Una storia quasi vera: in Brasile con Clarice Lispector

Nei primi mesi dell’anno 1922, a causa delle terribili sofferenze subite nei pogrom durante la guerra civile, una bambina ucraina, assieme alla famiglia, sbarca in Brasile: è Clarice Lispector. Chaya, nome di battesimo, non ha ancora compiuto i due anni di età; lei stessa, nel ricordare le sue origini ucraine, avrà modo di affermare più volte: «Su quella terra non ho mai realmente messo piede: mi hanno portata in braccio». 

La vita in Brasile di Clarice Lispector trova il suo inizio a Maceió, nello stato di Alagoas, e prosegue al numero 367 di Praça Maciel Pinheiro, più tardi in Rua da Imperatriz, nel quartiere di Boa Vista a Recife, nel Pernambuco; infine, nel 1934, si stabilisce nella città di Rio de Janeiro. 

L’anima tormentata e malinconica di Clarice fiuta nel Brasile l’odore di casa: un vincolo inscindibile legherà Clarice alla terra e alla cultura brasiliana, riconoscendone lo splendore e l’universalità. Nel volume La scoperta del mondo Clarice Lispector scrive: «Cristina mi ha chiesto se sono di sinistra. Ho risposto che desidererei per il Brasile un regime socialista. Non copiato dall’Inghilterra, ma uno su misura per le nostre esigenze. Mi ha chiesto se mi considerassi una scrittrice brasiliana o semplicemente una scrittrice. Ho risposto che, prima di tutto, per quanto femminile sia una donna, non è una scrittrice, ma uno scrittore. Lo scrittore non ha sesso, o meglio, li ha tutti e due, in dosi ben diverse, questo è ovvio. Io mi consideravo semplicemente uno scrittore, e non uno scrittore tipicamente brasiliano. Lei ha argomentato: «Neanche Guimarães Rosa, che scrive così brasiliano?». Ho risposto che neanche Guimarães Rosa: lui era esattamente uno scrittore per qualsiasi Paese». E ancora, nel volume La vita che non si ferma, in una lettera indirizzata a Lúcio Cardoso: «Le cose sono uguali dappertutto – ecco il sospiro di una donnina navigata. I cinema del mondo intero si chiamano Odeon, Capitólio, Império, Rex, Olímpia; le donne hanno scarpe alla Carmen Miranda, anche quando hanno il volto coperto dal velo. La verità è sempre uguale».

È verità universale la verità di Clarice Lispector, una identificazione che non identifica – sommaria, approssimativa; un gioco di luci ed ombre, suoni e colori – fatta di menzogna e verità: «Esiste anche… che ne so. Forse qualcosa che valga la pena. Per lo meno da guardare dall’autobus e sorridere. O altrimenti, perché non concedersi al mondo, sia pure senza comprenderlo? Individualmente, è assurdo cercare la soluzione. È mescolata ai secoli, all’intera umanità, all’intera natura. E perfino il tuo maggiore idolo letterario o scientifico non ha fatto altro che ciecamente aggiungere un elemento in più al problema. […] Quel che conta è che mescolata a tutto questo, c’è la vita che non si ferma».

Il Brasile di Clarice Lispector è terra di molteplici odori e variegate forme, la natura restituisce all’uomo la sua essenza, permettendogli di riappropriarsi del corpo animale e della fantasia incontaminata. Un suono, una luce… racchiudono l’essenza delle piccole e delle grandi cose in una serie infinita di immagini semplici, multiformi e miracolosamente reali: «Il vestito è giallo e blu. E io? Morta di caldo, non morta di mare blu. Svelerò un segreto: il mio vestito è bello e io non voglio morire. Venerdì il vestito sarà a casa mia, e sabato io lo indosserò. Senza morte, solo mare blu. Esistono nuvole gialle? Ne esistono di dorate».

Nel testo Dove siete stati di notte? Clarice Lispector indossa un abito giallo e blu; un vestito giallo e blu indossato a Rio de Janeiro permette, a chi lo indossa, di indossare il mare – una nuvola gialla, dorata e inesistente. Il colore blu descrive l’essenza della cosa che colora così come un profumo testimonia, racconta l’essenza della cosa che va profumando: nel colore blu d’un vestito si può intravedere il mare, una via nella boccetta d’un profumo – la primavera in una strada soleggiata. 

Le città brasiliane descritte e vissute da Clarice Lispector possono essere definite oniriche – città sospese, costantemente e dolcemente accarezzate dal vento della possibilità; indescrivibili, descrivibili soltanto attraverso malaugurati tentativi, poiché amate: «Quel che provo può chiamarsi felicità. Ma la natura è tanto strana che la felicità è timore; spavento e apprensione. Peccato non poter dare quel che si sente, perché mi piacerebbe darvi ciò che sento come un fiore. […] Tutta la lettera è stato un malaugurato tentativo di fare una fotografia di questo luogo accanto al lago Lemano, perché ho dimenticato di portare la macchina. E ho approfittato dell’assenza della macchina per fare uno scatto di questo momento».

Come consegnare una città a chi non la vede, a chi è impossibilitato nel vedere una città? La parola, parimenti alla fotografia, disorienta e non può dare: essa parla e tace, ma non consegna all’altro, a chi sta in ascolto, il groviglio di sentimenti e di sensazioni presente nel cuore di colui che descrive. Nella citazione sopra menzionata, tratta dal volume La vita che non si ferma, Clarice Lispector immagina di consegnare sensazioni e sentimenti come se stesse consegnando un fiore: è chiaro il riferimento all’immediatezza della cosa – alla durezza della carne, unica testimone della verità della cosa stessa; un fiore nella realtà del momento è… assaporato! 

Nel volume Come sono nate le stelle Clarice Lispector propone una serie di storie e leggende brasiliane scritte di suo pugno; si tratta di storie indirizzate ai bambini, storie fantastiche aventi come protagonisti animali reali e/o personaggi fantastici tipici della cultura brasiliana. È il caso del sabiá, un uccellino molto diffuso in Brasile e dal canto dolce: «Ma all’improvviso spuntò fuori una diceria che si diffuse nell’aria in un battibaleno. A diffondere la diceria era il canto del sabiá. Poiché il sabiá, da quel che si sa, canta solo per il piacere di cantare, gli animali si chiesero se fosse il caso di credergli oppure no». Nella cultura brasiliana il sabiá è un uccello dalle grandi doti sonore, metafora del poeta che canta la nostalgia, una nostalgia tutta rivolta alla terra d’origine: «Vou voltar / Sei que ainda vou voltar / Para o meu lugar / Foi lá e è ainda lá / Que eu hei de ouvir cantar / Uma sabiá / Cantar uma sabiá», ha inizio con queste parole la canzone Sabiá scritta da Chico Buarque con la collaborazione di Tom Jobin, realizzata nel 1968. 

E, ancora, l’ararà, uccello simile al pappagallo, molto popolare in Brasile; del Curupira, figura del folclore brasiliano, nano protettore degli alberi che minaccia i cacciatori, facendogli perdere la strada: «Gli indios lo chiamano Curupira. Ora ve lo descrivo: è brutto come il demonio e peloso come un orso, ma è piccolo. Avete mai visto denti verdi? Ecco, lui ce l’ha. Per non parlare delle orecchie a punta. Non è un granchio, ma ha i piedi a rovescio, come per andare a marcia indietro. Nessuno sa mai dove sia. Sempre in fuga? Chissà. E all’improvviso lo vedi comparire: una visione mostruosa. Quando se ne va non lascia orme per terra. Senti solo un sussurro nel bosco e ne sei certo: è lui. E, a parte il sussurro, senti le martellate sul tronco degli alberi. Il fatto è che, senza che gliel’abbia ordinato nessuno, lui vigila per sapere se potranno reggere a tempeste e burrasche»; del Saci-Pererê che «chiede il tabacco e in cambio rivela i segreti della foresta». Si tratta di figure propriamente brasiliane e tutte contenute nel volume Come sono nate le stelle di Clarice Lispector. 

Le immagini ora reali ora fiabesche si mescolano tra loro in un groviglio di vita e morte – sono delle vere e proprie vene pulsanti del mondo sempre situato al di là di se stesso. In un continuo e giocoso rimando di luci ed ombre, verità e falsità Lispector indaga il grande mistero della vita, l’affascinante e contraddittoria realtà dello scorrere del tempo e dei giorni sempre uguali. Un esempio può essere tratto dal breve racconto contenuto nel già citato volume Come sono nate le stelle dal titolo Una storia quasi vera; Clarice Lispector dà voce umana al cane Ulisse, permettendo all’animale di darsi direttamente ai suoi lettori-bambini: «Be’, pensa un po’, ti abbaierò una storia che può sembrare una storia finta e può sembrare una storia vera. È vera solo nel mondo di quelli a cui piace inventare, come a te e a me. E poi, quella che ti racconterò sembra una storia da esseri umani anche se si svolge nel regno in cui gli animali parlano. Parlano a modo loro, è chiaro». 

Nel 1944 Clarice, dopo il matrimonio con un diplomatico brasiliano, Maury Gurgel Valente, si trasferisce in Italia, in seguito in Svizzera, infine negli Stati Uniti d’America; nel 1958, dopo circa quindici anni, torna definitivamente a Rio. 

Il lungo viaggio in Europa sarà attraversato da una certa vena nostalgica, dal ricordo che tinge di tenui colori l’impetuoso sentimento costantemente rivolto al lontano Brasile. Nelle tante lettere dedicate alle sorelle Elisa Lispector e Tania Kaufmann e all’amico Lúcio Cardoso, Lispector fa risaltare la malinconia che l’attanaglia: «In verità quando scrivo una lettera getto un amo lunghissimo la cui esca raggiunge Rio de Janeiro per pescare una risposta. È un gioco sporco mandare lettere per avere risposta. Il peggio è che voi, per mancanza di tempo, riunite dieci lettere mie e rispondete in una sola». 

L’amarezza suscitata dalla effettiva lontananza si unisce alla amarezza composta nei confronti delle mancate e/o approssimative risposte; a Lúcio scrive: «E di sicuro ti ho già parlato di Posillipo, che è un luogo. In greco significa «pausa dal dolore». Il dolore effettivamente resta un momento sospeso, tanto dolci sono i colori, tanto poco sono selvaggi, tanto bello, bello è il luogo con mare, alberi, montagna. La mia impressione è quasi negativa: ci sono troppe cose belle, sembra che io non abbia tempo o forza, è che io sarei più tranquilla con una sola».

Il groviglio di sensazioni e nostalgie è ben espresso dal termine, tutto portoghese, saudade. È il termine che la stessa Clarice Lispector rievoca in una sua poesia che ha come titolo, non a caso, la parola Saudade: «Vedo il mondo girare e penso che staranno sentendo saudade i giapponesi, i russi, gli italiani, gli inglesi… ma la mia saudade, per essere nata in Brasile, solo parla portoghese, anche se, in fondo, può essere poliglotta». Il sentimento si biforca, esso è, al tempo stesso, nazionale e universale – parla portoghese pur essendo poliglotto

«Inoltre, dicono che siamo abituati ad usare sempre la nostra lingua, spontaneamente, quando siamo disperati, per contare i soldi, per fare l’amore, dichiarare sentimenti forti, in qualsiasi luogo del mondo stiamo. Io credo che un semplice “I miss you” […] non avrà mai la stessa forza e significato della nostra parolina. Forse non esprime correttamente l’immensa mancanza che sentiamo delle cose o persone care. Ed è per questo che ho più saudade… perché ho incontrato una parola da usare tutte le volte che sento questa stretta al petto, mezzo nostalgico, mezzo piacevole, ma che funziona meglio di un segnale vitale quando si vuol parlare di vita e di sentimenti».

Non c’è spiegazione, orazione che possa descrivere la potenza dei sentimenti, per lo più borbottati, mal interpretati da qualsivoglia interpretazione – una sola parola, balbettata, ci riesce meglio. Un gesto, uno sguardo sono universali, comunicano con chiunque, lasciano trasparire la novità e tuttavia l’antichità di un sentimento unanimamente sentito, vissuto. 

Nel volume Lettere a Bruna Giuseppe Ungaretti, dal Grand Hotel Duomo di Milano, scrive alla sua Bruna Bianco: «Amore mio, lo crederesti? Sono a Milano, arrivato un’ora fa con un apparecchio dell’Alitalia che veniva dal sud dell’America, che mi portava il vento dei luoghi dove stai», il Brasile di Bruna ha raggiungo Ungaretti a Milano a bordo d’un aereo dell’Alitalia. 

Pubblicato da Floriana Duraturo

Laurea Triennale e Laurea Magistrale in Filosofia conseguite presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. Laurea Magistrale conseguita con una tesi su Clarice Lispector “La carne e la parola: voci per un dizionario filosofico in Clarice Lispector”. Borsista presso L'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici “Lo Stato dell'Arte dell'Estetica”, “Arte e Letteratura I”.

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