Di Londra si dice

Londra è una città di cui si dice. Impersonalità e individualità caratterizzano anche il giudizio che i più hanno di lei. Un giorno qualcuno mi fece notare che il termine città gode di una fortuna dettata dalla lingua italiana, poiché è una parola che vale tanto al singolare quanto al plurale. Per comodità e forse per abitudine parlerò di Londra come si parla di una grande signora.  

Di Londra, dicevo, si dice. Confesso che dire, nei suoi riguardi, non è affatto semplice. Si è portati ad esprimere un parere immediato non appena si è travolti da quel vortice che ci risucchia già all’uscita del gate di Stansted. Presto si rimpiange però di aver osato parlarne così presto. La frenesia che la domina smorza i pensieri e i sensi di colpa, come anche ogni piccolo accenno alla riflessione: non c’è tempo. Così le strade a senso alterno, gli autobus che sono palazzi, le biciclette che sono motociclette, le birre tracannate in fretta per goderne ancora prima che cali la sera, gli incontri che piovono come fossero coriandoli in un giorno di carnevale, ci travolgono. 

Residenza dell’autrice a Londra.
Foto di Marco Salamina

È così che si diventa un cittadino di Londra. I coriandoli però, il giorno dopo la festa, altro non sono che depositi ai bordi delle strade che attendono solo di decomporsi fino a diventare parte dell’asfalto. Così gli incontri che riempiono le giornate a Londra sono difficilmente classificabili. Ma il tempo per riflettere sul valore delle amicizie, a Londra, non c’è. Non  resta che aspettare e vedere come lui, il tempo, posizionerà le carte.  In attesa che questo avvenga, Londra offre un dono che non ho vissuto in altre città: la solitudine. È il più fortunato degli incontri che si possano avere in questa città. È lei a farci compagnia nelle cene a coperto unico, nelle sale del cinema mezze vuote, nelle corse notturne degli N23, nelle camminate sotto la pioggia. È lei che incontriamo quando pensiamo sia notte fonda ma in realtà è da poco scattata la mezzanotte, correndo per sfuggire alle volpi.  La questione del tempo e delle ore a Londra è particolare. Qui il tempo passa con realtà. Ho  imparato a conoscere la vera durata di un’ora. È lento e tangibile, ma, non appena lo si ha catturato, il  tempo scivola via.

Foto di Marco Salamina

L’abitudine inglese, a dir poco magnifica, di godere con intensità di tutte le ore del giorno  per poter avere poi anche il tempo, dopo il lavoro, dopo la baldoria, dopo le birre, di poter dormire, è una lezione che noi italiani dovremmo imparare per abbandonare le mode di feste che nascono all’alba di un  nuovo giorno e ci lasciano in coma per i due giorni che ne seguono. Il modo di vivere e trascorrere il tempo a Londra, da questo punto di vista, è un privilegio. È come se il giorno volesse trattenerci a sé, consumarci, sapendo che le lunghe ore della notte ci rigenereranno. In fondo, credo che il tempo a Londra speri solo di lasciarci riposati per i suoni delle ambulanze che la mattina hanno la  stessa funzione dei minareti. Credetemi, le ambulanze londinesi non sono come le altre ambulanze. Il loro suono che si avvia soffuso, raggiunge il suo punto più acuto senza un crescendo; ci arriva e basta. Entra dentro gli scadenti infissi delle case della città, fa vibrare le tavole di finto parquet messo a coprire una  lurida moquette senza che quest’ultima però sparisca, lei è lì, negli angoli, e, una volta fatta vibrare anche ogni parte del timpano umano, il suono dell’ambulanza si deposita nel nostro cervello. Capirete bene che, se il tempo del giorno non avesse concesso alla notte un potere su di noi, questo risveglio non sarebbe poi così facile da gestire.  

Foto di Marco Salamina

Di ancor meno facile gestione sono la salita e discesa sui piani alti degli autobus palazzo. Pensati per contenere quanti più passeggeri possibile, è innegabile che i rossi bus londinesi siano un’attrazione turistica non irrilevante. I passeggeri possono godere della vista della città pur restando comodi nei loro sedili di velluto infeltriti dall’umido della pioggia dopo aver pagato un biglietto che tutto può essere definito fuorché economico. Forse però ne vale la pena. L’abitudine, come sempre, arriva in nostro soccorso con puntualità. Dopo poche settimane spese a bordo dei rossi bus londinesi non ci resta che accettare una lezione: mai  sostare sulle scale per i piani alti mentre l’autista è in azione; mai salire ai piani alti quando il bus è in  movimento. I miei ricordi di tonfi su quelle strette scale di plastica si sovrappongono a quelli di zaini che ho visto precipitare e si uniscono a ricordi di urla di passeggeri che cercano di aggrapparsi ai maniglioni gialli pur di non scivolare o tentano di avvertire qualche altro passeggero che l’autista sta per  frenare e conviene che loro “hold on”, si tengano saldi. Il piacere poi si moltiplica se, come è accaduto a me, qualcuno decidesse di usare i rossi bus londinesi come principale mezzo di trasporto durante un trasloco.  

Foto di Marco Salamina

I mezzi di trasporto a Londra somigliano all’umidità per il senso di disagio interiore che arrecano al corpo umano; eppure sono rifugi in cui ci precipitiamo o in cui ci piace essere se è lì che dobbiamo andare. Mai uguali a loro stessi i trasporti pubblici  londinesi sono un’ampia categoria. L’infernale tube talmente sotto terra da essere appunto quasi vicina all’inferno dantesco è un’alcova di topolini e di cup di Starbucks lasciate fra il corrimano e il muro. I lunghi tunnel che collegano i livelli sottoterra sono piste da corsa; raro incontrare qualcuno che effettivamente li percorra con calma. Entrati poi negli abitacoli del treno, dopo aver, almeno per noi giraffe, abbassato adeguatamente la testa e averla incassata alle spalle, si apre ai nostri occhi una delle scene che più porterò nel cuore: sguardi. La tube londinese è infatti famosa per essere priva di segnale internet. Per cui, a differenza di ogni altro mezzo pubblico, sulla tube è possibile incrociare i più svariati  sguardi: c’è chi è intento in una veloce lettura da viaggio che alza gli occhi per controllare la fermata; c’è chi preso da un cruciverba viene distratto dal suono del “please mind the gap” decide di rinunciare e si  abbandona a un pensiero fissando lo sconosciuto davanti a sé; c’è chi approfitta di quei lunghi tragitti  sotterranei per riposare e lasciarsi andare ciondolando il capo a tal punto da invadere lo spazio personale del proprio vicino. Nel suo movimento il treno non è silenzioso, tutt’altro. Ma questa raccolta di vicende di sguardi e la possibilità di poterli notare e incrociare, perché siamo, per un brevissimo tempo, staccati dai nostri smartphone, catapultano il rumore della tube in un piacevole silenzio ovattato. Durerà poco, non appena le porte si aprono e scendiamo, la guerra a chi corre di più per tornare in superficie, ricomincia.  

Foto di Marco Salamina

Quasi dimenticavo di aver omesso, in questa frivola descrizione, di includere la famosa pioggia londinese. Chissà che in fondo la nostra grande signora non abbia vinto gli stereotipi di impersonalità e individualità e sia riuscita effettivamente ad entrare nel cuore umano, rendendosi ricordo grazie ai colori delle sue diverse personalità e non grazie al colore del suo cielo. 

Pubblicato da ilariapalmieri

Ilaria Palmieri nasce a Roma nel 1994. Laureata in Design di Interni al Politecnico di Milano, ha poi studiato presso il Royal College of Art di Londra. Ha accumulato collaborazioni con noti studi di architettura milanesi, fra i quali Mario Bellini e Andrea Caputo. La sua curiosità l’ha sempre spinta a prendere parte in concorsi durante i suoi studi, portandola a vincere nel 2017 il primo premio per Framestore’s contest ( animazione e effetti visivi) a Londra, e ad essere finalista per un concorso per Ikea. Nel dicembre del 2019 ha co-fondato Substrata, collettivo interdisciplinare di architettura e design.

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