Il tempo sospeso nel quartiere metafisico di Roma

Da parecchi mesi, ormai, un insolito silenzio sembra avvolgere come una cortina di fumo le strade e gli spazi dell’Eur. Prima della pandemia, in tempi ancora non intaccati dalla paura e dalla distanza, il quartiere beneficiava di una certa dinamicità, legata principalmente ai ritmi del lavoro, come testimoniano i numerosi uffici sparsi all’interno del perimetro e nelle zone limitrofe. I lunghi viali, pressoché deserti nelle ore serali, si popolavano invece durante il giorno: il brulicare della gente, insieme ai rumori delle auto, entravano facilmente in contrasto con il silenzio dell’architettura metafisica all’imbrunire. Certamente i suoni, i colori, la vita del quartiere sono sempre lì, ma qualcosa appare profondamente mutato. 

Nell’ultimo periodo mi sono ritrovata spesso a fare lunghe camminate per i luoghi più noti dell’Eur. Abitando a poche centinaia di metri dal laghetto, ho avuto occasione di riscoprire la bellezza di una passeggiata. Un’aria diversa pervade quelle zone familiari, più vuote adesso, e per questo all’apparenza più estranee. Anche la natura, spettatrice impassibile delle nostre vicende, sembra aver cambiato il suo aspetto, tanto che nel parco intorno al laghetto sono arrivati i pappagalli verdi, prima insediati altrove, attenti a non mostrarsi agli occhi degli umani, forse un po’ impauriti dalla loro presenza. 

In questi giorni mi è più volte tornato in mente il film L’eclisse (1962), capolavoro di Michelangelo Antonioni, appartenente alla cosiddetta trilogia dell’incomunicabilità insieme a L’avventura (1960) e a La notte (1961). Ho ripensato alle numerose inquadrature dell’Eur, vere e proprie testimonianze di un quartiere giovane e ancora in espansione: la torre del “fungo” nella sua imponenza, il palazzo dello sport, il grattacielo dell’Eni in costruzione, i prati verdi, il velodromo.

Ho ripensato a Monica Vitti nel ruolo di Vittoria, inquieta e sfasata, e al suo vagare per le strade deserte nel caldo afoso di luglio. I luoghi in cui Vittoria e Piero, interpretato da Alain Delon, si incontrano, in un’ora indefinita del giorno, appaiono come osservatori silenziosi dell’incapacità di sottrarsi alla noia e alla solitudine. Sebbene la donna apprezzi la compagnia del vivace agente di cambio, arrivando addirittura ad affermare di essere all’estero con lui, rimane tuttavia incolmabile la distanza che li separa. Le sequenze finali del film trasmettono allo spettatore una sensazione d’inquietudine: dopo la promessa di un nuovo incontro né Vittoria né Piero decideranno di presentarsi all’appuntamento.

I viali dell’ Eur in cui i due erano soliti passeggiare insieme sono ora attraversati da altre figure: una signora che spinge la carrozzina, un calesse, una coppia che cammina a braccetto, alcuni ragazzi che scendono dall’autobus.

È l’eclisse dei sentimenti, quella messa in scena da Antonioni, ed è anche, parallelamente, l’immagine di una società industrializzata, distaccata e impersonale, che sembra non lasciare alcuno spazio all’autenticità degli affetti. Ho ripensato al modo in cui la desolazione dell’ambiente che ci circonda possa contribuire a determinare sentimenti di alienazione. In questi ultimi mesi, le città hanno cambiato i loro volti, lasciando negli occhi di chi le osserva dall’interno un profondo spaesamento. Il tempo sembra sospendersi in una continua e sempre rinnovata condizione d’incertezza; le strade più vuote e gli edifici all’apparenza più imponenti creano un’atmosfera spettrale, alla quale è difficile abituarsi. In un simile scenario si può perdere l’orientamento, il senso di sicurezza legato alla familiarità del quartiere per un istante viene meno e il paesaggio diventa misterioso. Come Vittoria, che percorre a piedi i grandi giardini dell’Eur fino quasi a perdersi nel silenzio di una mattina d’estate.   

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