New York: la Grande Mela morsa a metà

Una foto in bianco e nero, che mostra tante automobiline in coda, scattata da un padre che, in questo lungo periodo di quarantena, gioca con suo figlio. Ecco, se cambiamo anche solo di poco il nostro punto di vista, vediamo configurarsi una scena quotidiana di una trafficata e caotica strada di New York, dove il grigio a tratti si tinge di giallo e di nero o si illumina dei cangianti colori dei neon.  

A un mese dal mio distacco prematuro da New York, in fuga dall’incipiente epidemia da Covid-19, triste fine del mio sogno americano, viene spontaneo interrogarsi sulla faccenda, cercando di trovare qualche risposta, per dare un senso a questa quarantena piena di “e se…”.

Non sono certo l’unica ad avere vissuto giorni surreali, combattuta tra la paura e il desiderio di restare, e quindi vi risparmierò i dettagli. L’unica cosa che voglio e che riesco a ricordare è la mia incredulità nel fare quelle valigie, in un pomeriggio passato a staccare poster e a mettere da parte vestiti e ambizioni mai realizzate. 

Oggi, a un mese di distanza, mi chiedo perché non abbia visitato il Guggenheim prima di partire. Poi cerco di ricordarmi quale fosse la mia linea di metro, come ci si sentisse a passeggiare a Central Park e perché sia voluta andare proprio a New York e allora tutto pare un ricordo sfocato come in un sogno un po’ agitato. Oggi, confinata tra le pareti della mia stanza, inizio persino a dubitare di esserci veramente mai stata a New York. 

Foto di Jacopo Priori

In questi due mesi tagliati con l’accetta probabilmente della vita newyorkese ho vissuto solo la prima fase, quella più difficile e più eccitante, quando ancora devi trovare il tuo posto in una società che ti hanno descritto come leggendaria. Della Grande Mela si usa dire: se non sei a New York non sei da nessuna parte. Ecco, io ero a New York ma vi giuro che almeno il primo mese mi sentivo “da nessuna parte”. Nel tentativo di costruirmi una parvenza di quotidianità, vivevo inevitabilmente come l’ultima arrivata, errando in una città senza poterla realmente cogliere, senza poterla guardare negli occhi.  

Questo perché New York è una città più fragile di quanto ci aspettiamo, è un grande esperimento sociale mai visto prima, un complesso ingranaggio dove decine di nazionalità e culture convivono spesso in armonia e in disaccordo. Se Parigi e Londra sono città simbolo dei nuovi centri cosmopoliti, l’America e la sua New York ne sono la sublimazione. 

Le domande e le contraddizioni sono oggi la priorità di New York e delle sue istituzioni culturali. Chi l’ha pensata New York? Chi la vive oggi? Chi ha reso New York la capitale del mondo occidentale? 

Foto di Jacopo Priori

In effetti le New York finora conosciute sono tante. C’è la New York della moda, quella di Sex and the City, quella dei ricchi, quella dei poveri, quella di chi non parla nemmeno inglese. C’è la New York delle gallerie d’arte e la New York dell’architettura d’avanguardia. E poi c’è la New York dei grandi musei, quelli colmi di capolavori europei, quelli dei mecenati e dei “concerti tra le opere”, quelli che organizzano più gala che mostre, quelli in cui ogni conferenza ha un costo da svuotare le tasche a qualsiasi studente.

Proprio lì, accanto ai capolavori europei, c’è la New York dei musei di storia e società, che a molti potrebbero sembrare trascurabili, considerati luoghi che visito «se mi avanza tempo». Diffidate da queste indicazioni da tour operator, perché sono proprio queste istituzioni che permettono oggi alla città di costruire un nuovo senso di comunità, forgiando non intellettuali ma cittadini consapevoli. 

Tutto è cominciato con il grande esperimento dell’Anacostia Museum, frutto di una delle riunioni della American Association of Museums e nato nel 1967 in un cinema convertito nel sud-est di Washington DC, come primo museo del vicinato finanziato dalla federazione. È parte del complesso culturale Smithsonian, la stessa istituzione che al tempo si chiese come portare nei musei le comunità di latini e di afro-americani delle periferie. Queste comunità erano spesso molto povere, ma il motivo del loro scarso coinvolgimento culturale non dipendeva dal prezzo del biglietto. Infatti i neovisitatori avrebbero dovuto compiere lunghi spostamenti con i mezzi pubblici per poter raggiungere il centro della città. E una volta arrivati al museo avrebbero trovato un patrimonio culturale poco significativo per loro, in cui sarebbe stato difficile riconoscersi. Al tempo le sole correnti artistiche e culturali presentate nei grandi musei erano squisitamente europee o comunque occidentali, spesso acquisizioni illegittime o poco coerenti con le storie delle città in cui erano conservate. Poco ero lo spazio dedicato all’Oriente o alle arti africane. 

Anacostia Museum, 1970

Dillon Ripley dello Smithsonian decise allora di fondare un museo proprio nel cuore del sobborgo di Anacostia, per dare forma a una realtà attiva sul territorio in cui i cittadini avrebbero potuto identificarsi. Il museo aveva una collezione molto modesta, si trattava per lo più di mostre itineranti su pannelli in cartone, ma la sua forza risiedeva nelle sue attività. Col tempo il museo è diventato per la comunità un vero e proprio centro di aggregazione, con mostre incentrate sulla storia del quartiere di Anacostia. 

Gli stessi abitanti erano chiamati a dare il loro contributo. Venne creato uno speciale comitato, chiamato Neighborhood Advisory Committee, composto soprattutto da cittadini giovanissimi, Youth Advisory Council, che collaborano con i conservatori per la concezione di programmi e mostre.

Si organizzano proiezioni, dibattiti, concerti e lezioni aperte a tutti. This thing called Jazz, o The Rat: man’s invited affliction sono solo alcuni degli esempi virtuosi dell’Anacostia Museum. Il problema della violenza, della criminalità, delle diseguaglianze e della droga sono fondamentali nella narrazione del museo del vicinato. Inoltre il museo diventa l’osservatorio privilegiato per le istituzioni per comprendere i caratteri della comunità e risolverne i problemi. Viene fondato un centro di documentazione, ben presto il museo diventa luogo di incontro e di riunione. La scommessa di Anacostia si rivela essere oggi un modello e un caso di successo che ricalca i principi della corrente di pensiero della Nouvelle Muséologie. Il museo trasforma il visitatore, una volta passivo, in protagonista attivo nello svolgimento delle attività. 

Come l’Anacostia Museum, così oggi il Museo della città di New York, fondato nel 1923, cerca di fare un po’ di ordine, di dare un senso alle storie della sue comunità, di spiegarle, di raccontarle. I temi trattati dal museo vanno dalla storia del baseball alla vicenda di Stonewall, fino alla mostra Who We Are: Visualizing NYC by the Numbers, anticipazione del censimento del 2020 che mette in evidenza l’importanza dei cosiddetti “data” per studiare il profilo demografico e sociale della città. 

Inutile dire che il museo solleva domande interessanti, come i fatti della sezione Activist New York, che racconta la storia delle lotte sociali che hanno segnato la città, questioni che noi turisti mai avremmo immaginato di ritrovare nelle sale di un museo. 

Nati sotto l’egida della regola «prima il visitatore poi le operte d’arte», forse i musei americani hanno capito fin da subito che bisognava saper parlare al proprio pubblico, rispettando la sacrosanta missione di cui sono investiti i musei, chiamati oggi più di prima a riflettere sulla società odierna, per farsi vettore sociale di un sistema culturale complesso e perennemente in crisi, sospeso tra emancipazione e disuguaglianza, prova generale per un mondo senza guerre.

Per questa ragione New York per molti è un sogno con i tratti della più cruda verità. Ricerchiamo la New York di Scorsese, di Woody Allen, ma presto ci rendiamo conto che dopo tutto l’unica New York che possiamo vivere è la nostra e ne siamo inesorabilmente delusi. Costretti in una quotidianità che lascia poco spazio alla fantasia, realizziamo che forse non siamo all’altezza di New York o che forse New York non è all’altezza della leggenda che la circonda. 

Foto di Jacopo Priori

La New York di cui scrivo mi ricorda l’Anastasia delle Città invisibili di Calvino. Come scrive lo scrittore torinese nel capitolo Le città e il desiderio : «hai scelto questa città perché ti appare come un tutto in cui nessun desiderio va perduto e di cui tu fai parte, e poiché essa gode tutto quello che tu non godi, a te non resta che abitare questo desiderio ed esserne contento. Tale potere, che ora dicono maligno ora benigno, ha Anastasia, città ingannatrice: se per otto ore al giorno tu lavori come tagliatore d’agate onici crisopazi, la tua fatica che dà forma al desiderio prende dal desiderio la sua forma, e tu credi di godere per tutta Anastasia mentre non ne sei che lo schiavo».

Sono grata ai musei perché mi hanno sempre stimolato a interrogarmi sul rapporto tra la Storia e l’essere umano, mettendo in evidenza le contraddizioni di sistemi che all’apparenza ci sembrano perfetti. Per questo studio i musei e farlo a New York aveva forse più senso che altrove. Questa esperienza, sebbene un po’ a metà, mi ha fatto capire che se le sale di un grande museo sono trasposizione deiborough” della Grande Mela, allora la stessa New York è metafora di un’età adulta e di un mondo reale più difficile e complesso di quanto ci aspettassimo, ma non per questo meno bello e appassionante. 

Foto di Jacopo Priori

Pubblicato da Valentina Cognini

Nata a Verona 23 anni fa, nostalgica e ancorata alle sue radici marchigiane, si è laureata in Conservazione dei beni culturali a Venezia. Tornata a Parigi per studiare Museologia all'Ecole du Louvre, si specializza in storia e conservazione del costume a New York. Fa la pace con il mondo quando va a cavallo e quando disquisisce con il suo cane.

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