Fame

Aveva chiuso un buon contratto, un’altra pratica era andata. Guardò l’ora, sentendosi stanco. Era davvero tardi, odiava così tanto tardare, era affamato, sua moglie lo stava aspettando. Avrà preparato il pollo? Sa quanto mi piace, con le verdurine e un po’ di riso. Speriamo non sia la sera del minestrone, Dio ti prego, il minestrone no, eh. Grattandosi il naso si portò una mano alla cintura, mettendo in scena un atteggiamento pensoso. Peccato che nessuno lo osservasse. Si sarebbe fermato a prendere un buon vino? Un dolce? Doveva festeggiare, finalmente era andata. Portarla in vacanza? Non era sicuro di dover fare tanto. Di certo una buona torta sarebbe bastata a farla contenta.

Ricordò d’improvviso di essere in ritardo e sciolse le braccia, scombinando veloce la sua bella posa. Mise a posto i fascicoli sulla scrivania, spense il computer e lo richiuse nella fodera imbottita. Si concesse un momento per guardare la stanza dalla soglia. Una mappa di crepe deturpava il muro di fronte. Sentì brulicargli dentro un sotterraneo senso di colpa, una rabbia sopita che preferì ricacciare indietro: oggi era stato proprio bravo. Clic, spense la luce.

E se invece aveva cucinato la pasta? Stava ingrassando ancora, sperò di no. Dai, ti prego, fai che sia pollo, sarebbe perfetto. Poi ci mette le uvette e il liquore, viene fuori con quella sua bella crosticina scura. È carne bianca, è leggera. Cercò di evitare il pensiero del suo peso, mentre tentava invano di non strusciare sui muri stretti delle scale. La colpa era del palazzo, questi edifici antichi sono così piccoli.

Uscì allo scoperto, leggermente imperlato di sudore, al centro esatto di Roma. Un vociare diffuso riempiva la piazza. Fece a zigzag tra i turisti in posa davanti alla fotocamera per raggiungere la macchina. Gli sembrava di aver parcheggiato più vicino. Mi scusi, sorri, plis, pardòn, ma dove diavolo l’aveva lasciata? Ancora ritardo, non ci voleva, ormai più di dieci minuti.

Passò di fronte ad un’enoteca che non aveva mai notato prima. Si fermò a scrutare la soglia con sospetto, ma decise ugualmente di entrare. Chiese un vino bianco, secco, come piace a lei. Lo immaginò vicino al pasto delizioso che di lì a poco si sarebbe visto servire in tavola. Magari pesce al forno, anche quello sarebbe stato bello. Sperò che ci fossero pure le patate al burro, che sua moglie si fosse ricordata di insaporire per bene, con molto sale e rosmarino, senza lasciare tutto irrimediabilmente sciapo come al solito. Dopo lo aggiungi tu, diceva sempre, come se fosse lo stesso: il sale non si scioglie, scricchiola sotto i denti e ammazza tutto il sapore.

Sentiva un tale vuoto allo stomaco che per un momento pensò di essere diventato magro, di dover mangiare per sopravvivere. Si intristì a pensare che, piuttosto che nutrirsi, gozzovigliava. Oggi però era un giorno speciale: aveva concluso. Si diresse in gelateria a cuor leggero. Scelse una torta gelato ricoperta di glassa al cioccolato fondente, ripiena di vari strati di nocciola e pistacchio, languidamente poggiata su un Pan di Spagna al cacao amaro. Nell’insieme, una promessa di felicità. Pagò col sorriso stampato in faccia, mentre sentiva formarsi un mare di saliva golosa al termine della lingua e rimise a posto il portafoglio nella tasca posteriore dei pantaloni.

Illustrazione di Alessandra Donato

La macchina era vicina. Estrasse a fatica le chiavi, aveva le mani impegnate dalla bottiglia e dalla grossa scatola della torta. Appoggiandosi alla portiera, tenendo la scatola stretta tra sé e la macchina, provò ad entrare. Le chiavi gli sfuggirono di mano. Si piegò goffamente a raccoglierle. Proprio allora sentì una pressione imbarazzante, lieve, ma viva, umana, sul suo didietro. Prima che potesse poggiare le cose a terra e girarsi, il malvivente era scappato, con il suo portafoglio.

Ladro. Vieni qui. Bastardo, la mia cena. Riuscì solo a pensare a quanto tardi avrebbe fatto. Odiava fare tardi, odiava la cena fredda. Si mise in macchina, all’inseguimento. Un brivido gli percorse la spina dorsale, segandogli la schiena in due.

Chiunque abbia mai guidato a Roma sa che qui un inseguimento non è cosa facile, uno vorrebbe poter dire “segua quell’uomo”, ma in effetti c’è sempre troppo traffico perché sia possibile rintracciare qualcuno. Roma è un groviglio di ingorghi, di rumori assordanti, di parolacce intorcinate, in ogni strada e in ogni vicolo. A qualunque ora, di qualunque giorno e via dicendo, alcuni giorni sono solo peggio di altri. E così anche quella sera: al solito le strade erano dense di macchine arrabbiate, di strombazzare, di strepitare, di luci rosse, di asfalto lurido e rovente. Eppure, non poteva lasciarsi sfuggire chi non solo gli aveva rubato il portafoglio, ma anche una cena calda. Di più, si era portato via i suoi tanto meritati festeggiamenti: oggi era stato bravo. Pensò con una fitta alla torta che cominciava a sciogliersi e al vino che sempre più si scaldava ed ebbe un sussulto. Il loro bell’aspetto era stato ingannevole, non sembrava possibile alcun lieto fine quella maledetta sera.

Disperava di riuscire a raggiungere il disgraziato quando finalmente, eccolo lì, lo vide che attraversava a passo svelto la piazza della Chiesa Nuova. Girò di slancio alla sua destra per avvicinarglisi il più possibile, guadagnando gli improperi di una macchina decisa a ottenere la stessa postazione. Accelerò, mentre lo perdeva ancora alla vista. Per riuscire ad acciuffare un ladro bisogna pensare come lui, calarsi nei suoi panni, sentirsi le sue emozioni addosso. La soddisfazione di un colpo riuscito, l’ansia di mettersi al sicuro in fretta. Che vicolo avrebbe preso? Come poteva sapere se avrebbe svoltato a destra o a sinistra? Cercava una soluzione, terribilmente irritato, irrimediabilmente imbottigliato nel traffico. Poi, di nuovo, gli parve di scorgerlo mentre percorreva di corsa ponte Vittorio, volando sopra il Tevere. 

Verde. Girò a tutta velocità il volante a sinistra, sentendosi un tutt’uno con la macchina, come fosse lui in persona a correre agilmente dietro al piccolo criminale. Raggiunto l’ospedale Santo Spirito il suo ladro era scomparso di nuovo, evaporato nella notte scura. 

Vide accendersi un altro semaforo rosso di fronte a sé. Sospirò esasperato, guardando l’ora. Avrebbe dovuto litigare con sua moglie, avrebbe mangiato un pasto freddo servito con disamore da una donna arrabbiata. Non gli restava che tornare a casa e tentare di salvare il salvabile. Quando anche questo semaforo si fece verde, svoltò a destra e imboccò la galleria sotterranea che porta a Via Gregorio VII, a un passo da casa, finalmente. La imboccò a tutta velocità, solo. Nessuna macchina aveva preso la sua direzione. Se ne meravigliò, e molto, sentì crescere dentro anche una strana euforia e proseguì a spingere il piede sul pedale. Ai margini della lunga galleria buia stagnavano grosse pozzanghere scure. Controllò di sfuggita lo specchietto retrovisore: ancora nessuno. Sterzò di colpo per far alzare un muro d’acqua ai lati della macchina, improvvisamente felice. 

Quasi non si accorgeva di uscire dalla galleria e quasi mancava di scorgere il suo ladro, che gli tagliava la strada a tutta velocità. Quasi. Lo vide, invece, fece perfettamente in tempo. Ma piuttosto che frenare, rallentare almeno, tornò a pensare a quanto era stato bravo quel giorno, a quanto avrebbe meritato dei festeggiamenti. Immaginò con rabbia e dolore la cena fredda, sua moglie arrabbiata, la torta sciolta, il vino caldo. Era un disastro, che imperdonabile spreco. Non frenò, anzi, spinse ancora più forte il piede sull’acceleratore, dopo un’ultima, rapida occhiata allo specchietto retrovisore. Era solo.

Uscì dalla macchina mantenendosi perfettamente lucido. Si sentì assalire dalla lucidità. Si guardò intorno e non scorse nessuno. Non c’erano telecamere e la sua macchina, come per magia, non aveva riportato neppure un graffio. Un’ombra, forse, un po’ in là, sulla destra, ma nulla di più. Alzò rapidamente gli occhi al Cupolone. Era un segno di Dio. Svelto, si chinò sulla vittima, che pareva ora un cerbiatto ferito a morte, con gli occhi spalancati e un timido rivolo di sangue che continuava a fuoriuscire dal naso. Lo perquisì rapidamente. Sorrise incontrando il suo portafoglio e lo riprese con sé. Svelto si mise in macchina, fece retromarcia, passò attorno alla sua preda, forse un po’ dispiaciuto di doverla lasciare lì. Accelerò, correndo via appena in tempo per scorgere dietro di sé dei fari in arrivo. 

Illustrazione di Alessandra Donato

Svoltato l’angolo, parcheggiò, spense il motore e attese. Attese di sentire i rumori dei soccorsi. Chiuse gli occhi. Si immaginò lì, a dare testimonianza del terribile incidente. Sogghignò, crudele. Sì, signor agente, ho visto tutto. Una canaglia signor agente, da non credersi. Rise al pensiero che il signor agente non avrebbe compreso che stava parlando del bastardo morto, quel delinquente. Aprì gli occhi, guardò ancora l’ora. Perché no? Tanto ormai aveva fatto tardi, era pronto a procurarsi un bell’alibi per la sua mogliettina inquieta. Si fece lentamente vicino alla scena del crimine, del suo crimine.

Diede la propria testimonianza: passeggiava da qualche minuto nella zona, appena prima di ritirarsi per cena, dopo aver comprato un dolce e del vino per sua moglie. Poi all’improvviso quel piccolo uomo l’aveva urtato, correndo e gettandosi a capofitto sulla strada. Pensò alla sua vecchia macchina rossa e proseguì il racconto, descrivendo per filo e per segno un’enorme automobile sportiva, che era sbucata dalla galleria all’improvviso a tutta velocità. Pensò alla sua stazza considerevole e alla sua testa calva e triste così disse di aver scorto al volante un uomo molto giovane, magro, con una montagna di capelli ricci e scuri.

Si finse dispiaciuto e pensieroso. Tentò con scarsi risultati di farsi scendere un paio di lacrime. Ne uscì fuori un’espressione accartocciata, all’apparenza contrita. Gli venne chiesto se si sentiva bene e se avesse bisogno di aiuto, ma lui lo rifiutò, dichiarando invece la necessità di ritornare a casa. Non desiderava altro che vedere sua moglie, disse a mezza bocca. Non contento, aggiunse che si sentiva molto scosso. Strinse la mano agli agenti, lasciò loro i dati del suo documento e si congedò, pensando all’incredibile storia che avrebbe raccontato a sua moglie quella sera. Sicuramente così avrebbe ottenuto da lei più amore del solito, pietà, comprensione, le avrebbe visto gli occhi dilatarsi per lo spavento. Avrebbe avuto i festeggiamenti che meritava. E un piatto abbondante.

Mentre girava la chiave nella serratura di casa si lasciò qualche secondo per riflettere: quanto è diventata violenta questa città. Un delizioso odore di pollo lo raggiunse, restituendogli il sorriso.

Pubblicato da Sofia Pirandello

Nata e cresciuta a Roma, Sofia Pirandello vive a Milano, dove sta svolgendo il Dottorato di ricerca in Filosofia. Il suo romanzo d'esordio "Candido suicida", edito da Round Robin Editrice, è risultato vincitore del premio SIAE "Sillumina" per l'opera prima e per la traduzione negli Stati Uniti.

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