La Goutte-d’Or: perdersi nella Parigi multietnica

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Il perimetro del quartiere della Goutte-d’Or, nel diciottesimo arrondissement di Parigi, forma un rettangolo perfetto. L’imponente Boulevard de Barbès in stile haussmaniano a ovest e i binari della Gare du Nord a est ne costituiscono le altezze. Le basi: a nord la grande Rue Ordener, a sud il Boulevard de la Chapelle, sovrastato dal metrò sopraelevato.

Il nome del quartiere (letteralmente la “goccia d’oro”) deriva da una varietà di vino bianco prodotto in epoca medievale nei vigneti che si estendevano in quest’area. Incastonato nella cornice della Rue de Chartres, si vede in lontananza il Sacré Coeur. Ma se a pochi passi campeggia maestosa la collina di Montmartre, mecca di tutti i turisti, non esiste a Parigi posto meno battuto da visitatori e parigini di questo. Quartiere popolare con un’altissima concentrazione di residenti nord-africani e subsahariani, classificato (non sempre a ragione) come “zona urbana sensibile”, la Goutte-d’Or è da sempre considerata il cuore africano della città.

Ci torno un martedì mattina di giugno e sebbene siamo in piena era post-Covid e in giro ci sia meno gente del solito, l’atmosfera è scoppiettante come la ricordavo. All’uscita del metrò Chatêau Rouge alcune ragazze distribuiscono i volantini dei loro saloni di bellezza, i negozi di frutta e verdura si animano di avventori, i venditori mercanteggiano con i clienti, le strade sono già concitatissime e rumorose. 

Svoltando l’angolo con la Rue de Suez, la vista si apre sul celebre mercato all’aperto Dejean, con i suoi banchi di prodotti africani e di frutta esotica. È qui che gli abitanti del quartiere si recano dal martedì al sabato per trovare gli ingredienti, difficilmente reperibili altrove, necessari a cucinare i piatti della tradizione. Il Dejean è un autentico scrigno di tesori rari: dal bissap, il succo di fiori di hibiscus diffuso in tutta l’Africa, all’igname, tubero simile alla patata, dal gombo alla manioca, dalle erbe fresche alle patate dolci. 

Fuori dalla pescheria Dejean due pescivendoli dialogano placidi tra di loro mentre un terzo serve una signora piena di buste della spesa, il marciapiede è un ruscello d’acqua che sa di mare. 

Più avanti, le casse di platani (le “bananes plantains”) traboccano dalle vetrine dei negozi, i sacchi di riso venduto al chilo sono impilati per terra o addossati sui marciapiedi, cartelli colorati scritti a mano segnalano sconti e promozioni di ogni tipo. 

Le epicéries del quartiere sono fortemente caratterizzate dal punto di vista etnico e specializzate nella vendita di prodotti propri alle diverse tradizioni culinarie. D’altra parte non potrebbe essere altrimenti in un quartiere in cui convivono più di trenta comunità diverse e si parlano più di quaranta tra lingue e dialetti d’Africa. Nelle Rues Doudeauville, Poulet, Mhyra, si trovano drogherie togolesi e maliane, alimentari senegalesi e congolesi, traiteurs camerunesi e nigeriani. In Rue des Poissoniers l’Haïti Market ci riporta al passato coloniale francese. Le insegne delle attività commerciali rievocano Suez, Abidjan, Bamako, Lomé. La pasticceria El Andalousia, piccola fortezza magrebina fuori da Barbès, sprigiona i profumi di Algeri. La geografia interna del quartiere e delle sua economia restituisce un’idea delle ondate migratorie che si sono succedute in quest’area della città: gli algerini negli anni Venti, tunisini e marocchini negli anni Cinquanta, maliani, senegalesi e caraibici negli anni Sessanta, e poi ghanesi e srilankesi in epoca recente.

La Goutte-d’Or è un autentico crocevia di migrazioni, un luogo dall’identità etnica variegatissima, il cui denominatore comune è il passato diasporico.

Mentre il mercato volge al termine, le strade si svuotano e la calca si allenta. Il sole batte fortissimo e fa brillare i vestiti sgargianti e i copricapo delle donne e degli uomini del quartiere. Risalendo verso nord, in direzione della Rue Marcadet, mi imbatto nelle vetrine delle sartorie africane traboccanti di stoffe multicolori che, in questo periodo di post-pandemia, espongono mascherine dalle fantasie vivaci cucite artigianalmente. Nella stessa via ritrovo il negozietto di musica e cinema africano (l’interno schermato da decine di copertine di album e DVD attaccate ai vetri), i parrucchieri afro, le profumerie e i saloni di bellezza a buon mercato, le macellerie ḥalāl.

I venditori “à la sauvette”, principi del mercato nero di contrabbando e sempre impegnati con la polizia in rocambolesche operazioni da guardie e ladri, sono oggi stranamente assenti. Poco più avanti, un negozio di dischi “bobò” (abbreviativo del francese “bohémien-bourgeois”, quello che altrove chiameremmo “hipster”) ha aperto i battenti da un paio di anni. Eppure il quartiere resta autentico e estraneo a qualsiasi forma di imborghesimento. Zadie Smith lo definirebbe probabilmente “ingentrificabile”. E mentre riprendo la metro per tornare a casa, dall’altra parte di Parigi e dall’altro lato della Senna, penso che la bellezza di questo rettangolo d’Africa sia proprio questa: un posto che ribolle di creatività e contaminazioni, in cui la ricchezza della mescolanza sfida il tempo e lo mantiene autentico.

Pubblicato da aidamarrella

Aida Marrella si è specializzata in lingua e letteratura inglese all’Università di Roma Tre. Dopo un Erasmus all’Università Paris 7-Denis Diderot, si è innamorata di Parigi e si è trasferita nel 2015. Qui insegna, scrive e traduce.

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