Se tutte le maschere cadessero cosa resterebbe?

Jonction – Ginevra, 3 giugno – Mattina

Il salto

Guardo in basso. Vedo Julie che mi saluta. Vicino a lei, i miei amici, ubriachi, ballano e di tanto in tanto guardano in alto verso di me. Stanno aspettando che mi butti. Guardo dall’altra parte del fiume. Gruppi di ragazzi sono seduti beatamente sull’erba, chiacchierano fra di loro e si lasciano trasportare dalla musica reggae che in estate sempre inonda le rive della Jonction: Petit bonhomme traces ta route, vas voir plus loin. Mais surtout n’oublies pas de t’arreter en chemin.

Posso vedere dove ero sdraiato ieri. Marc, con una birra in mano, glorificava i poteri annebbianti e allo stesso tempo rassicuranti dell’alcol. Io cercavo di far avvicinare un’anatra, offrendole molliche di pane, ed Adrian dietro di me, con un’arma improvvisata, costruita con un bastoncino ed un sasso, era pronto ad attaccare quel povero animale non appena si fosse avvicinato. Volevamo cucinare l’anatra all’arancia per cena. Un gruppo di ragazze dall’altra parte del lago ci guardava e rideva.

Ginevra d’estate si riempie di musica per le strade. Il grigio che l’accompagna d’inverno viene spazzato via dai sound system che 24 ore su 24 fanno vibrare la città. Artisti si riversano nelle strade ed i quartieri ballano per giorni senza fermarsi.

Spesso, dopo notti di festa, con Julie torniamo ad osservare i colori della Jonction. Bisogna ammirare l’alba sdraiati su queste rive almeno una volta nella vita.

Guardo in basso. Sono immobilizzato. Sotto di me ci sono 25 metri di altezza. Provo a concentrarmi sui colori del fiume. In giornate normali, il Reno, colorato di bronzo, confluisce nel Rodano cristallino, dando vita a sfumature di azzurro, in grado di calmare i più profondi turbamenti. D’inverno, quando la malinconia mi affligge, vengo qui al tramonto. Il vento, l’odore delle montagne e il sussurro delle foglie rendono i miei pensieri silenti, portando un po’ di pace nel mio cuore. Nella desolazione più completa, mi piace osservare i giochi delle correnti. Il verde smeraldo della Jonction normalmente mi infonde forza.

Guardo nuovamente in basso. Oggi vedo l’acqua più limpida del solito. Così limpida che il mio sguardo riesce a vedere il fondale nero, roccioso e tagliente.

Spiriti mi invitano a saltare. Vedo fauci affamate. Una voragine pronta ad ingerirmi. Sono l’ultimo, gli altri si sono già buttati. Guardo di nuovo giù. Ora, oltre le fauci, vedo anche una lingua penzolante che si lecca i baffi. Per allontanare stupide inquietudini provo a concentrarmi sulla canzone: L’etau se resserre, asphyxié tu t’éttouffes, Tu ne peux plus respirer. Toujours plus, toujours plus. Sento tutti gli occhi su di me. Non so se ce la faccio.

Casa – Ginevra, 3 aprile – Sera – Litigi mensili

Illustrazione di Marta Morandini

Calda, ustionante. Morbida, viscida. Cremosa, grassa. Saporita, disidratatante. Intensa, pesante. Raffinata ma semplice. Banale e se la tira.

Anche stasera la solita storia. Ogni volta che dobbiamo andare a mangiare fuori, io ed Anaïs abbiamo sempre la stessa conversazione. Lei vuole andare a mangiare la fonduta a Bains des Pâquis. A me la fonduta fa schifo. Formaggio fuso che ustiona la bocca. Ma Anaïs no, sempre insiste. «Ma è per l’atmosfera» mi dice. «Ma quale atmosfera?» «Il bello della fonduta» sostiene lei «è la sua dimensione sociale. Dopo una faticosa giornata di sci o una gita in montagna, a valle, un caquelon di fonduta nel mezzo del tavolo e una bottiglia di vino, sono simbolo di spensieratezza. A Bains des Pâquis si ricrea la stessa atmosfera. È conviviale, spartano, allegro» «Ma che dici! È maleducato, sudicio e rumoroso. Ma poi il formaggio non basta tagliarlo? A me, piace con un po’ di prosciutto accanto!». Lei mi chiama provinciale. «Provinciale io? Andiamo a Bains des Pâquis una volta al mese, con le stesse persone, a mangiare la stessa disgustosa fonduta». «Non ti piace, dopo la cena, sederci sul pontile, tirare fuori le birre dallo zaino ed ammirare il lago?». «È buio, non si vede il lago». «Ma vedi i riflessi, l’acqua s’increspa, poi ci sono i cigni». Sì, i cigni che rompono il cazzo.

Io voglio andare alla Diligence dal 1987. Tradizionale, svizzero, con una cacciagione davvero eccezionale. È vero, forse un po’ caro, ma almeno non mi sveglio il giorno dopo con quel saporaccio di formaggio scadente in bocca. Spezzatino di cervo, reni di vitello, quelli sono piatti per cui vale la pena, e loro sì, ti si sciolgono in bocca. «Non mi piace, troppo chic» ripete ogni volta Anaïs. Non capisce niente. Annie, la proprietaria, mi conosce e mi accoglie sempre scodinzolando. Ogni volta quando finisce il turno è ubriaca, ci offre da bere, ci fa fumare nel locale, sale sul tavolo e si mette a ballare. Come può non piacerti? È successo una volta! Quella donna è frigida e poco alla mano.

Secondo voi alla fine dove siamo andati?

La Galerie – Ginevra, 3 marzo – Notte

Illustrazione di Marta Morandini

“La rosa ha preso una terribile insolazione: tutte le foglie e le parti più tenere sono bruciate e carbonizzate; ha un aspetto desolato e triste, ma caccia fuori nuovamente le gemme. Non è morta, almeno finora” (Gramsci, Lettere dal carcere)

Sono ubriaco, ubriachissimo, comincio a perdere il filo del discorso. Al bar, barcollante cerco di non cadere a terra e allo stesso tempo di intrattenere una conversazione in un francese assai misero, con Kamal, un signore marocchino di 50 anni, che vuole raccontarmi la sua storia. Io oggi non ce la faccio proprio. Mi dispiace ma non riesco a sentirne un’ altra. Nelle ultime tre ore ho sentito Lupita dal Messico, Calogero da Napoli, Mostafa dall’Egitto e Alejandro dal Perù. Davvero, un’altra storia di vita oggi non ce la faccio. Anche perchè l’unica cosa a cui riesco a pensare è come tenere gli occhi dritti e sembrare non dico sobrio ma quantomeno sveglio. Mi guardo intorno. L’arredamento è quello di una baita di montagna. Mi giro e vedo un signore con un pappagallo sulla spalla. Penso che sia una buona idea cercare di capire dove sono. Così ci provo e chiedo a Kamal.

«Où on est?». Aiuto. Già me ne pento. Volevo sapere solo il nome del posto, non la sua storia dal medioevo ad oggi. Provo a fermarlo. Niente il mio amico Kamal è partito.

Quartiere Les Grottes, bar La galerie, luogo di resistenza. Mi sta confondendo, io pensavo che Ginevra fosse la città dei banchieri, del lusso, istituzioni e buona cocaina. AIA! Il pappagallo per rubarmi una nocciolina mi ha morso il dito. Qui, dove mi trovo oggi, mi racconta Kamal, Kropotkin nel Febbraio del 1870, fondò il giornale anarchico-comunista La Révolté. Continuo a bere. Forse mi dovrei fermare. Chiedo un altro bicchiere di vino. Alla fine costa solo 2.5 franchi. Pago, mi giro e il mio nuovo amico è già arrivato agli anni 70 del ‘900. Squats, associazioni popolari e femministe contro la demolizione di edifici storici. Nel 1980, Ginevra contava 160 luoghi occupati che lottavano contro la speculazione edilizia di quegli anni. Contro di loro era stato istituito un corpo di polizia apposito, Brigade de Squats. Kamal si è commosso. Il barista ci offre due bicchieri di vino.

Il posto chiude, faccio per andarmene, Kamal mi ferma. «Non vuoi sapere che ne è stato di quei luoghi?». Aspetta che tutti i clienti escano ed inizia a girare un canna sul bancone. Saremmo in 10 dentro il bar, contando anche pappagallo, che tra l’altro secondo me mi fissa. «Non esistono più» sbotta malinconico Kamal. «Ginevra è una città maledetta. I cosiddetti expat, gli espatriati, la svuotano. Nessuno di loro conosce veramente questa città e neanche provano a viverla. Annegano la sua anima nelle loro vite lascive e senza passione. La nostra storia viene seppellita da indifferenti ambizioni di benessere».

L’autrice del racconto ha preferito restare anonima. L’illustrazione dell’immagine di copertina è di Marta Morandini

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