I Doppelgänger: il doppio volto della borghesia viennese nell’opera di Schnitzler

Arthur Schnitzler disegna i tratti di due personaggi fondamentali della sua produzione letteraria, tanto diversi per genere, età e tratti caratteriali quanto simili nel loro incarnare lo smarrimento, il desiderio e i tentativi di ricostruire, maldestramente, l’identità dell’intera classe borghese, con la quale si identificano, pur osservandone l’inesorabile  sgretolamento dell’ethos.

Leggendo Doppio sogno e Signorina Else, si ritrovano diversi elementi di congiunzione tra i protagonisti delle due novelle. Fridolin è un medico proprio come il suo ideatore e carnefice, che lo costruirà dotandolo di una salda morale, di una stabilità sociale ed economica e di una famiglia perfetta nel rappresentare la borghesia liberale viennese, per poi abbandonarlo all’improvviso tormento delle sue incertezze. I passi di Fridolin risuonano di incerta curiosità lungo le strade di Vienna. Il vagare smanioso di Else solca i prati e la ricca hall d’albergo all’ombra del Cimone, nascosto dietro la consapevole bellezza della fanciulla dai capelli biondi con riflessi di fiamma.

Else è una “brava bambina”, ben educata, colta, ammaestrata all’esecuzione musicale ed alle belle arti, in sostanza perfetta per intrattenere il pubblico di parenti e conoscenti nel ruolo, già assegnatole alla nascita, di moglie di qualcuno e di comparsa nel vociare salottiero delle abbienti famiglie perbene; a differenza di Fridolin, Else non sembra essere totalmente colta alla sprovvista dal pencolare della scenografia che accoglie la commedia sociale che interpreta.

Il dramma nasce tra le mura domestiche e la ragazza tiene testa alle regole imposte fino all’autodistruzione. In entrambi i testi le vicende si svolgono in poche ore, durante le quali i due protagonisti ci trascinano per mano tra le strade di Vienna e sotto il cielo di San Martino di Castrozza, svelando a se stessi, e a noi, le diverse sfaccettature della loro personalità. Emergono i loro Doppelgänger, il doppio nascosto in ognuno che nel folklore popolare viene identificato con il malvagio, un’identità occulta che nei due racconti diviene rivelatrice dell’inconfessabile, di quel che si deve nascondere dietro il belletto della casta borghesia.

Nello specchio Else incontra l’altra sé, colei verso la quale tende in un anelito di ricongiunzione, la sola che la comprende realmente nel momento di crisi più acuta, in uno sdoppiamento psicologico, dove il peregrinare dell’immaginazione spesso ha la meglio. O forse no? I due personaggi si chiederanno più volte cosa sia reale, e quanto possa esserlo il sogno, nell’indistinguibile sovrapposizione di onirico e tangibile. Else trascorre le vacanze estive presso l’Hotel Fratazza a San Martino, dove l’aria è «frizzante come lo champagne!», dividendosi tra i dinner e le gite in montagna, tra gli scambi di cortesi saluti e civettuoli complimenti, ammansendo lo sguardo della platea al suo passaggio.

La meraviglia dell’Alpenglühen che circonda le montagne trentine va spegnendosi con l’arrivo di un telegramma, portatore di una responsabilità troppo grande per una giovane donna, tanto da indurre una destabilizzazione della sua psiche. Emerge inesorabile la sua malinconia, prima indossata solo come accessorio della candida pelle, accompagnata ad un abito elegante e all’evocazione della morte, come profumo ornamentale di un tragico decadentismo. Il rifugio da ogni pretesa umana viene cercato da Else nella lontana possibilità consolatoria del suo tramonto, ed ancor prima nella pace dell’aria fresca di San Martino, nel Cimone che l’abbraccia fino a schiacciarla, nei prati immensi e nelle montagne di un nero smisurato. 

«Quasi non una stella. Sì, invece, tre, quattro, stanno spuntando a una a una. E il bosco alle mie spalle è così silenzioso. Bello star qui seduti sulla panchina al margine del bosco. Com’è lontano l’albergo, lontanissimo, così illuminato ha un che di fiabesco… E che fior di farabutti son seduti là dentro. Oh no, sono esseri umani, poveri esseri umani che mi hanno fatto tutti una gran pena». 

Ma la «povera bambina» Else, così chiamata dalla zia in un momento di compassione (forse più verso se stessa, per via dell’onta che peserà sulla famiglia dopo lo spettacolo offerto dalla nipote), non si ritira in buon ordine con un cortese sorriso, non si offre silente e pura allo sguardo del mercante d’arte, riscuotendo il denaro richiesto dal telegramma, si offre allo sguardo di tutto il pubblico sfidandone la morale, congedandosi dall’imbarazzo diffuso con una risata che risuona incessante tra gli sguardi confusi.

Nello spettacolo che accoglie Fridolin, le maschere si susseguono costantemente, nel ricordo, nel sogno e nella lunga notte durante la quale discenderà fino al ventre della sua mente. Nella tranquilla vita dell’affermato medico si apre un istante di vorticosi eventi  che attraversano numerosi quartieri di Vienna, scatenati dalle confessioni che si scambiano Fridolin e la moglie Albertine in merito a segrete passioni. La possibilità del tradimento, o la semplice attrazione per l’altro confessata dalla compagna, scatena in Fridolin una tale gelosia da spingerlo ad allontanarsi dal nido familiare che vede sempre più lontano, tanto da immaginare tutti solo come fantasmi di una vita mai vissuta.

Il doppio sogno si apre all’interno di una casa nel quartiere Josefstadt, sono le nove di sera, la tavola ancora apparecchiata, Fridolin è ancora il padre amorevole che bacia i biondi capelli della figlia assonnata e scambia sorrisi complici con Albertine. La sacra famiglia si compie nella sua perfezione. La narrazione cambia solo quando la bambina esce di scena, facendovi ritorno alla fine del racconto, nell’eco del suo chiaro riso al mattino.

La necessità del lavoro diviene il pretesto di Fridolin per uscire di casa, raggiunge Schreyvogelgasse, dove la morte di un paziente si incontra con la confessione d’amore di una giovane donna precocemente invecchiata dalla dedizione filiale, i cui capelli biondi, secchi e opachi, e le cui labbra sottili per le parole mai dette, fanno riemergere l’immagine dolce di Albertine.

Alle undici di sera inizia il percorso alla scoperta del mondo segreto di Vienna, così il suo passo svelto, forse affrettato dall’impulso di scappare da ogni responsabilità e tentazione, lo conduce oltre il familiare quartiere di Josefstadt, all’incontro con il primo spettro di donna, una ragazzina nel cui tenero abbraccio trova una temporanea consolazione. Il leggero Föhn che gli accarezza la fronte, lo spinge ancora oltre, allontanandosi sempre più «dalla normale sfera della sua esistenza, addentrandosi in un altro mondo, lontano ed estraneo». Ben oltre la mezzanotte, infilatosi in un piccolo caffè, in un vecchio amico dei tempi universitari riconosce la sua immagine speculare, il musicista bohémien che ha assaporato ogni dissipatezza, l’alternativa alla sua esistenza e la realizzazione di ciò che lo ha attratto e non ha mai assaporato.

Deciso a seguire l’amico ritrovato fino ai margini della città, si susseguiranno altre strade e nuovi spettri in maschera; in un negozio di abiti in affitto nella Wickenburgstrasse la giovinezza lo sedurrà ancora nei panni di una piccola Pierrette dalle calze bianche e nella freschezza dei suoi giochi corrotti con due uomini della Sacra Veme, preludio all’evento che lo aspetta dietro l’anonima facciata di una villa ai margini della città.

Nella periferia agreste lo attende un ballo in maschera per pochi iniziati, una danza della seduzione tra cavalieri e donne nude dalla testa velata. La corsa notturna verso l’ignoto, nel piacere della vista e nel tormento del desiderio ritrovati solo oltre la certezza del focolare domestico, scioccherà emotivamente anche Fridolin, il quale, a differenza di Else, placherà le sue ansie solo tornando alla voce rasserenante di Albertine, ma con la consapevolezza che il nuovo giorno li ritroverà entrambi irrimediabilmente cambiati.

Tutte i disegni sono di Roberta Martucci

Pubblicato da Roberta Martucci

Nata ad Aversa nel 1987. Ha studiato filosofia a Napoli specializzandosi in Estetica, approfondendo prima l'opera di John Cage in relazione alla danza postmoderna ed in seguito l'Estetica negli scritti di Wittgenstein. Attualmente borsista presso l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, ha lavorato come operatrice ludica presso case famiglia e centri polifunzionali e partecipato a collettive di arte visiva in Italia e all'estero.

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