Scritti dal finestrino

Lo so, il titolo richiama moltissimo la ben nota raccolta di immagini “foto dal finestrino” di Ettore Sottsass. Mi viene da pensare a chi, tra me e lui, abbia avuto più occasioni di osservare storie dal finestrino, di crearne delle altre o raccontarne di proprie. Non lo saprò mai, eppure, indubbiamente, anche Ettore, come me, avrà avuto a che fare con i finestrini. C’è poi questa strana abitudine di pensare che le storie e le immagini dal finestrino debbano sempre, o solitamente, riguardare l’altra parte del finestrino. Quella che, sia che siamo su un treno o su un bus o su un aereo, si trova al di là di un pezzo di vetro. Quella che ci scorre dietro rapida. Quella che ci corre vicina affannosa. Quella parte che nell’arco di pochi secondi passa dall’essere una distesa di campi di papaveri ad essere la corsa di torrenti prosciugati. Quella parte che fa venire una strana malinconia e una strana voglia di pensare e, perché no, anche di piangere. Ma perché nessuno parla mai di quella parte al di qua del finestrino? Esatto, di quella parte che ci riguarda, di quella parte dove noi siamo seduti. È di quella parte, che alle volte ci verrebbe voglia di isolare in una sfera, che io scriverò. O almeno di una piccola parte di essa. Della carrozza sette posto cinquantotto sul treno Chiavari – Salerno.

Chiavari – Salerno: che tratta da folli. Quasi tutta la costa ovest della nostra penisola. È strano: se cerco di individuare le zone che percorro con il treno, non riesco ad inquadrarle da un punto di vista fisico. La sola cosa che riesco a fare è collegarle o creare dei confini fra di loro pensando agli accenti linguistici che le abitano. Ecco, mi sarebbe d’aiuto un apparecchio in grado di registrare e riprodurre tutti i suoni che attraversano le “c” aspirate dei bar di Pisa per poi arrivare alla veracità delle “c” strascicate dei borghi romani, fino alla necessità dei salernitani di usare le mani quanto più possibile, come se le parole non bastassero per comunicare. Ora che ci penso, ogniqualvolta prenoto un treno, un bus o un aereo cerco sempre di scegliere il posto finestrino. Prevalentemente perché, essendo alta, se occupassi il corridoio mi verrebbe solo voglia di stendere le gambe per poi addormentarmi e far inciampare tutti. Secondo poi, perché mi infastidirebbe da morire non potermi abbandonare a un sonno profondo, obbligata a stare in costante allerta e assecondare le richieste di chi si voglia alzare, costringendomi a fare altrettanto. E poi perché beh, il finestrino è fantasioso. È come un diario.

Foto di Ilaria Palmieri

Su quel treno facevo rimbalzare mani e occhi fra due letture altrettanto interessanti per quanto diverse nella loro intensità: un bel tomo, pesante anche al tatto, del mio tanto amato Tiziano Terzani, in un’edizione che qualsiasi grafico avrebbe voglia di ridisegnare tanto è anonima e, dall’altra parte, una breve ma di difficile comprensione opera di Ettore Sottsass in un amabile formato. Nell’incrocio fra i testi trovo un interessante connessione che riguarda anche me. Sottsass invita i lettori a scrivere solo immensi diari. Il tomo di Terzani che tanto mi appassiona altro non è che uno dei suoi diari, pubblicato postumo dalla moglie Angela. Io mi trovo accanto a un finestrino che per me è un diario. Eppure questa volta non riesco a isolare quella parte al di qua del finestrino. Non come vorrei. Tutti accanto a me sembrano avere un’ incontenibile voglia di parlare. Parlare fra di loro, parlare da soli, parlare al telefono e sì, anche parlare con me. Il mio essere infastidita da questa situazione mi è monito di tutte le volte in cui io, con i miei sproloqui, infastidisco altri. Ma in fondo la mia parlantina è spesso oggetto di risate, quindi, forse, va bene così. In tutto ciò credo di aver creato sul viso quell’espressione stolta di chi trasporta sui connotati facciali un pensiero avuto. Avuto a mente. Eppure l’espressione la leggeranno tutti quelli che sono seduti di qua dal finestrino. Sto dando a tutti la mia espressione. La gente potrebbe chiedere. 

Mentre le mie mani e i miei occhi scorrevano fra due libri, ce n’era un terzo a richiamare la mia attenzione. Apparteneva alla signora seduta accanto a me. Una suora. Tutto di lei era in contrasto con la mia persona. Si potrebbe dire che il mio al di qua del finestrino e il suo fossero due mondi diversi. Ma lo spazio che condividevamo era lo stesso. Ho pensato che sarebbe stato bello provare a creare uno spazio, lei ed io. Che strana idea. Ma deve averla colta. Chissà, sicuramente sarà stata colpa, ancora una volta, di quella mia espressione facciale che mi tradisce sempre. Così, dopo vari tentativi di dialogo da parte della suora e dopo svariati tentativi da parte mia di far intendere quanto fossi presa dalle mie letture, mi sono tolta gli occhiali e li ho appoggiati sul tavolo. Solo così ho potuto osservare quello che avevo dato per scontato. Il suo al di qua era costituito da una borsa che solo le suore possono avere, sì, proprio stile suora, un rosario e quel libro. Credevo che fosse un libro di preghiere. Lo avevo dato per scontato. Al suo interno il biglietto cartaceo del treno e sopra, in pila, un telefonino degli anni ottanta. Non era un libro di preghiere. Quello era un libro di poesie. Tutto il resto invece era come avevo inteso.

Foto di Ilaria Palmieri

Continuava a chiedermi in quale stazione fossimo. Come se non lo annunciassero dalla voce meccanica e lenta degli altoparlanti del vagone ogni mezz’ora. Poi ho capito, voleva raccontarmi la sua storia. Non ho avuto chissà che intuizione, me l’ha proprio detto esplicitamente. Ero in trappola. Da un lato le mie amate letture e i pensieri che scorrevano e con loro la calma e la meditazione dopo la vacanza, dall’altro una vecchietta con una pelle che mi ricordava quella di mia nonna Aurora. Non avevo mai rivisto una pelle come la sua. Ma la suora ce l’aveva. Rosea e pendente, morbida nelle sue rughe. Decisi di ascoltarla, o meglio, di assecondare la sua richiesta. Bianca Rosa avrebbe compiuto novant’anni il seguente dicembre. Proprio come mio nonno Vittorio. Le vicinanze, fisiche e simboliche, tra lei e i miei nonni avevano cominciato ad incuriosirmi. Suora Paolina aveva vissuto fra Spagna, Ecuador e Bolivia. Il modo in cui pronunciava i nomi delle principali città mi ha fatto capire che lei lo spagnolo non lo avesse dimenticato. Ho provato a camuffare la mia ignoranza ma lei lo ha colto e mi ha subito spiegato cosa fosse la congregazione delle suore Paoline. Non nego che questa volta ho mentito nel trasmettere al mio viso un’ espressione di profondo interessamento. Le storie delle suore non hanno mai fatto troppo per me. La storia di Bianca Rosa invece aveva iniziato ad interessarmi, soprattutto quando mi ha confessato di aver paura di viaggiare.

Lei, una grande viaggiatrice, aveva paura di scendere dal treno. Aspettava frenetica il momento del controllo biglietti. Così ha chiesto a me di assisterla. Ogni tanto apriva quel suo libro di poesie. Leggeva, rapida, qualche riga e poi richiudeva subito, come se tra quelle parole ci fosse il suo ricordo di vita. Il ricordo di come si dovrebbe vivere. Chissà. Bianca Rosa era più avventata di me. Lei era su quel treno da prima di me. La sua tratta aveva avuto origine a Torino. E così mi rivela di essere piemontese, delle Langhe. Rimango ancora stupita. Piemontese è anche mia nonna Raimonda. Bianca era tornata a casa per l’avviamento del processo di beatificazione di un suo antenato. O per lo meno questo è ciò che ho compreso. Per fortuna mi ha lasciato uno di quei santini con il nome di tale avo. Potrei cercare e ricordare. Credevo che non volesse sapere nulla di me. Era così bello ascoltarla, provare a entrare nelle sue parole per fare qualche domanda in più. Ma Bianca andava dritta con il racconto. Non era un dialogo quello. Lei mi stava rovesciando addosso la sua storia. E la cosa mi piaceva da matti.

Foto di Ilaria Palmieri

Poi, dal nulla, ha taciuto. Mi ha guardata dritta negli occhi e poi ha guardato le mie mani abbronzatissime e piene di anelli. Mi ha riguardata, questa volta concentrandosi sugli occhiali da sole vintage che tenevo sulla testa a mo’ di cerchietto e mi ha rivolto queste parole: si vede che hai voglia di vivere. Mi disse che, vagamente, le ricordavo lei alla mia età. Mi disse che quando la chiamavano al telefono in quegli anni lei rispondeva dicendo “pronto chi è, io sono la ragazza più felice del mondo”. Nel raccontarlo muoveva il suo corpo come a riprodurre quella vitalità che di certo avrà avuto nel pronunciare quelle parole al telefono. 

Davanti a noi erano seduti una mamma e un bimbo con gravi problemi di salute. Dall’altra parte del corridoio, ma sempre al di qua del finestrino, c’erano il marito di lei e l’altro figlio, adolescente e perfettamente sano. Il più piccolo dei figli si dimenava. A lui non è stato dato il dono della parola, per cui, per esprimersi, emetteva così tanti suoni gutturali e si muoveva così tanto con il corpo da non potermi indurre a far altro che rispondere a Bianca Rosa “anche lui ha tanta voglia di vivere”. Ed è così che quell’ al di qua del finestrino si è ampliato ed è diventato uno spazio. Siamo stati noi a crearlo. La famiglia presentava forti connotati arabi. Erano svedesi. Il loro inglese era perfetto e, a loro dire, anche il mio. Così racconto della mia infante vita londinese. Sul viso del marito una dolce espressione di conferma gli taglia un sorriso. Bianca Rosa però non capiva l’inglese e ho cominciato a fare da tramite in quello spazio. Si è creata così tanta vita. Ci siamo condivisi così tante conoscenze. Spieghiamo loro cosa e dove visitare di Roma. Gli svedesi venivano da una gita a Pisa. Con vergogna confesso di non esserci mai stata. Ci andrò, prometto.

Per un momento, con la coda dell’ occhio, ho guardato al di là del finestrino. Eravamo in zona Tiburtina. Inutile dire che Bianca Rosa, come ogni anziano, aveva avuto, durante l’intero viaggio, l’ansia di prepararsi alla discesa ad ogni stazione. Così quel tratto Tiburtina – Roma Termini ce lo siamo fatte in piedi. La aiutavo con le valigie. E poi è successo. Si è letteralmente appiccicata al finestrino. Entrambe le mani premevano sudate il vetro. Poi ha appoggiato anche il naso. Ma gli occhiali erano di intralcio e con un leggero sussulto l’hanno fatta allontanare. Bianca Rosa guardava al di là del finestrino. Voleva capire da che parte fosse la piattaforma da cui saremmo scese per cercare sua sorella che la sarebbe venuta a prendere. Ma il finestrino, fino all’ultimo, non rivela mai dove sarà la piattaforma. Così lei era lì: inchiodata. Mi chiese di scendere prima di lei, per farle da scudo, così disse. Precisiamo che Bianca Rosa non sarà stata tanto più alta di un metro e cinquanta. C’è chi vede in me una giraffa e chi ci vede uno scudo. Bel gioco di sfumature. Avevo salutato rapidamente ma calorosamente gli svedesi, lasciandoli ad immaginare il racconto della mia esperienza in Svezia che avevo appena condiviso. Provenivano da Malmo. Ed io ci ero stata.

Il treno inizia a frenare e con lui tutto quell’ al di qua del finestrino della carrozza sette. Da bravo scudo quale sono scendo e poi aiuto Bianca Rosa a fare altrettanto. Con gli occhi cerco la sorella che avrebbe dovuto essere lì. Ma non vedo nessuno. Mi rendo conto di aver cercato inconsciamente qualcuno i cui connotati avevo solo potuto immaginare. Come dice Bruno Munari, l’immaginazione non si pensa, si vede. Ed è così che ho individuato quella piccola sorella, ancora più minuta di Bianca Rosa, a dimenarsi fra le valigie più alte di lei per farsi vedere. Bianca Rosa, seppur rispettosa, non era mai stata, in tutto quel viaggio, gentile con me. Eppure, appena incontrata la sorella, l’ha presa per la mano e le ha detto: “abbraccia questa ragazza. Ha fatto tanto per me”. Ora, definirlo un abbraccio sarebbe metaforico e futuristico. Credo che da fuori saremmo apparse come due figure in un quadro di Munch. Io alta e ricurva su un piccolo bocciolo anziano e tremolante.

L’ al di là del finestrino, questa volta, come sfondo.

Pubblicato da ilariapalmieri

Ilaria Palmieri nasce a Roma nel 1994. Laureata in Design di Interni al Politecnico di Milano, ha poi studiato presso il Royal College of Art di Londra. Ha accumulato collaborazioni con noti studi di architettura milanesi, fra i quali Mario Bellini e Andrea Caputo. La sua curiosità l’ha sempre spinta a prendere parte in concorsi durante i suoi studi, portandola a vincere nel 2017 il primo premio per Framestore’s contest ( animazione e effetti visivi) a Londra, e ad essere finalista per un concorso per Ikea. Nel dicembre del 2019 ha co-fondato Substrata, collettivo interdisciplinare di architettura e design.

Lascia un commento