Il nuovo mondo del Black Mountain College

Nella contea di Buncombe, Carolina del Nord, nel 1933 ha inizio una delle esperienze collettive più illuminanti degli Stati Uniti d’America, che varca i confini geografici e si connette al fermento creativo d’Europa. Sui monti Blue Ridge, John Andrew Rice getta le basi di una nuova tipologia di scuola, un college dove l’arte si afferma in quanto presupposto fondamentale di un rinnovato stile di vita. 

Il Black Mountain College propone un sistema educativo progressista fondato sulle teorie di John Dewey, con una formazione accademica che prevede la piena autonomia decisionale dello studente; regna la volontà di garantire un accesso democratico alla formazione superiore e di assicurare la presenza di un ambiente accogliente e innovativo, dedicato alla ricerca e allo studio interdisciplinare e cooperativo, eliminando del tutto le tasse universitarie, gli esami, i voti e le usuali gerarchie accademiche. 

Il Black Mountain College può essere definito un’esperienza collettiva piuttosto che un luogo, dal momento che non è la collocazione geografica a definirne la natura. La scuola nasce come naturale aggregazione di personalità dall’estrazione sociale e dall’appartenenza culturale del tutto differenti, diviene una comunità di individui che si associa al solo scopo di convivere e condividere lo studio delle arti nel rispetto delle libertà e autonomie proprie e altrui, e diviene approdo di chi cerca un’alternativa agli stilemi della società borghese, che relegano la cultura al ruolo strumentale di forgiatrice di lavoratori e contribuenti della società civile.

Presso il Black Mountain le giornate vengono scandite dalle arti applicate e performative, percepite come differenti aspetti di un’unica esperienza individuale che coincide in toto con l’Arte. L’idea è mutuata dal pensiero di Dewey, ben espresso in Arte come esperienza. Differenti discipline artistiche sono ricondotte a una sola modalità di esperienza, riassumibile nella formula «l’arte in quanto esperienza estesa». L’estetico appartiene al vissuto quotidiano, dunque le attività didattiche del college divengono ricerca e sperimentazione costante, non confinata alle sole aule di studio.

La commistione tra la proposta filosofica di Dewey e il sogno di una libera comunità di artisti e studenti sostenuta da Rice conquista in silenzio il suo posto nella storia americana, influenzando irrimediabilmente l’arte contemporanea. La prima sede del college è negli edifici della Young Men’s Christian Association, nella plumbea e conservatrice provincia statunitense; ironicamente, è proprio presso la sede di un’organizzazione cristiana ecumenica che cresce un movimento volto a mettere in discussione ogni forma di istituzione sociale e culturale, abbattere ogni forma di gerarchia e pregiudizio di genere, assestando una sferzata al conservatorismo benpensante. 

In Europa, sempre a partire dal ’33, si assiste al progressivo inasprimento delle persecuzioni ai danni di intellettuali e artisti, un’epurazione culturale che vede il suo epicentro in una Germania sempre più reazionaria dove domina l’ascesa del partito nazionalsocialista; l’emblema della censura diverrà la definitiva chiusura del Bauhaus, simbolo delle avanguardie europee alle quali gli artisti del Black Mountain faranno spesso riferimento, tanto da assumere come insegnanti due dei maggiori rappresentanti del modernismo e della scuola di Weimar, Anni Fleischmann e Josef Albers. I due artisti gestiscono presso il Black Mountain College due laboratori, rispettivamente un laboratorio di tessitura e uno di pittura; le attività si svolgono con una costante influenza reciproca e introducono gli studenti alla semplificazione della composizione che i due  adottano nella arti applicate, giungendo a ridurre l’opera tessile e pittorica all’assoluta purezza cromatica.

All’insegna della costante collaborazione e condivisione tra gli artisti che abitarono il Black Mountain, rivoluzionaria è la fusione performativa che ha luogo presso il college nell’estate del ’52, con esibizioni combinate che vedono la collaborazione tra alcuni dei più innovativi artisti del Ventesimo secolo.

Tra le personalità più influenti dell’arte contemporanea, un ruolo di preminenza è rivestito da John Cage, che presso il Black Mountain immagina due delle sue produzioni più incisive: 4:33’’ e Theater Piece n.1

Entrambi i lavori segnano una svolta in seno alle arti performative: la performance viene ripensata dal punto di vista sonoro e spaziale, con un decisivo cambiamento della messa in scena. In 4:33” il silenzio diviene protagonista per 4 minuti e 33 secondi: il musicista non esegue alcun brano, lasciando che sia il suono della sala e il rumore prodotto dal tossire e dal vociare del pubblico a emergere. Il lavoro di Cage nasce dalla visione dei White Paintings di Raushemberg: il compositore propone l’opera pittorica in chiave performativa, realizzando una perfetta continuità tra il piano sonoro e il piano pittorico; in entrambi i casi l’opera diviene un medium che veicola la manifestazione del dinamismo del quotidiano, del gioco di luci e ombre che si alternano sui dipinti e del naturale vociare prodotto dai fruitori nella stanza che accoglie la performance di Cage.

Con Theatre Piece n.1 viene messa in scena un’opera molto ricca, che dà vita a diversi livelli di lettura, coinvolge molteplici artisti e discipline, e scompone lo spazio di esecuzione e fruizione. L’opera nasce dal dialogo costante tra le arti di John Cage e Merce Cunningham, compagni di vita e di ricerca che nel corso dell’indagine condotta nelle arti performative giungono a ridefinire il ruolo dell’atto creativo, liberandolo dalla necessità della narrazione, dal valore simbolico, dall’espressività e dal legame tra forma e contenuto; per Cage la musica diviene evento del quotidiano, abbraccia ogni elemento nel suo caos, diviene essa stessa evento casuale, senza distinzione tra armonia compositiva e rumore ordinario. Nella ricerca di Cunningham la danza diviene puro gesto eseguito dal corpo nella sua interazione con lo spazio, nella tensione corporea che si accompagna al ritmo sonoro, in un rapporto privo di referenzialità reciproca e intenzionalità espressiva. 

Theatre Piece n.1 viene messo in scena nel refettorio del Black Mountain, in cui si assiste per la prima volta a quel che Kaprow qualche anno più tardi definirà happening; l’opera ideata da Cage si presenta come un accadimento in tempo reale di arte visiva, danza, poesia e musica: in un flusso temporale continuo, limitato solo da un tempo scandito in time brackets da Cage, si sovrappongono letture di testi di Eckart, passi di danza improvvisati da Merce Cunningham, letture di testi di Charles Olson e Caroline Richards accompagnati al piano da Tudor e la visione dei White Paintings di Rauschenberg e diapositive proiettate alle pareti. 

Theatre Piece n.1 è tra le opere più esplicative non solo della rivoluzione del concetto di arte operata dai suoi autori, ma dello spirito intero di un luogo e di un’esperienza unica quale fu quella del Black Mountain College, che pure ebbe vita breve. In seguito alle difficoltà economiche, chiuse definitivamente nel 1957, ma lasciò un’eredità artistica irripetibile nel suo genere, mostrando la concreta possibilità di costruire non solo un modello scolastico nuovo, ma una forma di società alternativa.

Pubblicato da Roberta Martucci

Nata ad Aversa nel 1987. Ha studiato filosofia a Napoli specializzandosi in Estetica, approfondendo prima l'opera di John Cage in relazione alla danza postmoderna ed in seguito l'Estetica negli scritti di Wittgenstein. Attualmente borsista presso l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, ha lavorato come operatrice ludica presso case famiglia e centri polifunzionali e partecipato a collettive di arte visiva in Italia e all'estero.

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