La Città Universitaria di Roma. Costruzione di un testo architettonico

Poco prima di terminare gli studi liceali, mi si delineò davanti agli occhi, quasi fosse un disegno, quale sarebbe stata la disciplina nella quale mi sarei specializzata. L’architettura era già costante argomento di discussione in famiglia, essendo mio nonno e mio zio gli architetti di casa. Nonostante la nascente passione, decisi però di non iscrivermi alla facoltà di Architettura a Roma ma di trasferirmi a Milano per studiare Design. Il cambio di rotta, seppur lieve, fu, direi, sostanziale. Tuttavia non ho smesso di alimentare la mia curiosità, ritrovandomi in alcune occasioni più vicina all’architettura di quanto pensassi.

Il mio incontro con il libro La Città Universitaria di Roma. Costruzione di un testo architettonico, pubblicato da Silvana Editoriale, si è mosso in questa direzione. Non avendo avuto modo di approfondire gli studi sulla pratica romana di Piacentini, e non potendomi riconoscere fra le decine di studenti che quotidianamente varcano i “Propilei” d’ingresso di Piazzale Aldo Moro, il testo di Guia Baratelli si è rivelato prezioso per arricchire le mie conoscenze e tornare con la memoria ai tragitti nel traffico romano, durante i quali mio nonno mi raccontava ogni architettura incontrassimo, senza escludere il grande progetto di Piacentini per la Città Universitaria di Roma (1932- 1935), che costituisce uno degli interventi più significativi e dibattuti del Novecento. 

Il volume di Baratelli si pone l’obiettivo di raccontare le vicende del cantiere della Città Universitaria, affrontando l’opera secondo una diversa chiave di lettura. Se la storia e la letteratura hanno, fin’ora, evidenziato gli aspetti storico-documentari e storico-politici, questo testo raccoglie un’approfondita ricerca, cogliendo il significato del modello teorico e fisico a partire dal suo inquadramento in una fase storica di notevole rilevanza: gli anni trenta. In questo periodo l’università in Europa era oggetto di numerosi cambiamenti, tanto dal punto di vista istituzionale quanto architettonico. 

L’approccio olistico del testo riesce a ricostruire la storia del progetto nella sua globalità, tenendo conto delle diverse tematiche e scale – dalla città all’edificio – a cui agganciare di volta in volta i protagonisti della vicenda. Il metodo presentato non ritiene «opportuno rileggere il processo dell’opera secondo un ordine esclusivamente cronologico che, privilegiando il peso della storia e dei suoi eventi, avrebbe finito per soverchiare l’architettura stessa» né procede «analizzando i singoli edifici come entità autonome, operazione che avrebbe impedito di afferrare la complessità e le mutue relazioni tra le parti».

Se infatti la Città Universitaria di Roma rappresenta uno degli interventi più significativi del Novecento, costituisce anche l’occasione in cui architetti tanto diversi per provenienza quanto per formazione si sono misurati su un obiettivo comune. Coordinati da Marcello Piacentini hanno progettato un modello, la cui reputazione ha vissuto oscillanti momenti, diventando icona all’epoca della sua costruzione ma subendo forti attacchi da parte della critica post bellica. La prospettiva di Baratelli si inserisce a cavallo fra questi due scenari, cercando di restituire al Progetto parte della completa riabilitazione che merita.

A questo proposito, il saggio di Bruno Reichlin, interno al volume, assume un ruolo fondamentale delineando i parametri e le scelte progettuali che rappresentano aspetti essenziali dell’opera. Già Enrico Guidoni, professore di Storia dell’urbanistica, aveva riconosciuto nella centralità della piazza, nel bilanciamento delle masse architettoniche, nell’importanza della componente ottica come strumento di controllo dell’insieme, scelte di considerevole importanza. Sulle sue tracce, Reichlin contribuisce a una rivalutazione del progetto facendo risaltare considerazioni sulla “forma urbana e sul senso della forma”.

È infatti sul rapporto con il territorio romano, da un lato, e sul rapporto tra i singoli edifici della Città Universitaria dall’altro che analisi, giudizio e attenzione dovrebbero soffermarsi. Se l’architettura del cantiere di Piacentini è stata troppo spesso associata alla politica del ventennio fascista, Reichlin ci ricorda che, più recentemente, l’attitudine verso questo tipo di architettura, e nello specifico nei confronti della Città Universitaria e della figura di Piacentini stesso, sta cambiando.

Grazie all’ampiezza di vedute adottata, Baratelli delinea un ampio percorso includendo diverse tematiche e numerosi attori; lo Studium Urbis non può più dunque essere considerato solo l’esito di un’operazione politica né tantomeno può essere valutato solo in base ai suoi principi funzionali. Il progetto per la Città Universitaria costituisce infatti un particolare esempio che prescinde delle classificazioni di “genere” e rappresenta una “città dotata di senso autonomo e compiuto, che si inscrive nel tentativo collettivo, unico e irripetibile di radicare e sviluppare la cultura e le forme di una moderna architettura in Italia”. 

Vale la pena ricordare che, sotto la supervisione di Marcello Piacentini, hanno lavorato i seguenti nomi: Foschini, progettista della facoltà di Igiene e Ortopedia, Pagano, progettista della facoltà di Fisica, Minnucci, progettista del Dopolavoro universitario, Michelucci, padre dell’’Istituto di Mineralogia, Geologia, Paleontologia, Caponi, progettista dell’Istituto di Botanica; Montuori, progettista del Portichetto. Il famoso Rettorato è stato progettato da Piacentini stesso e le vicine facoltà di Giurisprudenza e Scienze politiche, Lettere e Filosofia da Rapisardi. Ponti ha disegnato la scuola di Matematica e l’Istituto di Chimica è stato progettato da  Aschieri. Infine la Casermetta è stata oggetto del progetto di Minnucci e Montuori.

Schema dell’organizzazione in lotti 

Questo il gruppo che ha dato vita alla Città Universitaria. Ognuno di loro ha contribuito in maniera significativa al progetto di ricerca, a partire dai modelli scelti come riferimento per l’avvio del cantiere. Nonostante gli esempi più recenti alla loro contemporaneità, tra i quali ricordiamo i college americani e l’università di Madrid, i progettisti non adottano l’idea di un’università dispersa ma arrivano a creare una vera e propria Città Universitaria, definita dall’impianto basilicale del quale, come ci ricorda Reichlin, la critica dei moderni si era impegnata a rimproverare la pretenziosa monumentalità, non interrogandosi sulle eventuali qualità distributive e spaziali. È su queste ultime che il testo che qui presentiamo si sofferma.

Modello della Città Universitaria nella soluzione del 1932
Foto d’epoca dall’Archivio Storico dell’Università La Sapienza

Conoscendo i limiti spaziali che il sito prescelto imponeva, e tenendo conto della futura espansione a cui la Città Universitaria sarebbe andata incontro, le scelte operate da Piacentini si rivelano strategicamente interessanti. 

Le articolazioni distributive e formali che la forma basilicale genera si dimostrano fondamentali ai fini del significato dell’opera. Ne è un esempio il Rettorato con l’Aula Magna, circondato dalle facoltà di Giurisprudenza e Scienze politiche sulla sinistra, e da Lettere e Filosofia sulla destra, trovandosi dunque in asse con la “navata” e sul fronte maggiore del “transetto”. É proprio l’articolazione spaziale fra “navata” e “transetto” a rendersi interessante su più livelli. Per poter “consolidare” spazialmente la “basilica”, l’innesto è assegnato a due “masse plastiche di due edifici che formano ciascuno un diedro retto profondo”. Parliamo dell’Istituto di Fisica sulla sinistra e l’Istituto di Chimica sulla destra. Da una testimonianza di Piacentini si legge «Chimica e Fisica con le loro forme rientranti danno luogo a un allargamento del viale e preludono alla piazza permettendo di estendere la visuale fino ad abbracciare in tutta la loro ampiezza i tre edifici del Rettorato, della Giurisprudenza e delle Lettere».

Ed è Piacentini stesso che ci presenta un’interessante lezione sul metodo compositivo di ponderazione delle masse, affermando: «Così questa Città Universitaria che Voi vedete, nata su uno schema a pianta basilicale e transetto, trae tutta la sua grandiosità dall’ordine e dalla simmetria basamentale: ma poi Voi vedete che l’edificio della Fisica, alla sinistra del viale, non è uguale a quello della Chimica che si trova alla destra; nell’immenso piazzale, la Matematica, neppure nelle proporzioni è simmetrica alla Mineralogia».

 Sintesi delle diverse versioni planimetriche della Città Universitaria dal 1932 al 1935. Elaborazione dell’autrice

Ricaviamo dunque la nozione fondamentale per il piano della Città Universitaria: progettare secondo le regole della visione. A tale proposito è interessante osservare che, a causa della conformazione geologica del sito, l’ampio viale che dai “Propilei” d’ingresso punta verso il Rettorato, scende in «leggera ma sensibile pendenza». Franco Purini ha giustamente notato che questa condizione avrebbe comportato un esito tale da prevedere uno sprofondamento “virtuale” del Rettorato la cui linea di imposta sarebbe risultata troppo bassa.

Eppure, alcuni accorgimenti hanno evitato la possibilità di un tale esito. La cornice del Rettorato è sensibilmente più alta; i coronamenti visibili dal viale sono allineati a un “dipresso sulla stessa quota”; e la soglia dei “Propilei” d’ingresso corrisponde al piano intermedio della grande scalinata che sale all’Aula Magna. Gli occhi del visitatore, mano a mano che si avvicina al Rettorato, diventano partecipi di un gioco visivo: il portico di quest’ultimo, per il progressivo abbassamento dell’occhio di chi osserva, acquista rilievo e plasticità apparendo sempre più alto.

A queste strategie l’autrice affianca esempi di altre scelte progettuali rilevanti, volte a non descrivere il progetto solo come un complesso dettato da principi funzionali. È il caso delle  variazioni presentate dagli architetti sul tema della corte. 

Negli anni trenta la ricerca di una qualità di spazi ritenuti per convenzione meno nobili, è uno studio che accomuna numerosi progettisti. Nelle soluzioni presenti negli edifici della Città Universitaria la corte conferisce all’edificio un carattere tale da coinvolgere tanto la composizione generale, quanto la “dinamica dei flussi». Il patio dell’Istituto di Fisica ad esempio crea collegamenti strategici che permettono di articolare le diverse percorrenze intorno a uno stesso centro, visibile già dall’esterno: girando intorno all’edificio  ricorda l’atmosfera raccolta di un chiostro.

Nella raffinata ricerca di Ponti per la scuola di Matematica la corte suggerisce il tema della piazza italiana. L’edificio della scuola di Matematica si disvela per intero dalla corte e permette al visitatore di distinguere il parallelepipedo della biblioteca «che trova nella combinazione portale – balcone la citazione del palazzo. Dal lato opposto si staglia il volume delle aule a emiciclo presentandosi come metafora del teatro, circondato dai “bracci gemelli” delle aule da disegno che suggeriscono la continuità di un portico. A questi elementi si contrappone la pavimentazione a opus incertum che evoca invece il mondo del giardino.

G. Ponti, Scuola di Matematica, corte interna, ca. 1935. Foto Vasari, FRP, BST, UniFi, sez. fotografie, busta 87, 87.23.

A conclusione della lunga analisi presentata nel volume che raccontiamo, l’autrice richiama i lettori a interrogarsi sul significato che il grande complesso romano assume, per capire quali dunque siano gli elementi che lo «contraddistinguono come modello storicamente concluso, e in quali valori risieda invece un portato orginale e un ancora valido contributo al progetto». Se da un lato l’esempio della Sapienza risponde solo parzialmente ai requisiti che una moderna università dovrebbe avere – essere supportata da un’adeguata dotazione infrastrutturale e essere capace di adeguarsi al mutare delle esigenze – dall’altro lato il cantiere di Piacentini offre, come abbiamo visto, interessanti punti di analisi.

La Città Universitaria con il suo vasto repertorio di progetti, costituisce un «serbatoio di soluzioni compositive e tettoniche di grande interesse». La ricchezza del progetto risiede nel pluralismo degli approcci. La particolarità del caso romano si riscontra nella scelta sul piano compositivo di adottare grandi temi identitari assimilabili a principi riferibili alla città e alla sua tradizione: la piazza, la strada, la gerarchia dei vuoti.

«Se consideriamo la Città Universitaria ancora capace di creare un’entità dotata di valori propri che non sono derivazione meccanica di un modello precostituito, allora dobbiamo rileggerla ripercorrendo quelle principali caratteristiche che ne fanno un testo architettonico».

Rettorato, versione finale del 1935
Foto d’epoca dall’Archivio Storico dell’Università La Sapienza

Immagine di copertina: La Città Universitaria in una foto d’epoca.

Pubblicato da ilariapalmieri

Ilaria Palmieri nasce a Roma nel 1994. Laureata in Design di Interni al Politecnico di Milano, ha poi studiato presso il Royal College of Art di Londra. Ha accumulato collaborazioni con noti studi di architettura milanesi, fra i quali Mario Bellini e Andrea Caputo. La sua curiosità l’ha sempre spinta a prendere parte in concorsi durante i suoi studi, portandola a vincere nel 2017 il primo premio per Framestore’s contest ( animazione e effetti visivi) a Londra, e ad essere finalista per un concorso per Ikea. Nel dicembre del 2019 ha co-fondato Substrata, collettivo interdisciplinare di architettura e design.

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