Nella bocca del leone. Il circo come rivoluzione

Come ogni anno tra Natale e Capodanno torna il Circo. 

Tendoni roulotte e carrozzoni si spargono sulle spianate glabre nelle periferie delle città. Però ormai siamo abituati anche a vederlo trasmesso in orari più o meno comodi sprofondati nei nostri divani: il più delle volte è il Circo di Montecarlo, o circhi a molte piste, spesso raccontati dalla voce suadente di Ambra Orfei. 

Orfei è un nome che significa subito circo, per noi. 

Ambra è figlia di Nando Orfei, l’impavido domatore che molti anni fa tentò il numero più insidioso: infilare la testa tra le fauci di un mastodontico leone africano – pensai subito al sapore al disgusto allo stupore che poteva aver colto i pochi esemplari del grande felino con cui il re dei circensi aveva collaudato il colpaccio riuscendo a non farsi mangiare la faccia: ero anche io confusa tra i ragazzini che a Cassino sotto il tendone avevano alzato i nasi mocciosi su per aria verso i voli dei trapezisti per riabbassarli poi verso i clown – il clown bianco, presuntuoso, dispotico, un dittatore, e il clown augusto, goffo, maldestro, tenero, forse patetico, la cui versione più nobile è il mendicante Charlot di Charlie Chaplin, tolto dalla pista igienizzata con la segatura del circo e portato nei teatri, sui palcoscenici, e poi al cinema, davanti alla macchina da presa che su di lui ha collaudato la dissolvenza realizzata semplicemente chiudendo il buco dell’inquadratura e manipolando la profondità dell’immagine.

Fin qui il circo che tutti abbiamo nella memoria, e che a fine libro ci riappare, dopotutto, nella figura di Moira Orfei. Ma nel saggio narrativo di cui parliamo qui, LA RIVOLUZIONE IN PISTA. Storie di donne, circo e libertà, l’autrice, Maria Vittoria Vittori, critica letteraria, giornalista culturale, redattrice di Leggendaria (la rivista inventata 25 anni fa da Anna Maria Crispino che da allora la dirige), ci racconta tutto un altro circo. 

Che non è in opposizione al circo a noi più familiare dall’infanzia ma gli è complementare. Lo completa.

È l’altra faccia del circo. Non una faccia oscura – visto che apparentemente sarebbe nascosta, o non subito visibile. Una faccia finalmente piena, piuttosto, ormai compiuta, soprattutto imperante nell’inquadratura, nel visus della nostra immaginazione che tende a riportarci all’infanzia e alla magia dei volteggi a molti metri d’altezza e qui, mentre leggiamo di imprese e riscatti, di voli ed emancipazione, di conquista dell’identità, si completa e si definisce nei racconti, le storie, le lotte, le estenuazioni e le speranze di numerosi circensi.

Si tratta di autori, anzi perlopiù autrici: Contessa Lara o Amanda Davis, Angela Carter o Aglaja Veteranyi. O di quieti rivoluzionari forzati all’esilio: Eliseo Alberto, in fuga in Messico dalla Cuba di Fidel Castro (suo il romanzo dal titolo suggestivo: L’eternità comincia finalmente un lunedì), o Norman Manea, rumeno che per la sua origine ebraica fu deportato e poi ha vissuto sotto ben due dittatori in patria – è esule negli Stati Uniti. O ancora di personaggi come Charlot, vagabondo alter ego di Charlie Chaplin, nato vicino Birmingham da genitori rom circensi e divenuto patriarca e cineasta; o come la stessa Moira Orfei, capace di crearsi una tipicità iconografica e dietro di essa restare circense per sempre, resiliente ad ogni seduzione o esperienza tesale dalla TV e dal cinema.

Questo ci conferma come il circo, benché sia ambasciatore di acrobaticità nel mondo e ostinatamente provi a portare la fantasia nelle nostre vite più o meno ordinarie e/o ordinate, sia anche un cerchio magico dentro il quale ci invita a saltare come fa Bert, il disegnatore e spazzacamino, con Mary Poppins e i due fratellini a lei affidati, figli dei Banks in una Londra di smalto, dentro i suoi paesaggi e personaggi tracciati coi gessetti. È un mondo non chiuso ma circoscritto, speciale, specifico, che tuttavia non risulta né esclusivo né escludente.

Il circo di Maria Vittoria Vittori è un luogo di speranza indomita come indomito è stato il suo stesso ostinato pedinamento di tutto quanto riguardi il circo fino a tirarvi dentro la filosofa Maria Zambrano che appare nel romanzo già citato di Eliseo Alberto nel ruolo di sé stessa: da lei Vittori ha mutuato l’equazione circo = speranza. Le acrobazie di trapezisti e funamboli, le imprese di cavallerizze e lanciatori di fiamme e coltelli, i numeri delle conduttrici di cavalli e elefanti, di foche e orsi, di maghi e clown, sono salti dall’impossibile al possibile, da una tranquilla vita borghese a una rivoluzione reale e concreta, oltre che quotidiana. 

Il saggio di Maria Vittoria Vittori ci dà altre due conferme.

Il tallonamento paga: permette di seguire con abnegazione l’oggetto di ogni nostro interesse e desiderio creandoci una vasta e capiente riserva di ogni bendidio che lo riguardi.

La dedizione senza riserve e senza confini non solo assicura un pedinamento lungo ognuna e tutte le possibili piste ma rivela un disegno via via sempre più nitido e illuminato in filigrana: i volteggi dei trapezisti, precisi e leggiadri, descrivono perfettamente il senso profondo della condizione umana, la sua purezza e fragilità, la sua precaria bellezza capace di tenersi su grazie a gesti leggeri che hanno del miracoloso. 

The ‘freaks’ at Barnum’s menagerie.

Il circo è anche l’unico luogo dove chi è fuori gamma, i freaks, i mostri, i fenomeni da baraccone, come certi individui che starebbero bene nelle favole grottesche di Giambattista Basile, finalmente trovano il proprio Paese e la propria legittima cittadinanza, quindi si riscattano socialmente e si emancipano. Ma anche per la natura viaggiante del circo, tutti loro fanno un bel girotondo attorno al mondo (come cantava anni fa Sergio Endrigo riferendosi a tutte le ragazze e a tutti i ragazzi): di nuovo non si tratta di una luogocomunistica restrizione ma di un rivoluzionario allargamento della visione e dello sguardo, che ci include tutte e tutti. 

Davvero un bel saggio, questo LA RIVOLUZIONE IN PISTA. Storie di donne, circo e libertà. (Iacobelli 2022). L’autrice, Maria Vittoria Vittori, per agilità espressiva e facondia ammaliante, volteggia a sua volta nella scrittura, facendo propria la delicatezza e l’acrobaticità degli stessi circensi, i loro stessi voli poetici, guidata dal naso, dall’intuizione, grande risorsa propria della buona letteratura, qui messa al servizio di un saggio perfetto per documentazione bibliografica, e dotato di sorprendente fascino narrativo. 

Leggerlo significa non solo riaprire lo scrigno dei nostri ricordi legati al mondo del circo che riaffiora nella nostra memoria con tutto il suo bagaglio leggendario ma vuol dire anche ripensare a Barnum che nell’800 mise in piedi uno spettacolo di attrazioni estreme col piglio di uno spietato capocomico o a un vecchio film sul mondo del circo, The Greatest Show on Earth (Il più grande spettacolo del mondo), diretto da Cecil B. DeMille nel 1952.

La foto di copertina è di Mario De Biasi

Pubblicato da Daniela Matronola

Sono uno scrittore - a volte poeta, a volte romanziera o raccontatrice, a volte cronista di cronaca culturale o critica/recensora, raramente fotografa. Pubblico dal 1992 sotto varie forme ma sempre col mio nome e la mia faccia. Penso basti.

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