Mare fuori è una delle serie tv del momento: le prime tre stagioni hanno registrato record di spettatori e il fermento per l’uscita della quarta stagione è palpabile nell’aria. La serie ha fatto incetta di premi ai Ciak d’oro Serie tv ed è stata incoronata Serie dell’anno ai Nastri d’Argento 2023.
Mare fuori parla di detenzione minorile, di Napoli e, nel corso delle stagioni, affronta una serie di altri temi – in maniera più o meno approfondita e condivisibile – legati alle vite dei personaggi (dall’immancabile camorra alla violenza di genere, dai suicidi in carcere al fenomeno culturale della trap).
Ma dove finisce la realtà e dove inizia la fiction? Quali i pregi e quali le criticità di questo prodotto?
Le problematiche che emergono sono perlomeno due: l’ambientazione della serie e la rappresentazione che questa fa del carcere.
Vivo a Napoli da nemmeno tre anni e certamente non mi è possibile comprendere a fondo le dinamiche della città, ma la quotidianità qui vissuta, l’attività svolta con realtà anticarcerarie del territorio, la visione della serie e il confronto con persone a me vicine hanno innescato una serie di riflessioni che vorrei condividere, anche nella speranza che possano portare a ulteriori momenti di ragionamento e confronto collettivi.
Napoli tra set e realtà
Mare fuori è ambientata a Napoli, set di tanti altri prodotti culturali degli ultimissimi anni, come, ad esempio, È stata la mano di Dio (P. Sorrentino, 2021), La vita bugiarda degli adulti (2023) e Piano Piano (N. Prosatore, 2023), giusto per citarne alcuni e senza la volontà di esprimere pareri a riguardo.
Napoli è la città di Liberato – progetto musicale tra realtà e real neapolitan experience – e dei Nu Genea, oramai noti ben oltre il territorio partenopeo.
Da anni è invasa da orde di turisti che la immortalano, usano e gettano via. Anche la passione per la propria squadra di calcio è stata in parte turistificata. Gli Airbnb infestano il centro storico e non solo: il tempo di una spesa e nel tuo palazzo è già sbucato un nuovo b&b, e i prezzi di friggitorie, pizzerie, bar e ristoranti lievitano insieme ai prezzi degli affitti e delle case. Lo stesso non vale però per i salari.
È una città divorata dagli occhi, dalle orecchie e dalle papille gustative di chi se la mangia per poi spesso sputare nel piatto, ed è una città che, a sua volta, divora chi la abita.
Napoli è anche la città in cui il Movimento di Lotta – Disoccupati “7 novembre” scende costantemente in piazza per reclamare diritti, lavoro e reddito, ottenendo in cambio da parte delle istituzioni silenzio, manganellate e repressione giudiziaria.
È una delle ormai tante città con affitti folli in cui le case vengono occupate – con tutti i problemi burocratici e penali a ciò annessi che le persone occupanti si trovano ad affrontare – e in cui attivisti politici e abitanti reclamano il diritto ad abitare la propria città.
A Napoli, a marzo 2020, è stato ucciso Ugo Russo, un ragazzo di 15 anni freddato a colpi di pistola da un carabiniere fuori servizio durante il tentativo di rapina – con una pistola giocattolo – dell’orologio Rolex del militare. Il colpo letale sarebbe stato esploso mentre Ugo era già in fuga. Il carabiniere, dopo tre anni di indagini e di fase preliminare del procedimento penale, è stato rinviato a giudizio con l’accusa di omicidio volontario. Il 12 luglio il processo innanzi alla Corte di Assise di Napoli è stato rinviato al 27 settembre.
Sempre a Napoli, a marzo 2023, Francesco Pio Maimone, diciottenne di Pianura, quartiere nella periferia occidentale della città, mentre era in giro con degli amici sul lungomare di Mergellina, è stato ucciso da un proiettile vagante esploso da un suo coetaneo.
Napoli è una di quelle città in cui se sei dei quartieri poveri e/o periferici e vieni ucciso, scattano prima le indagini sulla tua vita, sul tuo contesto familiare e sociale, e poi sulla dinamica dei fatti.
È la città dallo stereotipo facile e dalla comprensione decisamente più difficile.
Cattivi ragazzi
Nel mezzo di questo vortice di immagini, suoni, odori, persone e notizie è più agevole aggrapparsi a categorie semplici anziché immergersi in ragionamenti complessi, alimentando così, da un lato, la falsa idea di una “vera Napoli”, e, dall’altro, un sempre più profondo divario tra “la gente per bene” e “i malavitosi”, tra i bravi e i cattivi ragazzi.
Il collocamento nell’una o nell’altra categoria avviene sulla base di una serie di elementi, tra cui, innegabilmente e principalmente, la classe.
E, sulla base di questa ripartizione, se sei benestante e commetti un delitto, tendenzialmente rimani comunque una brava persona; se sei povero, già si sapeva che eri un criminale.
“Ugo non era solo quell’errore” afferma sua zia in uno dei diversi momenti organizzati dal Comitato Verità e Giustizia per Ugo Russo.
La risposta per affrontare una serie di problematiche della città, tra cui la dispersione scolastica, la disoccupazione, il lavoro in nero e la mancanza di servizi pubblici – dai trasporti alla sanità, dalle scuole alle spiagge libere –, può soltanto essere l’adozione di politiche sociali.
Fondamentale, inoltre, è non ridurre tutto a criminalità organizzata, narrazione invece spesso adottata dall’amministrazione territoriale (sia comunale sia regionale) e da quella giudiziaria, le quali riescono così ad ottenere gioco facile nella repressione dei fenomeni sociali.
C’è davvero il mare fuori?
All’interno di questo apparente caos dotato in realtà di sue logiche di oppressione e sfruttamento (certamente più complesso di quanto riportato in questo articolo), si inserisce Mare fuori, serie tv ambientata in un carcere minorile a Napoli.
Se, da un lato, il prodotto ha il pregio di aver portato a un livello di massa la questione della detenzione minorile e una serie di altri temi più o meno sviluppati nel corso degli episodi attraverso la narrazione delle storie di vita dei personaggi, dall’altro lato, pecca sotto diversi punti di vista, tra cui, come anticipato, la rappresentazione della realtà detentiva.
Mare fuori racconta il carcere come una famiglia, una comunità, adombrando in gran parte la rigidità e la violenza dell’istituzione carceraria, soprattutto minorile.
Il penitenziario rompe i legami con il mondo esterno e i propri cari; al suo interno possono nascere rapporti di solidarietà e affetto, ma per volontà (o costrizione) delle persone detenute, non certamente per predisposizione fisiologica dell’istituzione.
Per tali e altre ragioni, il carcere non è un luogo in cui le persone desiderano tornare.
Il problema di Mare fuori è la rappresentazione, in alcune storie, di quella che pare quasi essere un’acritica predilezione del carcere al mondo esterno.
Tenendo ferma questa problematicità, ciò mette però in luce una dinamica brutale della nostra società, da affrontare da un’angolazione prospettica differente da quella assunta dalla serie tv. Nel mondo “libero” esistono infatti situazioni di estrema marginalità, caratterizzate da povertà, mancanza di una casa, di una rete familiare e sociale, alcol/tossicodipendenza, problemi legati alla salute mentale. A determinare queste situazioni è un sistema economico-sociale di sfruttamento e produzione di queste stesse marginalità, responsabile, inoltre, della mancanza di servizi idonei, strutture e supporti.
Si tratta di situazioni talmente marginali che le persone – ferme restando le paure e le aspre critiche nei confronti del sistema carcerario, nonché la speranza di uscirne il prima possibile e di non farci ritorno – a volte finiscono con l’affermare di aver trovato nel carcere la possibilità di avere un letto, dei pasti, delle cure e una formazione, non avendo nulla e nessuno ad attenderle fuori.
Il punto non è, però, riconoscere un’umanità al carcere, ma affermare la disumanità della società nella quale viviamo, che ricorre a un’istituzione violenta come quella penitenziaria per il contenimento di problematiche sociali, non offrendo possibilità alternative. Il carcere non è la cura, il carcere fa parte del problema, ed è superabile solo attraverso una trasformazione radicale della società nella quale viviamo.
La sanzione del carcere, inoltre, non termina con il fine pena, ma influenza anche la vita dopo l’esecuzione della condanna, soprattutto per quel che riguarda la ricerca di un lavoro e l’effettiva possibilità di trovare un proprio posto nella società.
La domanda sorge quindi spontanea: esiste davvero il mare fuori dopo il carcere? Esisteva prima?
Gioventù reclusa
Secondo il diciannovesimo rapporto sulle condizioni di detenzione redatto dall’associazione Antigone, i ragazzi detenuti negli Istituti Penali per Minorenni (IPM) al 15 marzo 2023 sono 380, di cui 12 ragazze. I ragazzi stranieri costituiscono il 46,8% del totale dei ragazzi detenuti, ovvero 178. Tra loro, le ragazze sono 5.
Sebbene l’applicazione della pena carceraria sia inferiore in caso di commissione di reati da parte di soggetti minorenni rispetto a quanto avviene in caso di soggetti adulti, il calo di presenze registrato durante la pandemia da Covid-19 ha mostrato come il ricorso al carcere potrebbe essere ulteriormente contenuto.
Analizzando le cause della detenzione e la tipologia di reati commessi, emerge come, anche in ambito minorile, la reclusione non sempre si basi sulla gravità del reato né costituisca l’extrema ratio.
“Come Antigone va ripetendo da molti anni – si legge nel rapporto –, continua ad essere vero che il sistema, il quale nel complesso ha funzionato nell’intento di rendere residuale il ricorso al carcere, lo ha fatto meglio per alcuni e peggio per altri: meglio per chi aveva maggiori garanzie relazionali anche prima del reato, peggio per chi ne aveva di meno”.
A riprova di ciò, il numero di stranieri aumenta all’aumentare dell’afflittività della pena.
Infine, si legge nel rapporto che le norme sull’ordinamento penitenziario minorile, introdotte nel 2018, che prevedevano ad esempio le visite prolungate (di maggiore durata rispetto al semplice colloquio in presenza e da svolgersi in unità abitative appositamente attrezzate all’interno degli istituti), faticano a tradursi in pratica.
La questione, ancora una volta, è guardare al carcere come al problema e non come alla soluzione, e provare a riflettere ed agire sulle problematiche sociali e strutturali che stanno a monte della detenzione e del sistema penale minorile.
Oltre la serie, nella quotidianità della città
E mentre tutt* parlano di Mare fuori, i tribunali, su impulso dell’amministrazione della città, hanno imposto la cancellazione del murale con il quale parenti e solidali chiedevano verità e giustizia per la morte di Ugo Russo, rimosso da questi ultimi a marzo 2023.
Non è la prima volta che murales dedicati alla richiesta di verità e giustizia per l’uccisione di giovanissimi vengono rimossi dietro volere dell’amministrazione locale. Era già successo, ad esempio, con il murale dedicato a Luigi Caiafa, morto per mano di un poliziotto durante una rapina anche in questo caso fatta utilizzando una pistola giocattolo. Luigi era un giovane di Forcella, quartiere contraddittorio di Napoli la cui strada centrale è ormai utilizzata come galleria di accesso al parco giochi che è diventato il centro storico.
L’amministrazione della città in cui è ambientata la serie tv (che, nel terzo episodio della terza stagione, Doppia vendetta, raccontando la vicenda di Salvo, probabilmente trae ispirazione da quella di Ugo) è infatti interessata a rendere visibile ciò che porta turismo e fa profitto, non ciò che rende evidenti le contraddizioni e le discriminazioni sociali del territorio.
Probabilmente se Ugo Russo fosse stato un personaggio di Mare fuori il suo murale non avrebbe dovuto essere cancellato e sarebbe anzi diventato una meta turistica.
Ma questa è un’altra storia, perché quella di Ugo, invece, è una storia reale.
Al pari di quella di Davide Bifolco, George Floyd, Nahel e tant* altr* ancora.

