Favolacce: l’isola che non c’è

In tutte le isole del mondo ci sono spiagge da cui gli abitanti osservano passare le imbarcazioni, desiderando navigare con quegli sconosciuti, sognando di andare dove vanno loro, qualsiasi sia la direzione. L’importante è mettersi in mare. La pensa così anche Ismaele, il protagonista del capolavoro di Melville, Moby Dick. Ogni volta che si fa scovare dalla  malinconia e  il malumore lo aggredisce, comincia a navigare. Lo definisce il surrogato della pistola e della pallottola. 

Non tutti però possono lasciare la terraferma né tantomeno l’isola. C’è chi allora si dispera e continua a lanciare segnali alle navi che si allontanano e chi, invece, preferisce esplorare la terraferma, lasciandosi ammaliare dalla natura. Pensando a Favolacce, l’ultimo film dei fratelli D’Innocenzo, con cui si sono aggiudicati al Festival di Berlino di quest’anno l’Orso d’argento per la migliore sceneggiatura, l’immagine dell’isola torna alla mente con sempre più insistenza, come se fosse la metafora più adatta a spiegare i diversi temi affrontati in questo film.

In queste favole selvagge, prima isola è la famiglia. Universo separato dal mondo, è questo il luogo dove si consumano le atmosfere anguste e la realtà disarmante di un quartiere poco gentile con i propri bambini. I piccoli sventurati che popolano questi desolati set sono intrappolati nei deserti in mare aperto, isolati dal resto. Nella gabbia di famiglia, a farla da padrone è la forza del possesso, che permette alle madri e ai padri di essere autentici signori delle loro miserevoli sorti. Nel dominio sui propri figli inermi, i genitori trovano l’unico conforto allo squallore della volgarità e della pochezza della periferia di Roma, della quale loro sono i rappresentanti più tragici: costretti alla violenza come sfogo e palliativo della loro pervasiva meschinità.

Far leggere la pagella ai propri figli, intrappolati tra scarsa voglia, imbarazzo e terrore, davanti ad amici di famiglia, rappresenta solo uno dei tanti modi per mettere in mostra il raccolto della propria isola, di fronte alle sponde falsamente ammirate dell’altra. I proprietari si scambiano favori di circostanza nel tentativo di impressionarsi a vicenda, nel loro mondo di dentro che si mostra a quello dell’altro, di fuori. 

Seconda isola, che contiene la prima e la stringe a sé in una morsa, è Spinaceto, quartiere di Roma a Sud del Grande Raccordo Anulare, a pochi km dall’Eur. Non lontano dal mare di Ostia ma neppure abbastanza vicino. La sua assenza risuona con forza. Se solo si vedesse il mare, oltre quella fila di villette a schiera, forse non tutto ma qualcosa sarebbe diverso. Lo dimostra quella piscina gonfiabile in giardino, che per i bambini rappresenta una gioia e un divertimento immenso mentre per il padre, che sogna in grande, è solamente la prova del suo fallimento. La periferia di Spinaceto non offre ai suoi abitanti nessuna speranza di riscatto. Solamente il maestro delle elementari ha il potere di mostrare un’altra via, di raccontare il mondo in modo diverso. 

Tutto il film è attraversato dall’ansia dell’interiorità che viene messa in evidenza dai registi come un nucleo-isola. Si noti come viene inquadrata la famiglia di Elio Germano durante la grigliata in giardino. Il tavolo su cui siedono è ripreso in campo lungo da una ventina di metri di distanza. Vediamo la scena in notturna da una distanza notevole, una postazione esterna che sottolinea la violenza che avviene lì dentro, quando persino salvare il figlio dal soffocamento diventa espressione di brutalità. Quando a Dennis va il boccone di traverso, su ansioso sollecito della moglie il padre lo solleva a testa in giù, visibilmente irritato.

Scuotere quel corpicino sembra avergli fatto più male dell’incidente stesso. Né lui né la sorella parlano mai, e la scena è lasciata al padre con le sue grinfie invasive. Si stacca sulla stessa sequenza, e stavolta l’inquadratura remota è dal lato lungo del tavolo, con un cambio che riflette un cedimento del potere finora esercitato: il padre scoppia in un pianto. Dopo essersi inginocchiato davanti alla moglie che lo consola, si rialza e fa tornare il quadro alla ripresa di prima: adesso torna ad essere imperioso e sottrae la carne appena iniziata agli altri tre, seccato perché «neanche una cazzo di grigliata in santa pace si può fare». Il tutto prima che la madre, tacitamente disperata, dica al figlio che non si è ancora ripreso: «Hai visto che hai fatto? Hai fatto piange a papà». Abbiamo appena assistito a un rimbalzo dal potere alla caduta fino alla vendetta, con il passaggio tra due inquadrature e il ritorno alla prima. 

Perché i fratelli non hanno vinto l’Orso alla regia? Altri esempi dell’isola come gabbia si hanno in seguito nel film, e tutti in relazione alle bambine chiuse in macchina: Alessia prima, la neonata di Vilma poi. Davanti a un padre che picchia il fratello o ai genitori che se ne stanno in disparte per i fatti loro, entrambe strillano in macchina, e lo spettatore che sta oltre i vetri alzati sente delle urla appena un’eco soffocata. 

Isola senza mare, Spinaceto si presenta come il rovesciamento de “L’ Isola che non c’è”. A differenza di quella di Peter Pan, questa esiste ma non offre nessuno spazio all’immaginazione. Se ne “L’isola che non c’è” si va per scappare dagli adulti qui non c’è via di fuga possibile. Qui i bambini non riescono neppure  a conquistare la libertà di vivere l’innocenza dei propri anni. Sono subito spinti verso gli aspetti più feroci dell’esistenza. Stupiti e storditi dalla volgarità e dai gesti inattesi degli adulti, trovano insieme l’unico antidoto possibile per trasformare le Favolacce in Favole.

Questo articolo è un esperimento: il risultato di una riflessione comune e l’incontro tra due sguardi diversi, quello di Tommaso Cavani e di Carolina Germini.

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