le gigantografie dei personaggi incontrati sono la manifestazione dell’anima di quei luoghi circoscritti, la rappresentazione fisica della simbiosi che si crea tra gli abitanti di un luogo e le strutture architettoniche in cui vivono. Nel momento in cui una delle due componenti viene a mancare, la comunità non può esistere. L’intento degli artisti nel film è anche quello di mettere in scena, attraverso il collage, una sospensione dell’incredulità. Le persone ritratte, persone comuni e lavoratori, si trasformano nel manifesto di uno spazio, potendo interpretare, grazie all’opera, un ruolo completamente nuovo permesso dalla fantasia e dalla capacità di immaginazione, come espresso dalle parole della Varda nell’ultima parte del film: «Ci siamo concessi la libertà di immaginare le cose e di chiedere alle persone di poter esprimere la nostra immaginazione sul loro territorio».   

La stessa immaginazione permette ad Agnès Varda di far tornare la memoria e le immagini del passato, di poterle riguardare attraverso gli occhi di JR e, allo stesso tempo, di far viaggiare metaforicamente i suoi occhi e i suoi piedi a bordo di un treno merci verso il futuro.      

Crediti foto: https://m.festival-cannes.com/en/films/visages-villages

Pubblicato da Teresa Ruffino

Nata a Savona nel 1993. Dopo una laurea in Comunicazione e Didattica dell'Arte all'Accademia di Brera e in Storia dell'Arte all'Università di Genova, si dedica allo studio dei fenomeni visivi del web e del rapporto tra nuove tecnologie e arte contemporanea.

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