“Decoro Urbano”: camminare verso la danza nella città di Palermo

Sono le otto meno dieci del primo luglio. Scendo dalla casa di mia madre vicino al Monte di Pietà e mi incammino verso la piazza del Tribunale. Il caldo è leggermente diminuito e ad ogni passo spero che il vento inizi a soffiare un po’ più forte. Nonostante la vicinanza con il mare, amico e nemico, unica speranza da attraversare per chi arriva dall’altra parte del Mediterraneo, in questa città si respira poco. 

L’estate qui è giungla notturna, ma di giorno le persiane delle case sono chiuse. Chi deve ancora lavorare lo fa con fatica. La pressione sanguigna si abbassa e sale il nervosismo, soprattutto nei quartieri popolari.  

Chi vive al centro storico lo sa: non è vero che i panni sporchi si lavano in famiglia, le liti dei vicini sono un affare che riguarda tutti, ma nessuno può intervenire. A volte le battaglie tra un balcone e l’altro sono musicali: neomelodica napoletana. Chi avrà lo stereo più potente? Sicuramente non io, che cerco di con-tra-stare il caos con la chitarra e la voce dolce di Nick Drake o addirittura con della musica classica. In questo clima scendere le scale e pensare di andare a danzare è un sollievo. 

Foto di Simona Bua

L’appuntamento di Decoro Urbano oggi è a Piazza del Tribunale, il cui vero nome, scopro soltanto adesso, è Piazza Vittorio Emanuele Orlando. In questa città sono tante le strade e le piazze che chiamiamo con nomi diversi. Sto risalendo la via del mercato del Capo, le botteghe sono in chiusura, i banchi del pesce, della carne e della frutta hanno lasciato la loro spazzatura ai bordi della strada e i gatti ne approfittano. Loro non scivolano sulle “balate”, al contrario di noi umani, che abbiamo sandali e infradito.

Più tardi, verso mezzanotte, un camion della nettezza urbana verrà a ritirare tutto e il mercato sarà pronto per un nuovo inizio, per nuove e antichissime “abbanniate”. 

Un ragazzo viene verso di me e mi chiede di spostarmi. Stanno girando una scena di un documentario, non apparirò fra le comparse. Devio per non intralciare le riprese, mi infilo in una stradina poco più larga di due persone messe fianco a fianco. Tra l’asfalto rovinato e alcuni stenditoi per panni poggiati sul marciapiede delle case, si nasconde un ristorante elegante  con grandi tavoli e candelabri. Non lo avevo mai visto: ancora una volta Palermo mi ricorda il suo carattere contrastante.  

Sono arrivata. Gruppi di bambini e ragazzi di ogni etnia giocano sulla pista da skateboard, altri si passano un pallone sulla Piazza. Resto vigile per riconoscere i miei e le mie simili. Dopo pochi minuti arrivano le prime persone, alcune le conosco, altre no, ma ci avviciniamo comunque. Quando qualcuno ha voglia di danzare, si vede da come cammina. L’insieme dei nostri corpi adesso è riunito, il capitolo terzo di Decoro Urbano ha inizio.

Foto di Simona Bua

Danziamo e i bambini si avvicinano a noi, smettono i loro giochi incuriositi dalla novità. Noi li integriamo al nostro movimento, impariamo da loro che imparano da noi. Uniamo l’architettura dello spazio alla nostra danza, come quelle colonne alte e grosse del Tribunale. Ci scambiamo di posto, giochiamo sui livelli e sulla relazione tra le persone e lo spazio della città. Integriamo la politica: siamo corpi di diversa provenienza, cultura, religione, genere, storia, età,  impegnati in una coesistenza che crea resistenza, preparati al dono e all’incertezza.

Per rubare le parole a Donna Haraway, Decoro Urbano è un po’ come “generare parentele nell’imprevedibilità della parentela”. Non sappiamo mai quanti saremo ai nostri incontri (che anche dire “nostri” è in più, il Decoro Urbano è di chi lo fa) chi proporrà cosa, se avremo a che fare con e con quali fattori esterni (lo smog, la spazzatura, i gabbiani, i piccioni, la pioggia, i commenti e i dispositivi dei passanti che a volte ci immortalano a nostra insaputa, l’acqua delle fontane, le piante…) ma la certezza è che il desiderio di inclusione e accettazione dello stato presente, dell’imprevisto, sia alla base dell’ascolto delle nostre danze. 

Foto di Simona Bua

Conviviamo quotidianamente con un problema: la nostra città non ha uno spazio pubblico per le arti coreutiche e questo, scopro adesso, è il desiderio di molti, nonché il mio. Se questo spazio non c’è, intanto danziamo la città, nel desiderio di crearlo al più presto. Non c’è gerarchia e non ci sono capi: prendere e dare è l’unica regola. Dimostriamo a noi stessi prima di tutto quanto l’interscambio sia l’essenza di ogni società che si voglia dire libera. 

Dopo il periodo di chiusura, la paura del contagio, la moltitudine di morti, questo è un modo per rincontrarsi e ricominciare, se pur nel rispetto delle regole. Un modo per superare un trauma collettivo che più che dimenticare, abbiamo bisogno di elaborare insieme. Decoro Urbano però non nasce alla fine del lockdown, ma  ad aprile del 2019. Emilia Guarino, danzatrice, insegnante e co-fondatrice dell’associazione culturale D.I.A.R.I.A a Palermo, mi chiama al telefono all’indomani della vittoria della Lega alle elezioni Europee. Era da poco venuta fuori la notizia del rafforzamento del “decreto sicurezza”, un’idea del ministro dell’Interno in nome anche del “decoro urbano”, che prevedeva l’esclusione dallo spazio pubblico di gruppi sociali indesiderati a causa del loro comportamento sgradevole. Una crociata decisa a smantellare poveri, abusivi, clandestini, militanti, attivisti, occupazioni abitative e sociali, a favore di una “dignità delle città italiane”, ma in realtà con un unico grande scopo: la turistificazione e la privatizzazione degli spazi per il consumo. La città che si fa prodotto per ricchi e possibilmente bianchi. Rispondo. Mi ricordo che stavo giusto attraversando la piazza del Tribunale. Faceva caldo e anch’io ero arrabbiata per le elezioni. Emilia mi dice chiaramente che dobbiamo fare qualcosa, utilizzare la nostra arte per contrastare queste assurdità. Purtroppo di lì a poco sarei partita per Roma, ma il Decoro, quello vero, ha avuto inizio. I primi membri sono stati Emilia Guarino, Marta Romaszkan, Laura Strack, Emran Mohamed e Lamin Jarju. Dopo alcuni incontri al Foro Italico, il Decoro Urbano appare pubblicamente in occasione del “Ballarò Buskers” nell’Ottobre del 2019, un festival di arte di strada che si ripete a cadenza annuale all’interno del Mercato storico di Ballarò. 

Foto di Simona Bua

Adesso sono tante le persone che partecipano. Ho la sensazione che ad ogni incontro diventino sempre di più. Dopo un primo appuntamento sul grande prato del Foro Italico in riva al mare, Decoro Urbano ha sentito l’esigenza di essere mobile sia in termini spaziali che temporali. Una mattina alle 7.30 a Piazza S.Anna, poi di fronte al Tribunale e ancora a Piazza Garraffaello, nel cuore del vecchio Mercato della Vucciria, alle 20.00.   

Foto di Simona Bua

Quando la sera finiamo di improvvisare o di comporre istantaneamente, la luce è andata via. Vediamo il sole sparire lentamente e i lampioni si accendono, l’atmosfera si trasforma, il caldo afoso un po’ diminuisce e il vento soffia sul nostro sudore.

Le bimbe e i bimbi più vispi continuano a ballare e ci chiedono di non smettere così presto. In realtà è passata più di un’ora e mezza. Dalla parte alta della Piazza del Tribunale, che è divisa su due grandi piani separati da una scalinata stretta, si affacciano alcune persone incuriosite. Mentre mi arrampico sullo scivolo per lo skateboard e rotolo giù come se fossi una pietra che scende a valle da una montagna, sento le voci di alcuni  signori perplessi che commentano le nostre azioni. Un po’ ci prendono in giro, ma restano comunque incollati all’atto di osservare, sono con noi. Il loro giudicare entra a far parte dei miei movimenti. Ridono. Anche i nostri corpi ridono. Finisco la mia danza insieme a una bimba indiana che mi imita nelle mie arrampicate e poi io imparo la sua danza delle onde, me la spiega senza parlare e senza parlare ci fermiamo, troviamo la stasi dopo tanto movimento, dopo aver interagito con quante più cose possibili. Nessuno dice “fine” , la fine è organica e l’applauso successivo è spontaneo. 

Foto di Simona Bua

Prima di andare via scegliamo l’orario, il giorno e il luogo dell’incontro successivo. Alcuni di noi poi, a casa, scriveranno qualcosa per testimoniare ciò che è successo. L’idea è di creare un piccolo archivio di danze urbane grazie alla scrittura, ai video e alle fotografie. Saluto e ringrazio chi c’era e mi incammino verso casa. Laura e Lamin percorrono una parte di strada insieme a me. Lamin, che è del Gambia, mi racconta come si cucina il Maafe, un alimento base dell’Africa Occidentale, ho voglia di imparare a cucinarlo. Poi ci salutiamo.

Penso a quanto sia ricca di culture Palermo e a quanto io abbia ancora da imparare. I locali sono aperti, inizia la confusione della sera, il rumore di birre e bicchieri, di voci sole e corali; inizia quella che qui a Palermo siamo soliti chiamare “vucciria” (confusione). Negli ultimi cinque anni sembra che questa città non abbia fatto altro che aprire nuovi pub e ubriacarsi, se si cammina la sera per le vie del centro, sembra che non ci siano altri scopi. Hanno chiuso botteghe, ferramenta, calzolai, negozietti di piccoli artigiani che caratterizzavano il cuore della nostra città e hanno aperto bar su bar e ristoranti su ristoranti. A volte, per questo motivo, nemmeno io, che sono cresciuta qui, mi sento più a casa ma poi mi ricordo che Palermo è tanto altro, come stasera me lo ha ricordato Decoro Urbano. 

Sono arrivata. Apro il portone e salgo le scale. I vicini hanno smesso di litigare e nell’aria c’è odore di basilico e vacanza.

Foto di Simona Bua

Foto di copertina: Simona Bua

Pubblicato da margherita celestino

Margherita Celestino nasce a Poggibonsi (Siena) il 21 dicembre del 1994, ma cresce a Palermo dove vive fino ai 19 anni quando si trasferisce a Berlino per studiare Danza contemporanea. Continua i suoi studi tra la Germania, la Svizzera e l'Italia e si approccia alla danza e al teatro fisico anche come autrice e aiuto regia . Attualmente vive a Palermo, dove insegna Pilates, studia danza ,frequenta gli incontri di "Decoro Urbano" e scrive.

One thought on ““Decoro Urbano”: camminare verso la danza nella città di Palermo

  1. Racconto bellissimo. Idea strepitosa. Un suggerimento straordinario per una diversa idea di comunità fatta di corpi, sentimenti relazioni. Sono incantata. Dovete farla conoscere il più possibile. È una idea così semplice immediata ripetibile ovunque e forse riscopre il senso antico del legame che ha unito nella danza comunità e riti di passaggio per secoli e secoli sotto tutti i cieli

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