“La città senza cielo”: un romanzo distopico di Jean Malaquais

Se nello schema rinascimentale le perfette geometrie della ‘città ideale’ avrebbero dovuto rispecchiare, a livello spaziale, la natura libera e razionale dell’essere umano, nel romanzo di Malaquais, al contrario, è proprio il paesaggio urbano, disseminato di imponenti edifici dallo stile severo, a inghiottire i suoi abitanti e a privarli progressivamente di un reale orizzonte di senso. Per quanto finora non abbia goduto di troppa fortuna, La città senza cielo è sicuramente uno dei lavori più importanti di Jean Malaquais (1908-1988), scrittore e intellettuale francese di origini polacche. Pubblicata nel 1953, l’opera è stata recentemente riedita, per le edizioni Cliquot, con una nuova traduzione curata da Elisabetta Garieri. 

Proseguendo nel solco della tradizione distopica, quella che ci descrive Malaquais è a tutti gli effetti una città-caserma: corridoi labirintici che si moltiplicano a perdita d’occhio, porte e portoni aggrovigliati in un’infinità di piani, palazzoni che si ergono tetri e minacciosi ai bordi delle strade. La Città, scrive l’autore, «continua a schizzare in alto come una freccia e a bardarsi di parafulmini» e «il cielo ha preso un’altezza tale che, per scorgerne un angolo, bisogna stendersi schiena a terra sul marciapiede e aspettare l’ispirazione». È questa la scena che fa da cornice alle vicende, o sarebbe meglio dire alle vicissitudini, di Pierre Javelin, il protagonista del libro. Una mattina, tornando al suo appartamento, Pierre – che di mestiere fa il piazzista per conto di un fantomatico ‘Istituto nazionale per la Bellezza e l’Estetica’ – scopre non solo che la chiave di casa non gira più nella toppa, ma che sua moglie, insieme a tutta la mobilia, si sono misteriosamente volatilizzati. 

La misura e lo sviluppo grottesco della trama non possono non ricordare le paradossali peripezie di Josef K. Infatti, come l’antieroe kafkiano de Il processo, anche Pierre Javelin è ostaggio inconsapevole di un infernale apparato burocratico. Tutto ha inizio quando Pierre, a cui era stato offerto un aumento di stipendio, sbaglia la firma nell’atto di siglare il nuovo contratto. Da quel momento la situazione precipita: l’adorata moglie Catherine – si è detto – scompare, il loro appartamento viene occupato da una coppia di strani coniugi (il signor Bomba e la signora Kouka), ma, cosa ben peggiore, è la sua stessa identità, misconosciuta, ad andare in frantumi. La svista di Pierre, all’apparenza un errore veniale, è percepita invece come una grave minaccia. Perché l’errore, al livello della Città, non è contemplabile: è sterilizzato sul nascere. E questo, spiega il protagonista, giacché non succede nulla qui «senza che l’intera macchina ne risenta subito gli effetti più diversi e contraddittori. Una catena invisibile lega ognuno a ognuno […] L’unica cosa che manca in questo universo perfettamente racchiuso è una porta di uscita». 

Per Malaquais, in definitiva, la burocrazia sembra essere il frutto di un capriccio diabolico, un’attività dello spirito il cui potere di oppressione – esercitato da un’oscura “armata” di funzionari – agisce e si innerva dappertutto (non a caso, il motto di uno dei tanti Istituti cittadini è: Age quod agis – “Sta attento a ciò che fai”). Il paragone con 1984, capolavoro assoluto di George Orwell, risulta fin troppo scontato. Difatti, l’incubo vissuto da Pierre assume proprio le fattezze di «un occhio enorme» da cui, alla stregua del più celebre “Big Brother”, egli si sente osservato «fin nelle pieghe del cervello». Una società così claustrofobica è destinata, naturalmente, a produrre un conformismo e un’omologazione generali. Ogni angolo, ogni via, ogni piazza della Città è popolato da un’infinità di comparse. Da qualunque parte il cittadino si giri, esso sarà sempre al centro di una folla anonima e, sebbene alcuni continuino con foga a ripiegarsi su stessi, «può esistere un solo destino gregario: quello della Città». L’individuo, considerato in sé stesso, ha ceduto quindi il passo al cittadino: la felicità, chiosa l’autore, «non sta alle persone, sta alla Città». 

Una città tentacolare, fagocitante, tratteggiata da Malaquais per rapidi schizzi. Essa, utilizzando una metafora cinematografica, non viene mai inquadrata in primo piano: resta più sullo sfondo, ma sempre vigile, lasciandoci ascoltare la sua “voce” stentorea. Al fondo di questa condizione universale di paura, regna poi incontrastata l’incomunicabilità, un altro dei temi centrali del libro. Alla Città, del resto, «non interessa tanto ciò che si dice, quanto che non si dica niente. Ciò che le importa è il silenzio». Quando ogni parola è di troppo, o potrebbe venir giudicata tale, anche il linguaggio diventa un luogo di costrizione. Non vi è più possibilità autentica di scambio, di relazione, di condivisione con l’altro.

In sintesi, come ha osservato il sociologo Manuel Castells, è quando «la burocrazia ignora gli abitanti», e ha la meglio sulla cultura, che «può annientare la funzione dei sistemi comunicativi pluridimensionali propria della città». 

Di fronte a questo drammatico scenario, Pierre inizia pian piano ad afferrare la logica che regola l’assurda realtà in cui vive, mettendo in atto una forma più o meno cosciente di disobbedienza civile. Rispetto alla rigida censura praticata dalla Città, egli continua a scrivere e distribuire poesie, attività ovviamente vietate per legge. E se un cittadino è recalcitrante a spogliarsi dei suoi “panni sporchi”, noi, dice al protagonista il gelido funzionario Babitch, «glieli strappiamo di dosso insieme alla pelle». Tuttavia, posto di fronte alla domanda se “rifiutasse” o meno la Città, Pierre gli risponde pacato: «Lei me l’ha detto: ovunque ci si rigiri, la Città sta sempre di fronte; allora io ho capito, e lo devo a lei, signor Babitch, che la fuga è un inganno, una forma sottile di “appartenenza”. E io ormai mi rifiuto di appartenere. Mi oppongo, certo, ma finalmente con lucidità: non negare la Città, ma negarmi alla Città». Ecco, condensato in queste poche righe. il tragico percorso di Pierre e della sua, nonostante tutto, tenace resistenza all’ordine costituito. 

Leggendo il romanzo ci si rende immediatamente conto di quanto la Città di cui parla Malaquais assomigli, per molti aspetti, a ciò che sono diventate le città di oggi: un arcipelago di megalopoli il cui sviluppo tecnologico, sommato alla crescita abnorme dell’agglomerato urbano, hanno condotto in larga parte all’isolamento dei singoli. Ma Malaquais non ci offre solo degli spunti utili per comprendere meglio il presente. Egli – e in questo sta la profonda attualità del suo romanzo – sembra esortarci a restare in guardia rispetto alle nuove, possibili derive autoritarie connesse alla rivoluzione tecnologica. Perché se è vero che le città del futuro, le cosiddette smart cities, fanno riferimento a una città resa efficiente dall’utilizzo di soluzioni tecniche integrate tra loro, ciò comporta anche numerosi pericoli. Grazie alla rete, infatti, le smart cities saranno in grado di produrre e analizzare, sulla base di sofisticati algoritmi, un quantitativo sterminato di dati. E questa grande concentrazione di informazioni potrebbe mettere seriamente a rischio la tutela sia della nostra privacy che delle nostre libertà fondamentali (si pensi al Social Credit System cinese). La connettività diffusa registrerà ogni nostro movimento, arrivando persino a prevederli, e l’occhio di un Grande Fratello 2.0, benché invisibile, sarà in agguato ad ogni angolo della città.

Ancora non sappiamo se il cielo sulle città del futuro avrà la forma di uno spicchio spento e vuoto che ci fissa dall’alto; ma quello che dobbiamo ad ogni costo evitare, ammoniva il filosofo Paul Virilio, è che la «Cosmopolis» di ieri possa trasformarsi, definitivamente, in una grigia e totalitaria «Claustropolis» simile in tutto alla Città di Malaquais.  

Jean Malaquais, La città senza cielo, 288 pagine,‎ 20€

Pubblicato da Francesco Romano Fraioli

Nato e cresciuto a Roma, ha conseguito sia la laurea triennale che quella magistrale in filosofia, presso l’Università “La Sapienza”. Membro del Comitato di redazione della "Rivista di Politica", ha concentrato i suoi interessi di ricerca sul concetto di utopia nell’era digitale. Appassionato da sempre anche di letteratura, è fermamente convinto, come sosteneva il suo amato Flaiano, che sia il libro «l’unico oggetto inanimato che possa avere sogni».

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