Un’invincibile estate: Reggio Emilia si illumina con FOTOGRAFIA EUROPEA 2022

Chiariamo una cosa: Reggio Emilia sta in Emilia, non in Romagna, come molt* pensano. Altrimenti si sarebbe chiamata Reggio Romagna. Quindi da brava reggiana, se mi dici «Ah, Reggio Emilia, buona la piadina!», ti rispondo: Sì, buona la piadina, però il nostro unico credo è l’erbazzone, ci facciamo colazione abbinato al cappuccino. E te lo dico subito: non troverai il mare. Da noi il mare non c’è. Al massimo ti puoi spostare verso il Po, ma il bagno non si può fare, e il torrente Crostolo è diventato una specie di pozzanghera atta solo per il bagno delle zanzare. 

L’ho voluto chiarire subito, dal momento che nel corso degli anni mi è capitato di vedere espressioni contrite di forestieri – non parlo solo di stranieri, basta uscire dall’Emilia Romagna – chiedere «Ma dov’è il mare?». 

Dopo questa premessa, a mio avviso doverosa, sei pronto per conoscere la magia della terra del Tricolore. Sì, perché non molt* sanno che la bandiera italiana è nata a Rèz.

Ma non sono qui per parlarti di tutte le mille cose che potresti fare a Reggio (per questo ti consiglio di andare sul sito https://www.reggioemiliawelcome.it/it/homepage ). 

Sono qui per dirti che se ti va di passare un fine settimana a Reggio Emilia, questo è il periodo giusto. Reggio a maggio e giugno è veramente splendida. L’apice del turismo avviene proprio in questi due mesi, in concomitanza con uno dei festival fotografici più seguiti al mondo: Fotografia Europea

FE è un festival itinerante di caratura internazionale promosso da Fondazione Palazzo Magnani insieme al Comune di Reggio Emilia e con il contributo della Regione Emilia-Romagna. L’edizione di quest’anno terminerà il 12 giugno (affrettatevi!) e la sottoscritta si è immolata per te, car* lettrice/lettore, per darti un resoconto di alcune mostre.

Giugno è anche il mese che dà avvio all’estate e tema dell’edizione 2022 è proprio “UN’INVINCIBILE ESTATE”, frase celebre di Albert Camus che racchiude potentemente l’immagine di come le nostre forze interiori, pur nel cuore dell’inverno, tendano inevitabilmente a sprigionarsi nel trionfo e nel continuo rinnovarsi della vita. Una metafora quanto mai attuale visto il recente passato e il presente che ci stanno accompagnando.

Mia cara,

nel bel mezzo dell’odio

ho scoperto che vi era in me

un invincibile amore.

Nel bel mezzo delle lacrime

ho scoperto che vi era in me

un invincibile sorriso.

Nel bel mezzo del caos

ho scoperto che vi era in me

un’invincibile tranquillità.

Ho compreso, infine,

che nel bel mezzo dell’inverno,

ho scoperto che vi era in me

un’invincibile estate.

E che ciò mi rende felice.

Perché afferma che non importa

quanto duramente il mondo

vada contro di me,

in me c’è qualcosa di più forte,

qualcosa di migliore

che mi spinge subito indietro.

Albert Camus

La direzione artistica del Festival è affidata a Tim Clark e a Walter Guadagnini, che hanno selezionato i lavori dei protagonisti di quest’anno combinando sguardi internazionali e sensibilità differenti, dando spunti di riflessione sulla contemporaneità attraverso il medium della fotografia, per interrogarsi sul ruolo delle immagini e della cultura visiva in questo particolare momento storico.

Prima ho parlato di festival itinerante: infatti con un unico biglietto puoi vedere più mostre sparse per il centro storico e non solo. Le sedi deputate alle esposizioni sono gli ormai intramontabili Chiostri di San Pietro che fanno da padrone, Palazzo da Mosto, i Chiostri di San Domenico, Biblioteca Panizzi, Galleria Santa Maria, Spazio Gerra, i Musei Civici, Collezione Maramotti e Fondazione I Teatri, che accolgono mostre di grandi maestri, e gli spazi del Circuito OFF, che espongono giovani esordienti. Tranquillo, avrai una mappa che ti verrà consegnata all’ingresso di ogni sede e i trasferimenti da un luogo a un altro richiedono perlopiù un tragitto di cinque minuti a piedi.

Il mio viaggio inizia dai mastodontici Chiostri di San Pietro, che ospitano ben dieci esposizioni. Qui rimango rapita dal giapponese Seiichi Furuya che, con la mostra First trip to Bologna 1978/Last trip to Venice 1985, racconta il primo e l’ultimo viaggio fatti insieme a sua moglie Christine Gössler, attraverso ritratti intimi e fermo immagini, che gli hanno permesso di ricostruire la memoria di quei momenti, fino al suicidio di Christine. Brividi. Da amante quale sono della narrativa post-moderna non potevo non apprezzare la mostra Benny Profane (dal nome del personaggio di V. di Thomas Pynchon) del fotografo inglese Ken Grant, un progetto a lungo termine su un distretto portuale nei dintorni di Liverpool, che diventa nei suoi scatti un’immersione in uno spazio e in coloro che da esso dipendono, un resoconto di parentela e sfida in una terra difficile. Forte e coraggiosa l’esposizione del giovane Guanyu Xu che, con le fotografie di Temporarily Censored Home, trasforma lo spazio domestico e conservatore della sua infanzia, in scena di rivelazione, protesta e bonifica queer, mediante un mosaico di immagini raccolte da riviste di moda e cinema occidentali, nonché ritratti di se stesso con altri uomini, per mettere in scena una performance profondamente intima e politica. Gli altri lavori fotografici presenti ai Chiostri di San Pietro sono Binidittu di Nicola lo Calzo, Speak The Wind di Hoda Afshar, Fire on World di Carmen Winant, I give you my life di Chloé Jafé, The Book of Veles di Jonas Bendiksen e Talashi di Alexis Cordesse. Nelle sale affrescate del piano terra invece merita attenzione la mostra storica di quest’edizione dedicata a Mary Ellen Mark, fotografa documentarista che dal 1964 fino alla sua morte nel 2015 realizza saggi fotografici intensamente vividi e rivoluzionari che esplorano la realtà delle persone, soprattutto donne, in una varietà di situazioni complesse e spesso difficili, dolorose, a volte quasi impossibili.

Foto di Mary Ellen Mark

La visita richiede due ore abbondanti, così decido di fermarmi qui e lasciare il resto all’indomani. Sono le 20, è l’ora più bella, nel cortile antistante ai Chiostri c’è un bar molto carino dove hanno appena acceso le lucine e si respira un’atmosfera molto piacevole, da inizio estate. Mi fermo quindi a fare aperitivo presso FoodinChiostri, il nuovo spazio dei Chiostri di San Pietro che unisce i sapori della tradizione reggiana ai principi della sostenibilità ambientale.

Il giorno dopo scelgo di riprendere il mio viaggio fotografico da una sede in cui non sono mai stata, nonostante la mia permanenza venticinquennale a Reggio, ovvero la Galleria Santa Maria, new entry di FE. Qui sono esposti i vincitori della Open Call dell’edizione 2022: Simona Ghizzoni racconta nel progetto Isola come sia riuscita a recuperare una relazione con la natura e con le persone, approfittando dell’emergenza Covid per lasciare Roma e tornare a rifugiarsi nell’Appennino Emiliano. La spagnola Gloria Oyarzabal, fotografa e cineasta, fissa il focus della sua indagine sul concetto di Museo in particolare in un’ottica colonialista con il progetto Usus fructus abusus. Infine, Maxime Richè, parigino, da tempo si misura con la capacità di adattamento dell’uomo rispetto alle conseguenze degli sconvolgimenti ambientali. In Paradise, il focus è l’incendio che in sole quattro ore ha incenerito l’omonima città californiana e le persone che, nonostante ciò, tornano per ricostruirsi una vita, proprio dove la vita è stata così brutalmente cancellata.

Dici Reggio Emilia, dici Fotografia: non puoi non pensare a Luigi Ghirri. Nel trentennale della sua scomparsa, a Palazzo dei musei è visibile la mostra In scala diversa. Luigi Ghirri, Italia in miniatura e nuove prospettive, che partendo dalla serie In scala realizzata da Luigi Ghirri in più riprese, dalla fine degli anni Settanta alla prima metà degli Ottanta nel parco divertimenti Italia in miniatura di Rimini, approfondisce i temi del doppio, della finzione e dell’idea stessa di realtà.

Il tempo di un caffè e di un pezzo di erbazzone e mi avvio in un’altra sede inedita di FE: la Sala Verdi del Teatro Ariosto (Fondazione I Teatri). Il ridotto del teatro, di un’eleganza senza pari, è il posto ideale per esporre gli scatti di Arianna Arcara. Teatro e fotografia infatti entrano in relazione nel nuovo progetto dal titolo La visita/Triptich che Fondazione I teatri, con Reggio Parma Festival e in collaborazione con Collezione Maramotti e Max Mara hanno affidato all’artista invitandola a un’interpretazione del lavoro della Compagnia di teatro-danza belga Peeping Tom al Festival Aperto 2021.

Mi sposto di qualche metro e approdo all’ultima sede (in realtà non sarebbe finita qui, ma il resto lo vedrò poi), ovvero Spazio Gerra, che presenta il progetto In Her Rooms di Maria Clara Macrì e curata da Erik Kessels, in cui l’autrice esplora il rapporto tra empatia, intimità e rappresentazione contemporanea delle donne. Nel suo lavoro, la fotografa riesce a cogliere la natura complessa e intensa della femminilità odierna, liberata dagli stereotipi e dalla sessualizzazione e oggettivazione di cui è vittima ed esprimendo visivamente l’essenza di un nuovo sentire internazionale e globale, dovuto anche alla forte trasmigrazione al femminile.

Foto di Maria Clara Macrì

La città si anima di immagini. Per ogni luogo che attraversi trovi un riscontro fotografico, in un bar, in una galleria d’arte, in un negozio, in una casa privata. Il Circuito Off arricchisce il Festival con una serie innumerevole di mostre diffuse in tutto il territorio cittadino. Qui si misurano giovani professionisti accanto a giovani alle prime esperienze, ognuno ricreando la propria invincibile estate. 

Foto di Caterina Curti (Circuito Off)

http://www.fotografiaeuropea.it

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