La mia finestra su Parigi

Sono venuto a conoscenza del carattere, o meglio dell’identità, del mio studio parigino (pronunciato alla francese con l’accento sulla ò) in un fine settimana di febbraio estremamente piovoso. Prima di allora vivevo semplicemente in uno spazio piuttosto angusto: 12 metri quadrati, ricavati dalla vecchia soffitta di un palazzo haussmaniano del XV arrondissement.

Era stato comprato da un ingegnere di origini libanesi, credo nei primi anni duemila, frutto di una fortunata e lungimirante speculazione sui prezzi degli immobili all’interno del périphérique. Z (l’ingegnere), desiderava affittarlo solo a studenti stranieri, per agevolarli nell’impossibile missione di trovare un tetto a Parigi. Tale cavalleria lo riportava ogni volta al suo periodo di scambio in America, ai tempi dell’università, durante il quale sosteneva di “avoir compris ce qu’était la vie”. Aveva anche delle strane teorie, sul fatto che gli studenti di ingegneria appartenessero chiaramente ad una specie superiore. Io non lo ero, preferii dunque sorvolare in più occasioni su questo ingombrante dettaglio. Ma non importava, all’epoca desideravo solo avere un tetto che non crollasse sotto il peso di un complicatissimo sistema di burocrazia e arnaques (tipica truffa per stranieri ingenui, NdR). 

Lo studio era trapezoidale. Immaginatevi la forma di una vecchia gomma per cancellare, di quelle rosse e blu. L’arredamento era così composto: porta, tavolo, armadio, divano-letto, finestra, mini-cucina, mensola, due pentole, mini-frigo, doccia, lavandino. Fine. Gli unici oggetti che avevo aggiunto per rendere meno monacale il tutto (nonostante lo stile assente, dunque evocativo, delle celle fratine avesse sempre avuto su di me un certo ascendente), erano tre.

Posti su tre pareti diverse, in qualche modo si parlavano. Il primo era un’immagine di Napoleone, che come il Julien Sorel di Stendhal portavo sempre con me. Il secondo era un poster, che raffigurava l’ultimo fotogramma della nota serie tv Mad Men. Il protagonista, in primo piano, meditava, con un’espressione estremamente sollevata sul volto. Sotto, la scritta ‘Everything is going to be ok’. Me l’aveva regalato la mia amica L., casualmente anch’essa di origini libanesi. L’ultimo oggetto era un piccolo manifesto del film ‘Alla Ricerca di Nemo’. L’avevo preso nel 2004, al cinema con mio padre. Ricordo che quel giorno indossava una giacca di renna, che oggi indosso io. Ovviamente quel piccolo manifesto, appeso sulla porta, mi ricordava casa. O forse l’infanzia, che in fondo è tutto ciò che una casa cerca di evocare.

Ma l’arredamento, gli oggetti o le mie attività all’interno dello studio non sono importanti. In fondo, parafrasando Tolstoj: “Tutte le case di Parigi si somigliano; ogni studiò è invece disgraziato a modo suo”.

In quel fine settimana piovoso di febbraio, scoprii che il mio studio non era una casa ma piuttosto una finestra. La pioggia mi aveva costretto a rimanere chiuso al settimo piano per due giorni interi. Dovevo preparare un paio di esami imminenti. Al secondo giorno di clausura camminavo in lungo e in largo (si fa per dire, in 12 metri quadri), sbuffando come una caffettiera. Verso il tardo pomeriggio, al diradarsi del temporale, scesi a fare la spesa. Era ora di rientro. Z (l’ingegnere) mi aveva dotato di un portachiavi molto elegante per l’apertura automatica della porta. L’androne del palazzo era elegantissimo. Nel XV arrondissement i palazzi non sono certo esuberanti come nel XVI, ma Haussmann aveva comunque voluto far sognare la modesta borghesia del luogo (ma non troppo, si pensi a quanto fossero pericolose le illusioni nel 1861).

Specchi, tappeti, pomelli e quant’altro. Incontro dunque una delle tante inquiline, avvoltolata in un impermeabile giallo, pronta a portare fuori il cane. Io porto invece la spesa. Mi sorride come si sorride a qualcosa di bizzarro, con cui è meglio in ogni caso essere cortesi, non si sa mai. Io, in fondo, non ero uno degli altri distinti inquilini del palazzo. Inquilini stabili, rispettabili, con numero fisso, assicurazione, gruppo sanguigno. Abitavo semplicemente il sotto-tetto. Zona ignota e oscura, di cui si udivano antiche storie di servitù, mentre oggi solo qualche indistinto cigolio. Per quanto ne sapesse la signora, la soffitta poteva anche nascondere Quasimodo e la sua progenie. 

La scala. Abbandonato il foyer e i suoi cristalli, mi trovavo ora di fronte a due vie (una condizione molto retorica), tanto distinte e differenti da avere un sapore quasi dantesco. A sinistra scalini di marmo, tappeto cardinalizio e bacchette di ottone. A destra una porta di legno stinto, nido di mosche e tarli, battuta dal vento. Dietro a quest’ultimo portale, che conduceva direttamente (e in nessun’altra direzione) alla soffitta e ai suoi fantasmatici abitanti, c’era una scala a chiocciola. Sette ripidissimi piani, illuminati da una lampadina posta in cima, come a riveder le stelle una volta finita.

Congedatomi dalla signora, raccolte le buste, ora potevo salire. La scala era vertiginosa. Tante volte l’avevo percorsa in condizione di semi-incoscienza, aggrappandomi alla ringhiera come ad uno scoglio. Pure mia madre ci era salita una volta e ricordo disse che le sarebbe certamente venuta la labirintite. Le buste intanto si stavano sfaldando ad ogni gradino. Giunto sul pianerottolo, saluto la lampadina con un cenno del capo. Dalle altre porte, che occupavano a intermittenza il lungo corridoio, proveniva musica greca e odore di soffritto. Giro la chiave nella toppa, chiave che sfugge tra i polpastrelli sudati, ed ecco compiersi il mio miracolo. Gettando lo sguardo oltre la porta, oltre la finestra, avevo notato che tutto il balcone (un balconcino in pietra di 1 metro quadrato) era invaso da una luce dorata. Avevo fatto cascare pane e finocchi sul divano e, quasi richiamato dal fuoco sacro di una grazia, ero uscito in affanno. Fuori il silenzio. Tra i capelli e le orecchie, incartapecorite dal freddo, soffiava il vento.  Il vento del temporale passato, che porta con sé odori e climi lontani. Di fronte a me si stendeva tutta la città, respirando silenziosa, con le sue cupole dorate, piccoli campanelli, con le sue ombre. 

Allora avevo capito. Che il mio studio non era una casa, un rifugio, un tetto o quant’altro, ma essenzialmente una finestra. Eravamo tutti lì, affacciati con sempreverde stupore sulla città. Affacciati su Voltaire, su Chagall, sui giardini e sui passàges in cui fluì la storia di passati presenti e futuri. Sulle biblioteche, su ciò che era visibile e ciò che era invisibile. Spettatori di un film estatico e vitale, la cui produzione perdura tutt’ora. Non importava chi fossi, da dove venissi, cosa ci fosse alle mie spalle, contenuto in quelle piccole mura. Abbandonata fu per sempre quella claustrofobia. Ora si apriva ai miei occhi una più grande libertà. La vita, proprio da quella finestra, mi aveva concesso l’inestimabile privilegio di affacciarmi sulla vita.

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