Milano, metropoli accidentale

La metropoli accidentale è una raccolta di conversazioni su Milano pubblicata nel 1994 da Cronopio. È il terzo titolo di Soglie (i primi due sono La città porosa su Napoli e Communis patria su Roma), collana inaugurata negli anni Novanta dalla casa editrice partenopea per indagare il tema dello spazio, la soglia come luogo fisico, e per ispirare una riflessione sul concetto di città alle porte del nuovo millennio.

Le conversazioni milanesi sono introdotte e orchestrate da Patrizia Ranzo, curatrice dell’edizione, che nel corso di 121 pagine agili e dense intervista personalità del calibro di Emilio Tadini, Andrea Branzi, Francesco Dal Co, Gabriele Salvatores, Carlo Sini. È proprio uno degli intervistati, Branzi, a dare per il capoluogo lombardo la definizione di «metropoli accidentale», regalando il titolo a questo prezioso volumetto.

La Metropoli accidentale, Cronopio, euro 11,36

Perché accidentale? Perché Milano, sostiene Branzi, si è trasformata in metropoli senza averne coscienza. È diventata una città priva di volto, che si estende da Novara a Brescia. Non possiede gli aspetti della metropoli fredda, come Tokyo, non appartiene alle metropoli ibride, come New York. Milano ha un carattere più omogeneo, che però è dato – come precisa Dal Co – dall’essere una meta, un non luogo, uno spazio disadorno e attraversabile.

Fondazione Prada

«Si nega alla percezione immediata, alla piacevolezza che è caratteristica di parecchie città italiane» afferma Sini; e quasi tutti gli intervistati concordano nel dire che Milano non è bella per ciò che è, ma per ciò che fa e diffonde.

Di conversazione in conversazione, il Sessantotto e l’inizio della Seconda Repubblica si profilano come i due estremi cronologici di questa corale meditazione milanese. In mezzo ci sono la stagione del terrorismo e quella del riflusso, la Milano armata e la Milano da bere. Un trentennio breve divide il punto di partenza della riflessione dal punto di arrivo; leggere oggi le interviste pubblicate da Cronopio nel ’94 ci permette di rispettare, anno più anno meno, lo stesso scarto temporale. Forse Milano è una città che preferisce i sostantivi, proprio per questo è interessante provare a elencare gli aggettivi che allora i cinque conversatori scelsero per raccontarla. Sfuggente, noiosa, mediocre, europea, malinconica, scostante, pratica, nebbiosa, restia (alle autorappresentazioni), moderna (in modo circospetto), chiusa, ruvida, elegante, infernale, tedesca e mediterranea, fredda e latina, rigorosa e superficiale, borghese, operaia, internazionale, costretta, libera, anti-italiana, anti-barocca, incerta, creativa, mentale, delusa.

Negli anni Novanta Milano stava attraversando una crisi d’identità. Da città industriale era diventata, come scrive John Foot in Milano dopo il miracolo, «una metropoli di immenso successo postindustriale, in una transizione meteorica che ha lasciato molti cittadini e altri gruppi sociali disorientati e persino traumatizzati». Inoltre, il collasso del sistema tangentizio e il diffuso disincanto verso la vita civile stavano consumando dall’interno il mito della capitale morale. È in questo scenario che Ranzo propone, con le sue conversazioni, un riscatto culturale del capoluogo lombardo. Agli intervistati, tutti umanisti seppure con formazioni diverse, viene chiesto di individuare alcuni connotati della milanesità, quei pregi su cui puntare per rilanciare il proverbiale dinamismo della città.

Una delle qualità che Milano non ha perso nei decenni è, tornando al titolo del libro, quella di saper vedere negli accidenti dei complici e non degli ostacoli. E poi? Cos’altro resta, oggi, della metropoli accidentale degli anni Novanta? L’austerità e la severità, certamente. Sorvegliata, contraria agli eccessi e ai facili entusiasmi, Milano lo è e lo è sempre stata. Città d’avventure, ma mai avventata. Non inizia una cosa se prima non ha fatto una stima, un’attenta valutazione. «Tutto sommato» è l’incipit de La vita agra di Luciano Bianciardi. «Tutto considerato» è la frase con cui comincia Tirar mattina di Umberto Simonetta. Nemmeno i due romanzi più scatenati sulla Milano imbizzarrita e onnivora degli anni del boom possono rinunciare a quel tipico senso ambrosiano della misura, cioè del calcolare e del ponderare, del tutto sommato e del tutto considerato.

Villa Necchi Campiglio

La parola più opportuna per Milano è probabilmente quella che usa Sini: “medietà”. Lo è per via dell’indole pacata della città. Per la sua conformazione sociale, che l’ha portata dal dopoguerra in poi a essere abitata da borghesi e operai, ma inadatta ad aristocratici e sottoproletari. Per la sua vocazione a farsi via di mezzo, crocevia tra Nord e Sud, tra Europa settentrionale e Mediterraneo. Via di mezzo però è anche il grigio, il colore più spesso associato al capoluogo lombardo. Ecco che allora, fra una conversazione e l’altra, ci viene offerto il ritratto di una metropoli rarefatta e impalpabile, fatta di indecisioni, di transizioni e distrazioni, di attese. La città della polenta: né carne, né pesce.

Questa Milano è una somma di interstizi, intervalli, intersezioni. Una conurbazione policentrica e periferica di sé stessa, perché il suo nucleo storico sembra un margine dell’hinterland. Una Babilonia modesta e minimale, che però contiene uno sterminato mondo intermedio, quello a cui Luciano Erba restituì dignità poetica con i suoi versi d’ambientazione meneghina. «Non è pittoresca» diceva Erba della Milano in cui era nato, «ma la poesia sta nel grigiore e nell’uniformità».

Colonne San Lorenzo

La poeticità della metropoli accidentale non sfugge a Tadini, che racconta la realtà milanese tra arti figurative e letteratura, e nemmeno a Salvatores, quando ricorda la gestazione del suo Kamikazen. Ed è proprio il regista premio Oscar, che nel ’94 stava lavorando a Nirvana, a esplorare nel modo più originale il tema della superficialità del capoluogo lombardo. La natura di questa città, come sostiene Sini, non sta nelle sue profondità. Traducendo l’intuizione in linguaggio cinematografico, Salvatores parla di una Milano grigio-verde, da osservare in superficie: se la filmi da dentro predomina il colore del cemento, se la riprendi dall’alto si nota maggiormente quello dei prati e dei parchi.

Biblioteca degli alberi

Nel volumetto di Ranzo, Milano è raccontata anche come città della mediocrità. “Milàn l’è un gran Milàn” recita il mantra meneghino, ma nella vulgata milanese ciò che viene detto grande è spesso caotico o pasticciato. Invece le cose fatte bene e riuscite meglio sono chiamate, in diverse varianti del lombardo, “cosine”: circoscrivibili, concluse, ridotte. Il rapporto che Milano ha con la grandezza, la propria e il concetto astratto, denuncia un’ambiguità di fondo: se da una parte la città aspira a successi e primati, dall’altra rifugge il clamore e le enormità. Questa contraddizione irrisolta sta alla radice del disincanto di cui si parlava prima; tra gli stessi conversatori prevale un senso di delusione: la grandeur ambrosiana, nel ’94, appare quasi a tutti sghemba o mutilata. È negli anni Novanta, non a caso, che nasce il contro-mito di Milano come capitale delle occasioni perse.

Da allora ne è passata d’acqua sotto ai ponticelli dei Navigli. Parlando proprio dei canali che rendono Milano una città stagionalmente liquida, ad esempio la vecchia e fatiscente Darsena è stata oggetto di un importante restyling, e oggi la nuova Darsena è uno degli spazi più battuti da meneghini e turisti. In Piazza Affari invece è comparso un dito medio in marmo alto più di dieci metri, ed è ancora là. E poi: la linea lilla, il Museo del Novecento, la rinascita della Triennale, il restauro di Casa Manzoni, BookCity, il Bosco Verticale, City Life, Expo 2015, la dimensione internazionale raggiunta dal Salone del Mobile e dal Fuori Salone, i quartieri rivoluzionati (come Portello e Isola), le piazze sospese (Gae Aulenti e Alvar Aalto), la UniCredit Tower, il nuovo Palazzo della Regione. Milano non è più la città i cui grattacieli «nemmeno sfiorano il cielo», come scriveva Carlo Castellaneta sul Corriere della Sera nel 1991.

Vista di Piazza Gae Aulenti

Il capoluogo lombardo è cambiato, e non solo nella sua fisionomia. Le mutazioni urbanistiche e architettoniche sono state causa ed effetto di un sentire nuovo: una disponibilità alla convivialità della città, dei suoi spazi esterni soprattutto, che Milano e i milanesi non avevano mai conosciuto. La metropoli abbottonata e gelosa di sé che ci viene descritta nel volumetto di Ranzo è diventata – anche drammaticamente, in questo 2020 – luogo di fermenti promiscui, di contaminazioni e contagi.Una vicenda curiosa, che racconta l’attitudine funambolica di Milano e la disinvoltura con cui la città si è reinventata nell’ultimo trentennio, è quella legata al Deposito Bulk. Nato come centro sociale occupato negli anni Novanta, in quel clima di sperimentazione e riscossa di cui le interviste pubblicate da Cronopio sono un’importante testimonianza, il Bulk è stato a lungo una delle realtà più vitali nell’underground meneghino. Dal 2013 non esiste più. Oggi, a pochi passi dal punto in cui si trovava il centro sociale, c’è il VIU, hotel a cinque stelle dotato di un mixology bar che è stato chiamato, in omaggio alla storia del quartiere in cui sorge e dei suoi luoghi, proprio Bulk.

City Life, Zaha Hadid

Questa è Milano: metropoli di accidenti e seconde vite, dove la trasformazione è moda – cambio d’abito – ed è design – ridisegnarsi. Città «utilitaria, demolita e rifatta secondo le necessità del momento, non riuscendo perciò mai a diventare antica», come scriveva Guido Piovene. Tutto considerato, anche città del rigore e della memoria (sostantivi ricorrenti nelle conversazioni trascritte da Ranzo), i cui tratti distintivi si annebbiano, si deformano e si rinnovano, tra compasso e tradizione. Senza infagottarsi negli orpelli della retorica, senza lasciarsi stingere dai colpi di spugna dell’oblio.

Vista di Milano dal Grattacielo Pirelli

L’immagine di copertina è stata scattata all’interno del Grattacielo Pirelli da Alessia Ermirio. Sue sono anche le altre foto.

Pubblicato da Michele Castelli

Nato a Milano nel 1987, lavora in un negozio di arredamenti e frequenta la scuola di scrittura Molly Bloom. Collabora con il brand di abbigliamento Medhelan per la parte creativa. Un suo racconto è stato incluso nell’antologia “Racconti lombardi 2020” di Historica edizioni, suoi articoli e interventi sono stati pubblicati da Passaporto Nansen e nella rubrica “Consegna pacchi” di Sette. Ha lavorato in villaggi e campeggi come animatore turistico.

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