Natalia Ginzburg. “La città e la casa”: il racconto di un’assenza

Nella piccola casa dove sono cresciuta, c’era una libreria che occupava tutto il muro del soggiorno e che a me sembrava immensa. Forse un ospite di passaggio non avrebbe potuto indovinarlo, ma era divisa in due sezioni: a sinistra i libri di mio padre e a destra quelli di mia madre. C’erano dei doppioni qua e là, ma a uno sguardo attento si aprivano due mondi molto diversi.

Nella parte di libreria di mio padre si susseguivano in modo ordinato libri storici, romanzi di spionaggio, gialli, libri di inchiesta. Erano tutti molto grandi e disposti in modo ordinato. Quella di mia madre invece era molto più caotica, vi erano accatastati libri molto più esili, uno sopra all’altro, disubbidienti. Letteratura francese soprattutto, alcuni saggi di psicologia, volumi di poesia. Sugli ultimi scaffali, alcune partiture per pianoforte. 

Di certo tutti quei volumi erano stati letti da entrambi i miei genitori, tuttavia rimaneva forte una distinzione: i libri di mio padre da una parte, quelli di mia madre dall’altra.

Con il passare degli anni ho esplorato entrambe le librerie ed è capitato che mi affezionassi tanto a dei libri da spostarli dalla libreria dei miei genitori alla mia: libri troppo importanti per lasciarli tornare alla loro postazione iniziale.

Della libreria dei miei non mi piaceva tutto. Tra i libri di mia madre che per lungo tempo non ho avuto interesse a leggere, ci sono stati quelli di Natalia Ginzburg. Ne diffidavo per i motivi più sbagliati: erano tutti uguali, ugualmente brevi, ugualmente ingialliti di un giallo squallido, tutti edizione Einaudi rigida, senza copertina. Non avevano un’identità. È stato necessario che ci incappassi quasi per sbaglio, in una giornata di sole che mi aveva lasciato senza altro da fare, per scoprire quanto mi fossi sbagliata

Le parole di Natalia Ginzburg sono pennellate brevi e decise. Sembrano raccontare una storia semplice e comune, ma quando si chiude l’ultima pagina ci si rende conto di aver scorto un decennio, una nazione, un universo.

È così che accade con La città e la casa, romanzo epistolare pubblicato nel 1984 e che racconta la storia comune di gente normale. I protagonisti vivono amori e passioni banali, commettono errori troppo semplici per poter essere apprezzati. Sono personaggi ordinari con nomi un po’ antiquati: Alberico, Ferruccio, Albina, Adelmo.

La città e la casa è, prima di tutto, la storia di Giuseppe, un uomo che ha ormai superato la cinquantina e che si trasferisce in America da suo fratello perché, a suo dire, non ha niente che lo leghi a Roma. Ha un figlio ventenne, ma suo figlio non gli piace. Ha una casa, ma la vende in gran fretta, senza pensarci troppo. Ha degli amici, ma i suoi amici non sono abbastanza per trattenerlo. Ha una vecchia fiamma, Lucrezia, ma quello non era vero amore. E allora parte per l’America, dove lo aspetta Ferruccio, suo fratello maggiore. Parte convinto che al suo fianco si sentirà di nuovo bene e potrà finalmente scrivere il romanzo che ha sempre voluto scrivere. Parte per trovare se stesso ma finisce per vivere la vita del fratello, il quale muore pochi mesi dopo che Giuseppe si è stanziato in America. Si sposa con la vedova di Ferruccio, lavora dove lavorava il fratello e vive in quella che era stata casa di Ferruccio. 

A niente servono le preghiere degli amici che gli scrivono di tornare a casa. Giuseppe non tornerà mai, come se tornare significasse fallire. Eppure già prima di partire sapeva bene che Princeton non sarebbe mai stata né la sua città né la sua casa:

Cammino molto per Roma. Ieri ho preso l’autobus e sono andato in piazza San Silvestro. Non è una gran cosa, piazza San Silvestro […]. Però l’ho salutata a lungo e amorosamente. In America ci saranno altre piazze, con turisti, mendicanti e sirene. Ma a me saranno indifferenti, perché non è che uno nella vita può fare sue troppe cose. Ad un certo punto della vita, tutto quello su cui posiamo gli occhi per la prima volta ci è estraneo. Lo guardiamo da turisti, con interesse ma freddamente. Appartiene agli altri.

Roma, Giuseppe l’ha salutata. Sarà sempre la sua città, ma non è più casa sua. La dicotomia casa/città è il perno di questo breve e intenso romanzo. Se Roma è senza dubbio la “città” del titolo del libro, non è così facile individuare la “casa”. 

Nelle prime pagine, quando ancora tutto è immobile, la funzione profonda di casa è svolta dalle Margherite, il grande casale di campagna di Monte Fermo dove vivono Lucrezia, Piero e i loro figli e attorno a cui ruotano tutti gli amici di Giuseppe. Attraverso le lettere che il gruppo di amici si invia per aggiornarsi, si scopre che l’immobilità è finita: Lucrezia e Piero hanno divorziato perché Lucrezia si è innamorata di Ignazio Fegiz e di lui è incinta; tuttavia la passione di Ignazio termina presto e Lucrezia si trova costretta a vivere a casa di Roberta, mentre la casa delle Margherite viene venduta. 

Alberico, il figlio di Giuseppe, ha invece riconosciuto come sua figlia la bambina della sua amica Nadia e si è trasferito con lei nel palazzo dove vive anche Egisto, a piazza San Cosimato. Ad un tratto sembra che la funzione di casa possa essere svolta proprio da questo palazzo attorno a cui orbitano Roberta, Lucrezia, Ignazio, Albina, ma in un attimo anche questa possibilità scompare, perché scompaiono le persone che la facevano vivere: Nadia muore in una rissa e Alberico accetta di cedere il ruolo di tutore della bambina ai ricchi genitori di Nadia. 

C’è un terzo tentativo di “fare casa”, ma anche questo fallisce bruscamente: proprio mentre Alberico sta tentando di  ricomprare la casa che suo padre Giuseppe aveva venduto prima di andare in America, muore anche lui. In una delle ultime lettere, Egisto scrive ad Albina: “Peccato che tutti quei soldi che aveva Alberico, vadano a una persona che non ne ha nessun bisogno, con tanta gente che fa la miseria”. Mentre tutti i possedimenti di Alberico vanno in eredità alla bambina di Nadia, il gruppo di amici vede sbiadire anche questa nuova possibilità di sentirsi a casa.

Non le Margherite, non la casa di Piazza San Cosimato, non la vecchia casa di Giuseppe. Qual è la casa a cui si riferisce Natalia Ginzburg nel titolo La città e la casa? Questa domanda rivela la meravigliosa complessità del libro. A renderlo complesso non è la quantità di eventi che accade o i molti personaggi che ne prendono parte. È un libro difficile perché tutto ciò che accade non sembra richiedere alcuno sforzo da parte del lettore. 

È una scrittura pulita ed essenziale, quella che racconta i mutamenti di vita di queste persone. Muore il fratello di Giuseppe, muore Nadia, muore Alberico, muore la moglie americana di Giuseppe, muore il bambino neonato di Lucrezia, ma le morti non straziano né i personaggi né il lettore, gli accadimenti rimangono all’esterno, sulla superficie della pelle. Sono tutti solo spettatori delle vite altrui, nessuno vive il dolore completamente. Non c’è pathos, solo una lenta e inarrestabile rassegnazione perfettamente descritta da lettere che rimangono sulla superficie degli eventi, perché solo la superficie può davvero spiegare un’ assenza. 

È la casa la grande assente di questo libro: una casa si costruisce con costanza ed amore, mentre questi personaggi sono individui solitari dalla prima all’ultima pagina. Lucrezia e Giuseppe hanno avuto una storia alle spalle di Piero, Giuseppe ha scritto un libro che nessuno ha mai avuto il tempo di leggere, Alberico ha prodotto un film che nessuno ha apprezzato; quando Serena realizza finalmente il sogno di recitare nella Mirra, i suoi amici non fanno che sminuirla. Sono persone che si sono incontrate, hanno camminato accanto e talvolta hanno finito per amarsi, ma non sono state in grado di farsi carico del peso dell’altro. Quale casa può esserci con queste premesse?

La città è senza dubbio Roma, la casa invece, non c’è più. 

All’apparenza, La città e la casa è una lettura semplice e piatta. In realtà, è un romanzo articolato, vasto e necessario. A questo punto sarà chiaro che La città e la casa è migrato dalla libreria di mia madre alla mia. Perché è un romanzo troppo importante perché io lo lasci andare. 

Natalia Ginzburg, La città e la casa, Einaudi

Pubblicato da martacerreti

Nata a Roma nel 1995, si laurea in Filosofia alla Sapienza Università di Roma con una tesi in Filosofia e Letteratura. Nell'ultimo anno è stata borsista all'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e ha viaggiato in Sud-Est Asiatico. Le piace leggere più che scrivere e disegnare più che fotografare.

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