Pagliacci in città: i clown di Heinrich Böll e Todd Phillips

Una sera della scorsa estate, non ricordo né dove né perché, insieme ad alcuni amici siamo finiti a parlare di Opinioni di un clown. Appena rincasato, questo sì che lo ricordo, sono andato al terzo ripiano della mia libreria. Mondadori, 1979. Traduzione di Amina Pandolfi. La caduta di George Grosz in copertina. Era proprio l’edizione – trafugata dalla casa di qualche parente – in cui l’avevo letto prima al ginnasio e poi a ventisette anni, per prepararmi a un viaggio in Germania. Jack in the book: dalle pagine di Böll è saltato fuori… Joker.

Non ci credete? Sentite qua: «Mi guardai nello specchio: i miei occhi erano completamente vuoti, per la prima volta non avevo bisogno di fissarmi allo specchio per una mezz’ora e fare ginnastica facciale per svuotarli. Era il volto di un suicida e quando cominciai a truccarmi il mio volto era il volto di un morto. Mi spalmai la faccia di vaselina e spezzai un vecchio tubo di biacca mezzo secco, ne spremetti fuori tutto quello che c’era ancora dentro e mi stesi la biacca su tutta la faccia: non un solo segno nero, non un punto rosso, tutto bianco, anche le sopracciglia ricoperte di bianco; sotto tutto quel bianco i capelli sembravano una parrucca, la bocca, pulita, era scura, quasi bluastra, gli occhi azzurri come un cielo di pietra, vuoti come quelli di un cardinale che non vuole confessare neppure a se stesso di aver già perso la fede da molto tempo. Non avevo neppure paura di me stesso».

Hans Schnier, il clown protagonista del romanzo di Böll, è un fratello minore del primo Joker – antieroe fumettistico della Dc Comics che comparve per la prima volta ottant’anni fa, nel 1940 – ed è un fratello maggiore del Joker più recente, quello di Joaquin Phoenix e Todd Philipps. Se pensiamo alla pellicola del 2019, leggere certe pagine di Opinioni di un clown diventa un’operazione continua di rinvii e travasi. Hans ricorda Arthur Fleck nei movimenti tristi e baldanzosi del corpo e del pensiero, nelle grottesche pantomime, nella solitudine. Hans ricorda Arthur quando sostiene che ciascuno di noi si porta al collo o sul petto le onorificenze dei propri momenti eroici (e questo aggrapparsi al passato, dice, «è l’ipocrisia»). Ricorda Arthur quando ammette di aver commesso la colpa più grave per un clown: suscitare pietà. Lo ricorda persino quando dal suo balcone al quinto piano cerca invano lo scintillio del marco che ha gettato giù nella strada, e di punto in bianco si mette a pensare se sia meglio essere cattolico o luterano. C’è di più. Fleck vive la fine di un amore, quello per sua madre, mentre Schnier è stato piantato da una donna che ha il nome di tutte le madri: Maria.

Marienkirche in Bonn mit Häusern und Schornstein – August Macke

La città in cui si svolge Opinioni di un clown è Bonn. Luci basse, case vuote di voci e piene di una desolazione che i personaggi di Böll sembrano perseguire intenzionalmente. È soprattutto nelle scene d’interni che questa Germania post-bellica raccontata dall’Ovest somiglia alla distopica Gotham/New York City di Todd Phillips. Il cicaleccio del mondo esterno risuona nella mente del protagonista durante le sue colazioni solitarie, e i monologhi sostituiscono i dialoghi. «Si parla di katholon, di stato corporativo, della pena di morte che richiama negli occhi della signora Blothert uno scintillio così strano e alza la sua voce a stridule sonorità in cui il riso e il pianto si mescolano in maniera lasciva. Hai tentato di consolarti con lo stantio cinismo di sinistra di Fredebeul: inutilmente. Inutilmente avrai cercato di arrabbiarti dello stantio cinismo di destra di Blothert. C’è una bella parola: niente. Non al Kanzler o al katholon, pensa al clown che piange nella vasca da bagno, al caffè che gli sgocciola sulle pantofole».

Messo alle strette, quando suo fratello Leo gli chiede: «Ma che tipo di uomo sei, in conclusione?», Hans Schnier risponde: «Sono un clown e faccio raccolta di attimi». Far ridere è una questione di istanti, sembra dirci il personaggio di Böll. L’attimo è l’unità di misura dell’esibizione di un giullare, è quando il clown accende la miccia con una smorfia o una battuta, proprio come fa Joker in alcune delle sue più celebri apparizioni prima del film di Phillips, rivelandosi una bomba di comicità perturbante, pronta a esplodere in ogni momento e con gente di ogni età. Fa ridere quando dice: «Non rubare la barbara in barba al barbaro» nel Batman di Tim Burton; fa ridere in The Killing Joke quando dalla sua pistola esce una bandierina o quando racconta la barzelletta, spaventosa quanto spassosa, che chiude il fumetto; fa ridere persino con la faccia mefistofelica di Heath Ledger. «Quello là con i capelli verdi» ridacchia la mia nipotina di tre anni, mentre appiccichiamo le figurine sull’album Panini di Batman.

Joker non stanca e non si esaurisce dal 1940. Non è riuscito a darne una versione definitiva nemmeno Jack Nicholson, uno che quando interpreta un personaggio lo immortala. Riuscireste a immaginare Randle McMurphy o Jack Torrance con una faccia diversa? Eppure i protagonisti di Qualcuno volò sul nido del cuculo e di Shining mica li hanno inventati Milos Forman, Kubrick, i loro sceneggiatori; nossignori: si tratta di personaggi che avevano già una bella fetta di vita quando Nicholson si fece carico di loro, erano creazioni uscite dalla penna di gente come Ken Keasey e Stephen King, accidenti. Ma non hanno avuto scampo: l’attore di Neptune City ha vinto su di loro. Joker invece ce l’ha fatta, è sopravvissuto anche al ghigno di Jack.

Capelli verdi, risata incisa nella pelle, capace di divertirsi fino a ridicolizzare qualsiasi posizione etica. Non ce n’è per nessuno, non può esistere un altro cattivo così. Eppure, c’è stato un buono simile a lui nella storia della letteratura: Hans Schnier. Un figlio di ricchi industriali del carbone che decide di diventare clown perché sua madre, quando lui era bambino, riteneva i palloncini di gomma «un vero e proprio spreco». Un tedesco che ha qualche opinione, nessuna tesi, e rifiuta il precetto moralistico-protestante di costruire il proprio avvenire («prendi in mano il tuo destino, vinci le difficoltà con le tue forze»: questi sono gli inviti che i genitori rivolgono più volte ad Hans nel corso del romanzo e che lui puntualmente rifiuta).

Schnier e Joker rappresentano due modi diversi di usare la stessa maschera e di prendere la vita come una beffa: giullare triste con la lacrima all’occhio uno, pagliaccio psycho col ghigno sotto al naso l’altro. La storia di Hans finirà con l’improvvisazione di un numero in strada durante il Sabato di Carnevale – «tempo della follia» scriverà Böll nell’ultima pagina del romanzo, l’unico giorno in cui non è solo accettabile, ma quasi doveroso che tutti si vestano da buffoni e si atteggino a tali. Catarsi o carnevalata?

Il finale del Joker di Phillips ci pone davanti alla stessa domanda. Gotham a ferro e fuoco, le maschere che si moltiplicano, poi il manicomio – luogo della follia. È tutta una celebrazione dell’Arlecchino più irriverente e scioperato che si sia mai visto: un pagliaccio con il volto di un suicida, di un morto, di chi non ha paura nemmeno di sé stesso, dissacrante fino al crimine, senza regole e col grilletto facile. Catarsi o carnevalata? Gli abitanti di Gotham proclamano in un tripudio di teppismo e travestimento che Joker è diventato un’icona tra glamour e devozione. Perché? Forse per via del modo in cui sfida la sorte. Il jolly psicopatico è un compagno tragicomico e pazzoide del cavaliere scacchista di Bergman. Trovandosi di fronte alla morte, lui gioca a carte. «Pescane una dal mazzo» le dice. «Se è rossa mi salvo, se è nera hai vinto. Ma pescala tu». L’arcinemico di Batman è stato raccontato o come un degenere o come uno illuminato dalla pazzia, o come un gangster o come un no-global, talvolta barzellettiere altre profeta, ora maschera di un sistema di potere impazzito, ora voce degli ultimi e dei reietti. Ma se quello là con i capelli verdi ci piace tanto è soprattutto perché in lui riconosciamo l’uomo che, come massima forma di autodeterminazione, sceglie di affidarsi al caso.

Che pagliacciata, vero?

Pubblicato da Michele Castelli

Nato a Milano nel 1987, lavora in un negozio di arredamenti e frequenta la scuola di scrittura Molly Bloom. Collabora con il brand di abbigliamento Medhelan per la parte creativa. Un suo racconto è stato incluso nell’antologia “Racconti lombardi 2020” di Historica edizioni, suoi articoli e interventi sono stati pubblicati da Passaporto Nansen e nella rubrica “Consegna pacchi” di Sette. Ha lavorato in villaggi e campeggi come animatore turistico.

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