Storie di un isolamento parigino

Molti mi invidiano la vista, nessuno le scale.

Frédric Chopin

Chissà cos’ha provato Erika, quando, lo scorso marzo, un attimo dopo essersi laureata, si è affacciata alla finestra della sua mansarda. Chissà se quella sera i tetti di Parigi le sono sembrati diversi. Nessuna proclamazione solenne in un’aula universitaria, né una corona d’alloro a cingerle la testa, ma solamente il silenzio di una città vista dall’alto.

La mansarda di Erika

Erika ha terminato così, in piena solitudine, il suo percorso di studi durato cinque anni: un doppio titolo in giurisprudenza con gemellaggio tra l’università di Bologna e quella di Paris Nanterre. Nella capitale francese poi ha deciso di restare a vivere, tanto che nei prossimi mesi sosterrà l’esame di avvocatura in Francia.

Mi confessa che, da quando è in isolamento da sola nella sua mansarda, ha iniziato a vivere questo periodo come un’opportunità. Parigi è una città che ti domanda sempre di andare veloce. Finalmente ora può ritrovare un po’ di pace.

In Francia il pericolo del Coronavirus non è stato percepito come reale fino alla dichiarazione di Macron del 12 marzo, con la quale il presidente francese ha definito quest’epidemia come la più grande crisi sanitaria che la Francia abbia mai affrontato nell’ultimo secolo. Dopo aver annunciato la chiusura delle scuole ed altre restrizioni, non ha né rimandato il primo turno delle elezioni municipali, che si sono regolarmente tenute domenica 15 marzo, né ha annunciato l’obbligo della quarantena, che è stato decretato solamente il 17 del mese. Da quel giorno sono molti i ragazzi che trascorrono l’isolamento nelle proprie mansarde, in spazi che misurano da 9 a 30m² o poco più, quando l’appartamento è condiviso.

Ci sono istruzioni per l’uso, come direbbe lo scrittore Perec, che conosceva bene gli spazi parigini, per affrontare l’esperienza dell’isolamento in uno spazio così piccolo senza impazzire?

Foto di Marta Bevacqua

La risposta sembra nascondersi in questo scatto della fotografa Marta Bevacqua durante la sua quarantena a Parigi. L’immagine suggerisce l’unico antidoto possibile. La soluzione è da ricercare nella creatività e nell’inventiva, in gesti apparentemente inutili ma salvifici: trasformare un lenzuolo in una tenda, giocare con la luce e con le ombre, familiarizzare con l’infanzia. Insomma sentirsi vivi.

La pensa così anche Diego, ventisettenne cuneese che vive a Parigi da tre anni, dove lavora come ingegnere biomedico. Dopo settimane di isolamento in una mansarda di 30 m2 con vista Sacre-Coeur, ha capito che c’è solo un modo per non lasciarsi andare: organizzare bene lo spazio e il tempo. Chi vive in una soffitta conosceva bene la regola dell’ordine molto prima dell’isolamento. La pianificazione del tempo invece è una novità di questo periodo. Eh sì, perché se a Parigi fino a qualche settimana fa nelle mansarde si restava per poche ore, adesso è qui che file infinite di giorni si susseguono. Così Diego, per “sopravvivere”, oltre a lavorare, legge, suona la batteria e studia il basso. Invece di concentrarsi sul problema, alza gli occhi e si sente fortunato nell’avere davanti un paesaggio così.

Dall’alto, mi dice, con gli occhi raggiungi punti della città che non puoi vedere altrove.

Vista dalla mansarda di Diego

Tra le storie che raccolgo alcune si somigliano. Andrea per esempio ha molto in comune con Diego. Hanno la stessa età, vengono entrambi dalle parti di Cuneo e lavorano a Parigi come ingegneri, e come se non bastasse, vivono il rispettivo isolamento in una mansarda. Solamente la zona non è la stessa. Diego abita dalle parti di Montmarte mentre Andrea a Porte de Vanves. Ingegnere edile, sta lavorando alla costruzione di una nuova linea della metro di Parigi. Per lui la casa è sempre stata un luogo aperto. Cresciuto in un piccolo villaggio di campagna tra il verde degli aberi e un cortile, in cui il nonno, seduto su una panchina, gli raccontava i giorni difficili che aveva vissuto durante la Campagna italiana di Russia.

Con il tempo Andrea però ha imparato a ripensare il suo concetto di rifugio. Dalla casa aperta sul giardino si è trasferito in una stanza in un campus, poi in un appartamento condiviso e infine in una mansarda a Parigi di 50 m2 che divide con un coinquilino. Certo, ci sono giorni durante quest’isolamento più difficili di altri, ma Andrea si lascia sedurre dalle azioni quotidiane, sempre uguali ma rassicuranti nel loro ripetersi.

Si è abituato al sole che la mattina inonda la stanza di luce e ad alcune presenze in lontananza, come quelle due ragazze che leggono in balcone.

Vista dalla mansarda di Andrea

Quasi tutti mi hanno raccontato che cosa si prova a vivere con la testa tra i tetti, distesi su Parigi come gatti appollaiati. Ma solo Agata ha scelto di descrivere un tetto in particolare, quello in cui trascorre le sue ore migliori. Questo spazio, che raggiunge attraverso una piccola scala, è diventato con il tempo un luogo di socialità, quella che è impossibile avere in una mansarda. Sul tetto Agata invita diversi amici a trascorrere serate ma è anche un luogo che ama vivere in solitaria, godendosi il tramonto.

Dalla terrazza di Agata

Agata è l’unica a nominare le scale, gli infiniti gradini che bisogna affrontare ogni giorno per raggiungere una mansarda. Mi viene in mente, a proposito, una frase di Chopin. Quando a vent’anni lasciò Varsavia per trasferisi a Parigi, trovò la sua prima tana in un sottotetto, al numero 27 di boulevard Poissonnière. In una lettera dirà: «Molti mi invidiano la vista, nessuno le scale». Lo scenario non era molto diverso da quello che ha di fronte Agata. Anche lei oggi, come Chopin allora, affacciandosi ammira Montmartre.

Le scale della casa di Denis

Se è vero che le scale a chiocciola rappresentano senza dubbio un’altra delle scomodità del vivere in in una soffitta parigina, bisogna però ammetterre che hanno un fascino del tutto particolare. Ogni volta che le percorro, arrivata quasi a metà dei sei piani, guardando in basso, sono colta da una vertigine, sia pensando ai piani che ancora mi aspettano sia per l’altezza e il senso di vuoto che provo.

George Perec in Specie di spazi scrive: «Non si pensa abbastanza alle scale. Niente era più bello, nelle vecchie case, delle scale. Niente è più brutto, più freddo, più meschino, nei palazzi d’oggi. Si dovrebbe imparare a vivere di più nelle scale. Ma come?» e in un testo che pubblicherà più avanti, La vita, istruzioni per l’uso, sempre dedicato agli spazi e agli appartamenti parigini, aggiungerà: «Per le scale passano le ombre furtive di tutti coloro che un giorno ci furono».

Salendo le scale che conducono alle mansarde, quelle che un tempo erano le “chambres de bonne”, le stanze delle domestiche, che lavoravano negli appartamenti delle famiglie del palazzo, si nota che ad ogni piano c’è una porta. Una volta era da lì che le donne di servizio accedevano direttamente alla cucina dell’appartamento. Sento spesso, passando accanto a quelle porte, le voci delle famiglie che si mettono a tavola, i rumori delle stoviglie e le grida dei bambini che non vogliono andare a dormire. Per quanto sia affascinante vivere in una mansarda come Baudelaire, sentendo quelle voci al di là della porta però, non si può non avvertire l’ingiustizia di un sistema sociale, che a molti non offre altra scelta che quella di vivere in uno spazio così angusto.

Un palazzo haussmanniano, oggi come allora, è una strana piramide sociale rovesciata. In alto, nei sottotetti, vive chi non può permettersi un appartamento e ai piani inferiori invece ci sono i ricchi.

La mansarda di Sara

La più giovane dei ragazzi intervistati è Sara, ventenne, studentessa di sociologia a Padova e ora in Erasmus a Science-Po. A Parigi abita in una mansarda di 9 m2 al settimo piano del VI arrondissement, a Saint-Germain-des-Prés, a due passi dall’università. La sua casa potrebbe sembrare a molti un posto da incubo, per le dimensioni ridotte e per quel gabinetto proprio accanto alla cucina. Per lei però questo spazio è diventato con il tempo il suo angolo di mondo su Parigi. I tetti, mi racconta, appaiono come una distesa marina per il loro colore bluastro, specialmente adesso che è tutto fermo e che i gabbiani si stanno riappropriando della città.

Quando non aveva voglia di rientrare in una casa così piccola, restava il più possibile fuori, tanto a Parigi le cose da fare di certo non mancano. Ma adesso, da quando è in quarantena, è tutto diverso, perché quelle fughe non sono più concesse. Dopo la prima settimana di isolamento, senza poter muovere più di tre passi e senza poter praticare nessuna attività fisica, si è trasferita da un’amica, il cui coinquilino è rientrato in Italia.

La mansarda di Sara

La mansarda di Sara, così piena di vita, adesso che è vuota, ricorda bene il momento che stiamo attraversando. Indaffarati, con in testa partenze, viaggi, avventure, come colpiti da un vento venuto da lontano, ci siamo dovuti fermare.

Sono tanti i luoghi di Parigi che dall’11 maggio, data di inizio della Fase 2 in Francia, cominciano lentamente a riprendere vita. Immagino le mansarde tornare a essere quegli spazi sfiorati la sera e le terrazze, come quella di Agata, con il tempo riempirsi di nuovo di amici. Immagino quella luce estiva che a Parigi è ancora forte alle dieci di sera. Poi penso a qualcuno che rientra in bicicletta, percorrendo la Senna e Sara o un’altra ragazza piena di speranza come lei che, affacciata alla finestra, sogna la città che ha davanti agli occhi e la confonde con il mare.

Crediti dell’immagine di copertina: Andres Salvatori

Pubblicato da Carolina Germini

Nata Roma il 24/09/1993. Si laurea in Filosofia alla Sapienza con una tesi su Gilles Deleuze lettore di Proust. Durante l'Università fa due esperienze Erasmus presso École normale supérieure di Parigi, dove si trasferisce dopo la laurea e dove insegna Filosofia ai bambini. Collabora e scrive regolarmente per diverse testate e riviste e ha da poco fondato Tre Sequenze.

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