«Il mondo è l’India». Un viaggio di Pier Paolo Pasolini

È il 1961 quando Pier Paolo Pasolini si reca per la prima volta in India; è in compagnia di Alberto Moravia ed Elsa Morante. La Porta dell’India è una visione degna de Le mille e una notte per il viaggiatore inesperto: un penoso stato di eccitazione e una enorme folla vestita di asciugamani accolgono Pasolini all’arrivo a Bombay. Il soggiorno indiano diviene una esibizione di intrepidezza: il desiderio di avventurarsi nella notte indiana è una speranza – un inno alla curiosità: la possibilità di perdersi nelle dolcezze altrui, nella notte altrui. È da questa irrequietezza che nasce L’odore dell’India: un groviglio di appunti – frammenti di emozioni, frammenti di sensazioni che non possono essere taciute. 

L’odore dell’India ha inizio al Taj Mahal: «È quasi mezzanotte, al Taj Mahal c’è l’aria di un mercato che chiude […] Sono le prime ore della mia presenza in India, e io non so domare la bestia assetata chiusa dentro di me, come in una gabbia. Persuado Moravia a fare almeno due passi fuori dall’albergo, e respirare un po’ d’aria della prima notte indiana». Il mare, le automobili, i mendicanti sono l’anima della notte indiana – sono loro le luci e le ombre della notte a Bombay: «Sono tutti dei mendicanti, o di quelle persone che vivono ai margini di un grande albergo, esperti della sua vita meccanica e segreta: hanno uno straccio bianco che gli avvolge i fianchi, un altro straccio sulle spalle, e, qualcuno, uno straccio intorno al capo: sono quasi tutti neri di pelle, come negri, alcuni nerissimi. C’è un gruppo sotto i portichetti del Taj Mahal, verso il mare, giovanotti e ragazzini: uno di essi è mutilato, con le membra come corrose, e sta disteso avvolto nei suoi stracci, come, anziché davanti a un albergo, fosse davanti a una chiesa. Gli altri attendono silenziosi, pronti. Non capisco ancora qual è la loro mansione, la loro speranza. Li sbircio appena, chiacchierando con Moravia, che è già stato qui ventiquattro anni fa».

Lo sguardo di Pasolini è rapito dai mendicanti che abitano le vie notturne dell’India, dolcemente addormentati ai margini delle vie: «Esseri favolosi, senza radici, senza senso, colmi di significati dubbi e inquietanti, dotati di un fascino potente». «Ci sogguardano, me e Moravia, lasciandoci perdere: il loro occhio inespressivo non deve vedere in noi niente di promettente. Anzi, quasi si chiudono in se stessi camminando stancamente».

La notte indiana è animata da canti e riti, cerimoniali silenziosi – lieti momenti di estasi tra i monumenti secolari: «Ma, dentro, nella penombra dell’arco, si sente un canto: sono due, tre voci che cantano insieme, forti, continue, infervorate. Il tono, il significato, la semplicità sono quelli di un qualsiasi canto di giovani che si può ascoltare in Italia o in Europa: ma questi sono indiani, la melodia è indiana. Sembra la prima volta che qualcuno canti al mondo. Per me: che sento la vita di un altro continente come un’altra vita, senza relazioni con quella che io conosco, quasi autonoma, con sue leggi interne, vergini. Mi pare che ascoltare quel canto di ragazzi di Bombay, sotto la Porta dell’India, rivesta un significato inafferrabile e complice: una rivelazione, una conversazione della vita».

La scrittura di Pasolini ha il ritmo di una preghiera, è una scrittura mai artificiosa: Pasolini è, con le mani giunte, complice della vita dell’altro – una vera sentinella in ascolto: «E le vacche per le strade: che andavano mescolate alla folla, che si accovacciavano tra gli accovacciati, che deambulavano coi deambulanti, che sostavano tra i sostanti: povere vacche dal mantello diventato di fango, magre in modo osceno, alcune piccole come cani, divorate dai digiuni, con l’occhio eternamente attratto da oggetti destinati a un’eterna delusione. Era quasi notte, ed esse si accovacciavano ai bivi, sotto qualche semaforo, davanti ai portoni di qualche disordinato edificio pubblico, mucchi neri e grigi di fame e smarrimento».

La vita indiana è descritta con parole nude e crude, rendendo nitido e cocente ciò che viene descritto: ci troviamo di fronte alla verità immediata dell’occhio. La povertà della vita in India è rappresentata con la semplicità che sempre accompagna la stessa povertà: «Questa enorme folla vestita praticamente di asciugamani spirava un senso di miseria, di indigenza indicibile, pareva che tutti fossero appena scampati a un terremoto e, felici per esserne sopravvissuti, si accontentassero dei pochi stracci con cui erano fuggiti dai miserandi letti distrutti, dalle infime catapecchie. Ora eccoli là, due di questi scampati, che cantano insieme sotto la Porta dell’India, aspettando l’ora del sonno, nella calda notte estiva».

Le sensazioni di Pasolini si mescolano con l’autenticità delle immagini, restituendo al lettore suoni e colori, profumi di una terra lontana e, al contempo, così vicina: «Quasi tutte le case, cadenti, hanno davanti un piccolo portico: e qui… mi trovo davanti a uno dei fatti più impressionanti dell’India. Tutti i portici, tutti i marciapiedi rigurgitano di dormienti. Sono distesi per terra, contro le colonne, contro i muri, contro gli stipiti delle porte. I loro stracci li avvolgono completamente, incerati di sporcizia. Il loro sonno è così fondo che sembrano dei morti avvolti in sudari strappati e fetidi. Sono giovani, ragazzi, vecchi e donne coi loro bambini. Dormono raggomitolati o supini, a centinaia. Qualcuno è ancora sveglio, specialmente dei ragazzi: sostano ad aggirarsi o parlare piano seduti alla porta di qualche negozio chiuso, sugli scalini di qualche casa. Qualcuno si sta sdraiando in quel momento, e si avvolge nel suo lenzuolo, coprendosi la testa. Tutta la strada è piena del loro silenzio: e il loro silenzio è simile alla morte, ma a una morte, a sua volta, dolce come il sonno».

Le descrizioni pasoliniane sono ritmate dalla vita indiana: sono, esse stesse, i suoni, i colori, gli odori dell’India – compongono e scompongono tutto ciò che l’occhio cattura. La vita indiana è descritta nell’immediato, rapito e veloce, tempo dell’istante: l’India descrive se stessa servendosi della penna pasoliniana, e la sua veridicità è autenticamente nota dalle immagini pasoliniane, intense e viscerali – convulse. Pasolini attraversa l’India immergendosi completamente in essa, lasciandosi catturare e incantare: la passeggiata ad Ajanta, il Clark’s Hotel di Banaras, la compagnia di Sardar e Sundar, l’incontro con Revi; ogni momento è vissuto con l’intensità di una rivelazione: ogni accadimento, sia pur il più banale, è rivestito dell’importanza di una scoperta: «Mi piaceva camminare, solo, muto, imparando a conoscere passo per passo quel nuovo mondo, così come avevo conosciuto passo passo, camminando solo, la periferia romana: c’era qualcosa di analogo: soltanto che ora tutto appariva dilatato e sfumante in un fondo incerto», e ancora: «Le cose mi colpivano ancora con violenza inaudita: cariche di interrogativi, e, come dire, di potenza espressiva. I colori dei pepli delle donne, che lì erano perdutamente accesi, senza nessuna delicatezza, verdi che erano azzurri, azzurri che erano viola; l’oro delle conchette per l’acqua, piccole e preziose come scrigni; i mucchi di folla vestita di stracci svolazzanti; i sorrisi nelle facce nere sotto i turbanti bianchi: tutto mi si riverberava nella cornea, imprimendosi con tale violenza da scalfirla».

La conoscenza delle cose avviene attraverso una totale e totalizzante immersione nelle cose stesse: Pasolini attraversa i colori e i suoni, i canti e gli odori come se tutto ciò che vede fosse, per la prima volta, venuto al mondo, come se egli stesso avesse aperto gli occhi per la prima volta. Sono inevitabili alcune analogie, ma esse stesse non hanno come scopo quello di evidenziare delle similitudini piuttosto servono ad evidenziano delle differenze: «Eppure gli indiani si alzano, col sole, rassegnati e, rassegnati, cominciano a darsi da fare: è un girare a vuoto per tutto il giorno, un po’ come si vede a Napoli, ma, qui, con risultati incomparabilmente più miserandi».

L’avventura pasoliniana si situa in un contesto di perenne scoperta, una curiosità che non si esaurisce, un desiderio costante, costantemente rivolto verso il reale, verso tutto ciò che vien visto: tutte le domande restano aperte, tutte le digressioni irrisolte: a comunicare è l’essenza stessa di un colore – i colori dei pepli delle donne, che lì erano perdutamente accesi, senza nessuna delicatezza, verdi che erano azzurri, azzurri che erano viola; l’oro delle conchette per l’acqua, piccole e preziose come scrigni; di un gesto: «Basta guardare come dicono di sì. Anziché annuire come noi alzando e abbassando la testa, la scuotono circa come quando noi diciamo di no: ma la differenza del gesto è tuttavia enorme. Il loro no che significa sì consiste in un far ondeggiare il capo […] teneramente: in un gesto insieme dolce: «Povero me, io dico di sì, ma non so se si può fare», e insieme sbarazzino: «Perché no?», impaurito: «È così difficile», e insieme vezzoso: «Sono tutto per te» […] viste a distanza le masse indiane si fissano nella memoria, con quel gesto di assentimento, e il sorriso infantile e radioso negli occhi che l’accompagna. La loro religione è in quel gesto». 

L’odore dell’India termina con gli appunti manoscritti su carta intestata del Clark’s Hotel di Banaras; sono le otto del mattino del 15 gennaio 1961. Sulla carta del Clark’s Hotel Pasolini scrive: «Di Banares non so altro che il fumo mattutino che si raccoglie tra gli alberi come in conche freschissime di [?], e il grido in bengali di uno che passa per la strada. Si ripete così la vecchia storia: il mondo stupendo, e orrendo e io che lo contemplo, ricco, fin troppo ricco, degli strumenti necessari a registrarlo». Il fumo mattutino che si raccoglie tra gli alberi in conche freschissime di… è quanto resta di Banares, una visione che è una certezza: tra il fumo mattutino, gli alberi e le conche c’è tutta la magia e tutto l’incanto di Banares, dell’India: un odore che rammenta un’esperienza: «La strada scorre infinita. Attimo per attimo c’è un odore, un colore, un senso che è l’India: ogni fatto più insignificante ha un peso d’intollerabile novità».

Pubblicato da Floriana Duraturo

Laurea Triennale e Laurea Magistrale in Filosofia conseguite presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. Laurea Magistrale conseguita con una tesi su Clarice Lispector “La carne e la parola: voci per un dizionario filosofico in Clarice Lispector”. Borsista presso L'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici “Lo Stato dell'Arte dell'Estetica”, “Arte e Letteratura I”.

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