La città attraverso lo sguardo di un nonno architetto e una nipote designer

Condivido da sempre con mio nonno, Vittorio Franchetti Pardo, storico dell’architettura, la passione per la progettazione della città. Così durante questa lunga quarantena, in cui purtroppo siamo stati lontani, pur abitando a pochi metri di distanza, ho deciso di chiamarlo e intervistarlo al telefono.

Conversando ci siamo accorti che, idealmente, la città è forse la sola a non essere isolata: la popolazione vive confinata nelle mura domestiche mentre essa è virtualmente aperta senza confini fisici e temporali.

Milano. Foto di Özge Su Erdem

La situazione di emergenza sanitaria che stiamo vivendo ci ha richiesto di trascorrere gli ultimi due mesi entro le mura domestiche. Non possiamo allora non rivolgere un pensiero alla città. Cosa ci insegna il fatto che gli animali e la natura in questo periodo abbiano riconquistato i nuovi e i vecchi spazi urbani? 

Tutto dipende dal luogo in cui questo accade. Oggi il fenomeno della  riacquisizione di spazi da parte della natura e degli animali si constata essenzialmente in tre casi. Se avviene in luoghi appartenenti ad un’area urbanizzata, ciò significa che è in atto un processo di abbandono temporaneo più o meno lungo. Pensa alle strade di Roma in questi giorni. Può anche trattarsi però di un avviato degrado definitivo e questo è il caso di edifici di impianti industriali o di cantieri o complessi edilizi abbandonati. Se invece avviene in aree a verde ciò indica che da tempo non sono più vivacizzate dalla presenza umana. Nell’attuale improvvisa pandemia è chiaro che l’abbandono rientra nel primo caso e che, dunque, in un futuro, speriamo molto vicino, si tornerà alle pristine condizioni di frequentazione e di contrasto all’attuale abbandono. 

Milano. Foto di Özge Su Erdem

Si ripropone però un problema irrisolto: quale atteggiamento avere rispetto alla problematica scelta di priorità valoriale tra esigenze ed interessi dell’uomo ed esigenze ed interessi della natura? Questo interrogativo è tanto più problematico in tempi nei quali si assiste anche ad un evidente cambiamento climatico. Aggiungi poi anche il fatto che non è altrettanto evidente se, ed eventualmente in quale misura, tale cambiamento sia interamente attribuibile all’uomo. Per restare ad antichissimi e meno antichissimi noti paragoni, le Dolomiti erano nei fondi marini ed in età romana e tardoromana l’attuale maremma toscana era in gran parte inesistente: il mare si inoltrava sino all’attuale prima linea collinare. Semmai bisognerà parlare della velocità dei cambiamenti climatici di cui oggi dobbiamo tener conto in quanto obbligati a dover valutare la gerarchia delle priorità valoriali.

Milano. Foto di Özge Su Erdem

Il momento di straordinarietà che stiamo vivendo ci consente di riflettere su molti aspetti. Può essere questa l’occasione per negoziare nuove forme di prossimità e distanza nell’ottica della progettazione urbana?

Potremmo stare ore seduti a discutere su questo tema. Converrai con me che la risposta alla domanda “prossimità e distanza” varia a seconda del tipo di città da progettare. È improprio pensare di poter dare una risposta univoca a questo tema. Quale tipo di città? Agricola, commerciale, residenziale, turistica…

Ma non è affatto secondario che sia lo stesso concetto di “distanza” o “prossimità” a porre più problemi: parliamo di distanza fisica o di durata di percorso da un certo punto di partenza? Oppure parliamo di una distanza fisica tra due città, che però si traduce in valenze di tipo simbolico e persino religioso? Ad esempio, quanto al concetto di distanza intesa come tempo di percorrenza, basti pensare che fino a quando le automobili non da corsa difficilmente raggiungevano velocità di crociera superiori a 80-85 km/ora, e fino a quando inoltre, ancora non esistevano le autostrade, il percorso Roma-Firenze richiedeva una distanza/tempo dell’ordine di circa cinque ore.

Abitazione per donna nomade a Tokyo, di Toyo Ito
Fonte: In-the-world

Parchi e luoghi che, fino a poco fa, abbiamo eletto a  spazi per l’aggregazione sono stati momentaneamente sospesi. Come interpretiamo una città che rimane aperta per fornire “sussistenza” ai cittadini, ma che non vive dei suoi spazi pubblici e verdi?

Occorre una premessa non secondaria. Bisogna parlare di città, concependola nel suo doppio significato di urbs e civitas, pensarla non solo come spazio abitabile ma come “luogo” di aggregazione ovvero “topos” di un vissuto collettivo e pluralistico spesso anche conflittuale. In questo senso l’attuale momentanea “sospensione” potrebbe dunque somigliare a quella delle città alternative a quelle della residenza stabile, che secondo Cacciari sarebbero le città del solo negotium, il che, a me, sembra sia solo una comoda ed utile astrazione dialettica.

Esempio emblematico mi sembrano invece le città termali dove tutta la città è, come ben dici, spazio pubblico per l’aggregazione e luogo deputato della socializzazione anche simbolica. Invece l’attuale sospensione è finalizzata proprio alla non socializzazione e ciò con riferimento non solo agli spazi pubblici ma anche a quelli privati. Tale, inoltre, da non consentire neppure quella “fuga dalla città” di cui parla Cacciari ancora una volta ricorrendo ad una, almeno per me, vera e propria astrazione e questa volta letteraria: le arcadie.

Tornando al doppio significato di città, se ne viene improvvisamente abolito il termine civitas, la città diviene improvvisamente un luogo o non luogo vuoto: una provvisoria Ghost City, come frequentemente è accaduto e tuttora continua ad accadere negli Stati Uniti. Tutt’altra cosa è la condizione di sospensione delle città in un lungo o perfino definitivo abbandono perché, se di relativamente breve durata, la sospensione può potenzialmente trasformarsi in occasione e stimolo innovante. E ciò, proprio in Italia, offre interessanti, possibili e diffusi nuovi scenari insediativi. Utili, contemporaneamente al “rammendo” e sviluppo adeguativo sia dell’esistente modo insediativo della “città” sia del disperso ma sostanzialmente unitario tessuto dei borghi storici.

Porzione di città da Regent’s Park a Huston Station, Londra. Immagine di Lorenzo Bellacci

Si parla di città decentrata come chiave per la progettazione del domani. Come dovremmo vivere? In città dense o decentrate? 

Questo è un discorso complesso. È necessario tener conto delle preesistenze storiche insediative dei territori in cui si intende intervenire. Nei paesi di tipo capitalistico la concentrazione è massima per un principio di redditività. Converrai che è dunque difficile sintetizzare una risposta essendo il concetto non affatto semplice: fondare una città di che tipo e dove? La risposta è in rapporto a due condizioni: una è quella climatica e ambientale, vedi le aree estreme desertiche o dei poli, l’altra è in rapporto all’assetto storico. In Italia per esempio la distanza fra i singoli insediamenti è in genere relativamente breve. Non è così dappertutto come risulta infatti dal quadro storico.

Highrise of homes. Di James Wines

Immagine di copertina: Instant City Visits Bournemouth, di Peter Cook (Archigram)

Pubblicato da ilariapalmieri

Ilaria Palmieri nasce a Roma nel 1994. Laureata in Design di Interni al Politecnico di Milano, ha poi studiato presso il Royal College of Art di Londra. Ha accumulato collaborazioni con noti studi di architettura milanesi, fra i quali Mario Bellini e Andrea Caputo. La sua curiosità l’ha sempre spinta a prendere parte in concorsi durante i suoi studi, portandola a vincere nel 2017 il primo premio per Framestore’s contest ( animazione e effetti visivi) a Londra, e ad essere finalista per un concorso per Ikea. Nel dicembre del 2019 ha co-fondato Substrata, collettivo interdisciplinare di architettura e design.

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