“Le sorelle Macaluso” di Emma Dante: una felicità promessa tra ricordo e attesa

Un piatto va in frantumi. E quello che segue è il tentativo meticoloso di ricomporne i pezzi, per quanto un minuscolo frammento sia per sempre andato perduto. È un piatto che fa parte del “servizio buono”, di quelle stoviglie tirate fuori dalla credenza per le occasioni importanti, quando in tavola c’è il “pesce finto” e chi apparecchia canta Cu ti lu dissi di Rosa Balistreri.

È per una cena che le sorelle Macaluso vengono a riunirsi nella vecchia casa in cui vivevano da ragazze, allevando colombi da affittare per battesimi e matrimoni. E come sui loro volti viene a incidersi il marchio indelebile del tempo, anche quelle stanze una volta abitate dagli entusiasmi giovanili si riempiono di crepe, di maniglie che si staccano, di oggetti impolverati che, come la bottiglia dell’Amaro 18, sopravvivono al lutto e alla malattia.

Con la sua seconda pellicola Le sorelle Macaluso, la regista palermitana Emma Dante ricerca un linguaggio cinematografico che possa tradurre la potente poetica del suo teatro e dell’omonima e acclamatissima pièce del 2014. 

Sul palcoscenico vuoto, l’impatto dei corpi delle sette sorelle messe in fila – ridotte a cinque per il film – riusciva a tessere la rappresentazione da sé, sciogliendosi in una commovente danza tra vivi e morti. Molta di quella struggente tensione tende a dissolversi nell’adattamento per il grande schermo, dove una narrazione “per capitoli” disperde la pregnanza e l’efficacissima compresenza di significati concentrata nei pochi elementi presenti sulla scena.

La macchina da presa, guadagnando la possibilità del primo piano, preserva tuttavia intatta la sensibilità che animava l’allestimento. Lo sguardo di Emma Dante si sofferma infatti sulle occhiaie scure, sulle costole che sporgono, sulle mani incartapecorite delle protagoniste che s’intrecciano per un’ultima volta sulla salma di una di loro. Lo spettatore è indotto a indugiare su ogni dettaglio, su quelle bambole e cartoline custodite e poi ritrovate dentro a un baule – quasi una reminiscenza dello spettacolo Ballarini (2010) – perché le memorie e le gioie passate possano ancora una volta rifiorire “col vento caldo di un’altra estate”, come risuona la versione di Inverno interpretata da Franco Battiato nel film.

Un’estate che nella pellicola assume i connotati ben precisi dell’estate palermitana, il ritmo della lunga camminata che ragazze di periferia devono compiere, attraversando il parco de La Favorita, per arrivare al mare di Mondello. Qui, il notissimo Antico Stabilimento Balneare – il Charleston – in stile Art Nouveau diviene fortezza di un’ideale promesse du bonheur: una promessa di felicità tragicamente non mantenuta. È proprio in una luminosa giornata estiva che un incidente dilacera brutalmente la spensieratezza delle sorelle, ritagliando un vuoto con il quale dovranno confrontarsi nel corso dell’intera esistenza.

La serenità immaginata è quella intravista dal buco scavato nel muro, che sembra promettere un altrove: è quella che muove i passi di danza di Maria e che guida le immersioni nella vasca da bagno di Lia, impaziente di raggiungere la spiaggia. Sarà poi quella stessa vasca ad accogliere il disincanto che sopraggiunge con il trascorrere del tempo, ospitando il corpo magro e consunto dal cancro di una sorella, o gli ingombranti e coloratissimi fiori per la veglia funebre di un’altra.

Questo altrove preannunciato è dunque un orizzonte che pare richiudersi, restringendosi nuovamente entro i confini delle mura domestiche, dove il rapporto irrimediabilmente viscerale tra le sorelle, fatto di tenerezza, colpa e rancore legato al passato, viene analizzato e dissezionato con crudezza, come il cuore di un animale selvatico. E dove una ritualità di piccoli gesti viene ripetuta negli anni, in una “liturgia familiare”, capace di rievocare la memoria di chi non c’è più. 

Ogni volta che Pinuccia si mette il rossetto sulle labbra guardandosi allo specchio, ci sarà la piccola Antonella – in attesa di poter crescere anche lei – a ricordarle quanto sia bella, e non importa quanti anni abbia. Chi muore non se ne va mai davvero, ed ogni vita che ha attraversato la casa lascia la sua traccia indelebile: proprio come quando si toglie un quadro e rimane l’alone sulla carta da parati.

Dodici attrici interpretano le cinque sorelle nelle differenti fasi della loro vita: Donatella Finocchiaro, Alissa Maria Orlando, Susanna Piraino, Anita Pomario, Eleonora De Luca, Viola Pusateri, Serena Barone, Simona Malato, Laura Giordani, Maria Rosaria Alati, Rosalba Bologna, Ileana Rigano.

La regista affida dunque i temi carissimi della propria “creatura” ad un notevole cast quasi interamente femminile, alle note di Gianna Nannini e alle delicate parole di Anna Maria Ortese che contribuiscono ad impreziosire la pellicola. Affiancata nella sceneggiatura dalle acutissime penne di Elena Stancanelli e Giorgio Vasta (anche quest’ultimo palermitano), Emma Dante concepisce un film forse imperfetto nella costruzione e nella tenuta, ma che propone un intensissimo affresco emotivo, in cui teatro, musica e letteratura si mescolano per restituire un modo di sentire profondamente siciliano. 

E se di fronte alla morte un vassoio di paste si offre come una disperata consolazione, la “promessa di felicità” viene custodita nel ricordo di un dolcissimo bacio tra ragazze all’Arena La Sirenetta di Mondello, e in quello starsi accanto tra sorelle mentre si guarda il mare.

Pubblicato da Chiara Molinari

Nata a Brescia nel 1994. Dopo un periodo di studio a Monaco di Baviera, si laurea in Filosofia all'Università degli Studi di Padova con una tesi su Adorno. Attualmente frequenta il Master in Critica Giornalistica all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica Silvio D'Amico di Roma. Si interessa principalmente di letteratura, cinema e teatro.

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